Tristi succedevansi i giorni della mia dimora nell’Annunziata:
le notti più tristi ancora, preoccupate com’erano dell’incerto avvenire.
Riunite le carte necessarie, Cassano scrisse una lunga
lettera, da mandare insieme con quelle alla Congregazione de’ vescovi e
regolari in Roma. Sosteneva l’egregio prelato in quella lettera la mia domanda
per la secolarizzazione, annoverava i torti e le imprudenze di Riario, e
concludeva, che non avendo io sortito dalla natura disposizione e vocazione di
monaca, assegnava a miracolo, che, spinta all’estremo della disperazione, non
avessi infranto le regole principali dello stato monastico; laonde, veduta
l’impossibilità di persuadermi a passare nel chiostro il resto della vita, ei
credeva cosa debita e giusta che io deponessi l’abito benedettino, vestissi
puramente di nero, ed abitassi celibe nella casa materna col titolo di
canonichessa.
Data ch’ebbi io pure al Cassano lettura della mia domanda,
gli resi grazie in quei termini che suggerisce la gratitudine. Vidi poi
sigillare il plico di carte per mano dello stesso vicario, che in attesa del
giorno postale, le ripose sulla scrivania: dopo di che contenta mi ritirai
nell’Annunziata.
Maria Giuseppa s’abbandonò ad una gioia fanciullesca.
Credette tutto finito, ed aveva ragione. Quella sera ci trattenemmo infino ad
ora tarda, immerse nel diletto, tanto caro a’ miseri, di creare sogni dorati
per l’avvenire. Ma a che valgono i progetti, ancorché solidi e maturi, quando
l’evento non li seconda?
Due giorni dopo venni a sapere che Cassano era allettato.
Questa notizia ci conturbò.
E le carte? – Sulla scrivania. E il vicario? – Sospeso. E
il nuovo superiore provvisorio? – Un nemico di Cassano. E il cardinale
successore? – Cosenza...
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Speranze, addio!
Che fare in Capua? Mi ci trattenni sulle spine per altri
quindici giorni. L’ex vicario mi consigliava a non rimanerci più a lungo,
poiché, sapendomi protetta dal Cassano, Riario non avrebbe mancato di rannodare
l’interrotto filo della persecuzione. D’altronde mezzi a tentare la sorte in
altro paese io non aveva; per far fronte alle spese aveva dovuto vendere il
piano-forte, e qualche oggetto di valore.
Me ne tornai dunque in Napoli, e presi stanza nel convento
di San Niccola da Tolentino, dei Padri della Missione, posto nel quartiere di
San Carlo all’Arena. Dimorava quivi il padre Spaccapietra, persona non meno
degna di venerazione per le sue virtù, che per la scienza, e molto potente in
Roma: centro delle sue aderenze. Raccontatigli estesamente i miei mali, gli
chiesi consigli ed aiuto. Spaccapietra restò commosso: si fregò la fronte a
modo di persona che accuratamente pondera un’opinione prima di emetterla, poi,
voltosi a mia madre:
«Credo» disse, «che l’argomento dell’arresto sia stato un
equivoco preso dal generale Torchiarola. Si è dato, sì, il caso di adottare
tale misura di rigore, ma solo quando la religiosa avea dato motivo a scandalo
pubblico, e massimamente se ne portava il frutto nel seno. Vogliate compiacervi
d’indicarmi la vostra abitazione; ne parlerò oggi stesso con Sua Eminenza, e
fra giorni vi farò noto l’esito del mio abboccamento».
Rassicurata dalle parole dell’eccellente missionario, me
ne ritornai a casa alquanto confortata dalla speranza che la provvidenza non
m’avesse abbandonata del tutto.
Passati pochi giorni, veniva Spaccapietra a riferirmi
d’aver tenuto col cardinale un lungo discorso sul proposito di me.
Riario aveva formalmente negato d’essersi recato dal re,
ed aver ottenuto l’ordine del mio arresto. Ei mentiva, sì, mentiva
assolutamente!
Spaccapietra aveva osservato non potermisi usurpare i
frutti della dote: Riario condiscendeva a farmi avere le cinque mesate
arretrate, e prometteva di lasciarmi in pace d’allora in poi.
Trascorsero alquanti mesi di tregua. Mia madre, paga di
vedermi liberata dall’accanimento dei preti, evitò nel carnevale di dare in
casa festini e trattenimenti, com’era usa di fare ogni anno. Di questo
provvedimento altamente mi compiacqui, risoluta com’era a schivare nuove
molestie, e condurre vita ritirata, divisa fra le cure domestiche e lo studio.
E perché l’apprendimento delle storie patrie
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mi parve doveroso non soltanto all’uomo, ma pure alla donna italiana dei tempi
nostri, trovai modo di procurarmi i migliori autori in questo ramo
dell’educazione nazionale. Allora scorsi il Machiavelli, il Guicciardini, il
Botta, il Santarosa, il Colletta, e qualche storico della guerra d’indipendenza
dell’America, e della rigenerazione dei Greci.
Nel mese di giugno una mia sorella, dimorante in Gaeta,
scrisse che suo marito era gravemente malato. Mia madre partì per visitare il
genero infermo; io non volli accompagnarla. Trovavasi colà Ferdinando TI, il
quale era allora disgustato del soggiorno di Napoli, non altrimenti che quel
discendente d’Eraclio, che, fattosi assassino del proprio fratello e flagello
de’ sudditi, preso in disgusto e reggia e capitale, si ricoverò in Sicilia,
perseguitato dì e notte dall’ombra dello sgozzato germano. Partita adunque la
madre, passai con Maria Giuseppa in casa d’un’altra sorella maritata, dimorante
in Napoli.
Ella abitava nel vico Canale sopra Toledo, in un sesto
piano, molte in quel tempo essendo le sue ristrettezze per cagione del
consorte, il quale, compromesso nelle convulsioni del 1848, era stato sospeso
nell’esercizio dell’avvocatura, e viveva tuttora in angustie sotto la
sorveglianza della polizia borbonica.
La scarsezza de’ miei mezzi e la penuria del cognato, non
mi permettevano di far uso della carrozza ogni volta che qualche urgente
faccenda mi chiamava fuor di casa. E fra tali faccende urgenti entrava pure la
necessità di dispensare il segreto carteggio degli affiliati ad una società
patriottica, allora non meno efficace che benefica, oggi superflua, se non
dannosa: ufficio, che persone dell’altro sesso prestar non potevano, senza
risvegliare i sospetti di qualcuna delle innumerevoli spie, che in quel tempo
formicolavano per le vie, nelle case, e perfino dentro le chiese di Napoli.
Ora se non m’era dato uscire ogni volta in legno, come
avrei potuto girare a piedi col vestimento benedettino, in una città, ove gli
scioperati giovanastri si facevano un vezzo di non lasciare libero il passo
alle donne per la via?
Lasciato perciò l’abito di monaca, ne presi uno di seta
nera, conforme al parere che dato mi aveva il cardinale Cassano, e come pure
altre persone di buon senso mi consigliavano.
Il padre Spaccapietra partiva frattanto pd Giappone in un
colla missione, lasciandomi in ricordo l’Imitazione di Cristo, e la
memoria della sua carità esemplare. La sera del 13 giugno, ritirata nella mia
stanza con Maria Giuseppa, mi tratteneva seco lei riandando le
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peripezie sofferte nei diversi chiostri, e scambievolmente consolandoci e
rallegrandoci di poter alfine respirare liberamente. Tutto infatti d’intorno a
noi spirava calma, benessere, espansione: regnava dappertutto la felicità.
L’aria era tepida e imbalsamata dai profumi, che le piante innamorate del
belvedere spiravano, mentre ingenue giovinette bisbigliavano nelle sottoposte
finestre, mandando di tratto in tratto sospiri, manifestazione di desiderii
arcani. La luna in alto proseguiva solinga il corso superba del suo splendore,
framezzo un corteggio di nuvolette, frangiate, inargentate con stupenda
leggiadria. Io mi sentiva rinascere al pensiero di aver ricuperato il posto che
assegnato m’aveva da principio la Provvidenza, di potere liberamente ormai offerire
la tenuissima mia cooperazione al servigio de’ miei simili.
Ma la fortuna, che tanto sovente si prende gioco
dell’umana felicità, accingevasi a farmi pagar caro quel lampo di ebbrezza.
Maria Giuseppa, la più costante e fedele partecipe delle
mie disgrazie, riponeva tutta la sua felicità nell’assicurarmi che non mai
m’avrebbe abbandonata, finché sarei infelice. Chi le avrebbe detto che quella
sera era l’ultima in cui stessimo insieme?
Il giorno appresso, ad un’ora pomeridiana era a pranzo coi
miei parenti... Fu suonato alla porta.
La vecchia fantesca di mia sorella s’affaccia alla
finestra che metteva sulle scale, e tutta turbata ci dice che un prete cercava
di me.
«Fatelo entrare!» rispondo, credendo fosse non altri, che
l’ex vicario di Capua, uso a visitarci talora.
Ma il cuore, a’ disastri assuefatto, presago sempre di
malore, cominciò a palpitarmi gagliardamente.
Odo i passi, non d’una sola, ma di più persone. M’accosto
all’uscio di sala per udire, e odo un alterco fra i venuti e mio cognato.
Oltrepasso la soglia, e vedo un uomo di proporzioni
colossali, di testa enorme, di faccia a luna piena, una specie di Briareo, che
stavasi padronalmente adagiato sul divano; accanto a lui sedeva un prete
livido, smilzo, di sinistro aspetto, mentre mio cognato, costernato, puntava
entrambe le mani sulla spalliera di una seggiola.
Sebbene ignoti, quei due sembianti mi fecero
raccapricciare.
Il gigante, dato fiato alle fauci, con voce non dissimile
al muggito della conca marina:
«È ella la religiosa Enrichetta Caracciolo Forino?» mi
domandò.
«Sì» risposi: «con chi ho l’onore di parlare?»
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« Col commissario Morbilli».
Dio, qual nome!
Mi scossi, come per violenta scarica d’elettricità... Era lo spavento di
tutta Napoli.
Il duca Morbilli (povera nobiltà della patria di Vico!),
cagnotto fedelissimo del re, e satellite de’ Del Carretto, era salito in grido
meno per virtù del suo operosissimo servizio che pel terrore sparso dalle sue
visite, e per la mitologica voracità che lo travagliava. Chi de’ napoletani non
avrebbe preferito d’avere in casa, non dirò lo spirito maligno, ma almeno il
fuoco, od il vaiuolo, od altro micidiale malanno, anziché il Morbilli?
«E questi» continuò egli a dire, accennando al compagno,
«questi è un prete della curia».
Capii subito tutto quello che mi aspettava.
«Che cosa vogliono da me?» domandai, a modo di carbonaro
sorpreso in flagrante dal commissario.
«Ella è arrestata».
«Arrestata! Possibile! Perché?»
«Possibilissimo, e dovrà seguirci».
«Dove?»
« In convento».
«In quale convento?»
«Nel Ritiro di Mondragone».
«Posso io sapere per sentenza di quale tribunale, od
almeno per ordine di chi?»
«Questo non la riguarda».
Havvi dei momenti critici nei quali Dio infonde al debole
magnanimità, perché non si lasci schiacciare dalla prepotenza del più forte.
«Mi riguarda più che non riguarda lei stessa» dissi con
fierezza a quella strisciante Eccellenza: «nondimeno sarà seguita; vo a
vestirmi».
Iniziato in tutti i segreti della professione di
berroviere Morbilli volle indagare se dalla mia stanza si fosse potuta
effettuare qualche evasione, e veduta una sola uscita, si compiacque di
permettere ch’io mi vestissi in libertà. Fui allora seguita da Maria Giuseppa,
la quale dall’estremo spavento privata di ragione e di favella, gittò la più
grande confusione sì nella mia, che nella sua propria acconciatura.
Mezz’ora dopo eravamo entrambe pronte.
«Non vi fate così abbattuta!» dissi alla conversa,
carezzandole leggermente la guancia: «ricomponetevi, prima di uscire, ché
quella gente non ne provi soddisfazione!»
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«Dite bene, signora» rispose essa: e per compiacermi si
sforzò di sorridere, mentre a stento ratteneva le lagrime.
«Potete andare avanti» disse il commissario al prete; «la
signora non ha fatto resistenza».
Il vampiro, fatta la riverenza, disparve. Morbilli,
voltosi a Maria Giuseppa, che carica di scialli e d’altri oggetti, stava pronta
a seguir mi,
«E tu chi sei?» le domandò.
«Sono la conversa».
«Tu non accompagnerai la signora al convento!» soggiunse
il
ciclope.
«Perché?» disse l’una di noi: «Perché?» replicò l’altra.
«La signora sarà condotta al ritiro: tu verrai meco al
commissariato per esservi interrogata, e quindi rimandata al tuo paese».
Gli urli, le strida, i lamenti che mandò la povera
giovine, il suo avviticchiarsi alla mia persona, come per cercare rifugio e
protezione, poi il pianto e i gemiti e la disperazione cui davasi in preda,
stavano per farmi perdere il contegno. Se non che la commozione, repressa a
forza dall’amor proprio, in tale spasimo mi metteva i muscoli della bocca, che pur
volendo parlare non avrei potuto.
La povera Giuseppa non cessava di abbrancare ora l’abito,
ora la mano mia, e di gridare:
«Oh, cara, adorata signora, se non volete staccarvi dalla
vostra povera conversa, perché non scacciate questi birboni?».
Il commissario, chiamato un ispettore che attendeva
all’uscio, gliela consegnò. Io non parlai punto, per tema di prorompere in
pianto, ma diedi soltanto a Giuseppa un bacio d’ultimo addio, e pregai la
vecchia fantesca di non abbandonarla finché non fosse rimandata ai suoi
parenti. Indi volta al commissario:
«Spero» dissi, «che sapendo di chi io son figlia, non
vorrete farmi fare il tragitto a piedi».
«Né impedirete che io e sua sorella l’accompagniamo»
soggiunse mio cognato.
Morbilli fece venire una carrozza, e permise che i
congiunti mi accompagnassero. Intanto Maria Giuseppa non cessava di stringermi
le mani e coprirle di baci; era tanto straziante la desolazione di quella
infelice, che n’ebbe piet2ì perfino.., un Morbilli.
«Coraggio!» le dissi finalmente; e, svincolandomi da lei,
uscii la prima dalla porta.
Le scale erano tutte gremite di birri, come se si fosse
trattato di
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sorprendere nella macchìa una banda di briganti, e più di cento persone eransi
radunate fuori del portone per godere dello spettacolo.
La chiesa e l’edifizio di Santa Maria delle Grazie di
Mondragone posti presso San Carlo alle Mortelle formano il ricovero che Elena
Aldobrandini, duchessa di Mondragone, preparava nel 1653 per le dame
napoletane, che, venute in basso stato e rimaste vedove, volessero trarvi vita
tranquilla e monastica. Oggi vi è pur ammessa qualche educanda, ma in sostanza
lo stabilimento è destinato all’uso di ergastolo.
Giuntavi poco innanzi alle 3, montai la scalinata, che
dalla prima porta di strada conduce sopra; all’ingresso della seconda trovai
postati due preti, e presso a loro la superiora, che colà chiamasi priora. Uno
dei preti era quello spettro di Banco, che condotto aveva Morbilli pel mio
arresto; era l’altro il superiore ecclesiastico del locale, quel desso che per
la sua furibonda reazione lasciò nel 1848 tristissima rinomanza del suo
carattere, quel desso, che come regio revisore cancellava sempre da’
manoscritti l’italiano vocabolo eziandio, forse perché ricordava nella
desinenza il nome d’un vindice supremo. Per l’immensa sua devozione alla
dinastia borbonica, e pel famigerato suo oscurantismo decorato coll’ordine di
Francesco I, non voleva esser chiamato altrimenti che cavaliere.
Dagl’inchini che fece costui al commissario e dalle parole
che si scambiarono fra loro, compresi ch’erano amici di vecchia data:
cagnotti attaccati allo stesso guinzaglio.
Mio cognato, che a stento aveva fino a quel punto
rattenuto lo sdegno, proruppe in acerbe rimostranze contro la condotta del
cardinale.
«Se non tacete all’istante» gli disse il superiore
ecclesiastico, «vi ricaccerò le parole in gola con due schiaffi».
«Se non andate, e subito, pe’ fatti vostri» soggiunse il
commissario, «vi manderò in prigione».
Afferrai il cognato per un braccio, e scossolo fortemente:
«Perché vi riscaldate voi» gli dissi; «mentre io che son
la vittima taccio? Ora sono giunta al carcere: potete ricondurre la sorella».
Tutti serbarono silenzio. Il commissario, avuto dal prete
della curia la ricevuta della mia persona, se ne partì, ed io accennai alla
sorella di alzarsi per non dare al marito l’occasione di compromettersi.
«Scrivi tosto a Gaeta» le dissi nell’atto d’abbracciarla:
«scrivi
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tutto alla mamma, e, per carità, prendi per Maria Giuseppa le stesse
cure che ti saresti presa per me!».
Rimasta sola col birro e coi due carcerieri al fianco, mi
fecero salire al terzo piano del fabbricato, quindi mi menarono in una vasta e
tetra camera, che aveva l’aspetto d’una prigione da suppliziato:
due soli pertugi vi davano luce, ma luce scarsa e cupa,
per cagione dell’alto palazzo Villanova che vi era di faccia. Le pareti ignude
e insudiciate, la soffitta a travatura, il pavimento a mattoni rotti, per
mobilia due sole sedie apoplettiche, e null’altro.
La priora e il prete superiore dell’inquisizione letteraria
uscirono fuori per discorrere a bassa voce; rimase meco il solo prete della
curia.
Chi crederebbe alla galanteria d’un vampiro?
Vedutami sola, derelitta, sconsolata, e priva d’ogni
difesa, quel prete, che non era vecchio, pensò di trarre profitto
dall’opportunità, facendomi travedere il vantaggio della sua protezione; preso
dunque un atteggiamento da cascamorto, che fece maggiormente spiccare la sua
ributtante fisonomia, stendendo le scarne mani verso di me:
«Se qualche cosa vi occorre» mi disse, «ditelo pur
liberamente alla priora, colla quale avrete già simpatizzato; come, suppongo,
vorrete simpatizzare anche col vostro devoto servitore».
Accompagnarono l’ultima frase un profondo inchino ed un
sorriso, che mise allo scoperto l’orrida sua dentatura.
«Mostro esecrando! » gridai cogli occhi stralunati, e
additandogli la porta coll’indice. «Vattene in malora, e riferisci a chi ti
manda qui, che spero coll’aiuto del Cielo di vedere ben presto e lui e te e
tutti quelli che vi somigliano mandati in perdizione!».
Non diede alcun indizio di rossore, ma ripreso il
cappello, quatto quatto guadagnò l’uscio, che io richiusi con furia alle sue
spalle.
Allora, ritornata nel mezzo della stanza, m’inginocchiai,
giunsi le mani, e, sollevati gli occhi al cielo, il cuore a Dio, pregai dal più
profondo dell’anima per la calunniata innocenza.
Il Signore non ributta, ma esaudisce il cuore contrito ed
umiliato!
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