|
«Venite» scrive san Matteo, «venite, benedetti di mio
Padre, poiché ho avuto fame, e mi avete dato da mangiare; ho avuto sete, e mi
avete dato da bere; era senza asilo, e mi avete accolto; nudo, mi avete
vestito; malato, e mi avete visitato; prigione, e siete venuti a me. Allora i
giusti gli diranno: Signore, quando, vedutovi affamato, vi abbiamo
satollato?... Ed il re loro risponderà: In verità, ve lo dico, ogni qual volta
l’avete fatto a taluno dei piccoli miei fratelli, l’avete fatto a me».
Da questi detti fu ispirato san Benedetto, allorché
scrisse nella sua Regola:
«Quanti vi chiederanno soccorso, siano accolti come Cristo
stesso; poiché vi dirà: Ospite fui, e mi avete accolto».
Le anime si schiusero alla carità, dacché la carità
s’incarnò in Gesù Cristo. Da quel punto la beneficenza si organizza in grandi
proporzioni: erigonsi ospizi, costruisconsi foresterie, si fondano ordini
ospitalieri; i trovatelli, gli orfani, i malati, i poveri, i vecchi, i ciechi,
gl’invalidi, i naufraghi trovano speciali rifugi. La vera ospitalità,
l’ospitalità dogmatizzata, l’ospitalità sociale vede la luce sulla culla stessa
del cristianesimo, e si esercita a favore degli esseri deboli od infelici, che
il mondo pagano opprimeva o distruggeva.
Presso gli antichi la donna non era altrimenti
considerata, che come un semplice strumento di produzione: gli stessi filosofi
la giudicarono un essere incompleto. Il cristianesimo rivela la missione di
lei, che consiste nella carità e nella devozione. In Inghilterra, in Germania,
o presso i popoli dove il cattolicismo sollevasi al livello del secolo, la Sorella di carità assiste
i malati, conforta i sofferenti, prodiga loro ogni cura nelle malattie più
schifose. La figlia di san Vincenzo di Paola visita dì e notte il vecchio
infermo, medica le sue disgustevoli piaghe, soccorre il moribondo, oppure,
divenuta madre
[119]
senz’aver cessato d’esser vergine, riscalda nel seno suo l’abbandonato bambino.
Partecipi della cristiana carità si fanno pur i forestieri, e gli stessi
pagani. È rimasto il bel nome di Maria del Soccorso alla fondatrice d’una pia
congregazione di donne, che si dedica al sollievo de’ poveri stranieri. Le
religiose betlemmite facevan voto di servire i poveri malati ancorché
infedeli, ed a’ giorni nostri la fama di madamigella Nightingale risuona
caramente sì nell’antico che nel nuovo emisfero. «Non v’ha forse nulla di più
sublime e più toccante in terra, dice un eminente filosofo, quanto il
sagrifizio, che un sesso delicato fa della giovinezza, della bellezza, spesso
dell’alta nascita, per sollevare negli spedali quell’ammassamento di umane
miserie, di che lo spettacolo è tanto umiliante all’orgoglio, quanto ributtante
a’ nostri sensi».
Da questa carità, divinizzata da Cristo, inculcata da
Benedetto, umanamente praticata dal clero dell’incivilita cristianità, quanto
lontani sono i frati e le monache dell’Italia meridionale!
Dice di loro un antico proverbio, suggerito dall’esperienza:
«Si uniscono senza conoscersi, convivono senz’amarsi,
muoiono senza piangersi.»
Pochi proverbi sono nella bocca del popolo più veraci di
questo:
«La religione di que’ Tartufi non è, che un oggetto di
biancheria: lo indossano, e se lo levano a lor talento: quando è sudicio, lo
mandano alla lavandaia.»
Chiesi l’ufficio d’infermiera, e l’ottenni di leggieri,
poiché la maggior parte delle monache lo ricusavano. Ve n’erano talune, che non
eransi degnate mai di esercitarlo, come altresì ve n’erano dell’altre, le
quali, perché affette da mali cronici, non vedevano le loro compagne da due o
tre anni. Nel corso della malattia, e dopo la morte, si suol tessere il
processo della suora: gran parte della giornata è spesa nel commentario. Si
discute per qual fallo Domeneddio le ha mandata tale o tal altra sofferenza, e
quindi la si colloca all’inferno od al purgatorio a seconda delle rispettive
passioni.
Il triennio della rigorosa badessa non aveva piaciuto alla
comunità. Nelle sue veci fu a pieni voti (meno il mio) eletta la frivola
maestra.
Una delle precedenti badesse, che molti cordogli avea
sofferti durante il suo governo, venne in quel mentre a morire. La malattia fu
dolorosa, l’agonia lunga e terribile. Affollate intorno al letto di morte della
misera, le monache si dicevano ad alta voce: «Soffre così, per cagione del suo
pessimo badessato: Dio la castiga».
[120]
Venne a morte una vecchia conversa, la quale aveva portata
una piaga, che dal tallone estendevasi al ginocchio. Mentre io la medicava,
suonò il divino ufficio. M’affrettai a scendervi, ma perché la medicatura prese
del tempo, trovai la recita del coro incominciata, benché non vi salmeggiassero
che cinque sole monache, essendo le altre disperse pei confessionali e pei
parlatorii. Fui censurata dalla badessa per quell’opera di carità; mentre alle
altre, che scandalosamente stavansi infrangendo la disciplina, non ebbe nulla a
dire.
È usanza nel monastero che le morte, dopo vestite, si
pongano in terra: reliquia pur questa delle basiliane tradizioni. Quattro
converse sono destinate a quest’ufficio. Una di esse, demonio sotto le forme di
monaca, non voleva una notte d’estate interrompere il riposo del proprio letto
per apparecchiare l’estinta compagna. L’ammonii vivamente, e s’alzò; ma,
afferrato il cadavere per una gamba, e furiosamente trascinatolo in mezzo alla
stanza, disse crucciata:
«Per la
Madonna, non sapevate far così?».
Lo scoppio, che fece il capo della trapassata nel battere
su’ mattoni, mi fa tuttavia raccapricciare: i becchini userebbero agli appestati
più carità! Ricorsi alla badessa contro quell’atto inumano:
«Quest’affare» rispose, «riguarda più la coscienza della
conversa, che il mio governo: d’altronde, fanno tutte così».
Questa medesima conversa menava la domenica una povera
cieca alla messa. Infastidita di tale ufficio, domandò di esserne esonerata;
ma, non essendo stata esaudita, un giorno precipitò la vecchia cieca dall’alto
delle scale. L’infelice per quella caduta morì.
Un’altra volta percosse sulla faccia un’inferma, perché
spesso domandava di essere voltata di fianco nel letto.
Reclamai alla badessa, acciocché quel mostro di barbarie
avesse tutt’altro incarico, meno quello di assistere alle inferme. Non fui
ascoltata.
Havvi in Napoli un numero esorbitante di dame e di
damigelle, residenti nei differenti monasteri, conservatorii e ritiri della
città: oserei dire esservi pochissime famiglie, che non abbiano uno o più
membri del sesso debole depositati, come oggetti di manomorta, in que’
ricettacoli delle domestiche superfluità. Una signora, da più anni ritirata in
un convento, fu colpita da apoplessia. Non rimessa interamente, un giorno
stramazzò a terra. Al rumore della caduta, accorsa una giovine conversa, e
trovatala sola, tutta intrisa di sangue, la sollevò da terra e la ripose sul letto.
Per quest’atto doveroso fu sgridata dalla superiora.
[121]
«Doveva dunque lasciarla morire in terra?» domandò la
conversa.
«Dovevi chiamare un’altra signora ritirata; quelle della
stessa classe se la intendono meglio tra di loro».
Né meno prive di misericordia e di compianto sono le
esequie delle monache. Un lutto sincero, un rimpianto cordiale, il tributo di
alcune lagrime sulla tomba di una defunta compagna, sono in convento fenomeni
più rari di quello che nel mondo lo siano le commozioni suscitate dal teatro.
L’apatia, che presso gli stoici era virtù, presso le monache è effetto di
calcolo e d’egoismo. E uso sotterrare le morte per lo più nella mattina: non sì
tosto il cadavere è calato nella fossa, suona il refettorio, e guai alle
converse, se, per motivo del funerale, i consueti maccheroni hanno avuto
soverchia cottura!
Bastano questi cenni intorno alla carità per le inferme ed
al rispetto per le morte: ora riferirò qualcosa di relativo ad un’altra specie
di carità.
Una contadina chiuse nel chiostro la propria figlia,
graziosa giovinetta di diciott’anni, non volendo darle per sposo il giovane che
quella amava. La badessa, condiscendente verso quante avevano voto nella
elezione triennale, usò massimo rigore a quella contadinella, non propensa alla
schiavitù monastica, ed ancor meno avvezza all’atmosfera non ventilata del
convento.
Una sera, mentre le suore erano a cena, essa discese per
attingere l’acqua. Non ritornò: si manda in cerca di lei, non si rinviene in
nessuna parte. Metà per nostalgia, metà per amoroso cordoglio, erasi essa
precipitata nel pozzo. Le monache corrono alla porteria, e fanno entrare degli
uomini, che per buona sorte estraggono viva ancora la giovinetta.
La badessa, invece di profondere a quella misera i
conforti che reclamava la circostanza, la confinò in un remoto gabinetto,
condannandola ad un mese di detenzione; ma la mattina appresso, nell’aprire
l’uscio, la reclusa fu trovata morta, appesa per la gola ad una fune.
Per conservare intatto l’asse paterno all’erede maschio,
un’agiata famiglia aveva monacato le due prime figlie, e riservava alla terza
la medesima sorte. La fanciulla è a quest’uopo da’ genitori condotta in Napoli
fin dall’anno duodecimo di sua età, e l’accompagna al cenobio un cane barbone,
ch’essa ha preso da piccolo ed allevato con amore singolare. Giunto il momento
del distacco, quest’amico inseparabile non sa persuadersi che conviene dalla
diletta
[122]
padroncina inevitabilmente disgiungersi. Più caldo nell’affetto suo che non
sono gli stessi genitori, li lascia volgere il tergo a ciglia asciutte, e
quando nel parlatorio non ravvisa più l’oggetto della sua devozione, si mette a
guaire lamentevolmente, come per supplicare la giovinetta ad affrettare il
ritorno. Non avendo i cani accesso nel convento, il frate portinaio lo
discaccia a calci; ma l’animale, indifferente ai maltrattamenti che riceve,
ratto ritorna al sito ove ha veduta l’amica per l’ultima volta, ed ivi,
sdraiato sul lastrico del portico, intirizzito dal freddo, non fa che ululare a
segno da straziar le viscere. All’ora in cui si chiudono i cancelli messo fuor
della porta, passa l’intera notte a lamentarsi; ma l’indomani, mosso il
vicinato a pietà, gli reca del pane e delle carezze. Il cane rifiuta e quello e
queste, né cessa di piangere. Pianse senza tregua per due giorni e due notti,
mentre in alto l’educanda rimaneva non meno inconsolabile. Alfine, di quel
dramma tediate le monache, deliberarono di troncarne il filo sollecitamente. Il
povero cane ucciso, chi sa come, fu, al mattino del terzo dì, trovato morto...
all’orlo del sepolcro vivo della sua padrona.
Al tempo del debole governo di mia zia, una monaca volle
congedare la sua conversa per prenderne un’altra che più le aggradiva. La
conversa, che non poteva capacitarsi di ciò, si buttò più volte a’ piedi della
padrona, ma la trovò inesorabile: ricorse al frate confessore di quella, ma pur
senza profitto. Al penultimo giorno del servizio sparì; si cercò dappertutto,
in ultimo si scese nella cantina: erasi rannicchiata sotto un ammasso di
fascine. La padrona ordinò che la fosse tirata di là sotto, e a viva forza
trascinata alla porteria. La poveretta, che urlava come matta, nel passare
innanzi ad una cappella, gridò imprecando: «Signore, muoia chi ci ha colpa!».
Per una curiosa combinazione, tre mesi dopo, il monaco cadeva in via dei
Tribunali colpito da morte istantanea.
Due converse servivano la medesima padrona: una era
giovane, l’altra vecchia. La prima, piuttosto sguaiata e pazzarella, non
potendo più lungamente tollerare le ammonizioni dell’attempata, concepì lo
scellerato disegno di farla morire, condendole l’insalata coll’olio di
verderame. L’infelice, travagliata da vomito e da acerbissime doglie viscerali,
stava vicina a perire, senza che alcuna di noi ne penetrasse la causa. Per
buona ventura accortosi il medico dell’agente deleterico e praticata una visita
minuziosa nella cucina, vi trovò l’olio divenuto verde per un pezzo di rame in
esso intinto. I rimedi giunsero opportuni, e la vecchia fu salva.
[123]
Non rifinirei mai, se volessi qui raccontare tutti i
tratti d’inumanità che all’insaputa delle leggi dentro i recinti del chiostro
impunemente si commettono. Viva tuttora conservasi nella memoria del pubblico
napoletano la ricordanza de’ sotterranei scoverti l’anno 1848 nel monastero de’
Gesuiti (evacuato pel loro esilio) e dell’ossuario di neonati rinvenuto in una
di quelle orride cripte. Ma io non voglio citar avvenimenti, di cui pur non
possa guarentire la realtà; perloché tralascio gli ulteriori esempi, e passo ad
altro argomento dì non minor rilievo.
[124]
|