Un concetto critico, suggerito al padre della filosofia
storica alemanna dall’esame del genio monastico, contiene materia per più
volumi.
«M’intenerisco» dice il profondo Herder «alla vista di
quella soave solitudine delle anime, che, stanche del giogo e della
persecuzione de’ loro simili, trovano in se stesse il riposo e il cielo...! Ma,
appunto per questo, s’appalesi più energico il nostro disprezzo per quell’isolamento,
generato dall’orgoglio e dall’egoismo, che, schivando la vita attiva, ripone i
destini del genere umano nella contemplazione, nell’apatia, nella penitenza; si
pasce di fantasime, e lungi dallo spegnere le passioni, fomenta la più vile di
tutte, un orgoglio tirannico e indomabile... Siano maladette le apologie che
alcuni ciechi o perversi interpreti della scrittura fecero del celibato o della
vita inerte e contemplativa! Maladette le false impressioni, che un’eloquenza
fanatica può scolpire ancora nel cuore della gioventù, dopo d’avere per sì
lungo tempo deturpata la ragione umana!».
Generoso disdegno! Quanto di positivo sto per registrare
qui appresso in proposito, non ne sarà che l’umile, ma verace commentario.
Ha la patria di Enrico VIII e di Shakespeare un vocabolo
espressivo, che manca alle altre lingue. Priestcraft suona “frode
pretesca”, e prova che il clero è dappertutto infetto dallo stesso vizio.
La lingua nostra ha un’altra particolarità: applica la
stessa denominazione al negoziante e al monaco; hanno entrambi una professione.
Far voto di povertà, che cosa significa a’ nostri giorni?
Uno de’ due: o per oggetto di lucro trafficare sotto la cocolla, od al coperto
dell’invidia e delle pubbliche imposte godere in pace imperturbabile le
sostanze proprie e quelle d’altrui.
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E le monache come osservano questo voto solenne?
Vestono esteriormente una tonaca di ruvida lana, ma però
di sotto fanno uso della biancheria di tela finissima, e po v i
fazzoletti, di quella di Olanda ed anche di batista; nei giorni festivi portano
sospese al fianco delle corone incastonate in argento, e sovente dorate. E ben
vero, del resto, che l’abito non fa il monaco.
Il voto d’umiltà vieta loro il letto a spalliere di ferro,
ma quello di povertà concede tre materasse di morbida lana, origliere imbottito
di piume e parato di merletto antico. Il cortinaggio, qualche volta magnifico,
sta sospeso ad un anello di ferro attaccato alla soffitta.
Non possono tener oggetti di lusso sopra i comò; ma in un
armadio a muro tengono riposto prezioso vasellame, e la più antica porcellana
della China.
È proibito di ritenere molto denaro nella propria stanza;
havvi però nel monastero un luogo, chiamato il “deposito”, dove tutte
separatamente conservano il loro numerano.
In quanto al vitto, l’astinenza loro non la cede neppur a
san Giovanni il Digiunatore. Mangiano quattro piatti la mattina, uno dei quali
è sempre di pasticceria, ed un piatto la sera; il pane, di sopraffina qualità.
Hanno il costume divoto di non mangiare frutte fresche il giorno di venerdì, il
che però non impedisce che le mangino giulebbate a discrezione.
Possono fare un complimento, ovvero mancia, di
ducati quattro al mese: la superiora può darne sino ad otto, ed il vicario può
disporne fino a dodici. Volendolo fare di centinaia, fa di mestieri premunirsi
d’un permesso, che si ottiene dall’Eterna Città.
Ciascheduna delle monache ha un particolar santo
protettore, cui suol celebrare una gran festa. Questa solennità richiede più
settimane di cure e di preparativi. Tutte fanno a gara di renderla più
splendida, contraendo debiti in mancanza di denaro, o sciupando il loro avere
in oblazioni ai preti, in mancie ai monaci, in complimenti a’ chierici che
uffiziano in chiesa e servono le messe.
Usano lo stesso all’occasione delle loro feste
onomastiche; né è a dire lo scialacquo che vi si fa nei giorni di Pasqua e di
Natale. Ma l’occupazione principale, la summa rerum del convento, sta
nella confezione de’ dolci.
La confezione de’ dolci è nei monasteri di donne ciò che
la focaccia è nell’harem. Ciaschedun monastero ha la sua specialità, ed
una particolare rinomanza: questo è famoso per le sfogliatelle, quello
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per le barchiglie, l’altro per la pasta reale, un altro per i biscottini,
per le monacelle, per i mostaccioli, ecc., ecc. Per una
sfogliatella impastata dalle Carmelitane della croce di Lucca, il napoletano di
buon gusto rinunzierebbe alle delizie dell’ananasso.
Ogni monaca è padrona del forno per fare dolci durante una
giornata intera, la quale comincia dalla mezzanotte del giorno precedente; ma
come talora non basta a quell’uffizio un solo dì, la monaca ricorre al secondo
e qualche volta al terzo, ragion per cui le povere converse si muoiono di
sonno, e parecchie di loro ne cadono malate. Più d’una vecchia incanutita nel
chiostro disse a me stessa di non aver veduto ancora le funzioni della
Settimana Santa, non avendo in quella ricorrenza avuto giammai libero un
momento per entrare nel coro e guardare in chiesa. Un monaco, che in sul venir
della Pasqua faceva il quaresimale condito di sacra erudizione e di facondia,
vide l’uditorio suo scemare di giorno in giorno, e finì col restare in chiesa
poco men che solo. Le monache erano occupate a preparare le loro pasticcerie.
Il predicatore non avendo vedute una volta che sole sei uditrici, mentre aveva
diritto a più che settanta, interruppe l’orazione e scese dal pulpito, a più
riprese borbottando:
«Che bel gusto di predicare a delle Saracene!».
Nella distribuzione poi dei dolci i parenti hanno sempre
la peggior parte. E sapete perché? per consiglio dei preti. I preti e i
confessori, più che ad altro evangelico precetto, fedeli a quello che dice:
«Chi ama suo padre o sua madre più di me, non è degno di
me. Se qualcuno viene a me, e non odia suo padre e sua madre e sua moglie e i suoi
figli e i suoi fratelli e le sue sorelle e la sua vita, non può esser mio
discepolo»; fedeli, dico, a questo precetto, snaturarono gli affetti domestici
di quelle donne, persuadendole che padre e madre e fratello e sorella e vita
delle penitenti sono essi loro esclusivamente. Per tal modo isolate, esse
divengono più accessibili all’impero dei loro padri spirituali, i quali
frattanto insaccano la più scelta e più lauta dispensa delle pasticcerie.
Sul proposito del disamoramento alla famiglia, mi tornano
in mente delle anomalie, di cui piacemi addurne qualcuna.
Due monache sorelle trovavansi un giorno a far l’orazione
mentale nel coro, misurando, come a’ tempi del Decamerone, l’ora della
preghiera colla clessidra. Avevano esse un fratello solo, impiegato nella
diplomazia. Fu suonato il loro tòcco alla porta, e la conversa corse a vedere
di che trattavasi. Giungeva loro un messaggio
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funesto: compromesso col governo nella sua gestione, quel fratello erasi
bruciate le cervella con una pistola, e morì all’istante.
«Chi è? Che c’è?» domandarono alla conversa, ritornata con
volto pallido.
«Il servitore del signor principe...»
«Che cosa vuole?»
«Il vostro signor fratello...» e qui la conversa si fermò.
«Ma, santo Iddio, volete finirla?... È forse malato?»
«Maramè!» esclamò la conversa; «è morto!»
«Madonna del Carmine! Morto!... Come è morto?»
«Si è ammazzato». E narrò il fatto.
Si guardarono un momento in volto le due sorelle:
sollevarono gli sguardi al cielo, congiungendo le palme, indi col massimo stoicismo:
«Anna!» disse questa.
«Camilla!» esclamò l’altra.
«Iddio l’abbia in gloria! L’ampolla scorre: terminiamo la
meditazione!».
Non riparlarono del suicidio del fratello, se non che
sedute alla mensa comune, fra il lesso e l’arrosto, secondo il detto volgare.
Ad un’altra suora giunse per lettera l’annunzio della
morte di sua sorella; in quel momento suonava la campana del refettorio.
«Non divulgare per ora questa disgrazia» disse la suora
all’orecchio della conversa: «mi converrebbe astenermi dal pranzare stamani, e pe
l’anma de paterna, me muorr di famme!».
Tornando al voto dell’umiltà dirò, che rare come le mosche
bianche sono le monache, le quali non facciano insolente ostentazione dei loro
nobili progenitori. Non ricevono l’educande se non hanno appartenuto alle
famiglie degli antichi Sedili di Napoli; San Gregorio Armeno è da tempi remoti
consacrato a quelli di Porta Capuana e di Nido. Egli è perciò che due
giovinette, figlie di padre plebeo e di madre nobile, non sono state accolte
nel monastero, prima di avere formalmente promesso che avrebbero d’allora in
poi ripudiato il cognome paterno ed adottato quello della madre.
Nelle loro contese vengono sempre a discussione di chi è
più nobile dell’altra:
«Voi non avete avuto che un conte pezzente, ed anche
quello cadetto di famiglia. La buon’anima di mio trisavolo, il tale, riuniva
nel suo scudo tutti i titoli di feudatario; principe di *, duca di *, marchese
[128]di *, conte di *, e di soprassello fu consigliere del Re Cattolico e
grande di Spagna».
«E vero questo, ma discendeva da razza bastarda: lo sanno
anche i piccirilli».
«E l’arma vostra quante e quante brutture non porta in
fronte! ». Ve n’erano di quelle che, allorquando passar doveva una processione,
reclamavano il primato in tutto, financo sui belvederi: al loro arrivo le altre
dovevano cedere il posto incontinente; né esitavano di far alzare quelle che
ascoltavano messa, se per caso avevano occupato un posto che loro aggradisse di
più.
Un predicatore severo e propenso al cinismo si prese
l’ardire di riprendere le monache sul tenore di vita che menavano. Gli
mandarono a dire che non dovesse trattare in quella guisa le figlie di
principi, duchi, conti; baroni napoletani. Il Barnabita, giustamente indignato
di quell’impertinente avvertimento, nel fare un giorno alla presenza di
numeroso uditorio il panegirico di san Giuseppe, schiccherò bella e buona
l’imbasciata che le umili serve del Signore gli avevano mandata.
Vi sono infine taluni chiostri dove la superiora si fa
baciare il ginocchio, ed altri ancora dove si fa baciare, a guisa di papa, la
pantofola. In quanto all’ignoranza di coteste badesse, con quali colori la
dipingerò? Un uomo del mondo stenta a farsi un’idea dell’ingenuità con cui ne
menano vanto.
Una di esse, nata in Napoli e non mai allontanatasi dai
contorni di questa città, affermava ad un crocchio di giovani monache che,
sebbene entrata nel monastero all’età di 32 anni, non aveva giammai visitato il
Museo Borbonico (oggi Nazionale), né posto il piede nel teatro di San Carlo, né
veduto l’interno della villa reale. Erale ignoto di fatto perfino
l’appariscente e centrale tempio di San Francesco di Paola.
A parere di questa medesima, quanto spacciano gli
archeologi intorno alla catastrofe di Pompei non era che pura fanfaluca. Pompei
fu città abitata altra volta da una genìa di eretici, che nel mezzo del foro
fecero sfracellare a forza di martello la statua miracolosa di san Gennaro.
Fremente la sovrastante montagna all’aspetto di tanta baldanza, eruttò
immantinente quel diluvio d’ardenti ceneri che seppellì per sempre l’eretica
città.
Presso un’altra badessa io era stata denunziata di legger
libri mondani, ossia estranei alle materie ecclesiastiche. Spiata a mia
insaputa, fui dalla superiora stessa còlta in flagrante col libro in mano.
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«Che state leggendo di buono, figlia mia? Lasciatemi
vedere!» diss’ella.
Non essendo più a tempo di celarmi, mi convenne porgerle
il libro, non senza viva inquietudine rispetto alla giustificazione che
bisognava addurne. La badessa si mise gli occhiali, e lettone il frontispizio,
mi restituì chiuso il volume, dicendo:
«Memorie di sant’Elena; ah! la vita della madre di san
Costantino! Quanto è calunniata sempre questa povera figliuola!».
Era il Memoriale di Sant’Elena! Poco dopo io mi
assicurava che l’egregia superiora di San Gregorio ignorava il nome e la fama
di Napoleone il grande.
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