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Le suore del nuovo monastero aspettavano la comitiva alla
porta. Terminate le cerimonie al vicario, e partita mia madre, mi fecero salire
alla stanza da pranzo della badessa, non avendo un refettorio comune. Ivi
sedetti a pranzo colla superiora e con tre altre monache, dopo di che venni
condotta al secondo piano, nella stanza a me assegnata presso la chiesa.
La città di Napoli, travagliata nel 1526 da fierissima
pestilenza, che la disertò di sessantamila anime, votava alla Madre di Dio una
piccola cappella. Quando poì nel 1575 rinnovellavasi il morbo per tutta Italia,
senza che penetrasse tra noi, grato, il Comune, cambiava la modesta cappella in
un tempio, cui più tardi, nel 1603, si aggiunse il conservatorio: nobile, vasto
e comodo fabbricato, posto in uno dei più animati quartieri della città. Poche
abitatrici io vi trovai: quattordici oblate, una ventina di educande, e quattro
converse. Le oblate vestono l’abito dell’Immacolata Concezione, e le educande,
oltre a’ lavori donneschi, s’ammaestrano un pochino anche nelle lettere.
Da lunghissimo tempo disavvezza alle grandi folle, al
flusso e riflusso della piazza, a quel clamoroso favellio, a quell’assordante
frastuono di ruote, tutto caratteristico di Napoli, credetti di primo tratto
d’essere, per non so quale prodigio, risalita dal regno delle ombre al mondo
de’ vivi. Schiarita mi sentii la vista, dilatati i polmoni, rasserenato
l’animo. Non vedeva più a me davanti quell’enorme muraglia della clausura, che
per nove anni mi avea compresso il petto, e angustiata la respirazione colle
strette dell’incubo; sentiva passare gente, carrozze, venditori, truppa: alle
finestre io non mi poteva affacciare, perché troppo erano alte; pure,
trovandomi così in una delle più belle vie della città, mi potevo immaginare
d’esser piuttosto alloggiata in casa particolare, che in monastero. Tutto
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insomma mi parve nuovo, tutto singolare e curioso: l’aria, il suono, la luce,
il movimento, e per fino le sembianze de’ miei simili. La mia stessa persona mi
parve una pianta esotica, venuta da lontanissimo paese: mi parve, non saprei
più dir quale, ma un oggetto di curiosità. Né temerò di passare per esagerata,
se, per dipingere quella fase singolare del mio stato interiore, confesserò
d’aver più volte interrogato lo specchio intorno alla mia personale identità.
Il Breve mi permetteva d’uscire ogni mattina; ma il
cardinale, che scherzevolmente era stato soprannominato il mio Hudson Lowe, mi
proibì di passeggiare a piedi. Veniva dunque mia madre a prendermi in carrozza,
mi riteneva a pranzo, e al tramonto del sole mi riconduceva.
Ho detto che tutto mi parve nuovo. Perché non aggiungerei
che tutto mi parve più umano? L’aria di San Gregorio spirava il tanfo delle
stanze mortuarie: atmosfera carica di miasmi mefitici, che, da ogni parte
aspirata, infiltrava nell’organismo più o meno acrimonia, asprezza e
cattiveria. Ritornata nell’aria libera, sana, ventilata, nell’affettuoso
consorzio de’ parenti, nella soave comunione dei sensi, delle speranze, delle
commozioni patrie; restituita, in una parola, all’amplesso dell’umanità, ne
provai subitamente i benefici influssi. Poco a poco la mia ragione si sgombrò
dalla negra caligine che l’offuscava; il cuore, rincantucciato negli ultimi
ripostigli, inciprignito in isterili lotte, inselvatichito nell’isolamento,
tornò bel bello ad inebbriarsi nei concerti di quell’armonia sovrumana, che
chiamasi amor del prossimo. Debbo manifestarlo? Allora soltanto
cominciai a travedere in che veramente consistesse la religione cristiana. La
fede, che sino a quel punto aveva con impero dispotico agito sulla mia volontà,
quella fede che io aveva veduta deturpata in pratiche di pietà imbecille,
vituperata, nell’odio per tutto quello che non portasse in sé l’impronta
ieratica, quella fede, dico, la sentii allora quasi rifluire in me per
gagliardi zampilli nel libero esercizio delle facoltà dell’anima, nell’operosità
del pensiero e del sentimento, nella partecipazione alle miserie altrui. Che
più? le note, che, nei momenti della consacrazione e dell’elevazione,
scioglieva l’organo, m’inondarono d’ineffabile dolcezza, mi commossero,
m’ingentilirono; né uscii mai dalla messa meglio disposta alla carità, di
quanto lo fui quando mi venne fatto di respirare le aure stesse, onde il
cristianesimo trae vita e vigore.
Migliore ancora sarebbe stata la mia nuova condizione,
senza due cose che mi recavano molestia: la curiosità pubblica che, fermata [192]dal
mio abito di monaca, mi andava esaminando come un animale di serraglio; e la
combinazione spiacevole che nel detto conservatorio non faceva da portinaia una
monaca consta, ma invece una conversa feroce, e poco meno che antropofaga.
Costei sì che potuto avrebbe realmente figurare in un
serraglio per le sue forme, partecipanti ad un tempo dell’animale umano e
dell’orso di Siberia. Fronte non più larga di due dita, sopracciglia
eternamente increspate, occhi piccini ed iniettati di sangue, naso schiacciato,
bocca armata di formidabili zanne che spuntavano fuori dalle labbra, e voce
ringhiosa. Quando guardava, minacciava; quando parlava, mordeva. La porta
chiudevasi al tramontare. Cinque minuti di ritardo la mettevano in gran furore:
digrignava i denti, stralunava gli occhi, e borbottava queste o simili parole:
«Malannaggio al cardinale pel regalo fatto al
conservatorio! Una monaca che tutti i giorni vuole uscire!».
Verso la fine del seguente ottobre il cardinale mandò
all’abbadessa l’ordine di proibirmi assolutamente l’uscita. Eccomi dunque
ricaduta nella primiera reclusione:
Nuovi tormenti, e nuovi tormentati.
In risposta ad una mia rimostranza, venne il cardinale a
trovarmi, e disse non essere regolare che una monaca traversasse il Corso in
carrozza, né d’altronde convenevole che le oblate del conservatorio restassero
scandalizzate dalle mie uscite.
«Quale» soggiunse, «sarebbe la sorte della santissima
nostra religione, ed in particolare degli ordini monastici, se le monache tutte
sentissero, come voi, il bisogno della passeggiata all’aria aperta?».
Irritata da siffatto incrudelimento, e prendendomi ormai
vergogna di soggiacere ad un prete orgoglioso, arbitro della mia libertà, mi
confermai nel proposito di fare tutto il possibile onde levarmi dal collo
l’ignobile giogo. A tale uopo mi venne in mente di ottenere, per mezzo di
eminenti amici, un diploma di canonichessa. Ottenuto che avessi per avventura
questo vantaggio preliminare, Dio e le circostanze mi avrebbero aiutata al completo
riacquisto dell’affrancamento.
L’Ordine cavalleresco e religioso delle Canonichesse di
Baviera, conforme a quello de’ commendatori di Malta, vieta alle donne che vi
appartengono il matrimonio, ma permette che vivano libere in seno alle proprie
famiglie. Per favore del principe Dendier, molto
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potente presso la corte di Monaco, ne ottenni in breve tempo la nomina e le
insegne; nella speranza poi di vedermi liberata per tal modo da qualunque
fastidio, il generale Salluzzi, mio magnanimo benefattore, ne pagò i diritti in
ducati 240.
Un’apprensione mi restava. Mi avrebbe la corte di Napoli
accordato il regio exequatur? Per buona sorte, il ministro Fortunato
firmò l’atto di consenso, senza punto sospettare ch’io fossi monaca professa.
Ottenutolo così di leggieri, feci un altro passo innanzi.
Intavolai una pratica a Roma per altro permesso, che mi autorizzasse a passare
dall’Ordine di San Benedetto a quello di Sant’Anna delle Canonichesse di
Baviera. Ma qui incappava di bel nuovo negli agguati de’ preti. Il cardinale
rispose facetamente, che io poteva portare le insegne bavaresi sull’abito da
monaca benedettina.
Un malanno vien dietro all’altro, dice il proverbio.
Le suore del conservatorio erano divise in tre partiti.
Uno era quello dell’abbadessa, composto di oblate superlativamente bigotte e
fanatiche pe’ preti; un altro di giovani, non nemiche del progresso e della
civiltà; il terzo delle educande, che non facevano lega col primo, né
simpatizzavano col secondo partito. La scambievole animosità dei partiti
giungeva fra le monache a segno tale, che quando s’incontravano nel giardino o
pei corridoi, o si voltavano le spalle, o tornavano indietro.
Era meno tronfio d’orgoglio quel sovrano di Francia, che
al secolo suo diede il proprio nome, quando diceva lo Stato son io, di
quello che non fosse la condottiera del partito fanatico, cioè la badessa, nel
sentimento del proprio dominio. Sveglia d’ingegno, ma petulante ed
intrattabile, avara quanto una vecchia zittellona, soprattutto caparbia e
ignorante, ella era sanfedista nata: eccellente pasta per un pontefice, se
fosse nata uomo. Tal era il quadro che le faceva una delle suore
dell’opposizione, la quale, propensa allo scherno, vedendola entrare, diceva:
«Ecco l’antipapa!».
Preceduta nell’animo di questa donna dalle informazioni
date sul conto mio dalla consorteria di San Gregorio, poteva io dimorare nel
conservatorio, senza divenire l’oggetto del più vigile spionaggio? La badessa,
accortasi per tempo della mia simpatia per le suore della parte liberale, mi
ritirò di repente la sua grazia, e perfino la cortesia del saluto. Più d’una
sera, essendomi da lei portata, per darle, secondo l’usanza, la buona notte,
non mi degnò di ricevermi [194]ed io per conseguenza non mi diedi più pensiero
di andarvi. Anche le monache tutte del suo partito non mi salutarono più.
Benché estranea a quella comunità, pure mi conformava alle
loro pratiche, e prendeva vivo interesse alle cose loro. Questa mia benevolenza
e spontaneità fu male interpretata dalla superiora, la quale, dimentica ch’io
era claustrale ed ella semplice oblata, pretese di comandarmi a bacchetta, non
altrimenti che se io fossi stata un’impubere educanda.
Vid’ella un giorno sul mio tavolino un paio di volumi
delle Storie del Cantù. Li prese in mano, ne volse alcuni fogli intonsi ancora,
poi, riponendoli: «Scommetto» disse, «che questi son libri di politica, e
per conseguenza scomunicati! E qui, signora mia, colgo l’opportunità per
dichiararvi, che scritti messi all’Indice nel mio conservatorio non c’entrano».
Un’altra volta un servitore della mia famiglia chiese di
me, per consegnarmi certi borzacchini da parte della sorella. Uscii del coro
per disbrigarlo; l’abbadessa mi venne dietro, e vedutami parlare con lui:
«In coro si fa la meditazione: state là!» mi disse con
imperiale sussiego, e puntando l’indice verso il suolo.
La fissai, per esaminare se quelle parole erano dirette a
me. Essa, immobile, continuava a tener gli occhi pertinacemente fissi sul mio
viso. Allora le dissi: «Sappiate, signora, che impertinenze alla Caracciolo non
se ne fanno. Io non sono né educanda né monaca di questo conservatorio. Se
vengo a coro, ci vengo per ispontanea volontà. Ora che voi lo esigete, non mi
ci vedrete mai più!»
Pochi giorni dopo, mi si presentò l’occasione di prestare
un gran servizio a quella comunità; ed io, posto da parte il risentimento per
le scortesie della badessa, mi ci prestai colla più viva sollecitudine. Ecco
come:
Da molti anni le suore francesi dell’Ordine di San
Vincenzo de’ Pa oli avevano ottenuta parte di quel conservatorio per uso di
scuola pubblica. Non paghe della parte occupata, pretendevano l’intero locale,
e già stavano per riuscirvi. Le altre suore nostrane, costernate a tale
pericolo, e povere di protezione, pensarono di ricorrere alla clemenza del
principe.
Coll’influenza del Salluzzi feci ottenere sollecita
udienza all’abbadessa, e ad uno dei governatori del conservatorio. Né mi
ristetti
questa sola pratica; perché, fatta stendere una supplica
dal Generale, conseguii prestamente un decreto reale, favorevole alle mie
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ospiti. Ma quella gente è come il gatto, risponde alle carezze coi graffi.
E poco dopo io lo provai.
Chiusa in convento fin dall’età di diciott’anni, aveva
troncato a mezzo i miei studi. Proibiti essendo nel chiostro e maestri e libri,
non aveva potuto coltivare le lettere che da me sola, e di soppiatto. Ora la
mia condizione era cambiata; ed io avendo, come noi tutti napoletani, passione
per la musica, mi comprai un piano-forte per cantare ed accompagnarmi.
Se una bomba fosse caduta nel conservatorio non ci avrebbe
portato più terrore che quell’innocente divertimento. Le bigotte si armarono di
scrupoli, ond’io, per evitare ulteriori mormorazioni e maldicenze, mi ristrinsi
a suonare soltanto, senza cantare.
Ma non bastò. Cercavano un pretesto per farmi prendere a
sdegno il loro conservatorio: era cosa chiara.
Studiava l’introduzione e la tirolese del Guglielmo
Tell. Maria Giuseppa venne a dirmi che la badessa dava in furie contro di
me.
«Perché?» domandai.
«Perché non può permettere che le monache siano
scandalizzate più a lungo dal piano-forte, essendo stata sempre vietata la
musica nel conservatorio».
Mi portai senza indugio nella stanza della superiora, che
mi ricevette senza neppure invitarmi a sedere. Quando il Califfo riceve in sua
presenza qualche suddito, non si compone a maggior sostenutezza e gravità.
«Dalla mia conversa» le dissi, «ho ricevuto un’ambasciata
vostra».
«Sì» rispose guardandomi a traverso; «sono scontentissima
di voi per gli scandali delle vostre suonate».
«Non capisco davvero, come suonando si possa
scandalizzare».
«Ieri suonaste e risuonaste una Tarantella!»
Qui, senza volerlo, feci una risata.
«In primo luogo» risposi, «non ho suonato quello che
credete, ma bensì un pezzo di Rossini; voi, non intendendovi di musica, avete
preso un equivoco. Ma posto ancora, che invece di musica seria, avessi suonato
una Tarantella, od un’arietta amorosa, che forse motivi simili non si
eseguiscono sull’organo d’ogni chiesa nel tempo della messa e della
benedizione?»
«Queste sciocchezze a me non si danno ad intendere!».
E battendo i piedi, e gesticolando soggiunse:
«Il cardinale mi aveva detto che non vi sareste trattenuta
qui più
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d’un semestre: ora è già scorso un anno, e non si parla più della vostra
partenza».
Qui colsi l’occasione di castigare quell’orgoglio
imbecille. Noi eravamo sole sole: io forzai il mio volto all’affabilità,
inzuccherai la voce, ed avvicinatami a lei misteriosamente:
«Buona madre» le dissi, «se qualcuno vi udisse parlare
tanto duramente di me, crederebbe per certo che foste impaziente di liberarvi
della mia presenza. Eppure, chi mai di questa famiglia non conosce l’affetto
sincero che mi portate, le cure materne che mi usate? Meglio d’ogni altro lo so
io, che vi pago della medesima moneta, io che vi corrispondo con eguale
benevolenza...»
«Da quando in qua?» domandò ella, aprendo le labbra ad un
sorriso sardonico.
«Ve ne ho data prova poche settimane sono; ve ne darò
un’altra, e più sicura, adesso, che si tratta, non più della salvezza di questa
casa, ma del vostro proprio onore, del vostro grado, e forse della vostra
libertà...»
«Gesù! Gesù! Gesù!» esclamò atterrita; «si tratta di
grado, di libertà! che ne sapete, figlia mia? spero che non abbiate l’ardire di
burlarvi di me!»
«Vi sovrasta una tremenda, e, temo, irreparabile
sciagura».
«Parlate, per carità!»
«Un pericolo orrendo, spaventevole!...»
«Mi si ghiaccia il sangue nelle vene!»
«Poveretta! La perdita del badessato sarebbe un nulla
dinanzi agli altri mali che vi aspettano. Chi sa che non siate trascinata da
birri in carcere: che vi pongano a sedere sul banco dei rei...»
«Gesù! Gesù!»
«Che non veniate condannata alla galera, od almeno alla
reclusione perpetua, con un’enorme catena al piede».
«Gesù! Gesù!»
«Messa forse a pane e acqua, forzata a spazzare il locale,
a spolverare il palco colla granata, a mondare...».
L’avrei tormentata più a lungo, se non l’avessi veduta
vicina a svenire. Tremava l’infelice da capo a piedi: il respiro le andava
mancando: aveva fatto un viso di cadavere.
Quando l’ebbi veduta un pocolino riavuta, proseguii:
«Non ignorate, buona madre, l’immenso bene che vi vogliono
le monache francesi».
«Si tengano per sé quel bene!» rispose la maligna vecchia
con
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voce fiacca, sprofondata dall’apice dell’orgoglio all’imo dello scoraggiamento.
«Dice proprio bene l’antica tradizione:
Da Spagnuoli ed Imperiali,
Da Francesi e Cardinali
Libera nos,
Domine!
«Ma vengo al proposito. Dicono che nell’abboccamento avuto
con S. M. abbiate tentato di denigrare la reputazione delle vostre rivali di
San Vincenzo. Il re ne prese argomento per farsi pubblicamente beffe e di loro
e di voi stessa. Se non che le francesi, avuto sentore della calunnia, sono
pronte e risolute a rendervi colpo per colpo. Già il piano d’attacco è
concertato, l’accusa è stesa; il ministro francese, tutti i sudditi della
repubblica in movimento, la gente della polizia in piedi, la capitale in
subbuglio... E frattanto voi vi occupate di queste inezie!»
La superiora puntò le mani sul tavolino per balzare in
piedi, ma la forza essendole mancata, ricadde di tutto peso sulla poltrona.
«Posso almeno sapere di qual delitto m’accusano quelle
scellerate?» domandò più morta che viva dallo spavento, e con parole semispente
fra’ denti.
«Di cospirazione, di liberalismo, di lesa Maestà...
Congiura nel vostro conservatorio: monache liberali.., voi il loro
Masaniello... testimonianze prese dall’ispettore... lettere intercettate,
documenti parlanti... prove e indizi irrefragabili. Poveretta! in qual cattivo
passo vi trovate!»
«Miserere mei Deus! Io Masaniello! Io rea di alto
tradimento! quale esecranda macchinazione!» gridò esterrefatta la sfegatata
borbonica.
«C’è l’ambasciatore dimezzo, e la vincerà».
«Mi credete dunque irreparabilmente perduta?»
«Ahimè! lo temo».
«E le suore del conservatorio?»
«Vostre nemiche la maggior parte».
«E voi, cara e buona... E voi, fedele e generosa
Enrichetta?».
A questo punto corsi verso la finestra, e dalla finestra
alla porta: l’aprii per metà, vi tesi l’orecchio, poi, d’un salto ritornata
presso l’abbadessa,
«I birri! i birri!» gridai da spiritata: «entrano in
questo momento: i birri nella porteria!»
[198]
«La polizia, reverenda, entra colle baionette in canna nel
conservatorio!» gridò Maria Giuseppa, che tutto aveva sentito, spalancando la
porta e precipitandosi nella stanza.
La vecchia, rinvigorita dal terrore dell’imminente
catastrofe, fece l’estremo di sua possa per rizzarsi in piedi, e vi riuscì;
mosse un passo innanzi, e buttatasi a’ miei piedi, e stringendomi le ginocchia
con braccia convulse:
«A te, fidata amica, a te sola mi raccomando! salvami
almeno tu!» esclamò in tuono supplichevole, interrotto da singhiozzi. «Non sei
tu stessa che salvasti questo conservatorio dall’invasione delle prepotenti
Francesi? Deh, prestami una volta ancora il tuo magnanimo soccorso! in te sola
ripongo la speranza della mia salvezza, angelo di bontà!».
I miei sforzi per sollevarla da quell’umile positura
tornarono vani; ella continuò a stringermi le gambe sempre più forte.
«Mi rincresce, reverenda» le dissi allora, «di non potervi
soccorrere questa volta. Essendo stata poc’anzi da voi congedata, e dovendo
andarmene, sono costretta ad abbandonarvi all’orrendo destino che v’aspetta».
«No; non partire, non m’abbandonare, ti supplico! restaci,
e suona e canta pure quanto vuoi!»
«Oh, no, no: io debbo partire!»
«Non ti lascerò, no: resta, per carità!».
Allora io finii la commedia con una potentissima risata:
presala per le braccia, la rialzai da terra.
«Da ora in poi» le dissi, ripigliando il tuono serio, e
rimettendola a sedere sulla poltrona, «da ora in poi, non alzerete troppo
superba la fronte, se non volete abbassarla poco dopo nella polvere. Questo
spavento vi serva di lezione! Quanto a me, sarò di parola: sono determinata di
lasciare il conservatorio, ma lo lascerò quando piacerà a me, e non quando
piacerà a voi».
A ristorare le smarrite forze, chiese la superiora un
bicchier d’acqua, e glielo porsi; indi con occhio pieno di carezzevole
sommissione, sogguardatami, e stretta tenendomi la mano:
«Sono sicura» disse, «che questa commedia non andrà per i
giornali! a questo patto resteremo amiche... Un altro bicchier d’acqua, vi
prego!».
D’allora in poi me la passai, non felice, ma libera da
molestie, né più ebbi a lagnarmi delle fantasticaggini della superiora. In
quanto a’ birri, la sorte li riservava, non a lei, ma a me.
[199]
A me, pur troppo: perché le cose d’Italia precipitavano a
ruina fatale. Carlo Alberto, sconfitto presso Novara dall’Austriaco, era
costretto ad abdicare ed abbandonare l’Italia. La corte pontificia, da tale
disfatta incoraggiata, invocava da Gaeta, per essere ristaurata in Roma, le
armi degli Stati cattolici, e già si accingevano in suo soccorso l’Austria, la Spagna e la repubblica
francese. In Toscana veniva ristabilito il dominio granducale per una
sollevazione popolare in favor dell’antico regime, mentre Venezia, abbandonata
a sé sola, e Roma strettamente assediata, lottavano: questa contro i Francesi,
quella contro gli Austriaci, con sforzi eroici di prodezza.
Benché profondamente afflitta dalle infelici condizioni
dell’Italia, non perdetti di vista la speranza di finirla coll’Ordine
benedettino. Da me pregata, mia madre portossi a Gaeta all’incontro di Pio IX,
con una supplica nella quale io chiedeva al pontefice l’atto di
secolarizzazione, coll’impegno di rimanere vincolata a’ voti, non altrimenti
che come semplice canonichessa. E perché le monache di San Gregorio avevano
mosso lite per indennizzazione a quel mio parente, che simulato aveva nel tempo
della professione d’essermi debitore di ducati mille, io implorava inoltre dal
pontefice d’esser dichiarata immune da tale ingiusta esigenza.
Pio IX parve commosso alle istanze di mia madre, alle
preci delle mie sorelline. Si volse attorno per vedere se nella stanza vi fosse
l’occorrente per scrivere, e non avendolo trovato, disse alla mia famiglia di
ritornare dopo due giorni.
Intanto il mio acerrimo persecutore, l’arcivescovo e
cardinale, informatosi di queste pratiche, partiva premurosamente da Napoli
alla volta di Gaeta, e vi giungeva l’indomani dell’arrivo di mia madre, latore
di quella lettera famosa, da me indirizzata al papa sotto la salvaguardia della
confessione, e da lui intercettata e aperta.
Mia madre tornando dal pontefice lo trovò cambiato.
«Signora» le disse con gravità, «fate che vostra figlia si
contenti di quello che ha ottenuto finora; chi troppo vuole, niente ha. Ella
vorrebbe mutar abito e condizione: non possiamo consentirvi. Che direbbero, che
farebbero le altre monache, vincolate nella medesima sua condizione? Avevamo
dimenticato il suo nome l’altr’ieri: ce l’ha rammentato il cardinale Riario, ed
oggi stesso abbiamo letta una carta, ch’essa c’indirizzava due anni fa».
Era evidente, che, come quelle della povera Italia, le mie
sorti andavano in rovina.
[200]
Un mese dopo mi veniva dal Riario partecipato un Breve
pontificio, per cui Pio IX mi concedeva la grazia di starmene
stabilmente in conservatorio, sotto condizioni di clausura potendo però uscirne
l’estate per i bagni di mare, purché i medici li avessero ordinati, e di più
che fosse piaciuto all’arcivescovo di permetterli. Quanto poi alla lite mossa
dalle monache, ordinava ch’io dovessi versare alla cassa di San Gregorio ducati
mille, e che da quel monastero percepissi, vita durante, un assegnamento
mensile, proporzionato alla somma da me versata.
Insino allora aveva ricevuto per mio mantenimento ducati
14 e mezzo; da quel momento non mi vidi più consegnare che una polizzetta
mensile di ducati sei, a titolo d’alimento mio, e della conversa. Carità e
munificenza fratesca!
Alla necessità non resistono neanche gli Dei. Giuocoforza
mi fu ristringere il vitto ad una sola pietanza, ed assuefare il palato al pane
nero. Ciò dovei fare, mentre, di porpora decorato, l’autore della mia indigenza
dava pranzi sontuosi a’ parassiti papassi, suoi colleghi, che, da Roma
trafugati, rifluivano presso i Borboni, affine di seco loro consultarsi intorno
a’ mezzi di ribadire più sicuramente i ferri al popolo d’Italia.
Venne Pio IX in Napoli, tramutato di luogo, come di colore
e di sentimenti. Sebbene uscissi spesso, reputai superfluo, anzi pericoloso, il
disegno di ricorrere nuovamente alla sua misericordia. Egli, che chiudeva
l’orecchio a’ gemiti della sua patria, per quale supremo privilegio l’avrebbe
aperto alle lamentazioni d’una povera monaca? E fiancheggiato qual era da un
Ferdinando Il, da un Riario, come poteva, poniamo pure che avesse voluto, dar
ascolto ai miei lamenti?
Il solo fanatismo della infima plebe napoletana sorreggeva
ancora nel vacillante seggio que’ due volgari nemici di ogni bene. E il re di
Roma, debole di cuore, più debole di mente, assetato di popolarità, incapace di
acquistarla durevolmente, metteva la barca sdrucita della povera Chiesa a
rimorchio della loro galera.
Una sera, mentre sull’imbrunire io mi ritirava, la polizia
vietò alla carrozza ov’io era di traversare la piazza delle Pigne. Ritrovandosi
il Santo Padre nel Museo delle antichità pagane, ove il principe reale gli
faceva da cicerone, non sarebbesi potuto aprire un varco nella folla, senza far
calpestare dai cavalli la gente. Mi convenne, voltando strada, fare un lunghissimo
giro, scendere per la Vicaria
[201]e risalire per San Pietro a Majella. Quest’involontario ritardo eccitò la
rabbia dell’idrofoba portinaia del conservatorio, la quale con quegli occhi
biechi e sanguigni, che mi facevano rizzare i capelli in capo dalla paura, mi
disse:
«Se un altr’anno avremo la disgrazia di tenervi con noi,
affè di Dio che non metterete più il piede fuori di questa porta!».
E così dicendo, alzava minaccioso l’indice in aria, a
guisa di maestro di cappella.
Prima di partir da Napoli, volle il papa visitare uno ad
uno tutti i monasteri di clausura. Quando toccò al monastero di San Giovanni,
le suore di Costantinopoli manifestarono a quelle religiose il desiderio di
vedere la persona del pontefice in un luogo, che, per la vicinanza dei due
monasteri, a ciò si prestava. Salito adunque il papa sopra una certa terrazza,
benedisse complessivamente tutto il gregge a lui dintorno. Non so chi
m’accennasse all’attenzione sua. Fissò egli lo sguardo sopra di me, e disse:
«Una benedizione particolare alla monaca claustrale!».
Ed alzata la destra, mise la parola in effetto.
Quell’atto non mi recò alcun conforto. Io m’augurava
salute, tranquillità, ed emancipazione dall’ignobile servaggio, Ora, quali di
questi beni mi recava quella benedizione?
Da lì a pochi giorni Pio IX ritornava in Roma, lieto
quanto quel suo predecessore, che alla caduta di Rienzo ritornava vescovo e
signore nell’Eterna Città. Il cardinale colse il momento per infierire contro
di me.
Mi giunse all’orecchio allora che tutti i rigori della
clausura stavano per essermi scaricati addosso; per lo che mi veniva proposto
di restituirmi presto al primiero carcere, di rinunziare una volta per sempre a
qualsiasi speranza d’affrancamento, di rassegnarmi alla sorte delle altre
monache, senza più ruminare ulteriori tentativi: e in compenso di tale atto
d’abdicazione, mi si lasciava travedere l’onore d’un badessato, che per un
Breve di speciale condonamento, nonostante l’età giovanile, avrei ottenuto.
Quanto più attraente di tale prospetto era il pan nero che
divideva colla mia buona e fidata Maria Giuseppa! Feci rispondere al porporato,
ch’io preferiva soggiornare libera in una capanna, anziché badessa in un
carcere.
Come rispose Sua Eminenza? Mi tolse anche quel magrissimo
assegnamento mensile di sei ducati! Me ne rimasi dunque, come i toscani dicono,
nelle secche di Barberìa.
[202]
Di lavori donneschi io ne sapeva un po’, e l’Onnipotente,
che tempera i venti per l’agnello tosato, non m’aveva privata
d’operosità e d’industria. Per non viver d’accatto nel conservatorio, per non
essere a carico altrui, avrei dunque preferito di guadagnarmi la vita colle
proprie mani. Ma come si fa ad industriarsi dimorando in casa di nemici, e
brancolando nel buio che cuopre l’avvenire?
Ad un mio parente che rinfacciava al cardinale
quell’accanimento codardo contro una donna, duro come un macigno, costui
rispondeva:
«La madre è ricca: ci penserà lei».
Distesa in quel letto di Procuste; stretta, per meglio dire,
fra l’uscio e il muro; destituita al fìne dei mezzi di sussistenza, feci
ricorso all’energia dell’animo per cercare scampo in una disperata uscita. A
mali estremi, rimedi estremi.
Una sera, invece di ritirarmi secondo il solito al
conservatorio, avvertii per lettera la badessa di voler chiudere la porteria
tra vespro e nona, perché, non volendo mangiare il pane altrui, sarei rimasta
in casa mia.
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