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Enrichetta Caracciolo
Misteri del chiostro napoletano

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  • XXI L’arresto
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XXI
L’arresto

 

 

 

 

 

 

Tristi succedevansi i giorni della mia dimora nell’Annunziata: le notti più tristi ancora, preoccupate com’erano dell’incerto avvenire.

Riunite le carte necessarie, Cassano scrisse una lunga lettera, da mandare insieme con quelle alla Congregazione de’ vescovi e regolari in Roma. Sosteneva l’egregio prelato in quella lettera la mia domanda per la secolarizzazione, annoverava i torti e le imprudenze di Riario, e concludeva, che non avendo io sortito dalla natura disposizione e vocazione di monaca, assegnava a miracolo, che, spinta all’estremo della disperazione, non avessi infranto le regole principali dello stato monastico; laonde, veduta l’impossibilità di persuadermi a passare nel chiostro il resto della vita, ei credeva cosa debita e giusta che io deponessi l’abito benedettino, vestissi puramente di nero, ed abitassi celibe nella casa materna col titolo di canonichessa.

Data ch’ebbi io pure al Cassano lettura della mia domanda, gli resi grazie in quei termini che suggerisce la gratitudine. Vidi poi sigillare il plico di carte per mano dello stesso vicario, che in attesa del giorno postale, le ripose sulla scrivania: dopo di che contenta mi ritirai nell’Annunziata.

Maria Giuseppa s’abbandonò ad una gioia fanciullesca. Credette tutto finito, ed aveva ragione. Quella sera ci trattenemmo infino ad ora tarda, immerse nel diletto, tanto caro a’ miseri, di creare sogni dorati per l’avvenire. Ma a che valgono i progetti, ancorché solidi e maturi, quando l’evento non li seconda?

Due giorni dopo venni a sapere che Cassano era allettato. Questa notizia ci conturbò.

E le carte? – Sulla scrivania. E il vicario? – Sospeso. E il nuovo superiore provvisorio? – Un nemico di Cassano. E il cardinale successore? – Cosenza...


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Speranze, addio!

Che fare in Capua? Mi ci trattenni sulle spine per altri quindici giorni. L’ex vicario mi consigliava a non rimanerci più a lungo, poiché, sapendomi protetta dal Cassano, Riario non avrebbe mancato di rannodare l’interrotto filo della persecuzione. D’altronde mezzi a tentare la sorte in altro paese io non aveva; per far fronte alle spese aveva dovuto vendere il piano-forte, e qualche oggetto di valore.

Me ne tornai dunque in Napoli, e presi stanza nel convento di San Niccola da Tolentino, dei Padri della Missione, posto nel quartiere di San Carlo all’Arena. Dimorava quivi il padre Spaccapietra, persona non meno degna di venerazione per le sue virtù, che per la scienza, e molto potente in Roma: centro delle sue aderenze. Raccontatigli estesamente i miei mali, gli chiesi consigli ed aiuto. Spaccapietra restò commosso: si fregò la fronte a modo di persona che accuratamente pondera un’opinione prima di emetterla, poi, voltosi a mia madre:

«Credo» disse, «che l’argomento dell’arresto sia stato un equivoco preso dal generale Torchiarola. Si è dato, sì, il caso di adottare tale misura di rigore, ma solo quando la religiosa avea dato motivo a scandalo pubblico, e massimamente se ne portava il frutto nel seno. Vogliate compiacervi d’indicarmi la vostra abitazione; ne parlerò oggi stesso con Sua Eminenza, e fra giorni vi farò noto l’esito del mio abboccamento».

Rassicurata dalle parole dell’eccellente missionario, me ne ritornai a casa alquanto confortata dalla speranza che la provvidenza non m’avesse abbandonata del tutto.

Passati pochi giorni, veniva Spaccapietra a riferirmi d’aver tenuto col cardinale un lungo discorso sul proposito di me.

Riario aveva formalmente negato d’essersi recato dal re, ed aver ottenuto l’ordine del mio arresto. Ei mentiva, sì, mentiva assolutamente!

Spaccapietra aveva osservato non potermisi usurpare i frutti della dote: Riario condiscendeva a farmi avere le cinque mesate arretrate, e prometteva di lasciarmi in pace d’allora in poi.

Trascorsero alquanti mesi di tregua. Mia madre, paga di vedermi liberata dall’accanimento dei preti, evitò nel carnevale di dare in casa festini e trattenimenti, com’era usa di fare ogni anno. Di questo provvedimento altamente mi compiacqui, risoluta com’era a schivare nuove molestie, e condurre vita ritirata, divisa fra le cure domestiche e lo studio. E perché l’apprendimento delle storie patrie

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mi parve doveroso non soltanto all’uomo, ma pure alla donna italiana dei tempi nostri, trovai modo di procurarmi i migliori autori in questo ramo dell’educazione nazionale. Allora scorsi il Machiavelli, il Guicciardini, il Botta, il Santarosa, il Colletta, e qualche storico della guerra d’indipendenza dell’America, e della rigenerazione dei Greci.

Nel mese di giugno una mia sorella, dimorante in Gaeta, scrisse che suo marito era gravemente malato. Mia madre partì per visitare il genero infermo; io non volli accompagnarla. Trovavasi colà Ferdinando TI, il quale era allora disgustato del soggiorno di Napoli, non altrimenti che quel discendente d’Eraclio, che, fattosi assassino del proprio fratello e flagello de’ sudditi, preso in disgusto e reggia e capitale, si ricoverò in Sicilia, perseguitato e notte dall’ombra dello sgozzato germano. Partita adunque la madre, passai con Maria Giuseppa in casa d’un’altra sorella maritata, dimorante in Napoli.

Ella abitava nel vico Canale sopra Toledo, in un sesto piano, molte in quel tempo essendo le sue ristrettezze per cagione del consorte, il quale, compromesso nelle convulsioni del 1848, era stato sospeso nell’esercizio dell’avvocatura, e viveva tuttora in angustie sotto la sorveglianza della polizia borbonica.

La scarsezza de’ miei mezzi e la penuria del cognato, non mi permettevano di far uso della carrozza ogni volta che qualche urgente faccenda mi chiamava fuor di casa. E fra tali faccende urgenti entrava pure la necessità di dispensare il segreto carteggio degli affiliati ad una società patriottica, allora non meno efficace che benefica, oggi superflua, se non dannosa: ufficio, che persone dell’altro sesso prestar non potevano, senza risvegliare i sospetti di qualcuna delle innumerevoli spie, che in quel tempo formicolavano per le vie, nelle case, e perfino dentro le chiese di Napoli.

Ora se non m’era dato uscire ogni volta in legno, come avrei potuto girare a piedi col vestimento benedettino, in una città, ove gli scioperati giovanastri si facevano un vezzo di non lasciare libero il passo alle donne per la via?

Lasciato perciò l’abito di monaca, ne presi uno di seta nera, conforme al parere che dato mi aveva il cardinale Cassano, e come pure altre persone di buon senso mi consigliavano.

Il padre Spaccapietra partiva frattanto pd Giappone in un colla missione, lasciandomi in ricordo l’Imitazione di Cristo, e la memoria della sua carità esemplare. La sera del 13 giugno, ritirata nella mia stanza con Maria Giuseppa, mi tratteneva seco lei riandando le

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peripezie sofferte nei diversi chiostri, e scambievolmente consolandoci e rallegrandoci di poter alfine respirare liberamente. Tutto infatti d’intorno a noi spirava calma, benessere, espansione: regnava dappertutto la felicità. L’aria era tepida e imbalsamata dai profumi, che le piante innamorate del belvedere spiravano, mentre ingenue giovinette bisbigliavano nelle sottoposte finestre, mandando di tratto in tratto sospiri, manifestazione di desiderii arcani. La luna in alto proseguiva solinga il corso superba del suo splendore, framezzo un corteggio di nuvolette, frangiate, inargentate con stupenda leggiadria. Io mi sentiva rinascere al pensiero di aver ricuperato il posto che assegnato m’aveva da principio la Provvidenza, di potere liberamente ormai offerire la tenuissima mia cooperazione al servigio de’ miei simili.

Ma la fortuna, che tanto sovente si prende gioco dell’umana felicità, accingevasi a farmi pagar caro quel lampo di ebbrezza.

Maria Giuseppa, la più costante e fedele partecipe delle mie disgrazie, riponeva tutta la sua felicità nell’assicurarmi che non mai m’avrebbe abbandonata, finché sarei infelice. Chi le avrebbe detto che quella sera era l’ultima in cui stessimo insieme?

 

Il giorno appresso, ad un’ora pomeridiana era a pranzo coi miei parenti... Fu suonato alla porta.

La vecchia fantesca di mia sorella s’affaccia alla finestra che metteva sulle scale, e tutta turbata ci dice che un prete cercava di me.

«Fatelo entrarerispondo, credendo fosse non altri, che l’ex vicario di Capua, uso a visitarci talora.

Ma il cuore, a’ disastri assuefatto, presago sempre di malore, cominciò a palpitarmi gagliardamente.

Odo i passi, non d’una sola, ma di più persone. M’accosto all’uscio di sala per udire, e odo un alterco fra i venuti e mio cognato.

Oltrepasso la soglia, e vedo un uomo di proporzioni colossali, di testa enorme, di faccia a luna piena, una specie di Briareo, che stavasi padronalmente adagiato sul divano; accanto a lui sedeva un prete livido, smilzo, di sinistro aspetto, mentre mio cognato, costernato, puntava entrambe le mani sulla spalliera di una seggiola.

Sebbene ignoti, quei due sembianti mi fecero raccapricciare.

Il gigante, dato fiato alle fauci, con voce non dissimile al muggito della conca marina:

«È ella la religiosa Enrichetta Caracciolo Forino?» mi domandò.

«Sì» risposi: «con chi ho l’onore di parlare


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« Col commissario Morbilli».

Dio, qual nome! Mi scossi, come per violenta scarica d’elettricità... Era lo spavento di tutta Napoli.

Il duca Morbilli (povera nobiltà della patria di Vico!), cagnotto fedelissimo del re, e satellite de’ Del Carretto, era salito in grido meno per virtù del suo operosissimo servizio che pel terrore sparso dalle sue visite, e per la mitologica voracità che lo travagliava. Chi de’ napoletani non avrebbe preferito d’avere in casa, non dirò lo spirito maligno, ma almeno il fuoco, od il vaiuolo, od altro micidiale malanno, anziché il Morbilli?

«E questi» continuò egli a dire, accennando al compagno, «questi è un prete della curia».

Capii subito tutto quello che mi aspettava.

«Che cosa vogliono da me?» domandai, a modo di carbonaro sorpreso in flagrante dal commissario.

«Ella è arrestata».

«Arrestata! Possibile! Perché?»

«Possibilissimo, e dovrà seguirci».

«Dove

« In convento».

«In quale convento

«Nel Ritiro di Mondragone».

«Posso io sapere per sentenza di quale tribunale, od almeno per ordine di chi?»

«Questo non la riguarda».

Havvi dei momenti critici nei quali Dio infonde al debole magnanimità, perché non si lasci schiacciare dalla prepotenza del più forte.

«Mi riguarda più che non riguarda lei stessa» dissi con fierezza a quella strisciante Eccellenza: «nondimeno sarà seguita; vo a vestirmi».

Iniziato in tutti i segreti della professione di berroviere Morbilli volle indagare se dalla mia stanza si fosse potuta effettuare qualche evasione, e veduta una sola uscita, si compiacque di permettere ch’io mi vestissi in libertà. Fui allora seguita da Maria Giuseppa, la quale dall’estremo spavento privata di ragione e di favella, gittò la più grande confusione sì nella mia, che nella sua propria acconciatura.

Mezz’ora dopo eravamo entrambe pronte.

«Non vi fate così abbattutadissi alla conversa, carezzandole leggermente la guancia: «ricomponetevi, prima di uscire, ché quella gente non ne provi soddisfazione


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«Dite bene, signora» rispose essa: e per compiacermi si sforzò di sorridere, mentre a stento ratteneva le lagrime.

«Potete andare avanti» disse il commissario al prete; «la signora non ha fatto resistenza».

Il vampiro, fatta la riverenza, disparve. Morbilli, voltosi a Maria Giuseppa, che carica di scialli e d’altri oggetti, stava pronta a seguir mi,

«E tu chi sei?» le domandò.

«Sono la conversa».

«Tu non accompagnerai la signora al conventosoggiunse il

ciclope.

«Perché?» disse l’una di noi: «Perché?» replicò l’altra.

«La signora sarà condotta al ritiro: tu verrai meco al commissariato per esservi interrogata, e quindi rimandata al tuo paese».

Gli urli, le strida, i lamenti che mandò la povera giovine, il suo avviticchiarsi alla mia persona, come per cercare rifugio e protezione, poi il pianto e i gemiti e la disperazione cui davasi in preda, stavano per farmi perdere il contegno. Se non che la commozione, repressa a forza dall’amor proprio, in tale spasimo mi metteva i muscoli della bocca, che pur volendo parlare non avrei potuto.

La povera Giuseppa non cessava di abbrancare ora l’abito, ora la mano mia, e di gridare:

«Oh, cara, adorata signora, se non volete staccarvi dalla vostra povera conversa, perché non scacciate questi birboni?».

Il commissario, chiamato un ispettore che attendeva all’uscio, gliela consegnò. Io non parlai punto, per tema di prorompere in pianto, ma diedi soltanto a Giuseppa un bacio d’ultimo addio, e pregai la vecchia fantesca di non abbandonarla finché non fosse rimandata ai suoi parenti. Indi volta al commissario:

«Spero» dissi, «che sapendo di chi io son figlia, non vorrete farmi fare il tragitto a piedi».

«Né impedirete che io e sua sorella l’accompagniamo» soggiunse mio cognato.

Morbilli fece venire una carrozza, e permise che i congiunti mi accompagnassero. Intanto Maria Giuseppa non cessava di stringermi le mani e coprirle di baci; era tanto straziante la desolazione di quella infelice, che n’ebbe piet2ì perfino.., un Morbilli.

«Coraggio!» le dissi finalmente; e, svincolandomi da lei, uscii la prima dalla porta.

Le scale erano tutte gremite di birri, come se si fosse trattato di

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sorprendere nella macchìa una banda di briganti, e più di cento persone eransi radunate fuori del portone per godere dello spettacolo.

La chiesa e l’edifizio di Santa Maria delle Grazie di Mondragone posti presso San Carlo alle Mortelle formano il ricovero che Elena Aldobrandini, duchessa di Mondragone, preparava nel 1653 per le dame napoletane, che, venute in basso stato e rimaste vedove, volessero trarvi vita tranquilla e monastica. Oggi vi è pur ammessa qualche educanda, ma in sostanza lo stabilimento è destinato all’uso di ergastolo.

Giuntavi poco innanzi alle 3, montai la scalinata, che dalla prima porta di strada conduce sopra; all’ingresso della seconda trovai postati due preti, e presso a loro la superiora, che colà chiamasi priora. Uno dei preti era quello spettro di Banco, che condotto aveva Morbilli pel mio arresto; era l’altro il superiore ecclesiastico del locale, quel desso che per la sua furibonda reazione lasciò nel 1848 tristissima rinomanza del suo carattere, quel desso, che come regio revisore cancellava sempre da’ manoscritti l’italiano vocabolo eziandio, forse perché ricordava nella desinenza il nome d’un vindice supremo. Per l’immensa sua devozione alla dinastia borbonica, e pel famigerato suo oscurantismo decorato coll’ordine di Francesco I, non voleva esser chiamato altrimenti che cavaliere.

Daglinchini che fece costui al commissario e dalle parole che si scambiarono fra loro, compresi ch’erano amici di vecchia data:

cagnotti attaccati allo stesso guinzaglio.

Mio cognato, che a stento aveva fino a quel punto rattenuto lo sdegno, proruppe in acerbe rimostranze contro la condotta del cardinale.

«Se non tacete all’istante» gli disse il superiore ecclesiastico, «vi ricaccerò le parole in gola con due schiaffi».

«Se non andate, e subito, pefatti vostri» soggiunse il commissario, «vi manderò in prigione».

Afferrai il cognato per un braccio, e scossolo fortemente:

«Perché vi riscaldate voi» gli dissi; «mentre io che son la vittima taccio? Ora sono giunta al carcere: potete ricondurre la sorella».

Tutti serbarono silenzio. Il commissario, avuto dal prete della curia la ricevuta della mia persona, se ne partì, ed io accennai alla sorella di alzarsi per non dare al marito l’occasione di compromettersi.

«Scrivi tosto a Gaeta» le dissi nell’atto d’abbracciarla: «scrivi

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tutto alla mamma, e, per carità, prendi per Maria Giuseppa le stesse cure che ti saresti presa per me!».

Rimasta sola col birro e coi due carcerieri al fianco, mi fecero salire al terzo piano del fabbricato, quindi mi menarono in una vasta e tetra camera, che aveva l’aspetto d’una prigione da suppliziato:

due soli pertugi vi davano luce, ma luce scarsa e cupa, per cagione dell’alto palazzo Villanova che vi era di faccia. Le pareti ignude e insudiciate, la soffitta a travatura, il pavimento a mattoni rotti, per mobilia due sole sedie apoplettiche, e null’altro.

La priora e il prete superiore dell’inquisizione letteraria uscirono fuori per discorrere a bassa voce; rimase meco il solo prete della curia.

Chi crederebbe alla galanteria d’un vampiro?

Vedutami sola, derelitta, sconsolata, e priva d’ogni difesa, quel prete, che non era vecchio, pensò di trarre profitto dall’opportunità, facendomi travedere il vantaggio della sua protezione; preso dunque un atteggiamento da cascamorto, che fece maggiormente spiccare la sua ributtante fisonomia, stendendo le scarne mani verso di me:

«Se qualche cosa vi occorre» mi disse, «ditelo pur liberamente alla priora, colla quale avrete già simpatizzato; come, suppongo, vorrete simpatizzare anche col vostro devoto servitore».

Accompagnarono l’ultima frase un profondo inchino ed un sorriso, che mise allo scoperto l’orrida sua dentatura.

«Mostro esecrando! » gridai cogli occhi stralunati, e additandogli la porta coll’indice. «Vattene in malora, e riferisci a chi ti manda qui, che spero coll’aiuto del Cielo di vedere ben presto e lui e te e tutti quelli che vi somigliano mandati in perdizione!».

Non diede alcun indizio di rossore, ma ripreso il cappello, quatto quatto guadagnò l’uscio, che io richiusi con furia alle sue spalle.

Allora, ritornata nel mezzo della stanza, m’inginocchiai, giunsi le mani, e, sollevati gli occhi al cielo, il cuore a Dio, pregai dal più profondo dell’anima per la calunniata innocenza.

Il Signore non ributta, ma esaudisce il cuore contrito ed umiliato!


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