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La privazione della libertà, l’uniformità del vivere, la
monotonia delle impressioni, la frivolezza della giornaliera conversazione e,
nella maggior parte delle monache che si trovano dalla fanciullezza nel
chiostro, la scarsissima educazione ricevuta, fanno sì che la terza parte di
loro o siano matte del tutto, o fissate almeno su di qualche cosa. Questo
inconveniente, provocato dalle stesse cause, è stato da lungo tempo notato
anche nelle prigioni di penitenza a sistema cellulare. E se funesto alla
ragione del carcerato risultò l’isolamento ne’ climi meno temperati dell’Europa
e ne’ più freddi dell’America, quanto più funesto deve essere nelle regioni
calde e massimamente nelle vulcaniche, dove l’uomo non può senza danno
gravissimo separare la propria esistenza dal bisogno di mantenere le mentali e
corporee facoltà in attività permanente?
Non è stata intrapresa ancora l’igienica statistica della
clausura: sarà uno studio ferace di utili risultamenti. Nell’aspettativa di
tale lavoro, siami permesso di segnalare qui appresso alcuni casi altrettanto
degni dell’attenzione del governo che della pubblica curiosità.
Una monaca non poteva o non voleva toccar mai la carta; il
contatto con quella materia le avrebbe procurato le convulsioni. La conversa
non si dipartiva giammai dal suo fianco. Quando la padrona recitava l’uffizio,
quella le voltava le pagine; al ricevere qualche lettera, doveva dissuggellare
e tener spiegato il foglio dinanzi alla monaca, finché questa ne avesse
terminata la lettura. Per essere quindi padrona dei suoi segreti, era costretta
di tenere al suo servizio delle converse, che non avessero appreso l’alfabeto.
Un’altra, quando ne’ giorni festivi ascoltava la messa,
cadeva in una specie di catalessia; se una corrente di vento le avesse agitato
il lembo della cocolla, mettevasi subito a brontolare, ma senza muoversi
[131]minimamente. Avvenne una volta, che un’altra monaca, la quale stavale
vicino, svenne e precipitò colla testa sulla sua spalla: essa continuò a
starsene immobile come se nulla fosse stato, e probabilmente avrebbe lasciato
andare a terra la svenuta, se io e le altre monache non fossimo accorse a
sostenerla e adagiarla sulla seggiola.
Ho conosciuto un’altra che, quando stavasi malata, puntava
degli spilli intorno intorno alle lenzuola del letto: poi, rannicchiatasi dove
si tengono i guanciali, rimaneva ferma in quella posizione, acciocché (diceva)
non si guastasse la maravigliosa simmetria del letto.
Ve n’era un’altra che faceva bambolini di cenci, e
dondolandoli al seno diceva ch’erano i suoi figli. Né dimenticherò due vecchie
lunatiche, di cui l’una discorreva sempre con Giovacchino Murat e con Ferdinando
I, l’altra, nel sentire i tamburi, gridava: «I Francesi! Ecco i Francesi!».
Costei una notte si gettò nel pozzo, donde fu estratta cadavere.
Ma il monastero, dove più grande è il numero delle matte,
si è quello delle Romite, le cui orrende e veramente braminiche austerità
conducono più presto alla demenza. Questa tomba di vive fu fondata da una
pinzochera, semialienata di mente, coll’approvazione e sotto il patrocinio
della Chiesa romana.
Ho detto altrove, se il lettore se ne ricorda, che la conversa
della zia badessa mi aveva fatta una spiacevole impressione appena l’ebbi
veduta. Di lì a pochi giorni mi confermai che quella donna aveva non so che di
bizzarro, come nel carattere del sembiante, così nei modi e nelle abitudini.
Angiola Maria, dedita tutta all’adornamento della sua
disamena persona, trascurava insoffribilmente di servire me e mia zia; basti il
dire che mi fece dormire una settimana senza mai rifare il letto. Dissi più
volte alla badessa, ogni giorno svillaneggiata, perché con tanta pazienza
tollerasse quella spiritata; e n’ebbi in risposta che, sgridandola con durezza,
mettevasi nel rischio di esserne fors’anche bastonata.
Angiola Maria confessavasi regolarmente il sabato, e
trattenevasi niente meno che quattro o cinque ore nel confessionale; il
mercoledì, per rinforzo di penitenza, dopo d’avere spesa un’ora
nell’acconciatura, scendeva nel parlatorio, ove per altrettanto tempo
rinnovellava gli spirituali abboccamenti col confessore. Per cagione di sì
frequenti e lunghe assenze, mia zia doveva chiedere ad altre
[132]
quei servizi che la sua conversa non si curava di farle. Ad ogni nuovo
colloquio col confessore la diveniva più bisbetica ed usava alla povera vecchia
maggiori insolenze.
Io amava molto mia zia, e non vedeva i suoi patimenti
senza rammarico. Avrei voluto mettervi riparo: ma poteva io ricorrere ad altro
superiore appello, poiché nelle mani d’essa lei stava il governo del monastero?
In questo mentre passava a miglior vita l’altra mia zia
Lucrezia, e lasciava due converse, che vennero al servizio nostro. Io mi presi
la più giovane, chiamata Gaetanella.
Angiola Maria, cervello balzano, ingelositasene, mise alla
tortura la badessa ogni qual volta la trovò sola; ma non so per quale
straordinaria mancanza, la fu un giorno sgridata dalla mia zia nel corridoio.
Io stava a qualche distanza da loro, sicché non ne fui veduta.
La conversa avanzatasi sulla badessa, le diè una gagliarda
botta; la vecchia barcollò, e sarebbe caduta, se una porta vicina non le avesse
servito di sostegno. A tale vista io misi un grido, e fu appunto nel momento
che Angiola Maria si accingeva a più grave aggressione.
Volai presso alla zia, le presi il braccio, ed
abbandonandomi ad un giusto sdegno, ordinai alla conversa di ritirare
immediatamente il suo letto dalla stanza della badessa, e di non mettervi più
piede, minacciando di rovesciarla dalla loggia nel giardino se disubbidiva.
Parecchie monache, attirate dalle mie grida, saputo il
successo, mi diedero ragione; ma le converse attruppate al fondo del corridoio
andavano susurrando, che io non aveva il diritto di farlo. Dato da bere alla
zia, che tremava per l’agitazione sofferta, mi portai dalla priora, affine di
pregarla che intimasse ad Angiola Maria l’ubbidienza ai miei ordini. La priora
vi acconsentì, talché la conversa espulsa dal servizio della badessa dovette
prestarsi a quello della comunità.
Cotesto fatto accadeva durante il periodo del mio
educandato. Sino a tanto che non presi il velo, quella donna, incontrandomi,
abbassava gli occhi, masticava fra i denti qualche parola di dispetto, e, se lo
poteva, cangiava di strada. Ma il suo contegno entrò coll’andar del tempo in
una fase diversa.
Mi fu detto la sera della mia vestizione avermi dessa
apparecchiato un piccolo dono, e voler sapere se l’avrei accettato di buon
grado. Risposi che ad un fatto passato non pensava più.
Angiola Maria venne da me tutta ben vestita e adorna, mi
presentò [133]il regalo (è questo uso del monastero nei giorni di vestizione o
di professione), e si estese in iscuse sull’avvenimento che mi aveva crucciata
seco lei. Le ripetei aver posto il tutto in dimenticanza. Da quel giorno
avvenne in lei una metamorfosi: l’orso diventò agnellino. Ogni volta che
m’incontrava, atteggiavasi d’insinuante mansuetudine, chiedeva conto della mia preziosa
salute, cercava l’occasione di prestarmi i suoi servigi, e se io era
indisposta, impadronivasi della mia stanza per tenermi compagnia.
Ciò nonostante, i suoi discorsi mi stuccavano oltremodo, e
il suo sguardo equivoco mi spaventava. Ragionava essa perpetuamente del suo
confessore, vagheggiava le proprie forme, il buon gusto del suo vestire, e di
tratto in tratto lagnavasi del tradimento fattole dalle due converse della zia
Lucrezia, tradimento (a suo dire) tramato ed eseguito con lo scopo di strapparle
la sua diletta ragazza, ch’era io. Insomma mi confermava ogni giorno più
nell’opinione, che il cervello di quella femmina non si trovasse nello stato
normale.
Di lì a qualche tempo, lo sconcerto mentale dispiegavasi
in un modo orribile.
Alzavasi di notte tempo, per vagare a guisa di spettro,
ricusava il cibo, e cadeva ora in isconcie farnetichezze, ora in una cupa
fissazione, che prolungavasi fino ad otto o dieci giorni.
La pazzia, per mala sorte, le ispirò uno strano desiderio;
quello di rientrare al mio servizio particolare, acciocché, diceva, la passata
noncuranza si mutasse a suo favore in affettuosa predilezione. A tal fine non
rifiniva d’importunarmi, sostenendo che dovessi allontanare Gaetanella, e
riprender lei. Gaetanella dall’altra parte, e con più ragione, pretendeva che
non dovessi più ricever la matta nella mia stanza. E quando io le diceva: «Ma,
non vedi che la sventurata è pazza?» essa rispondeva:
«Pazza! scusatemi: è pazza per utile suo».
«Se adunque dissimula, a quale utile aspira? ».
A questa domanda, Gaetanella si mordeva le labbra, e
serbava silenzio imperturbabile; il che veniva da me attribuito al risentimento
che la muoveva contro la compagna. Anzi ad evitare qualche conflitto fra di
loro, tentai più d’una volta di proibire ad Angiola Maria l’ingresso nella mia
stanza: ma costei, prosternandosi a me dinanzi, e percuotendosi il capo con
ambo le mani, e strillando e piangendo, ripeteva le mille volte:
«Deh, non mi scacciate, per pietà! Precipitatemi piuttosto
dall’alto della loggia!».
[134]
Convinta dell’insania che l’affliggeva, e che di giorno in
giorno sviluppavasi, lasciai libero sfogo all’umanità, né feci più conto
dell’incredulità di Gaetanella.
Allora fu che gli accessi di frenesia incominciarono.
Era in quel tempo badessa quella donna inetta, che mi
aveva fatto da maestra di noviziato. L’avvertii badasse all’alienata, onde a
lei medesima e all’intera comunità non accadesse qualche disastro.
«Cerca tu stessa di calmare i suoi furori» mi rispose...
«ascolta meglio la voce tua».
«Mi credete dunque maestra di pazze? O pensate ch’io debba
starla a badare giorno e notte?»
«Non importa: ci penserà la Madonna» soggiunse la
sciocca superiora.
L’affare, frattanto, facevasi sempre più serio. A dispetto
della disciplina, Angiola Maria si era lasciata crescere i capelli, e, deposto
il velo e il soggolo, dividevasi la chioma all’uso secolaresco, dicendo di
voler uscire del convento per cercarsi un marito.
«Voi mi dite pazza» gridava ne’ momenti del parossismo
alle monache che la circondavano: «no, non sono io la pazza, per voler marito;
pazze, dementi, forsennate non siete voi piuttosto? Voi che, possedendo
giovinezza, ricchezze, beltà, e quindi potendo trovar marito più agevolmente,
vi state, per mancanza di consorte, intisichendo in questa spelonca? Seguite
l’esempio mio, seppur avete in zucca un grano di cervello: buttate via le
cocolle, e lasciatevi crescere le treccie, Ut sitis filii patris vestri, qui
in caelis est: qui solem suum oriri facit super bonos et malos».
Altra volta, malgrado l’intenso dolore che accusava
all’occipite, componevasi in goffi e sguaiati atteggiamenti, o, sgambettando, e
scontorcendosi, e crocchiando il dito medio sul pollice, in modo da imitare il
ritmo delle castagnette, intuonava con voce stridula e dissonante le
strofe di quella canzonetta in dialetto napoletano:
Guè Mà, ca cchiù non pozzo
Menà sola sta vita:
Io voglio fà la zita,
Me voglio mmaretà.
Me faje fà vicchiarelle,
Me faje jire a l’acito:
Guè Mà, voglio o’ marito,
Non pozzo sola stà.
[135]
Sì già, s’è mmaretata,
Teresa e Luvisella:
Pecché a me poverella
Me faje paté accossì?
Lo fecatiello a fforza
S’à da ‘nfelà a lo spito:
Guè Mà, voglio o’ marito,
Non pozzo sola stà.
Si sa, che alle monache è vietato di dormire a porte
chiuse: tratto di diffidenza non molto onorevole alle spose di Cristo. Una
notte mi sentii sulla fronte il contatto d’una mano ruvida: credetti di aver
sognato, e mi riaddormentai. La notte appresso, fu d’altra sorta l’impressione:
sentii cadere un bacio sulle mie labbra.., spalancai gli occhi esterrefatta, e
vidi l’Angiola Maria, che mi diceva:
«Non aver paura, son io».
«Che cosa vuoi?»
«Niente: non posso dormire».
Gaetanella, che abitava nella mia stanza, avendo un sonno
pesante, rare volte destavasi; quand’io, spaventata dalla demente, la scossi,
borbottò fra i denti: «Non la volete scacciare questa birbacciona?», indi,
voltandosi dall’altro lato, riprese il ferreo sonno.
Intanto divennero sempre più frequenti queste notturne
apparizioni; la mia stanza fu posta in istato d’assedio: poco a poco la folle
mi fece vittima delle sue smanianti veglie. Sollevando la cortina del letto,
accomodavasi seminuda e scarmigliata sulla seggiola, per tenermi i più strani
discorsi; donde non tardai a comprendere, come cagione della sua follia fosse
la passione violenta concepita pel suo confessore.
Implorai presso la superiora un pronto riparo. Infiacchita
dalle frequenti interruzioni del sonno, snervata dall’incessante apprensione,
io mi sentiva vicina a cader malata. La badessa, senza brigarsene di vantaggio,
mi rispondeva: «Dio ti aiuterà!».
Una mattina, mentre nel coro salmeggiavamo il Mattutino,
una conversa venne a chiamar la zia delle due educande amiche di Paolina. Ella
andò, e pochi minuti appresso tornò pallida e smarrita, ed accostatasi alla badessa,
chiese licenza di lasciar il Mattutino per accorrere in aiuto delle sue nipoti
ch’erano state percosse da Angiola Maria. Paolina la seguitò, affine di aiutare
le sue pericolanti amiche.
[136]
Di lì a poco, la badessa, chiamatami a sé col gesto, m’impose
d’intervenire nella contesa, per placare col mio ascendente i furori della
conversa; ubbidii, non però prima d’averle fatto osservare, che ogni giorno io
la supplicava di porre a quell’inconveniente un efficace rimedio.
Angiola Maria erasi chiusa a chiave nella sua cella, né
voleva aprirmi.
Bramosa di appurare il male che la folle aveva fatto alle
educande, andai all’incontro di queste; Paolina, che stava di guardia all’uscio
della stanza dove s’erano rifugiate le giovinette, nel vedermi giungere, disse
loro stizzosamente:
«Ecco colei che ha detto ad Angiola Maria di battervi!».
A quest’apostrofe le due educande si slanciano fuor della
stanza, non altrimenti che mastini sguinzagliati. Esse non sanno più quel che
si dicono: io son fatta l’oggetto del loro risentimento.
L’iniqua incolpazione mi fermò di botto. Indisposta da più
giorni, urtata nei nervi da morali sofferenze, non resistetti all’inaspettata
calunnia, e caddi a terra, dibattendomi in convulsioni.
Angiola Maria non aveva riconosciuta la mia voce allorché
le intimava di aprire; la riconobbe nei gemiti dell’attacco nervoso. Spalancò
allora la porta con fracasso, e uscì in camicia.
Vedutami in quello stato, scostò furiosa quelle che mi
stavano attorno; indi, con erculea forza sollevatami nelle sue braccia, mi
portò sul mio letto, ove mi profuse le più tenere cure.
Quando ricuperai i sensi e la parola, la sgridai
fortemente per quello che aveva fatto. Ella, sulle prime, mi ascoltò commossa,
ma, ricaduta bentosto nel furore, si lacerò a pezzi la camicia, lo che la fece
restare completamente ignuda, e andò a chiudersi di nuovo nella sua cella.
L’imputazione appostami da Paolina, mi aveva di molto
mortificata, benché nuovo non mi fosse il disamore delle giovani monache. Per
riconquistare la perduta tranquillità e viemaggiormente scostarmi da persone
cresciute ed allevate nel chiostro sin dall’infanzia, per conseguenza digiune
d’ogni rudimento di civiltà, profittai dell’opportunità che la matta trovavasi
rinchiusa, onde trasferire il mio letto nella stanza della zia; io sapeva
altresì che la conversa, memore tuttavia dei trascorsi dissapori, non poneva il
piede giammai in quella stanza.
Un’ora dopo, la pazza riapre la porta: era vestita per
metà. Entra nella mia camera, che dalla sua era separata da altre quattro, e
non
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trovandovi più né me né il mio letto, mette orribili strida: indi, trasportata
dal furore, impugna un coltello a punta acuta, e misurando a precipitosi passi
il corridoio del dormentorio, urla spaventevolmente:
«Hanno uccisa la mia ragazza, eh? Saranno scannate tutte
quante, come galline nel pollaio!».
Non mi mossi dal luogo dove mi trovava; udii le voci che
mi chiamavano, ma stetti zitta. Frattanto le monache, che si trovavano nel
dormentorio ove la scena accadeva, si chiusero spaventate al più presto; le
altre corsero dalla badessa, che con reiterati messaggi mi fece chiamare dalla
parte opposta del dormentorio.
«Cara Enrichetta» disse nel vedermi, «tu sei la sola, che
recar possa un rimedio all’attuale scompiglio della comunità».
«E come?» domandai.
«Niuna monaca vuol dormire stanotte al secondo piano, dove
la frenetica se ne sta. Non mi farai la finezza di riportare il tuo letto nella
tua stanza, e farvi inoltre collocare quello d’Angiola Maria? Tu, carina, te la
riterrai teco, né le permetterai di uscire».
«Questo è troppo, reverenda!» risposi sommamente
indignata. «No: non lo farò. Prima di tutto, per mancanza di sonno, ho un fiero
mal di capo; poi, quella meschina è giunta a tal segno d’alienazione da non
riconoscere più la mia voce; finalmente, non darò alle malevole motivo di
attribuire alle mie suggestioni ciò che farebbe la pazza nel suo furore».
«Su, via, non dare ascolto alle chiacchiere di qualche
monella: io e la comunità intera te ne saremo gratissime».
Opposi in giustificazione il mio malessere: ed infatti,
aveva la febbre. La badessa conchiuse, dicendomi: «Hai fatto il voto
d’ubbidienza: l’ubbidienza dissiperà il tuo malessere».
Per quanto dispotica mi fosse sembrata quell’ingiunzione,
dovetti per amore o per forza uniformarmici.
Salita adunque al secondo piano, trovai Angiola Maria, che
stavasi ancora col coltello in pugno, e perlustrava l’andito, declamando in
monologo. Dio mio, quale orrido aspetto! La era una belva, una furia. I suoi
occhi, schizzanti fuor dell’orbita, eseguivano le rapide evoluzioni d’una sfera
d’oriuolo nel punto di essere scombussolato: i capelli inestricabilmente
arruffati; la bocca contorta e schiumante; le narici sbuffanti la collera; il
braccio alzato nell’atto di colpire chi primo si presentasse.
Mi fermai alla porta del dormentorio, pronta a chiuderla,
nel
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caso che la pazza avesse inveito contro di me. Era sola, nessuna aveva voluto
seguirmi.
La chiamai: si volse, mi conobbe e corse colle braccia
aperte, senza però sbarazzarsi dell’arma.
Chiusi la porta, e ne voltai la chiave; essa ricominciò ad
urlare di più bello, scongiurandomi di aprire.
«Getta via il coltello» le dissi di fuori: «mi fa paura».
Ubbidì. Quando l’udii cader molto lontano, aprii la porta.
La pazza mi prese le mani, che strinse nelle sue, e poi le coprì di baci.
Il suo stato mi mosse a pietà. Raccolsi il coltello, e la
sgridai: mi promise che non l’avrebbe fatto mai più. Mi portai quindi nella sua
cella, e fattomi da essa lei aprire i bauli, le tolsi e coltelli e forbici.
La misera ubbidiva, senza far motto.
Ciò fatto, le dissi che avrebbe pernottato nella mia
stanza: al quale annunzio, abbandonatasi di subito alla più stemperata
esultanza, si mise a batter le palme, a ridere sgangheratamente. In un momento
portò il suo letto nella mia camera, ciò che a Gaetanella fece saltar la mosca
al naso. Questa donna soffriva di scorbuto, morbo frequente nell’atmosfera non
abbastanza ventilata della clausura. Il sangue, che davano le sue gengive, era
da lei creduto effetto d’emottisi, ed ogni volta attribuito alle tribolazioni
che quella furba e dissimulata d’Angiola Maria non cessava di
suscitarle.
Giunse la sera; era il mese d’agosto: alle 8 suonava il
silenzio. Mi posi a letto; Gaetanella ed Angiola Maria fecero lo stesso,
promettendo quest’ultima di starsi cheta.
Ciò non ostante, smaniava, storcevasi, rivoltolavasi da
far pietà. Le domandai che cosa avesse.
«Non posso stare nel letto» disse, «la testa mi brucia, le
orecchie mi tintinnano».
Balzò in piedi, schiuse la loggia, e trasse un sonorissimo
sospiro nell’aspirare il fresco della notte; poi prese a passeggiare per la
camera, pronunziando delle parole incoerenti.
«Sposo mio, e in pari tempo mio confessore: che bella
cosa! Dovrete, caro Don* disimpegnarvi da due uffizi... e quella gaglioffa
cerca di trappolarvi, eh...? Ora dovete accompagnare il Sacramento in casa di
un moribondo.., non è tempo ancora... il bacio prima! datemi il bacio prima di
andarvene!».
E ciò dicendo, apriva le braccia per istringere l’oggetto
della sua visione; poi pianse un poco, un poco si smascellò di risa, un poco
urlò.
Dopo due ore di tal delirio si ricoricò e prese sonno.
Gaetanella
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si era pure addormentata. Io non reggea per la gagliarda febbre. Scesi pian
piano dal letto, richiusi il balcone del terrazzo, e mi assopii.
Una forte palpitazione al cuore, che spesso m’assaliva, mi
risvegliò. Regnava nella stanza perfetto silenzio: non udivasi che la
respirazione precipitata della mia conversa. Sollevai la cortina per vedere ciò
che la matta facesse... Il letto era vuoto.
Mi posi a sedere sul mio, guardai, riguardai all’intorno:
non c’era. Chiamai Gaetanella, le dissi che Angiola Maria se n’era scappata; mi
rispose:
«E che m’importa? Se ne vada pur alla malora!».
Lasciato il letto, indossai una sottana. I panni d’Angiola
Maria stavano sopra una sedia, le scarpe sotto il letto. Cacciai la testa
dall’uscio: il dormentorjo era deserto. Uscii con precauzione e m’avviai verso
la cella della matta; la chiamai per nome: non rispose. M’intromisi in un secondo
dormentorio: era agli angoli illuminato da due semispenti fanali, che non
facevano se non aumentare la sinistra oscurità. Ivi rimasi a riflettere, se
volgere a dritta o a manca. Risolvetti per la sinistra, e lentamente avanzando
m’avvicinai ad uno dei detti fanali.
Terminava quel dormentorio con un pozzo da un lato ed una
grande galleria dall’altro. Questa galleria, disabitata per causa della sua
immensità, destava orrore pur anche di giorno. Pessime dipinture a fresco di
santi anacoreti e di romiti vestivano le sue pareti, santi e romiti a faccia
lunga e sparuta, a tinta cadaverica, a barba sperticata, i quali per antica
tradizione, e al dir delle monache, avevano parlato, camminato, suonato le
campane, cantata la messa a mezzanotte, ecc.
Le gambe mi tremavano, parte per effetto di quella
superstizione, al cui assalto non può resistere alcuno in certe circostanze,
parte per la tema di ritrovare Angiola Maria stramazzata in qualche luogo, il
cui buio avrebbe resa più spaventevole la scena.
Già stava per voltare dal canto della galleria, allorché
parvemi veder brulicare qualcosa di bianco in vicinanza del pozzo.
Mi rimescolaj: era la pazza, che, scalza, scarmigliata, in
camicia, guardava nel pozzo, e ne misurava il fondo per precipitarvisi.
Entrambe le mani sue stavano poggiate sull’orlo, e colla testa curvata faceva
forza sulle braccia per rovesciarsi a capitombolo.
Mandai un urlo: mi udì, si volse a guardarmi, e senza più
indugiare sforzossi di accelerare lo squilibrio del corpo, affine di potersi
più prestamente precipitare.
[140]
Spiccò un rapido salto, e, stese le mani su di lei,
l’afferro per un braccio, che sento agghiacciato dal freddo. Ella si rivolge a
me con occhi stravolti, ciechi d’ogni pensiero, non mi riconosce e tenta di
svincolarsene, come infatti si distacca. L’abbranco per l’altro braccio che
ritengo con ambo le mani, e mi stringo con quanto vigore m’infonde la
circostanza. Ma sento che la sua forza supera di molto la mia, e già veggo la
furente intenta ad addentarmi il polso. Volli stordirla per salvarla. Coll’uno
de’ bracci la trattengo ferma tuttavia, coll’altro le assesto al volto un
potente schiaffo.
A quella percossa rientrò per un momento in sé, e proruppe
in alti ululati. La presi allora per la mano e la ricondussi senza più tema o
fatica nella mia stanza. Ivi si pose a sedere a terra, guaì ancora per un paio
d’ore, poscia, racconsolatasi, riprese di nuovo l’incoerente ciarla.
In questo mentre Gaetanella, che, turbata dai singulti
della pazza, non potea riprender sonno, si alzò ed uscì. Io pur mi vestii,
benché intirizzita dal freddo febbrile che mi faceva battere i denti.
Sorta l’aurora, scrissi al generale Salluzzi, invitandolo
a venire da me. Al vedermi tanto pallida e febbricitante quell’amico generoso
non poté a meno di amaramente condolersene. Poco appresso si recava dal
canonico Savarese, allor vicario pro tempore, e lagnavasi energicamente con
esso lui, del ticchio venuto alla superiora, di farmi fare la custode di pazze.
Per ordine di Savarese venne a visitar la matta il dottore
Cosimo Meo. Costui, nel vederla da lungi, esclamò:
«Non solo è matta, ma la è pure furiosa. Chiamate tosto il
flebotomo».
Otto robuste converse furono appena bastanti a contenere i
suoi furori nel momento che fu oprato il salasso al piede; non cadde dentro la
catinella una sola goccia del sangue: spruzzò tutto sulle converse, sul
salassatore, ed in gran copia al suolo. Il medico ordinò che molti bagni colla
neve sul capo le fossero amministrati, e promise che nella giornata stessa
avrebbe mandata una donna del mestiere per domar la furente; esser, del resto,
espressa volontà di Savarese, che la badessa trovato avesse un manicomio,
essendo quella pazzia, per la forte complessione della sofferente, di quella
tale classe, che senza mezzi violenti non si frena.
Tranquillatami su di questo argomento, scrissi tosto al
generale una lettera di ringraziamento. Il mio letto si ricollocò nella stanza
della zia, e fui sollecita a coricarmi, non reggendo più in piedi.
[141]
Venne la maestra delle pazze, si diedero i bagni freddi
alla sventurata, ma il male infierì. Chiusa adunque in una carrozza colla donna
che l’assisteva, fu mandata a Calvizzano, ove un prete teneva una casa di
salute per i dementi; ma i rimedi tornarono vani anche colà.
Assoggettata al camiciotto di forza, non sopravvisse
qualche tempo, se non per sentire nel viaggio alla morte tutti i tormenti
immaginabili.
Intanto questo incidente aveva aumentato il mio
aborrimento pel monastero. Ormai conosceva appieno l’egoismo delle monache: le
quali per tacito accordo avevano tentato di farmi morire, mettendo esse due
cose in salvo: prima, la loro tranquillità a detrimento della mia salute, e
forse con pericolo della mia vita; poi, la spesa d’una donna, che badato avesse
alla vittima del loro regime. La spilorceria del convento eclissa benanche
quella d’Arpagone e di Sherlock. Per uscire da quella bolgia soffocante, avrei
ben immaginato qualche mezzo idoneo, ma qual dolore non avrei recato alla zia!
Un altro fatto consimile, e non meno tragico, avvenne dopo
l’uscita d’Angiola Maria.
Era, sotto la mia direzione, addetta alla confezione degli
sciroppi e distillati per uso della farmacia, una conversa chiamata Concetta,
compaesana della povera pazza, essendo entrambe dell’Afragola; bella donna di
36 anni, alta, robusta, d’un incarnato maraviglioso, cui dava risalto un grosso
neo alla guancia sinistra: bocca gentile fornita di splendida dentatura: occhi
cerulei, capelli castagni lucidissimi, leggermente increspati all’estremità, e
sboccanti da sotto il soggolo nell’una e nell’altra ciocca. Il solo naso
pregiudicava quel raro tipo di beltà, essendo soverchiamente aquilino.
Nell’esercizio de’ suoi doveri Concetta mostravasi
esattissima, e la sarebbe stata in tutto esemplare, se stata non fosse un po’
vanarella e civettuola nel parlatorio.
Io aveva osservato ch’ella accordava molta domestichezza
ad un giovane facchino del locale. Nelle lunghe giornate d’estate, mentre tutte
meriggiavano, la sorpresi più volte affacciata ad una finestrina, che è vicino
alla chiesa e guarda la via San Biagio dei Librai. Queste osservazioni mi
avevano persuasa che la non era contenta del suo stato, e che molto volentieri
avrebbe preferito quello del matrimonio. La disgrazia della sua paesana e
compagna le avea fatto una impressione spiacevolissima, e sempre che ne sentiva
ragionare, stralunava gli occhi in modo da metter paura.
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Questo suo stato morale durò per alcuni mesi; se non che
la follìa, che già prendeva radice, manifestossi in lei sotto una forma
diversa, quella dell’ipocondria. Ritiravasi spesso in luoghi appartati per dar
libero sfogo alle lagrime che l’opprimevano; fuggiva la conversazione e
mormorava sola; non atteggiava mai la bocca al riso, obliava di leggieri gli
ordini ch’io le dava, confondeva le medicine, e se entrava in discorso, lo
faceva solo per indirizzare mille domande sulle strade di Napoli, sulla libertà
personale degli abitanti, sulla beatitudine di coloro che ne possono godere, ed
altre cose simili.
A sgravio di coscienza, come infermiera, avvertii la
badessa che lo stato di Concetta meritava attenzione, e chiesi un’altra
conversa per la farmacia; poiché quella imbrogliava i medicamenti, perdeva il
tempo a cambiarli dall’uno all’altro scaffale, ed attaccava il cartellino d’un
farmaco al barattolo di un altro; conchiusi dicendo di non voler restare
responsabile d’ogni disastro che potesse accadere. Rispose l’inetta donna:
«Sai, mo’, che tu sei l’uccello del cattivo augurio?». Mi
tacqui allora, né più parlai sul conto di Concetta. Ma di lì a pochi giorni una
contadina, sorella della stessa, avvedutasi di ciò che io pure aveva osservato,
chiamava la badessa al parlatorio, onde pregarla di prendere in considerazione
lo stato mentale della germana. Rimase anche quest’avvertimento senza effetto.
La balorda badessa ristringevasi a rimetter l’inferma sotto la protezione della
miracolosa Vergine dell’Idria, superiore patrona del convento.
Poco dopo, una vecchia che dormiva con Concetta nella
stessa stanza, le disse avere sul far del giorno veduta la sua compagna seduta
sui letto, nell’atto di avvolgersi un fazzoletto alla gola, e soltanto le sue
grida aver impedito che la si fosse strangolata di propria mano.
«Stasera alle litanie farò dire quaranta volte ora pro
ea» rispose la badessa.
Un giorno di domenica, prima del levar dei sole, molte
monache stavano ascoltando la santa messa. Si scende al comunichino per una
lunga scala, che mena in un cortiletto umido, intorno a cui gira uno stretto
corridoio a volta altissima, e sostenuto da pilastri. Io scendeva per
comunicarmi; era appena arrivata alla metà della scala, quando intesi un forte
rumore, come di grave corpo caduto a terra. Mi coprii il volto colle mani:
senza aver veduto niente, il pensiero mi corse all’ipocondrica Concetta.
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Scesi precipitosa, e trovai l’infelice in terra: me
l’accostai, la credetti morta, e chiamai aiuto. Più di quaranta monache stavano
riunite nel comunichino per la messa: m’udirono gridare: nessuna uscì. Ne scese
finalmente una, coll’aiuto della quale sollevai da terra la conversa, e
l’adagiai sopra un seggiolone priva di conoscenza; indi, suonato il campanello
della sagrestia, feci venire un prete per assisterla.
Aveva la gamba sinistra lussata e tutta grondante di
sangue. Era caduta a piombo sopra uno dei pilastri che reggevano la volta, così
la polpa della gamba ne fu orribilmente straziata. Appena poté articolare
qualche parola, due facchini con manovelle passate sotto la sedia la portarono
nella sua stanza. Il prete la seguì, ma dovette presto lasciare la camera,
poiché la sventurata con un segno indicò che non lo voleva vicino a sé.
Il luogo dove Concetta erasi gettata, era presso la
chiesa. Le monache, dopo la messa, uscendo dal comunichino, presero a
strepitare intorno all’accaduto sì forte, che alla gente radunata in chiesa
parve fosse avvenuta la ruina del monastero. Il sospetto venne confermato dal
portamento del prete, che frettoloso e trambasciato se ne uscì di chiesa per
entrare nel convento.
Circa due ore dopo sopravvennero un ispettore di polizia e
un cancelliere con uno stuolo di birri, per procedere all’accesso. La badessa
vuol impedire l’entrata di quei profani nel chiostro, ma essi insistono
a volervi penetrare.
«Sapete bene, signor mio, che senza ordine espresso del
Santo Padre mi è vietato di ricevere nella clausura chicchessia, fosse pur egli
lo stesso sovrano».
«E voi, reverendissima, non dovete ignorare come l’ordine
pubblico è superiore agli ordini che potete aver avuti da Roma».
«Mi fate trasecolare. In qual modo pensate che nel mio
monastero sia stato infranto l’ordine pubblico?»
«Corre voce che una conversa sia stata precipitata con
dolo e premeditazione dall’alto del secondo piano e miseramente infranta: né
manca chi questo turpe misfatto imputi a V.S.R.».
Figuratevi lo stupore della badessa! Con mille inchini li
fece immantinenti entrare, ed ella stessa li condusse alla presenza di
Concetta, la quale, alla scossa ricevuta dalla caduta, avea per poco ricuperata
l’integrità della ragione.
Subì essa l’interrogatorio con mirabile disinvoltura, e
depose il vero, attestando di essersi precipitata da sé sola, e per
irrefrenabile desiderio di morte. Domandata per qual ragione avesse attentato
ai
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suoi giorni, ella, educata a’ doveri religiosi più vivamente che non lo sono le
donne secolari, trasse un profondo gemito, e provossi a rispondere; ma, o
perché inabile ad articolare suoni, o perché pentita, si tacque: poi sbadigiiò
per modo da sgangherarsi le mascelle, stralunò gli occhi, respinse villanamente
la mano dell’inquirente, e ricadde nella demenza.
L’ispettore, steso il verbale, se ne partì.
Ma tutto il peso di questa catastrofe non gravava sulla
coscienza della badessa? Nel mentale turbamento che da più mesi travagliava
quella misera, non era dover suo di farla assiduamente sorvegliare? Contiguo
alla stanza dell’alienata eravi un camerino destinato a guardaroba; ivi fu
trovata una fune con un nodo scorsoio in mezzo, ed in un prossimo ripostiglio
si rinvenne inoltre un cartoccino di veleno. Era chiaro ch’ella aveva titubato
intorno al genere di morte da scegliere, sospesa fra l’arsenico ed il capestro.
Di lì a poco venne il cardinale Riario Sforza, esaltato
recentemente alla sede arcivescovile di Napoli. Egli apostrofò acremente la
badessa, sì per aver menato tanto scalpore male a proposito, sì per aver
permesso a’ poliziotti di violare colla loro presenza il sacro rifugio delle
vergini.
«Sapete voi» le disse in tuono severo, «qual sia rispetto
ai chiostri l’opinione dei sedicenti filosofi e liberali? Credono essi che nei
vostri recinti regnino il rimpianto e la disperazione, ossia, che tutte le
vostre monache siensi pentite del loro stato. Or voi, colla pubblicità data ad
un fattarello di sì lieve momento, non avete forse dato appiglio alle calunnie
del secolo? Se il monastero non è una tomba come i santi canoni la richieggono,
perché ne porterebbe dunque il nome? I vivi non devono sapere giammai le intime
peripezie del sepolcro».
L’infelice Concetta sopravvisse altri venti giorni, finché
la gamba non le si cancrenò. Non mi dipartii dal suo fianco altro che al tòcco
della campana ogni mattina e sera, né cessai di prodigarle i doverosi conforti
di carità. Spesso l’udii mormorare da sé sola, tal altra volta la vidi
conformare il sembiante a mesto sorriso, benché afflitta da doglie acerbe. Da
alcuni tronchi accenti compresi che la poveretta trovavasi in un critico stato,
che voleva con la morte nascondere. Supina sul letto di morte, con gli occhi
inchiodati al soffitto, sovente diceva con se stessa:
«Sì... se la morte non giungerà sollecita...
inevitabilmente tradita... già il seno... maledetto!... scomunicato!.., vattene
alla malora, né mi parlar di Cielo e di Madonna; se la Madonna soccorre gli
sventurati, [145]perché dunque non viene in soccorso a me ed alla creatura che
mi sento nelle viscere?».
Favellò il più delle volte d’un giovine dagli occhi neri,
che era stata solita di vagheggiare dal finestrino presso la chiesa, nè si
lasciò persuadere a ricevere il prete e i Sacramenti. Abbandonata alla più cupa
disperazione non cessò di ripetere le mille volte ch’ella era irreparabilmente
dannata. Orride, strane allucinazioni sopravvennero a funestarle gli estremi
istanti.
Di notte tempo mentre tutte dormivano, tranne due o tre
che vegliavano al suo fianco, gridava:
«Questo luogo è infestato da’ demonii... eccoli là... li
veggo... uno per uno! Ohé, perché tu in codesto angolo fai mille sberleffi? E
tu in codest’altro, perché scuoti le pareti, urtando colle corna la soffitta?».
Altre volte diceva:
«E voi, anime innocenti, non contaminate d’impurità,
fuggite, involatevi presto dal mio contatto! Se ne usciste macchiate, ohimè,
non basterebbero tre anni di penitenza a purgarvene!».
Le monache perfettamente convinte che la delirante fosse
ossessa da spirito maligno, pensarono di farla esorcizzare da un monaco
crocifero; né è a dire l’universale spavento all’idea che il monastero fosse
invaso da’ demonii.
L’esorcismo fu praticato con imponente solennità, ma non
ebbe alcun effetto. Le monache tutte affollate nel luogo della cerimonia, e
facendosi continuamente segni di croce, si aspettavano a bocca aperta di veder
sbucare dal corpo dell’invasata la figura di Satanasso; ma la curiosità loro fu
delusa: non era ancor vicino il nono mese.
Il sacerdote non poté entrare nella stanza per recitare
qualche prece, se non nel solo momento in cui l’infelice esalava lo spirito.
Restituì essa l’anima al Creatore intorno al vespro.
La beltà che nell’assenza della ragione erasi spenta,
riapparve commovente sull’esanime spoglia di quella infelice. Quale serenità
rifluì allora sulle sue fattezze, insino a quel punto sconvolte dalla follia,
tramutate dall’occulto cordoglio! Era sul tramonto. Un raggio di sole morente,
dardeggiato traverso le imposte della finestra, venne per un momento a posarsi
sul sembiante della morte, a baciarle tremolando la punta delle ciocche... Anche
quel messaggiero della divina misericordia un momento appresso era scomparso!
Ella se n’era ita libera: io rimaneva.
Sfogliai un mazzo di purpurei garofani, e ne versai un
pugno sul corpo della defunta.
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