|
Alla lettura di quel mio foglio, che le suore di
Costantinopoli gli trasmisero tal quale, il cardinale restò pietrificato, né
poté capacitarsi che vera e reale fosse la mia fuga.
Il primo accesso della sua collera scatenossi sul mio
confessore, che fu acerbamente rimproverato di non aver saputo antivenire un sì
grave fatto.
Impaurito dagl’istinti vendicativi del cardinale, il
canonico scrisse con mano tremante un viglietto, nel quale mi supplicava di
tornar subito al conservatorio. Gli risposi brevemente che non si fosse data
altra pena per me; che del resto poteva dire al suo superiore di non voler più
oltre dirigere la coscienza d’una monaca ribelle. Questo secondo suggerimento
non era un semplice appiglio; nell’ira mia contro l’abbietto clericume
d’Italia, io non sentiva il menomo bisogno di confessarmi.
Scorse più d’una settimana, e già tutto pareva assopito.
La mattina io usciva di casa con mia madre in carrozza, la sera (perché ci si
radunava per solito un piccolo crocchio) io non mi muoveva dalla mia camera,
ove entrava soltanto qualche dama di mia conoscenza.
Scorsi quei giorni, arrivò una lettera del vicario, per la
quale era io avvertita che un canonico, espressamente incaricato dal cardinale,
sarebbe venuto il giorno dopo a parlare con me.
Venne infatti; e cominciò ad esortarmi in nome di santi
d’ambo i sessi, a profondermi lusinghe e promesse, a sfiondar minaccie, a
consigliarmi insomma di ritornare prontamente in gabbia. Gli risposi chiaro e
tondo: NO!
Soggiunse, che se motivo della mia fuga era la sospensione
dell’assegnamento, quel mensile mi sarebbe stato infallibilmente restituito non
sì tosto fossi tornata alla Regola, separandomi dai parenti e rinchiudendomi
nel cenobio. Sua Eminenza voleva darmi per favore quello che mi spettava per
giustizia.
[205]
Si sfiatò insomma un’ora quel canonico a persuadermi, che
l’anima mia trovavasi in pericolo di dannazione, e che disubbidire al cardinale
era lo stesso che consegnarmi direttamente al diavolo.
Risposi, la mia coscienza essere più pura, più tranquilla
di quella del suo cardinale; costui piuttosto dover temere le fiamme eterne per
aver operato da despota: come mai, ben sapendo la mia ripugnanza per la
reclusione, doveva egli fare della mia libertà un affar di stato?
Il mandatario, accortosi che invece di dar busse, ne
buscava, chiese scusa dell’incomodo, e partì.
Dopo questo tentativo rimasi altre due settimane in pace.
Alloggiava allora mia madre nel palazzo Ripa a Ponte
Nuovo, ove stretta aveva amicizia colla principessa, padrona del palazzo, e col
generale Torchiarola, altro inquilino dell’abitazione, persona di qualche
merito.
La principessa, venuta una sera a visitarmi, disse aver
risaputo dal generale, che Riario, in seguito ad un colloquio segreto avuto col
re, aveva dato a Peccheneda, direttore di polizia, l’ordine di procedere al mio
arresto.
Qual sentimento spingeva quei signori ad avvertirmi? Forse
l’amicizia? Forse il comune liberalismo? Ohibò: troppo bigotti, e troppo divoti
erano essi alla dinastia borbonica, per avere alcun che di comune con una
monaca ribelle all’autorità. Ricordo anzi che una signora della loro famiglia,
donna di ruvido bacchettonismo, aveva tenuta una segreta conferenza con dottori
e casuisti intorno ad un caso di coscienza importantissimo: se, cioè, abitando
nella stessa casa con me, incorreva nella scomunica; al che la conferenza
decise, che poteva pure dimorare sotto il tetto medesimo, purché schivasse di
salutarmi. La sollecitudine dunque di quell’avvertimento proveniva dal timore
di veder eseguito un arresto nel loro palazzo, e non da altro.
Rimaste sole, ci mettemmo a deliberare su ciò che dovesse
farsi, e fu preso il partito di antivenir l’arresto coll’evasione. Ma dove
ricoverarsi? Altro asilo sicuro, tranne un qualche vescovato, non mi poteva
preservare dagli artigli del potere. Dove poi rinvenire il vescovo generoso,
che volesse largirmi ospitalità e protezione?
Dopo lungo pensare e ripensare, ricordandomi che il
cardinale di Capua, Cassano Serra, era uomo di rara bontà, deliberai di
ricorrere a lui.
Passammo una nottata agitatissima: ogni momento io mi
affacciava [206]alla finestra per vedere se comparivano i poliziotti: e mi
pareva sempre di sentir suonare il campanello dell’uscio, e gente salir le
scale.
Era grave, soffocante l’aria notturna, che alla finestra
mi percuoteva il viso. Soffiava un vento gagliardo, che per le vie rotolava
vorticosi nuvoli di polvere, e minacciava ad ogni sbuffo di spegnere la lampada
alla Madonna della cantonata. Tetro, lugubre il cielo: addormentati tutti nel
quartiere, deserti i vicoli: non altro suono d’intorno, che il passo lento e
indistinto d’una lontana pattuglia.
Mia madre riposava vestita sul canapè. Verso le due, lì
seduta alla finestra col capo appoggiato sulla persiana mi addormentai; e feci
un sogno spaventevole. Tre manigoldi, mi pareva che afferratami, uno per un
braccio, uno per la testa, il terzo per la gola, mi trascinassero rovescione
giù per le scale di marmo del palazzo, tirandomi per i capelli e menandomi
grossi colpi col dosso della mano.
Svegliatami, sentii dei forti e spessi brividi, un palpitare
affrettato di cuore, un tremendo nodo alla gola: segni della crisi nervosa, che
poco dopo mi prese.
Furono lunghe, furon violente quelle convulsioni? Non lo
so: nessuno di casa se n’avvide. Mi ritrovai giacente a terra, colle membra
peste, abbattuta, oppressa, fiaccata più ancora nello spirito che nelle membra.
Cento tristi pensieri, cento timori, a me ignoti fino a
quel punto, presero a funestarmi lo spirito, a conturbarmi la coscienza.
Avvistami l’evasione non essere che un riparo provvisorio,
giacché la polizia m’avrebbe presto o tardi rintracciata, pensai che il
trafugarmi sarebbe stato un partito tanto vano, quanto pure stolto e dannoso, e
mi parve d’essermi ostinata troppo in un sistema di folle resistenza.
“Dove andrò? Che farò?” domandai a me stessa. “Girerò il
mondo fuggiasca e alla ventura? Non bastano gl’infausti voti, che da madre e da
sorelle mi separano, ma debbo pur di propria mano scavar più profondo ancora
l’abisso del mio isolamento? Fossi uomo! Ben altrimenti saprei lottare allora
coll’inesorabile destino! Ma donna... e donna, agli occhi del mondo riprovevole
per avere ripudiato con troppo prestezza l’umano consorzio: io povera, io
malata, e senza consiglio, e priva d’una mano pietosa, che voglia trarmi dalla
voragine, ove affondo e affogo; quale, quanta resistenza opporrò, Dio mio, alla
combinata persecuzione di due poteri, che con accanimento crescente
m’incalzano?”.
[207]
Il sonno, di che la madre e le sorelline godevano,
mentr’io desta e abbandonata alla mia vertigine, lottava fra contrari affetti;
il cupo silenzio che m’avviluppava come per separarmi più presto dal commercio
de’ miei cari, non servirono che a rendermi maggiormente orrida e spaventosa
l’immagine dell’esilio.
“Piuttosto che camminar di porta in porta, e limosinare il
pane amarissimo dell’esilio, non sarebbe meglio” ripresi a dirmi, “cedere al
destino, rassegnarmi alla dura necessità, placare colla simulazione l’ira de’
superiori, colla compiacenza insinuarmi nella loro grazia; e, non potendo
rompere le catene, ottenere almeno che mi siano alleggerite al piede...? Rapiti
dal mio ravvedimento, assicurati della mia devozione, non solamente mi
lasceranno in pace, ma mi colmeranno inoltre di favori, m’accorderanno gradi,
potere, dignità... Alla fin fine un badessato non è pascolo tanto meschino per
l’ambizione d’una monaca!”.
Mi rialzai sollecita, accesi il lume, trassi dallo
scrittoio un foglio bianco, e intinta la penna nel calamaio, presi, con dita
tuttavia tremanti dalla convulsione, a segnarvi le seguenti parole, che non
saranno mai cancellate dalla mia memoria:
« Eminenza! Tutti nel mondo siamo soggetti a deviare dal
retto sentiero; il solo Nostro Signor Gesù Cristo nacque impeccabile. Sedotta
pur io da rea tentazione...».
Qui la penna si fermò ad un tratto, poi mi cadde dalla
mano sulla carta: per lungo tempo io rimasi col capo appoggiato sulla tavola...
“Sciagurata!” esclamai alfine, balzando in piedi
furibonda, e mettendo in pezzi quel foglio. “Sciagurata! Non ti bastano i ferri
che trascini al piede, ma porgi anche il collo al capestro? Hai tu dunque
aspirato alla libertà solamente per disertare il suo vessillo in tempo di
battaglia? E l’onore? e le generose aspirazioni, e la fede, e il cuore? Che ne
hai tu fatto, vile, del cuore? E la coscienza? Ancorché tu possa rimanertene
sorda ai gemiti della tua patria, credi poter soffocare la voce della
coscienza? Perché non prendi consiglio e conforto dalla storia di questa tua
patria? Spinta da contrarie passioni, governata da fiacco volere, abbandonata
alle seduzioni altrui dalla propria famiglia, adescata da ogni parte, cadde la
misera Italia nel servaggio, come precisamente vi cadesti anche tu. Così pur
essa languì per lungo tempo carcerata nel chiostro, che principi spirituali [208]e
temporali le fabbricarono; così pianse, implorò, protestò. Conformi sono le tue
vicende alle peripezie di lei: comune l’espiazione, comuni i voti al
rinnovamento, comuni perfino gli sforzi recenti a ricuperar l’esercizio della
propria volontà... Ed ora tu retrocedi...! E in qual momento? Alla vigilia
della redenzione; mentre allo splendore della giovine Italia si dileguano le
ombre della tirannide”.
Spuntato il giorno, partii con mia madre alla volta di
Capua.
Il cardinale Cassano mi accolse con rara gentilezza; era
uomo di facile accesso, scevro di pregiudizi e superiore alle basse vendette.
Ei mi promise la sua protezione, e nell’udire il racconto delle mie vicende,
affermò di voler operare quanto poteva, per togliermi da quell’infelice stato.
Il pomeriggio dello stesso dì venne a trovarmi il suo
vicario, mandato da lui per mettersi d’accordo con me. Conobbi in quell’uomo un
sacerdote rispettabile. Non contento di ricevere la mia confessione, che deposi
ai suoi piedi bagnata di lacrime, ei volle inoltre che mi recassi l’indomani all’arcivescovado,
per narrargli tutta intera la mia vita.
Assicurato che io non operava per fini men che nobili e
puri, mi chiese i Brevi pontificii ricevuti fino a quel giorno. Questi Brevi
erano stati, nella fretta della partenza, dimenticati; perloché convenne che
mia madre ritornasse subito in Napoli; e siccome l’affare richiedeva tempo, il
buon vicario consigliò che intanto io fossi entrata in un ritiro della città,
libera di uscirne in tutte le ore del giorno, purché vi pernottassi.
Uno di quella specie di ritiri portava il nome
dell’Annunziata. Il vicario, trovata ivi una stanza libera, mi pregò di non
prendere in mala parte il nome del locale, poiché se quello era per
consuetudine il deposito delle proiette, vi dimorava pure un picciol numero di
religiose, che non appartenevano a quella classe di femmine. Parte della
mobilia mi fu garbatamente favorita da lui stesso, e parte ne presi a nolo
dall’albergo. Io e Maria Giuseppa, che non mi abbandonava, entrammo dunque nel
ritiro, e mia madre due giorni dopo se ne partì.
Molti riguardi mi furono usati dai superiori dello
stabilimento; veniva ogni giorno il cameriere del vicario per sapere se avessi
ordini da dargli, e il cardinale aveva commesso sì alle religiose che alle
ragazze di usarmi il massimo rispetto. Ebbi per questa ragione da esse il
titolo rancidissimo di Eccellenza.
[209]
Intanto scorsero parecchi giorni prima che Riario avesse
scoperto il mio rifugio. Saputolo alfine, si morse le dita, e scrisse a Cassano
una lettera piena d’impertinenti rimproveri per avermi dato asilo. Questi
rispose trattarsi d’un’onorata religiosa non d’altri scontenta che di lui, e
non già, come dal suo foglio sarebbe sembrato, d’una fuggitiva dal carcere, rea
di qualche enorme misfatto; del resto, essere l’arcivescovo di Napoli in dovere
più di ringraziarlo per avermi accolta, che di censurarlo. Riario sopì la
collera, per ridestarla in sé a miglior tempo.
Veniamo ora all’ignobile ritiro, dove il destino mi aveva
balestrata.
Grandiosa è l’Annunziata di Capua: ha vasto fabbricato e
chiesa bellissima. Le religiose vi occupano stanze separate, ma le proiette
dormono stivate in lunghi ed oscuri corridoi, ove non si può penetrare senza
disgusto. Vi alloggiavano in quel tempo trecento in circa di queste femmine.
Rimasi spiacevolmente colpita dallo squallore, dal
sudiciume, dal misero aspetto di quelle vittime di malcauti amori. Prive delle
domestiche virtù e de’ requisiti che nobilitano il sesso debole, destitute
d’ogni elementare istruzione, rozze, garrule, petulanti, infingarde, esse
convivevano lì in uno stanzone comune incatenate: parevan piuttosto un branco
di bruti, che una famiglia di creature ragionevoli viventi in terra cristiana,
e lì riunite sotto gli auspicii della Chiesa per uno scopo di riforma morale.
A questo prospetto stomachevole aggiungevasi una
scostumatezza nauseante per famigliarità ch’esse trattenevano coi soldati della
guarnigione. Né l’abbadessa delle religiose, ch’era in pari tempo superiora
delle proiette, riusciva a frenare la depravazione. Addivenuta burbera ed
intrattabile sì per le infermità, sì per i continui travagli che la comunità le
cagionava, essa aveva deposte per intero la prudenza e l’affabilità, ch’erano
indispensabili al reggimento d’un istituto tanto male accozzato ed eteroclito.
Era in quel mentre afflitta Capua da gravi trambusti. I
carcerati eransi rivoltati, ed avevano fatto altrettanto i seminaristi colla
mira di trucidare il proprio rettore; e già si accingevano a far lo stesso
quelle disgraziate dell’Annunziata, a niente meno risolute, che ad immolare la
povera badessa. Le trattenne un poco il rispetto che volevano dimostrare a me.
Non sì però che una di esse non le tendesse una maligna trappola. Eravi al
disopra della gradinata una stanza formata a guisa di tunnel, passaggio
piuttosto pericoloso;
[210]
quella briccona si pose in agguato ad una finestra superiore, e nel punto che
la badessa passava di lì, rovescia a perpendicolo sul mal fermo terreno un vaso
di fiori pesantissimo. La misera vecchia dové la sua salvezza alla pura combinazione
d’essersi soffermata un momento prima di porre il piede sul passo fatale.
Una mattina le fecero trovare, dipinte alla sua porta, due
grandi croci nere, sovrapposte ad un cranio: minaccia di morte.
Quelle ribalde misero in opera tutti i mezzi di seduzione
onde attirare a’ loro conciliaboli la mia conversa; ma Maria Giuseppa, la quale
per probità e saviezza faceva eccezione al proverbio, non solo assurdo ma
falso, che il tuo più gran nemico, dopo il fratello, è il servitore, Maria
Giuseppa, dico, lungi dal prestare orecchio alle loro parole, si fece rigida
censora del loro contegno. E le biasimò altamente nell’occasione che, essendo
stata la badessa confermata dai superiori nella sua carica, elle si diedero a
suonare tutte le campane a lutto. Fecero anche di peggio in un’altra
circostanza.
La sera d’una festa popolare, avendo la superiora proibito
a quelle sciagurate di salire sul belvedere, attesoché, Sotto il pretesto di
vedere i fuochi artificiali, questo indispensabile condimento allo spettacolo
napoletano, esse non avrebbero mancato di fare delle pezzuole altrettanti
telegrafi corrispondenti col quartiere militare, esse, fortemente per tale
divieto indispettite, ammonticchiarono all’uscio della badessa una dozzina dei
loro pagliericci, e vi appiccarono il fuoco; poscia, come la paglia ebbe
divampato, presero a saltare sulle fiamme, a modo dei monelli di Napoli,
quando, riuniti d’inverno alle cantonate, possono attaccar fuoco agli avanzi di
paglia delle scuderie. Chi le avesse viste a qualche distanza lacere, scalze,
coi capelli scarmigliati infuriare a quel modo; chi ne avesse udito l’orribile
baccano, avrebbe creduto di assistere a un sabato misterioso di streghe e di
versiere.
Un giorno, avendo io incontrata quella di loro che faceva
più rumore delle altre, una giovine magra e spilungona, cui non moriva in bocca
mai la lingua, la pregai di volersene stare, se poteva, un po’ più tranquilla.
Ella, dopo avermi baciata la mano:
«Eccellenza, fo l’impertinente e la chiassona apposta».
«Tu mi canzoni!»
«Gnoranò: fo l’impertinente per pigliar marito».
«Non t’intendo».
«Eccellenza sì: chi non fa la pazza, qui va a pericolo di
restar sempre ragazza. In questa Annunziata qui, non si fa mica come in
[211]
quella di Napoli, dove i giovanotti si scelgono la sposa, buttando il
fazzoletto alla ragazza che vogliono. Qui gli uomini (belli o brutti, giovani o
vecchi importa poco) vengono al parlatorio; la superiora chiama allora per nome
ognuna di noi una dopo l’altra, finché al compratore non piaccia la mercanzia.
Ora dovete sapere, che quella furbacchiona, le prime che chiama al parlatorio
son le più impertinenti, quelle che l’hanno fatta più disperare».
«Perché?»
«Per liberarsene più presto».
Non potei frenar le risa a siffatto ricambio di furberia,
e quando m’imbattei nella superiora, la quale più volte erasi consigliata meco
rispetto al modo di regolare quel pandemonio, le suggerii lo spediente di
chiamar le ragazze, non di arbitrio, ma per età; poiché così avrebbe tolto il
caso che facessero le cattive per speculazione.
Tutte le mattine veniva a salutarmi una giovine
contegnosa, ma pallida e molto mesta, che celava un mistero difficile molto a
indovinare. Le domandai se soffriva di qualche indisposizione: esitò sulle
prime a rispondere, ma poi, con parole interrotte e sospirando, consentì a
rivelarmi ch’ell’era vittima d’una malìa. Io presi l’impegno di persuaderla che
le stregherie sono mere imposture, e non bisogna crederci; ma mi avvidi che
pestava l’acqua nel mortaio, perché la poveretta erasi fissata in quell’idea.
Avendola pregata a raccontarmi come credeva essere stata
ammaliata, ella condiscese a manifestarmelo.
Aveva ella, mi disse, amoreggiato per più anni con un
tale, che era andato provvisoriamente a Napoli co’ suoi padroni. Prima di
separarsi, recandosi costui a qualche distanza della città, vollero
vicendevolmente giurarsi fedeltà inviolabile. Ma se fedele si serbò il giovine
nell’assenza, non ne fece altrettanto la capuana, perché, contratta amicizia
con un sergente, violò il giuramento. Di quest’infrazione avvertito il primo
amante, volò sollecito in Capua, ove, fingendo di trattare la perfida come
prima, invitatala a pranzo, le regalò delle paste che aveva portato da Napoli.
Il giorno appresso, assicuratosi che la sleale amante aveva già divorato il regalo,
gettò la maschera, e rinfacciandole con virulenza il tradimento: «Ora sono
vendicato!» le disse. «Già la malìa opera nelle tue viscere... Addio!».
Da quel giorno in poi fu turbata la ragione di quella
infelice: un’estrema confusione di idee e di sentimenti la condusse a quello
stato lagrimevole.
«Ma perché» le domandai io, «attribuite ostinatamente alla
fattucchierìa [212]quello che potrebb’essere l’effetto di una combinazione, o,
seppur volete , di qualche veleno messo quelle paste?»
«No, no!» rispose: io ho il demonio in corpo; non posso
entrare in chiesa, né accostarmi ai Sacramenti»
«Vieni con me: ti condurrò nel coro io stessa; il tuo
diavolo avrà paura di me!»
«No, no, per carità.., non posso; morirei subito».
L’afferrai per la mano, e quasi trascinandola, le feci
scendere le scale: essa piangeva, tremava, imprecava, tentava continuamente di
svincolarsi. Dopo lunga resistenza, raddoppiata presso alla porta, al fine vi
entrò. La forzai ad inginocchiarsi a piè dell’altare; ella mandò un urlo
spaventevole, e fuggì come un lampo.
Povera Napoli, ad estirpare la superstizione feroce che
t’insozza non basterà la libertà di mezzo secolo!
[213]
|