Ad eccezione della repubblica di San Marino, ogni stato, per
piccolo che sia, ha la sua capitale; né v’ha capitale, che non contenga due
sorta di edifizi: gli uni sacri alla devozione, gli altri dedicati al sollazzo.
Ora il convento di femmine, che forma un piccolo stato repubblicano, posto
sotto l’alto dominio della Santa Sede, ha pur esso la sua metropoli, munita,
non meno che le altre, di sacre funzioni e di drammatici trattenimenti.
Metropoli del convento di femmine nostrano è la chiesa.
Due parti, due funzioni diverse deve saper esercitare ogni persona addetta al
servizio della chiesa: l’una, di sacro ministro; l’altra, di attore drammatico.
Abbiamo discorso abbastanza della missione drammatica del
confessionale e delle dottrine dualistiche dei confessori: facciamo adesso
un’escursione breve sulla parte teatrale dei chierici.
Quattro giovinotti dediti al servizio della chiesa,
aspiravano al sacerdozio. Non sì tosto avevano presi gli ordini sacri, dovevano
uscirne, per essere surrogati da altri, a meno che protezioni d’alta sfera non
li avessero trattenuti nell’uffiziatura a detrimento d’invecchiati
predecessori.
Più giovani, più fortuna. Questi chierici avevano le loro
protettrici nel chiostro. E il protettorato d’una monaca vale qualcosa!
Parecchi ricchi gentiluomini ed ecclesiastici napoletani testarono ab antico
in favor di San Gregorio Armeno de’ legati per uso di patrimoni, di
cappellanie, di maritaggi, di atti di beneficenza. Erano adunque fortunati i
chierici che avessero potuto ispirare amicizia alle monache potenti di quel
luogo: il traffico de’ voti nel ballottaggio del badessato, le abilita al
godimento di molti privilegi, uno de’ quali si è pur quello di dispensare a
seconda del loro gusto cotesti [153]benefizi. E però il chierico protetto è
sicuro di acchiappare presto o tardi il patrimonio e la cappellania, nel qua!
caso la protettrice fa sovente a proprie spese la festa della prima messa; e mi
rammento di un tale chierico, divenuto, Dei gratia, prete, il quale, per
essersi addentrato nella benevolenza della patrona, si ebbe non solamente
gratis le spese della festa, ma eziandio un sontuoso banchetto in casa sua per
24 persone, apportatogli dalla carrozza in livree di gala, che la monaca chiese
in prestito dalla propria famiglia.
La badessa approvava tali scandalose prodigalità, anzi le
fomentava dicendo: «Io pure ho fatto lo stesso; scapriccitevi, povere ragazze!
in fede mia, si è fatto sempre così».
Per altro inculcava loro fra’ denti di non fare in mia
presenza ostentazione di quelle stoltezze: al che assentivano le suore,
avvedutesi ch’io non voleva punto conformarmi al loro modo di pensare e’di
operare. Egli è perciò che al vedermi comparire innanzi interrompevano sempre i
loro ragionamenti, e nel mandare il suddetto pranzo al prete si studiarono
d’impiegare le più minute precauzioni, acciocché la lautezza rimanesse
sconosciuta a me.
Usavano nella Settimana Santa di acconciare magnificamente
una parte del coro per eseguirvi, in memoria del fatto evangelico, la funzione
della lavanda dei piedi. Erano collocati sugli altari i simboli della Passione,
unitamente a tutta l’argenteria particolare di ciascheduna delle monache,
mentre un’infinita quantità di ceri illuminava la scena.
Dirò scena, o commedia? Duolmi di adoperare in divini
argomenti la seconda denominazione. Ma che cosa infatti di più comico, di più
ridicolo, di più profano al pudore cristiano, del vedere un Gesù Cristo
perfettamente liscio e sbarbato in volto, con veste e forme femminili,
nell’atto di lavare i piedi a dodici apostole in sottanino ed in calzette di
seta? Scommetto che se i Mormoni dell’America, quei comunisti ed eretici
dannati, venissero a penetrare che la
Chiesa romana suole trasformare in tal modo il Figlio di Dio,
non esiterebbero un istante di ritornare a braccia aperte in seno al
cattolicismo.
I quattro chierici morivano dalla pietosa voglia di vedere
scalze le sante apostole. A notte avanzata del giovedì santo, quando il tempio
fu chiuso agl’incirconcisi, e che pur io mi fui ritirata, poggiarono ad una
delle grate del coro la più lunga scala della chiesa, e coll’aiuto di questa
montarono sul cornicione del coro medesimo, ove preso posto, si fecero
spettatori e sovente confabulatori del dramma. [154]È ben vero che le cose
passarono tranquillamente, né si ebbe a deplorare alcun disordine.
Io ne conosceva il progetto sin dal giorno innanzi, e mi
ritirai prima del solito per lasciarle libere. Erano allora decorsi Otto anni,
dacché io era entrata nel chiostro; ed in questo intervallo non avevano giammai
scorta in me la benché minima inclinazione per un prete, per un monaco o per un
chierico; neppure pel mio confessore, il quale, nonostante la persistente mala
voglia che gli dimostrava, ostinavasi, or sotto questo or sotto quel pretesto,
a farmi scendere nel confessionale spesso spesso. Non già perché il mio cuore a
ventisett’anni fosse morto all’amore, o perché avessi aspirato al selvatico
onore di farmi rigido Catone dei poveri innamorati: no, davvero; ma mi
disgustava la loro ipocrita e simulata bacchettoneria: quel voler ostentare
delle virtù ed un candore che non avevano; mi disgustava la persecuzione che
movevano a qualcuna delle loro compagne, se per caso stranissimo avesse questa
concepito simpatia per un uomo che non fosse sacerdote od avviato al
sacerdozio. Queste finzioni, questi egoismi di casta, e non altro, io detestava.
Che se avessero francamente mostrata la loro debolezza per tale o tal altro
prete, per tale o tal altro chierico, io le avrei con pari franchezza
compatite, come avvenne più volte con qualche educanda, monaca o conversa che
mi aveva confidato il segreto della sua fragilità; le avrei compatite con quel
cuore propenso a’ sentimenti di umanità, partecipe delle debolezze di sua
natura, con quel cuore sensibile, che sotto la ruvida lana tuttavia batteva...
Una volta era desso in procinto di rinfiammarsi (non per un religioso): chiesi
soccorso a Dio, e Dio ne spense le faville. Una passione di quella sorta non
avrebbe fatto che aggravare la mia sventura.
Egli era un medico; l’amai per ispontanea ispirazione,
l’amai nei più reconditi penetrali dell’affetto, innanzi che la ragione se ne
fosse accorta. In grazia del mio ufficio d’infermiera lo vedeva spesso: spesso
nella cella dell’inferma l’accompagnai con gli occhi umiliati a terra, col
sentimento dell’abdicazione che avevo fatta ad ogni commozione tenera, col convincimento
che sotto il voto della monastica castità, spregevole sarei stata da lui
reputata, ove uno sguardo solo mi avesse tradita. Ah, chi non ha indossato il
cilicio non sa quanto sordo alle invocazioni del cuore sia l’isolamento del
cenobio! Non comprese egli i miei sforzi a reprimere que’ palpiti ribelli, né
per conseguenza conobbe il mio trionfo. Tanto meglio! Seppi più tardi, che il
suo cuore era dedicato ad altra donna meno disgraziata [155]di me. Egli morì
nel fior degli anni, sul più bello della sua carriera... Fu egli compianto
dalla giovane che amava?
Ritorniamo al racconto.
Passati due anni nel suddetto ufficio, fui nominata
sagrestana; era l’incarico che più degli altri metteva la monaca in contatto
coi preti. Opinarono allora parecchie suore che avrei finito coll’amarne
qualcuno; altre, più svelte, si strinsero in congiura per farmi cadere. La
sagrestana mia predecessora, nel darmi la consegna dei sacri arredi, mi disse
che dei quattro chierici, uno solo essendo esatto nelle sue incombenze, di lui
specialmente doveva servirmi. Era quella monaca una buona ed onesta donna,
sicché seguii il suo consiglio.
Frattanto le congiurate seguivano con ansietà i miei
passi, per assicurarsi se, e come, e quando sarei caduta nel tranello. Che
importava se il loro campione era di più che volgare figura, di crassa
ignoranza, di molta rozzezza? Nel servizio della sagrestia io gli aveva data la
preferenza: consolante augurio.
Era ben naturale che su di lui si concentrasse l’azione
della trama. Di quante iniquità non è cagione l’ozio! Le suore della
consorteria trovarono di sovente una qualche scusa per iscendere al
comunichino, e dire al chierico:
«Ora te ne puoi star contento, eh?»
«Perché?»
«Perché hai avuta una sagrestana giovine e svelta».
Un’altra volta gli dicevano: «Che fortuna!»
«Perché?»
«Si dice che la sagrestana trovi molti requisiti nella tua
persona».
«Che idea strana! Da che lo desumono?»
«Dalla premura con che ti chiama in preferenza degli altri
chierici; dalla fiducia che ti mostrò consegnando ogni cosa a te».
Come altrove ho detto, soffriva io molto di nervi: le
convulsioni mi si erano rese periodiche. Ad ogni mia indisposizione, lo
chiamarono al portello, e con impudenza di cortigiane gli recarono saluti a
nome mio. Né qui l’impudenza si fermò: perocché, immaginato e steso sulla carta
un vigliettino con sotto il mio nome di battesimo, glielo fecero, non so per
qual mezzo, venire in mano. In pari tempo m’involarono un tenue oggetto di
biancheria, e in nome mio glielo presentarono.
La testa del povero giovane cominciò a vacillare. Se ne
avvidero quelle, allorché, annunziatogli ch’io mi stava gravemente inferma,
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ei si cavò di tasca la pezzuola per asciugarsi gli occhi, né poté altrimenti
nascondere il suo travaglio.
«E cotto di lei!» dissero allora fra loro, stropicciandosi
le mani, e gongolando di gioia.
Ma della comica passione del chierico ben anch’io mi
avvidi, non appena convalescente e rientrata nell’ufficio. Saputo l’imbroglio
del viglietto e del donativo, alle intriganti monache scagliai le più energiche
rimostranze: a lui feci tosto conoscere che lo scritto era falso, e che
l’oggetto, a nome mio presentatogli, mi era stato poc’anzi preso dal fagotto
della lavandaia. Costui masticò male la dura rivelazione: s’impegnò a
restituirmi il foglio necessario alle ricerche che mi era prefissa, ma fosse
per altrui suggerimento, fosse per ispontanea riluttanza, non me lo diede.
Fatto sta che quel poveretto erasi ben bene innamorato di me. La sua faccia era
divenuta secca allampanata: il naso affilato, gli occhi infossati. La sua
bocca, naturalmente grande, avea, per lo smagrimento, prese le proporzioni di
quella della lucertola. Io lo rimproverai spietatamente.
«Sciocco» gli dissi, «non intendi che sei divenuto lo
zimbello d’una brigata di monache, non meno pazze che insidiose, le quali,
nell’atto di prendersi beffe della tua ingenuità, vorrebbero inoltre cogliere
un più grande vantaggio, quello di dare argomento di molestia a me, ed ancora,
se fosse possibile, di abbassare qui dentro la mia riputazione a livello della
loro? Rientra in te stesso, raffrena gli stolti desiderii, e bada d’ora innanzi
a comportarti più saggiamente nel disimpegno de’ tuoi doveri, se non vuoi
perdere il pane e l’onore».
Rispose, riconoscere ormai l’eccesso della propria follìa:
non esser però egli stesso l’autore di quella malaugurata passione, ma sì le
tali e tali monache che a poco a poco glie l’avevano insinuata nel cuore: alla
fin fine, l’amor suo aveva toccato tale grado di intensità da non rimanergli
più veruna speranza di poterlo signoreggiare.
«In tal caso» ripresi io, «non ti resta che un solo
scampo: duro sì, ma inevitabile».
«Parlate! Legge suprema sarà per me il vostro consiglio».
«Le celie di quelle donne sono zampate di tigre; oggi ridono della tua
semplicità, domani ti scaveranno la fossa. Ascolta il mio consiglio: cercati la
sussistenza in altra chiesa, e portami al più presto la tua rinunzia».
Il tuono secco e reciso di questi miei detti contrastava
coll’interno senso di compassione che mi destava un avvenimento diretto a
togliere il pane a quel povero tribolato.
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Quest’abboccamento, che durò appena 10 minuti, e
finì pel chierico in uno scoppio di pianto, venne interrotto dall’arrivo dei
sagrestano.
Convinta però che le monache covavano un reo progetto, e
dolente per altra parte di rovinare quel giovine il quale altra colpa non aveva
che quella d’essere un po’ stolto, deliberai di troncarla con un mezzo più
consentaneo alla pietà. Recatami dalla badessa, la pregai a nominare in vece
mia un’altra sagrestana, dopo l’infermità non sentendomi io in forze da
sostenere i pesi di quell’uffizio. Costei rispose non giudicar la mia salute
tanto rovinata, quanto piaceva a me di rappresentarla; non esservi, d’altronde,
esempio che una monaca si fosse dimessa dalla carica senza finire l’anno d’uso.
Il mio confessore, al quale l’affare dispiaceva, unì le
sue alle mie preghiere per indurla a cedere; ma, inflessibile alle reiterate
domande, ella perseverò sul rifiuto.
Stizzita però dalle mie moleste insistenze, mi disse un giorno:
«Ma, insomma, perché vuoi lasciare il posto? Perché
qualche pazzarella ti accusa di amoroso commercio col chierico? Quanto sei
minchiona! Forse lei stessa, forse le altre ancora non hanno fatto, non fanno e
non faranno sempre lo stesso? A tali cianciafruscole, se hai granello di buon
senso, non devi badare!».
Le cose camminarono così, finché l’episodio non fu giunto
a spontaneo scioglimento.
Un giorno, mentre io cantava in coro, il chierico
innamorato svenne in chiesa per la commozione. La chiesa era affollata: nacque
un bisbiglio da non dirsi, I preti nella sagrestia si turbarono, i chierici se
la godevano, le monache, calata la maschera, scaricavano sulla loro vittima le
faretre, sciamando ad una voce: «Quanto è ridicolo! quanto è stupido!».
Poi soggiungevano: «La santa messa è mutata in commedia...
queste scene fanno vergogna al convento».
Di lì a non molto trovai il chierico che si struggeva in
pianto.
«Siamo congedati tutti quattro noi chierici» mi disse con
voce interrotta dal singhiozzo.
«È mai possibile?»
«Purtroppo. Dio mio, che sarà di me!»
«Tutti quattro congedati! Hai dunque trascinato anche i
colleghi nella tua rovina? »
«No: la rovina sarà soltanto mia. Gli altri tre se ne
vanno per pura apparenza: fra poco ritorneranno, io solo non ci ritornerò più».
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«Fanno bene a congedarti con tal garbatezza» conchiusi io.
«Me ne duole cordialmente, ma la tua situazione in questo luogo era divenuta
insopportabile».
Gli abitanti delle contrade vulcaniche sono pieni di fuoco
al pari de’ loro vini; ed io son napoletana. Accesa disdegno, mi portai subito
dalla badessa; le espressi la mia compiacenza pel congedo de’ chierici, ma non
lasciai di redarguirla dell’ostinata renitenza nell’occasione precedente della
mia rinunzia.
«Se aveste accettata la mia dimissione, quando con tanta
insistenza ve la chiedeva» le dissi con vivacità, «non vi sareste trovata
oggidì nella crudele necessità di mettere ad effetto un provvedimento, che
tornerà a scapito non meno del vostro monastero, che di quei poveri giovani. Ma
ciò che è fatto, non si disfà. Un solo chiarimento mi resta a chiedervi, e
questo si riferisce particolarmente al mio personale decoro. È reale, è
positivo, oppur è solamente simulato il complessivo congedo di tutti quattro i
chierici? In altre parole, vi riserbereste forse in petto il disegno di
richiamare fra poco tre di loro, per infliggere l’esclusione ad un solo?»
«No» rispose
essa. «Il cielo non voglia! Comunque e definitiva è, e sarà per tutti,
l’esclusione!»
«Avrete bastante fermezza da resistere ai maneggi delle
monache che li proteggono?»
Ci trovavamo presso una cappella, dedicata alla Vergine.
La badessa si volse verso l’immagine, e levando le mani al cielo:
«Giuro» disse, «per Maria santissima, che nessuno di loro
ritornerà».
«Ed io giuro» soggiunsi, «che se uno di loro entrasse per
una porta, io uscirei subito da quell’altra!».
Ci separammo in pace.
Ma la povera donna era più di parole che difatti. Ella
contava i voti che le si rendevano indispensabili alla riconferma nel
badessato.
Di lì a otto giorni i tre chierici ritornarono.
Né a questo si ristrinse l’intrigo; tentò inoltre la
consorteria di spandere sul mio portamento un’ombra di denigrazione. A che non
giunge la perfidia fratesca!
Quegli dei quattro chierici, che di fatto era espulso dalla
chiesa, fu da’ confessori e dai monaci della chiesa stessa denunziato al
cardinale; il quale, con altrettanto smoderato desiderio di arrendersi
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alle voglie delle sue creature, l’obbligò a deporre l’abito clericale.
L’abbadessa aveva mancato al suo giuramento: io volli mantenere il mio.
Quel giorno fermai incrollabile nell’animo la risoluzione
di lasciare ad ogni costo un luogo, dove ribollivano le macchinazioni e
traboccava il fiele dell’invidia.
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