I patimenti morali, le incessanti agitazioni, l’azione
coercitiva della chiusura, la vita sedentaria, l’atmosfera del monastero
malsana durante la stagione d’inverno, e soprattutto i raggiri di cui io era
divenuta vittima, tuttociò aveva scossa la mia salute troppo gagliardamente,
perché non cercassi un qualche mezzo di salvezza. In questo mentre era morta
Giuseppina, la mia prediletta sorella, colei che più d’ogni altra persona
soleva compiangere le mie sventure. Il dolore di non averla potuta abbracciare,
neanche vedere un solo istante prima ch’ella si separasse da questo mondo, mi
fece sentir viepiù il pentimento di un voto diametralmente opposto all’indole
mia.
E nondimeno ben vero che mutata coll’andar degli anni
trovavasi la mia condizione. Avendo ormai raggiunta l’età maggiore, poteva già
io reputarmi arbitra sicut in quantum di me stessa: oltre di che,
possedendo più d’una pensioncella, avrei potuto cercarmi un altro ritiro, meno
forzato del monastico e più conveniente alle mie inclinazioni, ove pure non
avessi preferito ricorrere all’ospitalità del secondo marito di mia madre.
Questa, vedendomi in preda alla disperazione, mostravasi dolentissima, né di
tratto in tratto dissimulava il rimorso di avermi la prima volta fatta entrare
nel monastero; mi promise adunque la sua cooperazione in ogni tentativo che
sollecitar potesse la mia più o meno larga liberazione, e mantenne fedelmente
la promessa.
Ma anche nell’interno del chiostro lo stato mio erasi
modificato. Una malattia di pochi giorni mi aveva strappata la seconda zia,
quella che funzionato avea per lungo tempo come badessa. Gaetanella non era più
al mio servizio. Dopo il fatto d’Angiola Maria, fatto nel quale aveva ella
dimostrato nutrire affetto scarsissimo per me, e niuna umanità per gli altri,
io l’aveva ceduta a mia zia, ed in cambio m’era provveduta d’una giovinetta,
entrata poc’anzi nel convento [161], e nativa d’un piccolo paese nelle
vicinanze di Napoli. Chiamavasi essa Maria Giuseppa: aveva diciassett’anni, ed
era di fisonomia insinuante. Benché la sua famiglia avesse fatto molta spesa
per chiuderla, e che essa non provasse ancora la nostalgia della personale
libertà, pure aveva fin dal principio concepita siffatta devozione per me, che
protestava tutto giorno d’esser pronta a seguirmi dovunque le combinazioni mi
avessero potuto condurre.
Ne’ contorni della mia prigione trovavasi una casa alla
cui finestra spesso vedeva io una giovine monaca in amichevole conversazione
colle parenti. La mirai, la rimirai, ne interrogai l’abito: non v’era dubbio,
apparteneva ad un qualche convento di clausura, la non pareva addetta a quella
classe di bigotte che chiamansi monache di casa. Per quale mezzo aveva
ancor essa ricuperato l’impareggiabile benefizio di ricalcare la soglia
paterna?
La brama di trapelare alcun che intorno a quel portento mi
preoccupò vivamente. Seppi alfine, dopo lunghe indagini, ch’era essa di
clausura d’un monastero di Nola, e stava da lungo tempo fuori del chiostro,
avendo addotto de’ motivi, e rinnovato il permesso d’assenza ogni sei mesi, per
modo da ottenerne un prolungamento indefinito.
Quale raggio consolante di luce nel buio del carcere!
Perché, profittando del messaggio, che forse la
provvidenza mi mandava, perché non avrei battuto anch’io la stessa via? Non era
forse vero, non era evidente il pessimo stato di mia salute? Non andava io
soggetta ad accessi nervosi, ad emicranie, a spasimi, che logoravano sempre più
l’ingracilita mia complessione?
Pingui, fresche, rubiconde, piene di brio e di beatitudine
erano la maggior parte delle altre mie compagne: la spensieratezza, l’ozio,
l’apatia conferivano loro, come il pollaio conferisce alle galline.
All’incontro io diveniva sempre più pallida e smilza: le gote mie si
affossavano, gli occhi si spengevano, i capelli mi cadevano a ciocche.
Uno dei medici della comunità mi fece il rispettivo
certificato, che unito alla supplica spedii senza indugio a Roma. Era tanto
sicura del buon esito, che dal giorno stesso della spedizione cominciai a
contare le ore e i minuti del tempo che mi restava ancora da patire.
Diceva fra me stessa: «Ora il corriere consegna la mia
supplica: ora Pio IX la sta leggendo con animo disposto al favore: ora sarà già
fatta la grazia, firmato l’atto, sigillato il foglio, passato alla rispettiva
autorità perché lo mandi a Napoli: fra due giorni sarà di ritorno il corriere:
oggi è giovedì; sabato mattina per tempo, a rivederci [162]! Ah! ma queste due
giornate saranno per me più lunghe di due secoli!!»
Frattanto il canonico non sapeva darsi pace di questo mio
passo, e cercava d’infiacchire la poesia delle mie speranze con tutti i colpi
che in sua disposizione mettevano lo scetticismo della logica ed il cinismo
della professione. Non mancò peraltro di lagnarsi coll’abbadessa delle sciocche
persecuzioni a me fatte soffrire dalle monache, dicendole in conclusione:
«La mia penitente è donna di fermo carattere, sebbene di
poche parole. Siate certa che se si prefigge di uscire ne uscirà!»
«San Benedetto non lo permetterà. Chiunque ha indossato
una volta il suo abito, non uscirà più di qua dentro né viva né morta»
rispondeva la povera donna.
Ma se mi sapeva mill’anni di andarmene da quel luogo
detestato, assai, ciò non ostante, dolevami di lasciarvi una ragazza in cui si
erano concentrate le mie premure, ragazza ch’io amava come figlia ed unica
sorella. Discendeva essa da un’onesta ed agiata famiglia napoletana, ed erami
stata distintamente raccomandata un anno prima de’ sovraccennati avvenimenti.
Chiarina (avea tal nome) era stata da principio affidata
ad una zia, monaca da quarant’anni nello stesso monastero, ed in quel tempo
rimbambita per eccessiva vecchiezza. Attristata dall’orrendo abuso che la
conversa faceva della debolezza di lei, la povera vecchia mi aveva supplicata
di prendere la nipote sopra di me, e farle da madre. Ogni educanda aveva per
maestra una monaca; Chiarina fu dunque data in custodia a me, ed io l’accolsi
caritatevolmente.
Nata di sette mesi, quella giovinetta era viva per
miracolo; aveva sedici anni, ma ne mostrava appena dieci. Perduti entrambi i
genitori in tenera età, era rimasta con due soli fratelli; il minore studiava
in altra città, ed il maggiore, per la natura delle pubbliche funzioni che
esercitava, era costretto a trovarsi sempre in viaggio.
Chiarina aveva il volto di un angioletto: sembianze regolari,
guardatura attraente, profondamente patetica. Era impossibile, anche alle
persone del suo sesso, averla veduta una volta alla sfuggita, e non sentirsi la
voglia di pascer la vista nella contemplazione de’ suoi sguardi incantevolmente
languidi. Quegli occhi mandavano fuori tale un influsso di carità, che
avrebbero sull’istante placata la più gran collera. Ma, se vago aveva il
sembiante, era però deforme di corpo e malaticcia. Affetta da un aneurisma che
le aveva dilatata [163]la regione cardiaca, essa era tormentata da tosse
ostinata e da palpitazioni di cuore frequentissime che le rendevano affannosa
la respirazione e velata la voce.
Né meno bello del volto era l’animo suo, animo ingenuo,
cortese, mansueto e dotato di mirabile pazienza. Possedeva quella ragazza la
facoltà di ben giudicare quali cose fossero da fare, quali da evitare, facoltà
ch’io, superiore a lei di molti anni, ammirava, ma non sapeva imitare.
Lì nel chiostro però, oltre la mancanza della salute,
aveva la poveretta due grandi malanni: l’essere allieva mia, e l’aver per
cameriera una conversa che facevale non dirò da matrigna, ma da tiranna. Era
ben naturale che l’odio, dalle giovani monache giurato alla maestra, si
riflettesse altresì sulla discepola. In quanto alla conversa, era essa un
mostro di brutalità, una belva feroce a faccia umana. Essendo la giovinetta
piuttosto ricca per eredità, aveva preso a covare il reo progetto di non
lasciarsi scappare di mano quella preda, ma di perpetuarne il possedimento,
obbligandola con ogni sorta di coazione a pronunziare i voti, e volendola
accostumare bel bello al suo despotico dominio. A questo scellerato disegno
ostava però la malattia della padroncina; faceva dunque mestieri occultarla a
tutti, per quanto era possibile, acciocché le monache non avessero esclusa nel
Capitolo la sofferente.
Ma come potevansi nascondere la tosse e l’affanno? A forza
di villanie e di sgridate!
Se essa la udiva tossire pel corridoio, la sgridava tosto
colle maniere le più plebee, od anche, per reprimere il suono della tosse, le
chiudeva colla sua mano la bocca. Se l’avesse veduta per le scale in colloquio
con qualche monaca, subito le imponeva di risalire facendo cento scalini senza
riposarsi. La poverina diveniva livida e ansava in modo, che sembrava lì lì per
dare l’ultimo fiato. Io non mancava talora di sgridare la conversa per siffatte
brutalità, ma Chiarina dicevami, che, dopo le mie sgridate, i maltrattamenti
che da sola a sola facevale soffrire la conversa erano maggiori. Per tale
riguardo mi convenne più volte ora raffrenare lo sdegno, ora di non dar corso a
proteste, le quali non avrebbero fatto che viepiù inferocire l’animo
naturalmente spietato della cameriera.
Saltò alfine in testa a questa megera l’idea di
raddrizzare il corpo alla mia discepola, per meglio nasconderne la deformità;
ed a raggiunger tale scopo, le pose un busto colle stecche di ferro. La povera
Chiarina, non sì tosto entrata la mattina nella mia camera,
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buttavasi mezza incadaverita sulla seggiola a bracciuoli, e con un fil di voce
morente mi diceva:
«Signora Enrichetta, per pietà, allargatemi il busto: io
mi sento soffocare».
La menava allora in luogo appartato, il più sovente nel
noviziato, ove di soppiatto le allentava la stringa; la sera però io doveva
tornare a stringerla per non farne accorto il cerbero. Io diceva sovente alla
pupilla:
«E fino a quando, cara mia, sarai tu la schiava d’una
servaccia? Se vuoi vederla finita, io ne conosco il modo: lascia fare a me!»
«No, no, per carità, non lo fate» rispondeva quella,
giungendo le mani supplichevolmente, e tremando alla sola idea della collera di
quel mostro.
Questa creatura interessante, tanto piena di candore, di
religione, d’amorevolezza, quanto maltrattata dalla natura e tartassata dal
destino, nutriva un affetto singolare per gli animali, e specialmente per le
rondini. Seduta nel vano della finestra, col capo appoggiato alle braccia
incrociate, passava parte della mattinata a seguitare le aeree scorrerie di
quei volatili, ed a contemplare la gioia delle loro piccole famiglie annidate
sotto il tetto, o ad ascoltare i loro garruli preludii nel punto di dare
l’imbeccata ai neonati. I costumi e gl’istinti delle rondinelle la rapivano in
estasi, né mai si saziava di udirne il racconto. Ogni qualvolta io le narrava
qualche novello aneddoto intorno alle loro maravigliose trasmigrazioni, essa,
interrompendo il discorso, soleva dimmi con mestizia:
«Esse almeno se ne vanno d’autunno per ritornare la
primavera nello stesso nido... E noi?».
A dispetto però di tali requisiti, le giovani monache non
la trattavano meno duramente della conversa. Allorquando l’udivano recitar
l’ufficio nel coro (cosa ch’io le voleva sempre inibire, ma per la quale essa
era appassionatissima), facevansi beffe del suo affannoso respiro, oppure,
dileggiando il suo zelo, sclamavano ad alta voce: «Che seccatura!».
Il chirurgo della comunità, signor Giampietro, aveva
assistita la madre di Chiarina, quando si era sgravata di lei. Costui, che per
tale ragione amava paternamente la ragazza, non cessava di raccomandarla alle
mie cure, ripetendomi le mille volte di non imporle fatica, e di evitarle
qualunque molestia. Ma, perché tali raccomandazioni non gradivano troppo alla
conversa, ebbe Chiarina l’avvertimento [165]di schivare la presenza del
chirurgo. Io era già da qualche tempo rientrata nelle funzioni d’infermiera. Un
giorno, mentre Giampietro trattenevasi nella porteria, io e Chiarina vi
giungemmo per caso. La prese egli per la mano e fattasela sedere sulle
ginocchia, tese l’orecchio alla mia relazione sulla salute dell’educanda, i cui
palpiti crescevano d’intermittenza, e più forte manifestavasi il battito
violento del cuore. La fece alzare in piedi, e nel posarle una mano al dorso,
l’altra al petto, per esaminare il ritmo de’ battiti che questo dava, le sue
dita toccarono le stecche di ferro.
«Che cosa è questo che porti nel busto?» le domandò.
E la ragazza, facendosi rossa, rispose: «Niente».
Io feci segno con gli occhi al chirurgo di procedere
all’indagine, perloché, spezzando egli la stringa del corsaletto di lana nera,
mise il busto alla luce.
«Misericordia!» gridò con furia. «Chi è stata quell’infame
che ha messo a questa disgraziata una corazza di ferro?»
«E stata la mia conversa» rispose Chiarina.
«Chiamatemi subito quella scellerata» riprese il chirurgo.
La fanciulla, divenuta pallida e tremante, mi pregò di
calmarlo; ed egli, vedutala così costernata, si fermò un poco, poi, voltosi
alla portinaia e alle altre monache presenti:
«Gli omicidi» disse, «non si commettono soltanto col
pugnale o col veleno. Mettere un tal busto a questa malata, è lo stesso che
volerla uccidere: comprimendo il suo cuore, voi la mandate alla tomba».
Parole gettate al vento. Chiarina continuò a portare le
stecche di ferro; non valsero né le ammonizioni del chirurgo né le mie
preghiere.
Suo fratello trovavasi negli Abruzzi. Gli scrissi una
lettera in cui a chiare note gli dissi come il ritenere più lungamente la
sorella nel monastero equivaleva a volerla abbandonare a morte sicura.
Venne egli subito in Napoli, e disse a Chiarina che si apparecchiasse
a seguirlo. Essa mostrossi dolente di lasciarmivi, sebbene convinta d’altronde
ch’io stessa non vi sarei rimasta più a lungo, perché la mia domanda non poteva
incontrare in Roma alcun ostacolo.
Uscì adunque del chiostro, condotta dal fratello, e le
giovani monache in segno di ringraziamento, accesero delle candele alla
Vergine.
Senonché, il rio destino non avea cessato di perseguitare
quella
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miserella. Era d’inverno. Il freddo degli Abruzzi, dove il fratello dovette
ritornarsene, recò grave pregiudizio alla salute di Chiarina, e come d’altra
parte il tempo fa dimenticare le passate sofferenze, credette questa di
trovarsi più riparata nel chiostro, che non viaggiando col fratello.
Di lì a qualche tempo facea ritorno in Napoli, e domandava
di essere ripristinata nel suo posto di educanda. Quale idea!
Le feci osservare l’incauto proponimento, non degno della
sua provata prudenza: le rammentai i passati patimenti, le diedi il consiglio
di scegliersi piuttosto un ritiro, prendersi una cameriera: e viver tranquilla
e indipendente. Mi rispose:
«Voglio starmene, amica diletta, appresso di voi: non
voglio rientrare che per voi sola».
«Ma io sono in procinto di lasciare San Gregorio».
«Son già passati dei mesi dacché siete pronta a partire,
ma chi sa se ve lo permetteranno?».
Il giorno che per farla rientrare fu convocato il
Capitolo, volli mettere in salvo la mia coscienza. Nell’atto di dare il mio
voto, alzai la mano, e feci vedere a tutte quante che nell’urna bianca io
gettava la pallina nera. L’ammissione riuscì coi soli voti delle monache
vecchie: le giovani lo diedero contrario.
Entrò adunque, ma poco dopo si pentì di non avere seguìto
il mio consiglio. La sua tosse, esacerbata durante la notte, disturbava i sonni
della conversa. Per evitar le rampogne e le imprecazioni che per tale motivo ne
riscuoteva, la povera malata cacciava il capo sotto le coltri, e vi rimaneva
immota e quasi sepolta.
Una mattina la conversa andò a svegliarla: pareva immersa
nel sonno. La chiamò a nome, la tornò a chiamare: non diè risposta. La scosse:
non si muoveva. Rimosse allora la coperta che le nascondeva il volto... Era
morta!
Sedici volte sono ritornate da quel tempo le rondinelle,
ma lo spirito angelico di Chiarina non farà più ritorno in questa valle di
lagrime!
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[bianca]
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