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Eccomi adunque segregata per un tempo indeterminato da
quella società, nel cui commercio aveva vissuto vent’anni: eccomi sbalestrata
d’un tratto nelle angustie d’un mondo negativo, nell’intimo e giornaliero
contatto di monache, di monaci, di preti.
Profitterò io di questo naufragio, per indicare al lettore
alcune spiaggie forse non ancora esplorate, per rilevare alcuni tratti della
vita claustrale infino ad oggi rimasti inaccessibili a tutt’altri che ad una
donna? Mi proverò.
Ma prima di dar seguito al mio racconto, nelle peripezie
del quale avranno parte rilevantissima il despotismo clericale e la monastica
depravazione, discara al lettore non sarà, mi lusingo, una breve prospettiva
degli stabilimenti ecclesiastici, esistenti nella nostra penisola in generale,
ed in Napoli particolarmente. Troppo strettamente alle mie Memorie si
riferiscono le condizioni del clero regolare e secolare, tanto all’epoca in cui
mi toccò soggiacere alla sua pressione, come pur dopo la nazionale
rigenerazione, perché io non i reputi necessario premettere intorno a queste
condizioni alcuni cenni, atti ad illuminar la scena sulla quale verranno a
svolgersi gradatamente i seguenti episodi.
Conscia non meno della mia incompetenza che de’ limiti di
questo scritto, non mi avventurerò di certo in critiche considerazioni sullo
stato passato e presente del clero in Italia. Mio intendimento essendo soltanto
quello di far vedere in una rapida prospettiva le spaventose proporzioni del
morbo sociale che infesta tuttora la nostra patria, mi ristringerò all’autorità
delle cifre, la cui eloquenza persuasiva può, sul pubblico criterio più di
qualunque rettorica declamazione. Estratte essendo queste cifre da quadri
statistici, da documenti officiali pubblicati nel corso degli ultimi vent’anni,
può il lettore riposare sulla loro esattezza, naturalmente
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franca delle adulterazioni che lo spirito di partito suol interpolare.
Fatto incontrastabile. Posta mente alla superficie dei
territorio e alla popolazione, non v’è Stato cattolico, non cristiano, che
possegga un sì gran numero di sedi vescovili, di preti secolari, di chiese, di
monasteri, di monaci, di monache, quanti si noverano nel nostro paese.
L’Italia, che ha il funesto privilegio di poter essere chiamata fra tutte le
nazioni còlte d’Europa lo Stato levitico per eccellenza, presentavasi fino al
declinare del secolo decorso sotto l’aspetto d’una vasta congregazione
monastica. Il soffio secolarizzatore della moderna civiltà benché respinto e
talvolta dissipato dall’azione combinata di due indigeni nemici avversi del
pari all’emancipazione della coscienza e della ragione, dalla reazione del
clero e dal politico despotismo, pure non mancò di penetrare poco o molto anche
in questa contrada. Ma, malgrado le tacite rivoluzioni di principii e di
costumi, che provocarono ne’ due secoli precedenti l’estinzione spontanea di
parecchi ordini, e la fusione di più stabilimenti ecclesiastici in un solo:
malgrado l’operosa sollecitudine con che l’occupazione francese, a’ tempi della
repubblica, restrinse ai minori limiti possibili la mostruosa superfetazione
del clero secolare, e soppresse, sì nel Piemonte che nell’ex regno borbonico,
moltissimi monasteri (200 in
circa nella sola penisola meridionale); malgrado i più recenti provvedimenti
del governo italiano relativi all’estinzione graduale del monachismo, tuttavia
l’Italia continua ad essere, come per lo passato, il paese levitico per
eccellenza, ed è aggravata da tante prelature e gerarchie, da cotanto clero
regolare e secolare, quanto sorpassa di gran lunga la necessità del religioso
servizio.
Maggiore ancora è la proporzione per i monasteri de’ diversi
ordini, siccome in un quadro comparativo nota uno de’ più accreditati organi
della stampa francese. In Francia, a’ tempi or ora accennati, eranvi 1081
abbazie, di cui 800 d’uomini, e 281 di donne; e 619 capitoli, fra cui 24 di
nobili donzelle.
Vediamo l’Italia! L’Italia, con poco più di 24 milioni di
popolazione, contrapposta a’ 37 milioni della Francia, è coverta da 82 ordini
religiosi, e da 2382 conventi: il che torna a dire ch’essa continua nel 1864 a possedere il doppio
numero de’ conventi, che nel 1789 esistevano in Francia, paese notabilmente più
grande e più popolato.
L’ingente cifra di questi 2382 conventi si spartisce così:
15.500 religiosi professi, 18.198 religiose professe, 4474 fratelli conversi e
7671 converse; in tutto 45.843 religiosi, ovvero la popolazione
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intera d’uno Stato inferiore della Confederazione germanica.
Ponendo in confronto, continua a dire il Débats, i
beni del clero in Francia nel 1789 e quelli del clero in Italia nel 1864,
troviamo che in Italia, tanto le corporazioni, quanto i vescovadi, le
fabbriche, le prebende, ecc., godono d’una rendita, calcolata officialmente ad
italiane lire 75.266,216, mentre il clero in Francia percepiva allora 133
milioni di sola decima, e le sue rendite potevano calcolarsi, senza esagerazione,
un quarto di quelle di tutta la
Francia. Del resto, allorché il decreto 2 novembre 1789
dichiarò proprietà nazionale i suoi beni, essi furono stimati un miliardo e
cento milioni.
I beni del clero in Italia elevansi a quasi due miliardi,
ossia un decimo meno del doppio di quello, che innanzi alla rivoluzione
possedeva l’opulente clero di una delle più opulenti e potenti e popolose
nazioni della terra!
Dalle cifre speciali passiamo ora alle generali. La
complessiva enumerazione che segue, è tratta da’ computi statistici, or ora
pubblicati dal Giornale officiale di Napoli.
«Il clero secolare e regolare in tutta l’Italia ammontava
nel 1857-58 a
189.800 membri, cioè 1 su 142 laici! Della qual somma a cifre tonde:
82.000 nel Napoletano e nella Sicilia.
40.000 negli ex Stati Pontifici.
31.900 nell’Italia centrale.
16.500 negli ex Stati Sardi.
10.700 nella Lombardia.
8700 nel Veneto, ossia 2/3 di quanti ecclesiastici ne
conteneva la sola Roma, che pur ne contava 12.000!».
Inoltre avevamo nella sola Italia 269 tra arcivescovi e
vescovi, il che equivale a poco meno della metà delle sedi vescovili d’Europa,
cd a niente manco che ad 1/3 delle sedi vescovili dell’intero orbe cattolico,
le quali erano da 814 a
816.
A questa cifra di 189.800 ecclesiastici, dimoranti in
Italia, volendo ora aggiungere gli altri della stessa nazione, che non vi
dimorano, perché distribuiti nelle diverse missioni, ed arrogere eziandio i
chierici dell’ordini minori, i novizi, le monacande, e la classe delle così
dette monache di città, si avrà a numero tondo la totalità di 200.000 in circa, il che
risponde a un ecclesiastico sopra 46 uomini adulti!
Considerata la statistica generale, veniamo finalmente a
quella di Napoli.
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Ecco come vent’anni fa eravi distribuito il clero secolare
per qualità e per numero:
Il numero delle parrocchie in Napoli somma a 50; quello
delle chiese è di 257; delle Confraternite 174, delle Congreghe di
Spirito 8, e delle cappelle serali 57.
In quanto poi al clero regolare di Napoli, siami lecito
d’intercalarvi il quadro intero dell’enumerazione, formato all’epoca medesima,
distribuito per ordini, per numero di monasteri, per sesso, per novero di
persone, per qualità, ed ora estratto dal censo autentico, che intorno a quel
tempo fu pubblicato dall’opera portante per titolo: Napoli e sue vicinanze.
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Monasteri di donne
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Monasteri di uomini
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Dall’insieme di questo censo risulta adunque come
all’epoca della mia entrata nel monastero eranvi in Napoli persone, per voto
religioso all’inerzia e al celibato dedicate, od in via di dedicarsi 6720
incirca, le quali ripartivansi nelle seguenti categorie:
Alla quale cifra se vogliamo aggiungere le suore sparse
ne’ diversi conservatorii e ritiri della città, e la classe delle converse,
classe celibe per obbligo di professione se non per voto, e per computo
approssimativo ammontante a più di 2000, avrassi la somma totale di 9000,
indicante più della cinquantesima parte degli abitanti di Napoli, strappata
allora dalla Chiesa alla cooperazione sociale e all’incremento della
popolazione.
Uno sopra cinquanta! Misericordia! Quale epidemia, quale
micidiale calamità ha mai decimato un popolo in proporzioni tanto incalzanti, e
con siffatta permanente intensità!
Tre sole città d’Italia Roma, Napoli e Palermo contengono
30.000 cittadini de’ due sessi, stranieri al passato, nemici del presente,
sterili all’avvenire della loro patria.
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