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Il cardinale Riario Sforza venne esaltato alla sede
arcivescovile di Napoli sei mesi dopo la morte di Caracciolo, suo predecessore,
e dopo il vicariato di Savarese. Troppo giovane ancora per tale carica, scarso
d’istruzione, privo altrettanto di pratica che di prudenza, e di costumi
sdrucciolevoli anzi che no, aveva ottenuto il governo di quella chiesa mercé
l’intervento di suo zio, il quale in quel secolo d’oro del papato disponeva a
suo talento della volontà di Gregorio XVI.
Per dargli un’infarinatura degli obblighi e delle cure
vescovili, di che era totalmente digiuno, lo avevano tenuto in tutto quel
semestre nella piccola Sede d’Aversa. Il pontefice Gregorio se ne morì, poco
dopo aver fatto questo regalo alla capitale di Ferdinando TI, che cordialmente
ne lo ringraziò, e Mastai gli succedette alla Santa Sede.
Nei primordi del suo pontificato sanno tutti che dava Pio
IX somme speranze di sé. Egli era non pure liberale di fatto, ma, ad esempio di
Aristide il giusto, voleva altresì farsi conoscere per tale. Già da terribili
larve funestati erano i sogni, fino a quel punto placidi, de’ Pigmalioni
d’Italia; già questi popoli afflitti riaprivano il cuore a legittime aspirazioni;
già si parlava d’un concilio, destinato a decretare lo scioglimento dei voti
monastici, tre secoli innanzi definiti dal Tridentino.
In questo frattempo fu spedita a Roma la mia domanda di
poter lasciare il cenobio.
Il cardinale Riario, bramoso negli esordi del suo governo
di apparire zelante prelato, era venuto più volte a visitare il nostro
monastero. Dopo di essersi trattenuto lunga fiata coll’abbadessa e con un’altra
monaca, esimia simulatrice, che si poteva pur chiamare la vera superiora,
poiché nulla poteva farsi senza il suo consenso, era stato ogni volta salutato
dall’intera comunità, a bella posta
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convocata per fargli onorevole accoglienza. Io entrai insieme alle altre, ma
presi sempre l’ultimo posto, lasciando le prime file a quelle che avevano più
piacere di farsi vedere o di indirizzargli qualche mezzo complimento.
Racchiusa nel mio silenzio aveva osservato che gli mancava
il meglio: l’istruzione. Era evidente che il tempo speso dallo scopone in
Roma, era stato impiegato in tutt’altro che nello studio. Egli aveva imparato
in Roma solamente la pasquinata; ma se voleva imitare i Romani nel
sarcasmo, non ne aveva però l’arguzia e la prontezza che danno al frizzo il
vantaggio dell’opportunità: per un mauvais plaisant tra Marforio e
Pulcinella ci corre poco.
Se, affettando una mal preparata gravità, prendeva qualche
volta a rivolgere sia un’allocuzione od un avvertimento, duravasi fatica a
raccapezzare quello che avesse voluto conchiudere col suo diffuso sproloquio:
idee disadattamente accozzate: termini e locuzioni impiegati male a proposito:
costruzione oscura e disordinata. Benché inesperto nel parlare e più ancora
nello scrivere la propria lingua, pure era pizzicato dalla vanità di farsi
credere latinista, per cui nel suo ragionamento spesso mescolava de’ proverbi
latini o dei versetti della Bibbia... Ma io temo davvero che del suo limen
grammaticum, appreso nell’Eterna Città, abbia egli ritenuto in mente ben
poco: il modo, cioè, di coniugare il presente e futuro d’un solo verbo: del
verbo amare. Tale pur è l’opinione di due buoni terzi della romana
società.
Riario era allora in concetto di bell’uomo: intorno ai
gusti non c’è da disputare. Egli è peraltro indubitato che ciascuna delle sue
visite elettrizzava le giovani benedettine. Appena uscito del parlatorio, si
radunavano esse in diversi crocchi, dove ciascheduna ingegnavasi di sorpassare
le altre nel panegirico delle doti materiali e spirituali di Sua Eminenza. Chi
diceva: «Come è bello! Che nobile portamento! che sguardo fascinatore! che mano
fatta al tornio!». Chi diceva: «Quanto è dotto ed istruito! da quella bocca
scorre il miele!». Io diceva tra me: «Egli non ha imparato che a star ben ritto
su due piedi!». Insomma per più giorni e più notti altro in convento non
facevasi, che pascersi dell’olezzo delle sue parole; quelle poi alle quali gli
odorosi mazzetti erano stati diretti, rosse, palpitanti e distratte divenivano
per la gran commozione.
Io non m’era fatta giammai vedere né gli avea parlato.
Provava per la sua persona una di quelle ripugnanze insuperabili che si sentono
a prima vista e non si sanno giustificare. Non so perché, ma
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sin dal primo incontro egli mi sembrò un dandino, travestito da principe
ecclesiastico.
Volendo una volta far mostra di galanteria, mandò in dono
alla comunità un gran canestro di fravole: le monache diedero una piastra al
cameriere, e non rifinirono di magnificare la garbatezza del così detto nuovo
superiore. Credo che questo fattarello trapelasse fuori del chiostro, e
pervenisse a notizia di qualche bello spirito propenso alle burle, e che avrà
dovuto esclamare: in qual parte del mondo non s’infiltra la commedia?
Di lì a pochi giorni ci arrivò un secondo regalo. Un
facchino, condotto da un cameriere, recò un pesce di enorme grossezza, tutto
coperto di foglie d’arancio. Nel presentare quella mole, che nominò storione,
sciorinò costui a nome di Sua Eminenza un’interminabile litania di complimenti,
mentre il pesce faceva grondar sudore dalla fronte del portatore. Un’altra
piastra fu offerta per mancia al cameriere, oltre due carlini dati al facchino.
Le monache, tutte ansanti, affollate nella portineria, ne giubbilavano, e
quelle di loro che si appropriavano il complimento facevano a gara a proporre
in favor del cameriere in livrea più lauta la mancia.
Giunse in quel mentre il ragioniere.
«Sapete, Don Giuseppe, che il cardinale ci manda un altro
dono più magnifico del primo? preparatevi a scrivergli una seconda lettera di
ringraziamento in nome della comunità».
«Davvero!» sciamò con un salto d’allegrezza il ragioniere.
«E cosa vi manda?»
«Un pesce!... ma che pesce! ce ne sarà per le converse!»
«E ne avanzerà!».
Le converse leste leste tirarono l’ingente storione presso
la porta. 11 ragioniere si pose gli occhiali, lo guardò dal capo alla coda, lo
fece voltare e rivoltare, e, dopo d’avere ruminato tutto ciò che sapeva
d’ittiologia, disse atterrito:
«Sapete, mo’, signora badessa, e voi altre reverende, che
questo mi sembra un pesce da museo di storia naturale?»
«Un pesce da museo!» ripeterono in coro più di cento voci.
«Il regaloo è dunque molto più splendido che non avevamo creduto da prima ! »
«Che! che! l’è una burla bell’e buona! È un pesce che non
si mangia! »
« Ma se l’ha portato il cameriere dell’altra volta!»
soggiunsero le monache.
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«Ho l’onore di dirvi che questo è un mostro!»
«Don Giuseppe mio, farneticate!»
«Ebbene, fatelo vedere a qualche marinaio!»
Mentre le suore tutte stavano ancora sclamando: Gesù!
Gesù! sopravvenne il pescatore dalla vicina piazza del Purgatorio, il quale,
gettato uno sguardo sul regalo, gridò:
«È un vitello marino: buttatelo via!»
«Una foca» riprese Don Giuseppe; «ve l’ho ben detto io che
è un mostro da museo!»
Figuratevi il dispetto delle monache, massimamente di
quelle che si erano appropriate il complimento! Fatto sta, che la burla giunse
all’orecchio del cardinale, il quale comprese che la galanteria costava più
cara in Napoli che in Roma. Fu anzi detto che nel giorno medesimo avesse
ricevuta una bella lettera di ringraziamento da parte della comunità di San
Gregorio. Comunque siasi, d’allora innanzi si astenne di dare altre prove
d’affetto a quelle suore.
Venuto un’altra volta in San Gregorio si trattenne egli
lungamente colla superiora e colla solita monaca, sua pedissequa. Le altre
aspettavano impazienti di essere, secondo il solito, chiamate alla sua
presenza.
Furono invece dati al campanello i tòcchi miei.
Scesi alla porteria, e trovai l’abbadessa che usciva
appena del parlatorio.
«Il cardinale vuole parlarti» mi disse.
Balzommi il cuore: la mente mi ricorse subito alla domanda
di assenza, da già due mesi inviata alla Santa Sede.
Il cardinale era solo, e stavasi adagiato sul seggiolone.
Al primo colpo d’occhio mi parve attillato con molta ricercatezza, ed un
leggero profumo d’acqua di Colonia spandevasi dalla sua persona nell’ambiente
del parlatorio.
M’inginocchiai dinanzi al porporato, siccome l’uso o
meglio l’abuso vuole. Egli alzò la mano, mi benedisse, mi fissò a lungo in
silenzio, indi:
«Voi avete avanzata una domanda alla Santa Sede per uscire
del chiostro?» mi domandò con voce sdolcinata e melliflua.
«Eminenza sì» risposi, tremante non meno di timore che di
speranza.
«E per qual motivo?»
«Per cagione di salute».
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Si atteggiò ad ironico sorriso, tornò a fissarmi ben bene,
poi soggiunse.
«Ma voi non mi avete l’aria di ammalata».
«Eppure se sono ammalata Dio lo sa!»
«Di che soffrite?»
«Di mal di nervi».
«E chi non soffre di questo male!»
«Di convulsioni» ripigliai.
«Eh, tutte le donne ne patiscono. Isterismi, isterismi, e
nient’altro! Voi altre monache vi andate più soggette ancora delle femmine
secolari».
Dopo una breve pausa gli dissi essere stata la mia domanda
accompagnata dal certificato del medico curante.
«Ho poca fede nei medici: chi più, chi meno, sono tutti
impostori».
«Ma il mio era giurato».
«Tutti miscredenti, tutti spergiuri, capissi j’à! ».
Mi tacqui allora, e dopo un’altra pausa ripigliò:
«Voi sapete che tutte le petizioni mandate a Roma dalla
mia diocesi sono dalla Santa Sede rimandate a me. La vostra domanda dunque
trovasi nelle mie mani, acciocché io ne verifichi l’esposto e dia
conseguentemente il mio voto. Ora, per non permettere che vi pasciate di vane
speranze, debbo dichiararvi che il mio voto è contrario; lasciate ogni speranza
di uscire!»
Credetti d’essere percossa dal fulmine. Onde maravigliato
egli dal mio sommo turbamento, m’invitò a sedere, poi, raddolcendo la voce,
inasprita nelle ultime frasi:
«Ho parlato testé colla superiora» disse, «ed ella mi
assicura motivo della vostra petizione non essere veramente la salute, ma
sibbene l’affare del chierico».
Io conosceva appieno la parte che il cardinale aveva presa
in quell’argomento. A siffatta rimembranza, destata da lui stesso, il sangue mi
rifluì nella faccia e gli volsi un’occhiata di sdegno.
«Vostra Eminenza» dissi, sforzandomi a contenere
l’alterazione nervosa che m’agitava, «Vostra Eminenza dovrebbe sdegnare di
scendere a sì bassi ed ignominiosi intrighi... »
«Non vi sgomentate» riprese egli interrompendomi; «a
quell’inezia non annetto alcuna importanza, essendo convinto che nulla di
positivo sia passato fra voi e lui. Scenderebbe mai a livello d’un semplice
chierico una nobile... voglio dire una monaca, qual voi siete?
[173]
Nondimeno l’idea di lasciare il chiostro è assurda: bisogna deporla».
Fredda e impavida, gli dissi non credere che Iddio e il
Santo Padre, e Sua Eminenza avessero di comune accordo decretata la mia morte
col prolungamento della chiusura. Ma egli, troncatami la parola, passò a
intrattenermi per qualche tempo in estranei e futili ragionamenti; quindi,
alzatosi di repente:
«Tornerò spesso a visitarti» mi disse, dandomi quella
volta del tu; «fatti dunque vedere di buon grado, né ti nascondere, come
hai fatto finora, e dammi inoltre il contento di sentire, che hai discacciata
dal cuore la tentazione di restituirti all’inferno del secolo, capissij’à!».
Ritornai nella mia cella, ove m’abbandonai alla
disperazione, che pur veniva esasperata dal sogghigno delle monache. Io le
sfuggiva tutte. Adempiti che aveva i doveri del coro, e gli altri d’infermiera,
per la più breve via mi riduceva nella mia stanza, dove o leggeva, o meditava,
o piangendo lavorava: e là, più per bisogno di distrazione, che per vaghezza di
pubblicità, incominciai a scrivacchiare queste Memorie. Maria Giuseppa, la
buona mia conversa, l’unica compagna della mia solitudine, non si muoveva dal
mio fianco, che per urgente servizio, e, meno esperta di me sulla pretesca
simulazione, andava immaginando, per confortarmi, le più folli e chimeriche
speranze; alle quali spesso, traendo un sospiro, io rispondeva con quella
dantesca apostrofe dell’Astigiano:
Stirpe malnata, e cruda,
che degli altrui perigli, all’ombra, ride!
Mia madre, del pari, fu inconsolabile, avendo da me saputo
che ad altre monache, meno sofferenti, meno accasciate, era stato concesso
quello che or veniva vietato a me. Il canonico tentava invano di rattemprarmi
il cruccio; non fu possibile. Io mi abbandonava alla più sfrenata desolazione.
Feci una nuova e più vigorosa istanza, e la mandai a Roma.
Coerente intanto alla sua promessa, Riario venne più di
frequente al monastero. Ogni volta che il campanello chiamava la comunità al
parlatorio, io mi sentiva rabbrividire. Per evitare quel disgustoso incontro,
avrei dato non so che: ma come fare? Non appena giunto, egli diceva: «E la
vostra Caracciolo dov’è?». Benché fremente di dispetto, doveva farmi innanzi e
udirmi domandare con voce melliflua come stessi di salute, e se fossi
tranquilla d’animo [174]: complimenti del carnefice al condannato.
«Povera figliuola! E così buona! Non si vede, né si fa sentire»
rispondeva per me l’ipocrita badessa, solita sempre a lodare le persone nella
loro presenza.
«Brava!» soggiungeva l’eminente visitatore, «così va
bene». Un giorno la superiora mi fece mettere nella prima fila. Tale studiata
preferenza indignò le monache, le quali bisbigliavano contro la badessa, e
dissero, dietro le mie spalle:
«Che fastidio! si parlerà dunque in eterno della
Caracciolo?»
«Eminenza» fece la superiora, «debbo denunziarvi questa
signora monachella che ogni giorno più si atteggia a misantropa. Fugge la
compagnia, passa gran parte della giornata rinserrata nella sua cella, e nelle
ore di ricreazione non si vuol unire colle altre monache».
«Lasciatela un momento sola con me» disse l’arcivescovo in
tuono di potestà patriarcale.
Le monache uscirono malcontente, ed io mi sedetti a
qualche distanza, curiosa di vedere come Sua Eminenza avrebbe intavolata la sua
orazione.
Ei si compose in atto affabile, affine di ispirarmi
fiducia, si terse il sudor del volto colla pezzuola di batista, poscia m’interrogò:
«Per qual motivo ve ne state sempre sola e pensierosa?»
«Sarebbe anche questo un delitto? Quando adempio a’ miei
doveri ed obbedisco a’ precetti, mi pare che gli altri non dovrebbero brigarsi
delle mie abitudini».
«Però vorrei poter vedere traverso le pareti ciò che fate
per tante ore sola nella vostra stanza. Il confessore non deve internarsi in
tutto?»
«Leggo, scarabocchio, lavoro: è forse anche questa
un’infrazione?»
«Sicuramente. Non vi è lecito leggere o scrivere se non
opere di devozione. E, di grazia, che state leggendo e scrivendo?»
« Cerco nella lettura di qualche libro istruttivo un
conforto alla oppressione che m’abbrutisce; sbozzo le memorie di questa mia
captività per lasciarne un ricordo, se mi verrà fatto».
«Oppressione... memorie... captività...! A maraviglia!
Dove diamine avete attinto questo frasario da carbonaro? Sapete che dovrei
castigarvi severamente per tali fantasie spropositate?»
«Potete fare anche questo. Mi manca solamente la catena al
piede: ordinatela».
«Non me lo permette l’interesse che sento per voi. Pur
nondimeno [175]vorrei farvi deporre quella smania maledetta di ricuperare la
libertà; su questo argomento sono assoluto, implacabile, inesorabile, né vi
acconsentirò mai».
«Tentate invano di togliermi l’ultimo barlume di speranza.
Ho riscritto alla Santa Sede».
«Lo so, lo so, ed io controscriverò sempre negativamente.
Vogliate per altro confidarmi dove vorreste andarvene, uscita che foste di
convento».
«In casa di mia madre. Ormai non ho bisogno di tutela, ma
credo che nessuna donna possa custodire una giovine meglio della propria
genitrice».
Nel pronunziare quest’ultime parole, gli occhi mi si
gonfiarono di lagrime: mi era balenata alla mente la memoria di mio padre. Il
cardinale proruppe in un riso mefistofelico, e disse:
«Pastocchie! Vorreste piuttosto uscire per ballare: in
casa di vostra madre si danno feste di ballo a’ liberali; ma badi bene a quello
che fa, altrimenti ci baderà la polizia!».
Quest’ultimo tratto esaurì la mia pazienza. Afferrato il
lembo dello scapolare, «Con quest’abito abborrito da tutti» gli dissi, «avrei
vergogna di farmi vedere, ed ancor più di prendere parte ad una festa. Non
chiedo la liberazione, altro che per riconquistare un bene supremo, al cui
godimento ho rinunziato per inesperienza, per debolezza, per forza d’avverso
destino».
«Non posso» ripeté più volte il cardinale, rinforzando ad
ogni passo il tuono. «Per ora» soggiunse, «sto per ripartire alla volta di
Roma; appena tornato, vi rivedrò».
«Ed io, da parte mia, non cesserò giammai d’aspirare al
mio riscatto. Buon viaggio!».
E quand’ebbe voltate le spalle, gli dissi: «Vattene alla
malora!».
Ciò nondimeno l’abbattimento mio andava crescendo di
giorno in giorno, ed il cervello cominciava realmente a risentirsene. Io
confrontava le mie sofferenze morali con quelle delle due converse impazzite, e
temetti di trovarmi anch’io vicina a diventar pazza.
Le speranze, riposte da me nell’animo liberale di Pio IX,
andavano frattanto dileguandosi. Erasi prima parlato di scioglimento di voti;
si disse poi d’una quinquennale rinnovazione degli stessi; in ultimo si spacciò
che tale rinnovazione sarebbe stata ristretta soltanto a quanti avevano fatta
la professione dopo il Breve; finalmente si cessò di parlare su tale argomento.
Nell’animo di Pio IX l’emancipazione monastica e la patria carità subirono la
medesima sorte:
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E quando Roma non voltò mantello?
Mio primo intendimento, come ho già detto, era quello di
uscire per soli sei mesi, riservandomi di rinnovare il permesso al termine di
questo periodo, e di passare da quello in altro chiostro, nel caso che mi fosse
negato il prolungamento. La capricciosa repulsa, l’avermi ricusato quello che
tutti i giorni si concedeva a tante che ammorbavano Napoli; massimamente in
tempo d’estate; queste cose mi punsero al vivo. Era evidentemente un tratto di
personalità, cui piuttosto che soccombere avrei rinunziato all’esistenza
stessa.
Da quel momento diedi l’addio ad ogni sorta di palliativo,
di mezzo termine, e mirai a dirittura al definitivo scioglimento dei voti.
Raccolte adunque delle informazioni intorno a tale bisogna, letti più libri su
questa materia, ed abboccatami con un dottore in gius canonico, seppi che
conveniva anzi tutto mandare il reclamo prima che fosse spirato il quinto anno
della professione: che bisognava poi provare la violenza morale nell’atto della
monacazione: infine che la causa doveva trattarsi prima alla curia di Napoli, e
poi a quella di Roma, locché avrebbe preso molto tempo e moltissimo denaro con
iscarsa probabilità di riuscita.
Questi ragguagli mi sconcertarono. Prossimo a spirare era
il quint’anno della mia professione... E poi, la curia di Napoli avrebbe essa
urtate di fronte le disposizioni d’un cardinale arcivescovo per esaudire i
reclami d’una monaca priva di protettori...? E poi, dove mi sarei procacciata
il denaro necessario per spedire personalmente l’avvocato a Roma, e per dare
l’inevitabile boccone alle signorie reverendissime di quella capitale? Questa
trista prospettiva, dico, mi sbigottì. Nulladimeno, per non cadere nella
prescrizione, deliberai di mandare il ricorso alla curia napoletana; e così
feci, mettendo in luce le circostanze tutte che fecero violenza alla mia
volontà dal punto ch’entrai nel convento Sino al giorno de’ voti.
Quale fu la sorte di questa istanza? fu essa intercettata
alla curia di Napoli che non le diede alcuno sfogo, od invece cadde negli
artigli del cardinale che se ne impossessò? Non mi venne mai fatto di penetrare
questo mistero: certo si è, peraltro, che l’istanza mia sparì, senza lasciar dietro
di sé alcuna traccia.
Trovatami pertanto alle strette, né più sapendo che mi
fare, divisi di scrivere a dirittura al Santo Padre, affine di aprirgli il mio
cuore, manifestargli le mie disposizioni con filiale franchezza, muoverlo
[177]a pietà del mio stato. Pio IX era tuttavia in grido d’uomo d’alto ingegno
e d’uomo di mondo. Nella relazione, che per lui in particolare scrissi,
credetti acconcio non tenergli soltanto parola della mia salute, che di giorno
in giorno deperiva, ma notificargli eziandio alcun che di non meno rilevante:
cioè, che avendo avuto sin da giovinetta inclinazione pel matrimonio, sarei
passata a marito, ov’egli avesse condisceso a svincolarmi dagli obblighi, che
mio malgrado aveva contratti trasportata dalla corrente di disastrose e fatali
circostanze. Per rendere inviolabile il segreto della relazione, immaginai di
premettere a quell’istanza il confiteor, orazione la quale, come ben si
sa, precede la confessione auricolare.
Il cardinale era frattanto ritornato da Roma. Venuto al
monastero, volle trovarsi di bel nuovo a quattr’occhi con me. Inaugurò il
colloquio facendomi dono di una corona benedetta, portata dalla Santa Città, e
chiese in ricambio un qualche lavoretto di mia mano. Il regalo mi parve di
cattivo augurio. Più bramosa della mia libertà, che vaga di tali ninnoli da
santocchia, dissi corrucciata a Sua Eminenza ch’io non sapea fare nulla di
lavori donneschi.
«Non è vero» diss’egli leziosamente: «non mi sono ignoti i
vostri lavori. Applicatevi a qualche cosa; ad un elegante ricamo, per esempio:
ciò vi servirà di distrazione».
In questo mentre si fece innanzi l’abbadessa, e saputo dal
cardinale il mio rifiuto, torse sdegnata il viso.
«Il lavoro sarà fatto immancabilmente» disse in tuono
imperioso al cardinale: «glielo farò avviare e terminare io stessa».
Per più giorni m’annoiò, reiterandomi la domanda, se già
l’avessi incominciato, e di quale sorte sarebbe stato. Stizzita alfine
dall’incessante molestia, le dissi:
«Vorreste forse impormelo per disciplina?»
«Ohibò! spero che lo farete di buon grado».
«Allora, con vostra buona pace, fatela finita! Io detesto
quell’uomo quanto un prigioniero di stato detesta l’autore del suo
imprigionamento. Non è forse desso che a viva forza mi trattiene in questo
stato di violenza?»
«Ma lo fa perché ti vuol bene».
«Mi vuoi bene? obbligatissima! Dio voglia che mi porti
odio, invece di quella funesta amicizia».
«Ora, però» soggiunse l’abbadessa con affettazione, «ora
dovresti passartela più tranquillamente. Quelle fraschette delle monache
giovani non t’importunano più».
[178]
«Me ne accorgo» risposi: «temono che io, uscita per
avventura dal chiostro, non le paghi a contanti come si meritano».
La superiora si morse le labbra. Seppi di poi che
l’argomento del mio congedo, considerato come peccato politico, e messo nel
numero degli affari di stato, preoccupava, più ch’io non immaginassi, le
autorità; e che tra il Riario, la badessa e il confessore regnava su tal
proposito un’intelligenza non meno arcana che intiera.
Un’altra volta, avendo saputo che dall’ufficio
d’infermiera io era stata trasferita a quello di panettiera, il cardinale venne
a recarmi le sue congratulazioni (!), e di più a domandarmi de’ dolci, fatti di
mia propria mano. Egli ebbe la stessa negativa.
Dovette più tardi visitare il convento per affari della
comunità. Disbrigata la faccenda che ve l’avea menato, si fece condurre dalle
monache nella mia cella, che prese ad esplorare a parte a parte; quindi, uscito
sul terrazzo, e scorto lì di faccia il Vesuvio colle adiacenti colline e
coll’ameno paesaggio che intorno intorno lo corteggia, disse:
«Di quale magnifico prospetto gode la vostra stanza! che
immenso orizzonte! questa vista solleva il cuore e edifica lo spirito!... E voi
volete lasciarla!»
«Questo prospetto» risposi, «non fa che rendere più
sospirato al prigioniero il bene della libertà».
«Ma voi siete libera quanto basta: chi sa, che una dose
maggiore di libertà non vi tornasse dannosa!»
«Con simili detti era pure confortato dal suo tiranno
l’afflitto popolo d’Agrigento» risposi a Sua Eccellenza, accompagnando l’ironia
con un sorriso.
M’intese, si tacque, e partì. Era quello il tempo de’
monsignori Apuzzo, de’ Pietrocola, de’ Del Carretto; il tempo, in cui a furia
di sofismi erasi elevata a dignità d’assioma la dottrina, che il popolo delle
Due Sicilie, troppo felice nello stato d’innocenza pecorina in cui viveva, non
dovesse punto correre il rischio di restarne defraudato col cercar di spingere
le sue letterarie cognizioni più in là dell’abbiccì. In qual parte del mondo
cristiano non risuona l’ignominia del Catechismo di monsignor Apuzzo?
Potevano l’oscurantismo clericale e il dispotismo borbonico lasciarsi addietro
un monumento più infame di questo?
Circa un mese e mezzo dacché aveva spedita la lettera al
Santo Padre, mi venne incontro il confessore tutto contristato, e di pessimo
umore. Veniva dal palazzo arcivescovile.
[179]
Chi lo crederebbe? quella lettera, di cui io sperava aver
fatto un mistero allo stesso canonico, era stata rimessa tal quale
originalmente al cardinale arcivescovo!
E il segreto epistolare? Violato!
E il sigillo della confessione? Infranto!
Sua Eminenza voleva sapere dal canonico il come, il
quando, il perché avesse costui permesso che tale scritto fosse stato diretto a
Sua Beatitudine, e chiedeva inoltre se qualche procellosa passione mi avesse
suggerito tale spediente.
Il canonico asserì di non saperne nulla: almeno così mi
disse. Son tutti d’una buccia. E certo però, che nella confessione io m’era
fatta una legge di non rivelargli, se non le mere infrazioni alla disciplina.
Il cardinale, saltato in collera per questo tratto novello
di ciò ch’egli piacevasi di qualificare col nome di mia irrefrenabile
cospirazione, lasciò trascorrere lungo tempo, senza venire a trovarmi.
Intanto quella lettera, caduta in sua mano, troncava l’ultima mia speranza di
vedere prossimamente terminato il mio purgatorio.
Se non che, in luogo di quelle illusioni, che di mano in
mano svanivano in sul nascere, andava per me spuntando un diverso, e più chiaro
lume di salvezza. Ridesto nel sepolcro, ove chiuso da già ventisett’anni
giacevasi, il genio dell’italica libertà scuoteva dal crine la polvere della
tomba, e riprendeva più bella e più forte l’antica sua vita.
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