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L’anno del noviziato fu per me un anno di calma, se non
voglio dire di morale depressione. Morto il passato, estinto l’avvenire per me;
le memorie un vano sogno: le speranze un delitto.
Strappata agli amici per sempre, disgiunta dai parenti,
che m’era lecito rivedere una sola volta al mese, straniera per più ragioni
alle stesse compagne del mio carcere, io nondimeno mi trovava, se non contenta,
almeno tranquilla. Raccolto, concentrato esclusivamente in se stesso, lo
spirito mio si creò poco a poco un secondo monastero dentro il monastero
medesimo, dove mi trovava confinata; e nel recinto di quel recondito mio
edifizio, ove traeva solitaria vita, ne sarei stata più tranquilla ancora,
ancor più felice coi pochi libri, colle mie meditazioni, se le visite dei
parenti non m’avessero ogni volta ricordata la perduta libertà, e se le monache
col loro triviale cicaleccio, colle loro volgari gelosie non m’avessero resa la
reclusione fastidiosa.
Passava molte ore nel coro data alla preghiera; la fede mi
sorreggeva. Per infondere la fede a chi non l’ha, fatelo sventurato! Mi fu
imposto l’incarico di ragunare le monache nel coro col suono del campanello: me
ne disimpegnai sollecitamente. Il resto della giornata me lo passai o chiusa
nel mio camerino, o nella stanza del noviziato, o nel conversare colla maestra
delle novizie, che taciturna e paziente ascoltava la mia lettura.
Quella buona donna, attempata di circa sessanta anni,
concepì viva affezione per me. Chiamavasi Marianna; ma io la chiamava zia, come
le giovani usano chiamar per rispetto le maggiori di età.
Non so: era essa disgustata dei confessori, oppure non
aveva avuto giammai trasporto per loro? E ben certo ch’essa biasimava gli
scandali, e deplorava le laidezze che vi si facevano. Il suo modo di pensare
simile al mio, e l’affezione che mi dimostrò, affezione superiore [109]a quella
che la vera zia mi portava, fecero sì, che a lei mi legassi coi vincoli d’una
filiale tenerezza.
Era costume di quel monastero, che nei giorni di
solennità, oppure negli onomastici della maestra o della novizia, regalasse la
prima alla seconda qualche oggetto gradevole. Siccome l’amica mia era molto
ricca, ed io mi trovava in ristrettezze, non percependo pensione alcuna prima
di aver fornito la dote alla professione, così dessa mi faceva sempre questi
doni in moneta, usando di grazia e di delicatezza impareggiabili.
Né poteva soffrire che si dicesse sul conto mio la menoma
parola in disvantaggio, diretta o indiretta che fosse.
Avendo un giorno la badessa convocate le suore affine di
rivolger loro un’ammonizione intorno ai gravi disordini che affliggevano la
comunità, conchiuse il suo discorso, apostrofando le più giovani nel modo
seguente:
«Siete voi» disse, «voi che avete rovinata la comunità! A
noi altre più anziane ignoti erano altra volta i partiti, gli scismi, gli odii,
le gelosie, le invidie: voi, non d’altro ricche che di egoismo e di
soperchieria, voi avete intromessa nel chiostro la peste della guerra civile!»
«Togliete da questo numero la mia novizia» esclamò
Marianna; «essa ha trovato già infestato il monastero; anzi, volesse il cielo
che fossero tutte come lei, docili, costumate ed osservanti delle regole!».
Ahimè! la predilizione della maestra non faceva che
procurarmi nemiche!
Quella che più chiaramente mi dimostrava la sua antipatia
era Paolina, posta alla testa di una consorteria di educande; ella, per non so
quale bisogno monastico di aver sempre qualcuno da detestare; le seconde,
perché educande ed io novizia, ossia superiore a loro di un grado.
All’ottavo mese del mio noviziato quella buona maestra e
compagna cadeva gravemente malata: era destinato che di breve durata fosse la
mia tranquillità.
Io aveva sempre notato il colore infermiccio del suo
sembiante, ma sì io che le altre ignoravamo il genere di malattia da cui era
apparentemente afflitta. La febbre ardente che la pose in letto, manifestossi
complicata con sintomi sinistri. Sin dal primo giorno la malattia, benché
dichiarata mortale, restò indefinibile presso i medici. Era evidente il carattere
d’un morbo infiammatorio, ma per altro esenti ne sembravano i visceri, come
altresì gli organi principali del corpo.
[110]
Di lì a poco perdeva la favella, perloché non potendo più
chiamarmi a viva voce m’invitava col gesto ad avvicinarmele. Allora con uno
strido straziante mi indicava il suo petto, in cerca d’un soccorso che non mi
era dato di interpretare.
Più d’una volta, bramosa d’indovinare il desiderio di lei,
mi provai d’allargare il nastrolino che alla gola dell’inferma teneva
allacciata la camicia; ma una delle sue converse, colei che stava all’origliere
di guardia perenne, scostandomi ognora la mano:
«È larga abbastanza» mi diceva; «non te ne incaricare».
Una fra le altre volte che l’inferma cercò smaniante di
stracciarsi la camicia sul petto, parvemi di vedervi una fascia.
«Che fascia è questa?» domandai alla conversa.
«E abituata a portarla sempre» mi rispose facendosi rossa.
«Ma le opprime forse la respirazione: sciogliamola».
«No» soggiunse quella, respingendomi bruscamente la mano.
«Brigatevi dei fatti vostri».
La mirai con sguardo sospettoso, e supposi che qualche
fine nascosto la faceva agir così, tanto più che dal seno della moribonda
esalava un fetore insopportabile.
Incapace di transigere coi sentimenti di umanità, volai
tosto in traccia dell’infermiera, cui dissi far di mestieri avvertire il
medico, che desse l’ordine di toglier quella fascia dal petto.
L’ordine fu eseguito, malgrado le lagnanze della conversa
e degli sguardi in cagnesco che a me lanciava; dal che risultò che un orribile
cancro aveva ròsa metà del seno. Il dottor Lucarelli che in seguito la visitò,
saputo il fatto, disse sdegnato alla conversa, come, per aver occultato il vero
male, aveva commesso un omicidio colposo.
Ben frivolo d’altronde era il motivo per cui sì l’inferma
che la conversa avean fatto di quel morbo un mistero. Temeva la mia maestra
che, discoperta la sua malattia, le monache, sia per ischifo, sia per timor di
infezione, non avessero proibito che la sua biancheria si fosse lavata nel
bucato comune. La conversa d’altra parte percepiva da lei un salario speciale,
acciocché ne mantenesse il segreto.
Il giorno appresso rese l’anima a Dio. Semplicissimi sono
i funerali delle suore. Nel monastero si entra al suono di bande militari e
allo scoppio di mortaletti; nell’oscura tomba si scende col conforto di
semplici formalità. Costei mi aveva tenuto luogo di madre; nell’atto di deporre
la sua spoglia mortale nella fossa, chiesi ed ottenni il permesso di darvi mano
anch’io. Sia per sempre benedetta la sua memoria!
[111]
Per lo spazio di due mesi fece le veci di maestra la
stessa badessa. Ella pure nutriva grande affezione per me, lo che per altro non
fece che raddoppiare la gelosia delle giovani monache e delle educande. Al
termine di questo periodo, maestra fu creata un’altra Caracciolo, donna
sessagenaria, ma frivola, astuta, simulatrice e oltremodo fanatica per i preti.
Costei, benché pienamente consapevole degli scandali arcani del confessionale e
del comunichino, pure, da egregia istitutrice che la era, m’imponeva la
quotidiana confessione. Il canonico dal canto suo mostravasi lieto nel vedermi
più tranquilla di spirito; se non che, mentre io affermava non essere quella
mia tranquillità che rassegnazione ad un fatto irrimediabile, egli ostinavasi a
sostenere che fosse vera vocazione.
Prossimo era frattanto a spirare l’anno del noviziato, e
il giorno della professione si avvicinava. Mi abbisognavano a quest’uopo ducati
1800 per la dote, e settecento altri per le spese della funzione, dei quali,
tanto nella prima che nella seconda cerimonia, 80 ne prendeva a titolo di dono
il confessore, ed un’altra analoga porzione veniva riservata per complimento
alle monache. Tutto insieme computato, 3000 scudi. Quanti milioni di dote
al Divino ed umile maestro dei dodici pescatori!
Era superiore alle forze della mia famiglia la detta
somma. Sperai di nuovo in qualche favorevole eventualità; ma per non lasciarmi
aperto neanche questo varco, il Capitolo condiscese a prendermi con minor dote,
lo che mi recò sommo dispiacere, conoscendo fra le altre cose di quante e quali
mortificazioni era abbeverata un’altra, perché fattasi monacare senza dote
alcuna.
Non andò guari che ne sperimentai le amare conseguenze.
Una monaca, per nome Teresa e sorella della summenzionata
Paolina, si mise in capo di farmi sloggiare dal gabinetto ch’erami stato ceduto
dalle zie, col pretesto che alla dote mia non fosse analoga quell’abitazione.
La signora Teresa, orgogliosa e prepotente anzi che no, credeva che il suo
volere non dovesse incontrare ostacolo di sorta. Udito il mio rifiuto, cominciò
a guardarmi biecamente, poi mi tolse il saluto, finalmente cessò pur di
parlarmi; la sua sorella mi odiò viemaggiormente e le altre monache della
giovine consorteria fecero a gara d’imitarne l’esempio.
[112]
Un giorno m’abbattei nel dormentorio colla conversa delle
due sorelle; quella cameriera ebbe l’impertinenza di fermarmi:
«Avete avuto l’ardire» mi disse, gesticolando non
altrimenti che un lazzarone dell’infima classe, «avete avuto l’ardire di negare
alla mia signora il domandatovi camerino! Sapete voi ch’essa e le sue sorelle,
avendo portato in questo stabilimento, non una o due, ma ben quattro doti, e
non già scarse, ma intere, sono padrone di questo monastero più che non è
qualsivoglia altra monaca? E voi, figlia d’un soldato, venuta qui dentro senza
mezzi di fortuna, senza danaro contante, voi, ammessa alla professione per atto
di carità, voi ardite negare il camerino alla mia signora!».
Mi tacqui per rispetto a me medesima, benché sapessi non
esser le padrone di quella conversa che sorelle di un semplice capitanuccio di
reggimento; e che le Caracciolo-Forino avevano, sin dalla fondazione di San
Gregorio, introdotto centinaia di doti nel monastero. Però, non potei
trattenermi dal riferire a mia madre l’accaduto; al quale rapporto essa mi
promise che avrebbe cercato di accomodare l’argomento della dote in modo più
confacevole ai pregiudizi delle monache. Ne feci pure in privato qualche cenno
alla badessa.
«Che posso farvi, figlia mia?» rispose essa. «Dall’altrui
cattiveria salvatevi pur voi, come Dio vi ispirerà! Questo soltanto posso
confidarvi che, se per vivere nel mondo di fuori, ci vuole prudenza come tre,
qui dentro, credetemi, ce ne vuole come trenta. Nel mondo, le passioni, facili
a dissiparsi, sono pur facili a lasciarsi maneggiare; ma, chiuse, compresse,
condensate dentro questo vaso angusto, esplodono talora con siffatta violenza,
da paralizzare l’intrepidezza e i calcoli del più insigne diplomata. A
garantirvene, dunque, figlia mia, vogliate pur voi armarvi di un tantino di
ipocrisia! C’è mensa senza sale? Del pari, senza l’ipocrisia non si campa.
Seguite questo mio consiglio, ve ne troverete contenta».
Col consenso dei superiori fu pregato un mio parente di
rilasciare a mio favore un omologo di ducati 1000, di cederlo al monastero per
compimento della somma di ducati 1800, e finalmente di obbligarsi a pagare ogni
anno ducati 50 d’interesse. Accomodata la faccenda così, e fatti i rimanenti
apparecchi, si destinò il primo giorno d’ottobre alla funzione dei miei voti,
giorno anniversario della mia vestizione.
Dovetti interrompere del tutto le private letture, ed
abbandonarmi per più settimane alle pratiche di consuetudine. Nei dieci giorni
che precedettero quello, mi furon dati gli esercizi spirituali, ed il canonico
predicò al parlatorio.
Dicono i preti la professione esser un secondo battesimo
che lava tutti i precedenti peccati; la donna che morisse al momento di
pronunziare [113]i voti monastici, andrebbe difilato in paradiso, nello stesso
modo che fa l’anima del bambino morto subito dopo il battesimo.
Lettore accorto, traete da per voi solo le applicazioni
pratiche di tale dottrina!
Pretendono eziandio i preti, che qualunque grazia si
richieda in quel momento, Iddio è forzato a concederla. Domandai due grazie in
quel momento: il sentimento salutare della mia vocazione monastica, ed il
risanamento della povera Giuseppina. Non ottenni né l’una né l’altra.
Giuseppina passò, di lì a poco, a miglior vita, ed io col tempo mi diedi in
preda alla disperazione.
Parlando delle dottrine dei confessori nell’interno del
monastero, non passerò in silenzio una pratica di espiazione, alla quale le
monache di San Gregorio attribuiscono infallibile virtù. Havvi al lato destro
del comunichino una scala magnifica di marmo, chiamata la Scala Santa,
che è stata l’oggetto di una bolla pontificia. Tutti i venerdì del mese di
marzo, la comunità intera, cominciando dalla badessa fino all’ultima conversa,
è nell’obbligo di salire quella scala colle ginocchia, recitando una prece ad
ogni gradino. Coll’adempimento di questa pratica si guadagna a ciascun passo
una nuova indulgenza, insino a che, pervenuta all’alto della scala, sia la
monaca purgata completamente da qualunque peccato d’intenzione o di fatto; e
ben s’intende che il direttore spirituale del confessionale, interprete della
bolla d’indulgenza, non è mai lento ad applicare alla coscienza delle sue
penitenti il portentoso Toties Quoties. Laonde, se pel lavacro della
professione spariscono tutti indistintamente i peccati commessi durante
l’educandato ed il noviziato, la
Scala Santa è ancora lì per nettare più volte all’anno
il velo da ogni macchiarella avvenuta dal giorno della professione in poi, e
sino al limitar della vecchiaia.
Una parola ancora intorno agli esercizi spirituali.
L’ammissione a’ voti richiede un preventivo esame; quest’esame della vocazione
lo subii dal vicario generale della Chiesa napoletana.
È stato in origine istituito per esplorare il libero
arbitrio della novizia; ma, come tutto degenera in questo mondo, quell’esame
non è più che una mera formalità. Ecco alla sfuggita un saggio delle oziose
interrogazioni rivoltemi:
«Se dal palazzo reale vi pervenisse l’invito ad una festa
da ballo, e dalla superiora otteneste il permesso d’uscita, vi sentireste
tentata di andarvi?».
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Risposi subito di no.
«Se in questo momento, almeno, si presentasse una carrozza
con quattro bellissimi cavalli e splendido equipaggio, e foste invitata a fare
una passeggiata lungo la riviera di Chiaia, ne uscireste?».
Risposi del pari negativamente.
«Se alla morte di una donna regnante venisse per avventura
offerta a voi la sovranità, rinunziereste, per un serto effimero e periglioso,
all’alto onore d’esser chiamata sposa del Figliuolo di Dio?».
Non so però quello che avrei risposto, se invece mi avesse
domandata:
«Il vostro cuore è morto all’amore?»
«Se il vostro amante vi si buttasse ai piedi e vi giurasse
di condurvi oggi stesso all’altare, esitereste ad uscire?».
L’interrogatorio schiva con esimia destrezza
quest’arcipelago di scogli, e naviga soltanto nel pelago imperturbato delle
inezie.
Ad evitare il caso che la donzella palesi in quell’esame
l’aborrimento suo allo stato che ha poc’anzi abbracciato per violenza dei
parenti e per sobillamento del confessore e per amorosa disperazione, la
diplomazia clericale decreta di strappare sull’istante lo scapolare alla
giovinetta che sdrucciolato avesse in simili confessioni, e di sfrattarla dal
chiostro nell’intervallo di 24 ore dicendole:
«Vattene colla gente perduta! Indegna sei di convivere colle
spose di Gesù Cristo!».
Questo duro insulto, che nessuna ha il coraggio di
affrontare, rende vano lo sperimento del noviziato e fa sì che la donzella si
trovi moralmente vincolata sin dal momento che ha preso il velo.
Venne alfine l’ultimo e definitivo giorno.
La mattina del l ottobre presentossi primo il canonico,
che mi trattenne nel confessionale dalle 7 fino alle 11, ora in cui doveva
darsi principio alla funzione.
A poco a poco la chiesa si riempì di invitati: ne fu
stipato perfino il portico. V’erano parecchi distinti personaggi, fra i quali
un principe reale di Danimarca (attualmente regnante), condottovi dal general
Salluzzi. Egli viaggiava da incognito, compiva appena il quarto lustro, ed era
d’un’avvenenza peregrina. Tanto il generale che il principe, indossavano
l’abito di gaia, e portavano la fascia di San Gennaro.
Dal cardinale Caracciolo fu cantato il pontificale,
terminato il quale, gl’invitati rifluirono affollatissimi vicino al
comunichino, ove
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io m’avanzava, fiancheggiata da quattro monache, con in mano delle fiaccole
accese.
Due di esse mi presentarono svolta una pergamena, portante
in lingua latina la formula del giuramento, contornata da immagini di Santi in
acquerello, e da indorati arabeschi.
Doveva leggerla ad alta voce: la voce mi mancava.
Incominciai a leggerla sommessamente: m’intesi dire: «Più
forte!».
Feci uno sforzo per alzar la voce, e pronunziare i quattro
voti castità, povertà, ubbidienza e perpetua clausura…. La voce
intoppò, e dovetti per un momento soffermarmi.
In quel momento appunto, la candela accesa, che una delle
monache teneva, scappatale di mano, cadde in terra e si spense. Singolare
augurio!
Finita la lettura, vi apposi la propria firma, come fecero
pure la badessa ed il cardinale.
Frattanto nel mezzo del comunichino eravi disteso a terra
un tappeto. Mi fecero coricare boccone su di quello, quindi mi coprirono tutta
con una nera coltre mortuaria, portante nel mezzo un cranio ricamato. Quattro
candelieri con torce ardevano a’ quattro lati: la campana andava suonando
lugubremente i tòcchi dei morti, cui ad intervalli rispondevano alcuni gemiti,
partiti dal fondo della chiesa.
Poco appresso, il cardinale, voltosi verso di me, mi evocò
tre volte colla seguente apostrofe: «Surge, quae dormis, et exurge a mortuis,
et illuminabit te Christus!» cioè: O tu, che dormi nella morte, déstati!
Iddio t’illuminerà!
Alla prima invocazione le monache mi scovrirono dal
mortuario drappo: alla seconda m’inginocchiai sul tappeto; alla terza balzai in
piedi e m’appressai al portello del comunichino.
Un’altra frase latina, non meno mistica di quello che lo
sia la precedente, mi percosse l’udito: «Ut vivant mortui, et moriantur
viventes». La lingua morta del Lazio chiama tuttora morte la vita sociale:
la lingua di Dante e dell’Italia rigenerata chiama al contrario morte la
monastica inerzia.
Alfine il cardinale benedisse la cocolla benedettina, che
indossai sopra la tonaca, e poscia mi comunicò. Vennero allora a baciarmi prima
la badessa, poi le monache tutte per ordine gerarchico; e, dopo una breve
predica, la funzione terminò.
Allora gl’invitati salirono al parlatorio, dove furono
serviti di dolci e rinfreschi. Per aprir la porta e farmi ricevere le solite
congratulazioni [116]si aspettò che mi fossi un poco rasserenata. Intanto, per
mezzo del generale il principe di Danimarca mi domandò se era contenta
d’essermi fatta monaca: alla mia risposta affermativa il suo volto si compose
all’incredulità.
Volle osservare la mia cocolla; era di lana nera con
lunghissimo strascico, e larghe maniche: ultima ricordanza del monacato di
madama di Maintenon.
Usano le monache offrire un mazzo di rose artificiali al
cardinale, ed un altro a ciascheduno dei vescovi che hanno assistito al
pontificale. Ne presentai pur uno al principe, che accolse il dono con
gentilezza.
«Rose morte da una morta» disse a S. A. il mio
benefattore.
«Andiamo, generale» rispose colui: «Non reggo più nel
vedere questa giovane, tanto barbaramente immolata».
Uscita la gente, i ferrei cancelli del monastero tornarono
a stridere su’ loro cardini. D’allora in poi, mi separava dal mondo un baratro,
secondo ogni apparenza, insuperabile.
Non doveva più avere né madre, né sorelle, né parenti, né
amici, né sostanza alcuna; aveva abdicata perfino la mia personalità.
Eppure nel fondo dell’animo mio sentiva vivo e palpitante
ancora il sentimento, che mi muoveva a convivere, idealmente almeno, co’ miei
simili.
Aveva fatto alla comunità il sacrifizio della mia persona,
ma non già quello della mia ragione, che è un diritto inalienabile. Più alta di
san Benedetto imperava nella mia coscienza la voce di Gesù Cristo, il cittadino
dell’universo, il distruttore delle sette, delle caste, degli associamenti
parziali, il rinnovatore della famiglia, della nazione, dell’umanità, riunite
in una sola legge d’amore e di conservazione.
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