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Da circa un anno e mezzo non più avvezza all’azione
venefica e struggitrice dell’isolamento; ravvivata nel battesimo del consorzio
civile, incomparabilmente più crudeli provai gli effetti del silenzio che di
nuovo mi circondò.
Non una sola voce all’intorno, non una traccia di pensiero
vivente, non più quel grato risonare dell’umana operosità: null’altro nel
novello deserto, che il monotono ronzar delle mosche, in contrasto
coll’uragano, che imperversava dentro di me.
Un supremo pensiero di primo tratto mi preoccupò:
Quale autorità ha decretato il mio arresto;
l’ecclesiastica, o la civile?
Era io una volta ancora la vittima dell’animosità di
Riario e della sua camorra, o piuttosto qualche imputazione d’altra natura,
provenuta da spionaggio, mi gettava negli artigli del potere politico?
Probabile il primo, possibile il secondo, più probabile
ancora la concorrenza d’ambedue.
In qualunque di queste ipotesi, il mio stato era doloroso,
orribile al più alto grado.
Io era donna! Troppo propenso il mondo al sospetto e alla
maldicenza, come avrebbe giudicato il mio repentino confinamento in un ritiro,
la cui reputazione equivoca poteva somministrare facile appiglio alla calunnia?
Riposta fuori d’ogni contatto colla società, di quale
mezzo efficace mi sarei valsa per confutare le false voci, che i preti non
avrebbero mancato di spargere, a detrimento della mia riputazione, e a loro
propria discolpa?
All’idea di quest’ultimo e più barbaro colpo del destino,
non seppi più rinvenire nell’intrepidezza quella morale energia, con che aveva
resistito fino allora ai colpi della sventura. Per essere uomo, e non
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donna (non fosse che per pochi giorni), per trovarmi in Londra, in Parigi, in
America, in un paese libero, non d’altra cosa padrona che d’alcuni fogli di
carta e d’una penna, avrei rinunziato, non dirò all’esistenza, della quale può
soltanto disporre chi l’ha creata, ma sicuramente ad un trono, se ne avessi
avuto a mia disposizione.
Un’ora dopo fu bussato leggermente all’uscio: non risposi.
Il picchio è replicato: e io zitta. Al terzo picchio, sento la voce della
priora, che mi prega di aprire.
«Non sono padrona neppure di questo tugurio?» rispondo con
voce adirata.
«Sì, signora, siete padrona, ma dovete aprire».
«Atterrate l’uscio, se vi pare: io non vi apro!».
La priora prese a supplicarmi con parole umili,
giustificando il disturbo che mi recava colla necessità di far una cosa per me.
Aprii allora, e la vidi atterrita dall’atteggiamento ch’io
aveva preso. Due converse vi portavano un letto, un tavolino e una lucerna.
«Abbiate» dissi, «la bontà di procurarmi l’occorrente per
iscrivere».
Essa storse il viso, a modo di persona che ha da
comunicare uno spiacevole annunzio. Poi, biascicando le parole:
«Debbo» disse, «con mio dolore farvi sapere, che il
leggere e lo scrivere vi sono proibiti da’ superiori fino a nuov’ordine».
«Non potrò dunque corrispondere per iscritto neppure co’
miei parenti?»
«Questo sì, purché io legga le lettere vostre, prima che
sieno sigillate, e che prenda notizia di ciò che conterranno le risposte,
innanzi che siano consegnate a voi».
«Proibito qualunque libro, senza eccezione?»
«Abbiamo qui parecchi libri devoti: ne potrete leggere
quanti vorrete».
Il cerchio della mia vita si ristringeva sempre di più. Le
domandai quali fossero gli ordini precisi sul conto mio.
«Ordini rigorosi» rispose. «Proibito di vedere o di
parlare con chicchessia; non potete ricevere né i parenti, né gli amici, né i
conoscenti vostri, né tanto meno gli estranei che venissero per avventura a
cercar di voi; anzi, per torre il caso d’un’intelligenza clandestina, vi sarà
assolutamente proibito d’affacciarvi alle finestre, di salire al terrazzo, di
passare pel parlatorio. E per colmo di severità...»
«Vediamo quando la finirete!» interruppi.
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«Non vi sarà permesso d’avere persona alcuna al vostro
particolare servizio».
«Di grazia» le dissi, «come si chiama questo vostro
locale?»
«Il ritiro di Mondragone».
«Sarebbe meglio chiamato il carcere del Santo Uffizio!
Sapreste dirmi ancora, se vi sarò ritenuta per lungo tempo?»
«Chi lo sa! Potreste starci e due e tre e cinque e dieci
anni, a volontà de’ superiori; per avvezzarvi più presto alla pazienza,
dovreste smettere la speranza d’uscirne presto».
«Non mi nascondete la verità, vi prego! Sono forse
condannata a vita?»
«Raccomandatevi a Dio, e pensate all’anima vostra!»
«Basta...!» gridai.
E a queste parole caddi priva di sentimento sul mattonato.
Riaperti gli occhi, mi trovai sdraiata sul letto, e
nuovamente sola. Notai allora con raccapriccio un disordine nelle idee, un
intorpidimento della ragione, di cui, volendolo pure, non poteva indagar la
causa.
Ch’io fossi smarrita di mente, ne aveva chiara coscienza;
ma quell’aberrazione donde mai proveniva?
Era essa l’effetto del deliquio? Era dell’eccessivo
cordoglio? Oppure derivava essa dalla contusione riportata alla testa, cadendo
sopra i mattoni?
Quanto più mi sforzava di riafferrare il timone della
ragione che di mano mi sfuggiva, tanto m’avvedeva ch’io non ne era più padrona
come prima: fiacco il discernimento, confuse le rimembranze, perturbati i
sensi, tutte le facoltà scombussolate. E nel centro di quel caos un’idea fissa,
sovraneggiante, una immagine molestissima come un martello tormentoso: l’uomo
ch’io aveva amato tanto passionatamente, Domenico, fattosi prete e vestito da
prete, parevami che stesse in atto di leggermi la sentenza di morte.
Comincia da questo momento, e continua per qualche tempo
non facile a determinare, un periodo della mia esistenza, oscillante ad
intervalli fra il senno e lo sconcerto delle facoltà mentali. Risparmierò al
lettore la noia che il racconto de’ miei delirii gli recherebbe; ma nel
continuare il filo della narrazione con uguale esattezza e pel solo dovere di
non interporvi nel mezzo una lacuna, siami lecito di premettere qui una
preghiera; e questa è, ch’io non sia aggravata della responsabilità d’alcuni
atti commessi negli intervalli di
[225]
quella forsennatezza, atti, che citerò per dovere di fedeltà, ma la cui
riprovevole natura sono io la prima a deplorare.
Sull’imbrunire entrò col lume una conversa, e le tenne
dietro la priora, munita di sali e di caraffini, che volle farmi odorare. Le
dissi aver immaginato, e voler mettere in esecuzione un mezzo, che deluderebbe
la pubblicità del mio supplizio. Il tuono serio e cupo con che espressi
quest’intendimento la fece ridere. Era una donna sotto i quaranta, fresca e
vegeta ancora, ed affabile, anzi che no. Il mio stato la muoveva a pietà,
poiché non si riguardava di rivolgermi parole di compassione; ma, non meno
tenera della sua carica, aspirava all’approvazione de’ superiori eseguendo
pedantescamente i loro ordini. Tale ingrata incombenza, io, nel suo caso, non
l’avrei accettata.
Più tardi mi fece portare una scodella di brodo: la
rifiutai. La notte che seguitò fu la più angosciosa della mia vita: vera agonia
di morte. M’alzai più volte per rinnovare la preghiera a Dio di conservarmi
sana la ragione.
Fatto giorno, mi portarono il caffè: lo rimandai non
tocco, e così fu rimandato anche il pranzo.
Due ore dopo vennero i miei bagagli. La priora mi consegnò
una lettera di mia sorella, già aperta da lei. Quanto blandite furono le pene
mie dalla notizia che Maria Giuseppa era stata, dopo l’interrogatorio,
consegnata a suo zio! Aggiungeva mia sorella d’aver già scritto a nostra madre,
la quale, informata dell’avvenimento, non avrebbe mancato di chiedere una
udienza al re. Il capo mi girava, la mano rifiutavasi a scrivere. Cionondimeno
con poche righe l’avvertii, che, per timore ch’io non reclamassi al papa o ad
altra autorità superiore, le mie lettere venivano aperte e lette: badasse dunque
a ciò che scriverebbe.
Il giorno appresso ricomparve all’uscio l’antipatica
figura del superiore ecclesiastico. A quella vista mi sentii ribollire il
sangue, ed incapace di frenare il traboccante sdegno, proruppi in imprecazioni
contro il cardinale e contro il re: strana accoglienza ad un direttore della
censura pubblica! Don Pietro Calandrelli credette di poter imporre silenzio a
me, come lo faceva ogni giorno agli autori di grammatiche e di dizionari: ben
lo sa egli se lo feci chetare, io!
«Ritengo» gli dissi, «per insulto la visita di preti
censori ed inquisitori. Liberatemi dunque della vostra presenza, se non volete
ch’io ricambi insulto per insulto».
[226]
«L’ingiusta collera» rispos’egli, «non vi permette di vedere che oltraggiate i
vostri benefattori; quando sarete calmata da questo stato d’irritazione, verrà
a trovarvi anche Sua Eminenza».
Indietreggiai d’un passo, e puntando l’indice, «Ditegli
che non ardisca, perché diverrei una tigre!» esclamai.
Il prete si volse alla priora:
«La è pazza davvero» disse: «andiamo via!».
Quest’epifonema del prete diede il tracollo al disordine
delle mie idee. «Sono dunque realmente pazza!» andai dicendo fra me.
Erano scorsi intanto quattro giorni, dacché perseverava a
rifiutare ogni alimento. Una lunga malattia di languore non mi avrebbe più
profondamente incavate le gote; il volto era divenuto del colore del bronzo; il
bianco degli occhi, di quello dello zafferano. Se mi concava, in cerca d’una
tregua all’orrenda fissazione che mi perseguitava, eccomi di bel nuovo innanzi
l’immagine di Domenico prete, nell’atto di spedirmi al patibolo. Insomma, priva
d’un solo barlume di speranza, inferma di corpo e di spirito, io invocava ad
ogni istante o una morte immediata, o la restituzione della libertà.
Al sesto giorno le forze per alzarmi diletto mi mancavano,
né per questo condiscesi a pigliare i rimedi che la priora mi suggeriva.
L’indomani fu mandato per il medico; era il dottor Sabini, cuore aperto, e,
come seppi dipoi, caldo di generoso amor di patria. Udito dalla priora il
racconto de’ miei mali, e come io m’ostinava a ricusare qualunque nutrimento:
«Tanto meglio» osservò: «più giovevole, che dannoso riuscirà il digiuno alla
sua salute; appena sarà cessata la febbre, la forzeremo a cibarsi».
Chiese il calamaio per una ricetta; lo trattenni colla
mano per impedirglielo.
«Perdereste il tempo» gli dissi; «sono fermamente risoluta
di non prendere alcun rimedio. Voi siate pure il ben venuto, se vi conduce
l’umanità; ma se venite a prestarmi i soccorsi della vostra professione, io vi
congedo al momento!».
Non aveva finito di parlare, quando riapparve all’uscio la
testa del prete superiore.
«Signor Sabini» disse, senza oltrepassare la soglia, «il
cardinale vuoi sapere da voi lo stato dell’inferma».
A quella voce agitandomi convulsa nel letto, gridai quanto
n’aveva in gola:
«Via di qua, papasso mascherato!»
«Calmatevi, per carità!» mi disse il Sabini. «Signor
cavaliere»
[227]
soggiunse rivolto al messo del cardinale, «l’inferma è affetta da una febbre
nervosabiliosa, febbre complicata con qualche sintomo di congestione cerebrale.
Se ella sarà docile alle mie prescrizioni, e soprattutto se vorrà rinunziare al
pensiero d’attentare a’ propri giorni per mezzo dell’inedia, spero che potremo
superare l’infermità>.
A questi detti il prete varcò la soglia, ed entrato nella
camera, che a rapidi passi prese a misurare.
«Come!» esclamava, «come! vorrebbe ella dunque cessar di
vivere! Signora priora» soggiunse in un tuono rauco ed imperioso, che
richiamava la memoria di Torquemada «levate subito da questa stanza ogni
oggetto pericoloso!».
Il regio revisore aveva adocchiato i miei bauli, e mirava
ai libri, ch’erano, a suo credere, ben più pericolosi dell’arsenico, e
mettevano in pericolo cosa più preziosa della mia vita.
Per evitare un violento conflitto, volli passare in altra
stanza, mentre la priora e il prete assistiti da altre persone si preparavano
alla visita dei bagagli. Si cominciò dalla camera, che fu esplorata per ogni
buco e bucolino; impadronitisi poi delle chiavi, nella speranza di sorprendere
qualche documento relativo a segrete società, m’aprirono le casse, esaminarono
i sacchi, visitarono le cassette, spinsero l’esame per fino ne’ penetrali della
biancheria. I soli oggetti che attirarono l’attenzione loro furono alcuni volumi
di stampa forestiera, fra’ quali, mi rammento, il libro sopra Dante di Ozanam,
l’altro sull’educazione di Tommasco, gl’Inni Sacri del Manzoni, ed un carme
alla Libertà di Dionisio Salomos, eminente poeta della Grecia moderna. Fatta
questa cattura, l’odiosità della ricerca fu adonestata col sequestro di
coltelli, forchette, forbici, d’un temperino, e di altre cose consimili.
Il nemico del vocabolo eziandio scendeva le scale
quand’io rientrava nella mia camera. Voltosi con un amaro sogghigno, in cui
balenò tutta l’ingenita sua malvagità, «Con vostro buon permesso» disse,
«riporterò a Sua Eminenza, vostro e mio benefattore, che tolti vi sono i mezzi
di attentare alla preziosa vostra esistenza».
E detto questo, scese la scala.
Sfuggì per altro alle loro indagini un fascio di carte ben
altrimenti pericoloso. Io era sicura che senza la mano d’un uomo del mestiere
non avrebbero scoperto il ripostiglio contenuto in uno dei bauli.
Ma di ciò a suo tempo.
Sabini ogni mattina presto veniva a trovarmi. La forte
complessione [228]m’aiutava a superare quella lotta fisica e morale, cui ogni
altra donna avrebbe forse dovuto soccombere. Nondimeno m’astenni tenacemente da
ogni qualsiasi alimento, ed il medico si avvide che la mancanza di cibo andava
scemando le mie forze con sempre maggiore rapidità.
La mattina dell’undecimo giorno mi ritrovò in uno stato
d’estrema depressione; io non poteva più alzare il braccio smunto, e solamente
a sollevare il capo dall’origliere sveniva. Tanto inoltrata era l’estenuazione,
che divenuta incapace di scendere dal letto, io non poteva, com’era solita
mettere la sera il chiavistello all’uscio di quel tugurio.
Sabini per salvarmi immaginò un pietoso ripiego.
Governatore del ritiro era un Caracciolo, principe di
Cellamare, di cui egli era ugualmente il medico. Più d’una volta ei mi aveva
detto che aveva tenuto parola di me col principe. Una mattina, adunque, ridendo
e stropicciandosi le mani, «Allegra, signorina» mi disse: «vi porto buone
nuove!».
Fatto uno sforzo, mi volsi a lui.
«Ieri sera» soggiunse, «il principe vi raccomandò
caldamente alle autorità, le quali condiscendono, appena convalescente, di
farvi uscire».
Il cuore mi cominciò a battere tanto forte, che non so
come non rimanessi colpita da sincope.
«Dunque sarò scarcerata!» dissi, sforzandomi di riprendere
la lena che mi mancava, e di stendergli la destra.
«Di certo» riprese egli: «e però bisogna rimettersi in
forze, poiché non voglio che, uscita di qui, facciate paura alla gente. Presto,
signora priora, fatele portare del brodo».
Un momento dopo la conversa ne portava un poco, che il
medico stesso, sorreggendomi sul capezzale, con carità paterna mi faceva
prendere a cucchiaiate. Alla terza cucchiaiata la vista mi si offuscò, e prima
di potermi rimettere sul guanciale rigettai quella magra e scarsissima
sostanza.
«Lasciamola in calma» disse Sabini: «troppo avanzata è la
spossatezza. Ora le scrivo un calmante che le somministrerete ogni mezz’ora».
Io m’era lasciata prendere all’esca; più del brodo e della
ricetta m’avevano rianimata le parole del medico. Il giorno appresso stava
meglio: continuavano tuttavia a funestarmi le apparizioni, effetto dello
sconcerto mentale: ma la speranza, supremo specifico, qual
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sollievo mai non reca al disperato? Dopo quattro giorni il miglioramento era
grande; il sesto Sabini chiese al parlatorio le mie nuove, ma non salì. Sul
finire della settimana io ricominciava pian piano a cibarmi... ma frattanto
Sabini non si faceva rivedere. Mossane qualche lagnanza alla priora, ottenni
che fosse richiamato.
Ei venne alfine. Com’ebbe avuto contezza della mia salute,
gli domandai del giorno in cui mi sarebbe stato comunicato il permesso
d’uscita. Ei mi rispose in termini evasivi: non mi tolse la speranza della
redenzione per non farmi ricadere, ma disse non potermene precisare il
momento... Ohimè! Ivi a poco acquistava l’amara certezza d’essere stata
pietosamente ingannata.
Piansi come donna non ha pianto mai; nuovamente mi diedi
alla più smoderata disperazione, non seppi a qual estremo partito appigliarmi,
ma non ebbi più il coraggio o la pusillanimità di troncare i miserandi miei
giorni per mezzo del digiuno.
In questo mentre mia madre era tornata da Gaeta. Informata
dalla sorella che le lettere mie subivano al parlatorio una sorte pari a quella
che in tutti gli uffici postali del Regno subiva la corrispondenza del
pubblico, mi rese conto del suo operato in termini del tutto inintelligibili.
Ma l’inciampo non mi scoraggiò. Bene conoscendo l’altiera e risoluta indole di
lei, poteva io dubitare che dopo l’affronto ricevuto fosse ella donna da
starsene colle mani alla cintola?
In uno de’ miei lucidi intervalli (e ne aveva allora di
più frequenti) concepii un ingegnoso sotterfugio. Domandato alla priora chi
avrebbe preso cura della mia biancheria, ed avuto in risposta che le sue
converse non avevano il tempo, ne feci un fagotto per mandarla in casa di mia
madre, e nella cocca annodata di una pezzola avvolsi un biglietto, col quale
chiesi contezza di ciò ch’ella aveva operato per me.
La biancheria mi veniva restituita tre giorni dopo; e
nello stesso nodo trovai la risposta.
Scriveva mia madre: «Avere parlato col re ed anche colla
regina:
entrambi aver detto doversi la faccenda trattar piuttosto
coll’arcivescovo, non essendo use le Loro Maestà d’immischiarsi in affari di
Chiesa: credere del rimanente le medesime, che il suonare l’organo oil cantare
i vespri fosse occupazione più confacevole ad una monaca, che non il cospirare
all’aria aperta coi nemici del trono e dell’altare».
Verun dubbio dunque restava; non più un solo, ma due
poteri
[230]
locali mi tenevan dietro: la polizia e l’arcivescovado.
A dire il vero, i sospetti della polizia borbonica non
erano ingiusti. Sortito avendo dalla natura bollenti passioni, immaginazione
mobile, volontà forte abbastanza da lottare contro le seduzioni del sentimento
e contro la corrente delle abitudini, io ho mirato alla reintegrazione della
libertà nella terra nativa, prima ancora che la storia romana e gli annali
delle nostre repubbliche mi avessero ammaestrato sui destini di essa. I libri,
i giornali, il consorzio degli uomini di tempera vigorosa, soprattutto
l’ammirando esempio degli altri popoli più di noi inoltrati nella carriera
della civiltà, fecero divampare nell’animo mio quel fuoco sacro dell’amor
patrio. Da quel punto presi ad esecrare l’aquila imperiale, e i principotti
suoi satelliti, e la depravazione del nostro sacerdozio e la strisciante
cortigianeria dei nostri baroni con quell’odio stesso, odio inesorabile, con
che i Saraceni furono detestati dagli Spagnuoli e i Turchi da’ Greci e i Russi
da’ Polacchi e la pirateria barbaresca da tutta quanta la cristianità. Né,
ambiziosa d’aggregarmi pur io all’apostolato di sì nobile missione, cessai
d’allora in poi di cercare all’ombra della cocolla quel centro occulto di operazioni,
che metter potesse in esercizio la mia operosità. Picchiai lungamente senz’aver
risposta, ma finalmente mi venne aperto. Sorsero allora per me momenti
d’esaltazione e d’entusiasmo, nei quali ebbi l’arroganza di credere, che se
tutte le donne pensassero e sentissero a modo mio, neppure una sola oste
barbarica sarebbe mai calata in Italia, od almeno l’Italia l’avrebbe da lungo
tempo finita coll’opera devastatrice dei tiranni.
Non erano dunque privi di fondamento i sospetti della
polizia; ma chi l’aveva messa sulle mie tracce? Io non lo so, né m’importa
saperlo. Comunque siasi, io perdeva l’ultima speranza di riveder la luce.
A questi motivi di sconforto un altro e più irritante mi
sopravvenne. Reluttando agli ordini replicati della curia di rindossare l’abito
monastico, io ricevei l’ordine perentorio di riprendere lo scapolare entro tre
giorni, sotto l’alternativa di vedermi confinata in un ritiro di provincia, e
passare il resto della mia vita nella separazione illimitata da’ parenti e dal
mondo.
Rindossare quell’odiata insegna dell’inerzia,
dell’ignoranza, dell’egoismo inalzato a dignità di dottrina! Ricadere per
sempre, e senza speranza di riscatto, sotto la verga d’un’ignorante, fanatica
badessa! Seppellire nel marciume d’un chiostro murato e ferrato la voce della
ragione, del cuore e della volontà!
[231]
A questa orribile idea la mia povera mente, già
sconcertata, subì l’ultimo crollo.
Ho detto che in un ripostiglio del mio baule stava
nascosta qualche cosa, che sfuggì alla perquisizione de’ preti. Quel segreto
conteneva un fascio di carte rivoluzionarie in cifra, un pugnale ed una
pistola, oggetti appartenenti ad un mio cognato, e da lui a me dati in deposito
sin da quando io dimorava nel conservatorio di Costantinopoli.
Era la notte del 16 luglio, un’ora prima della mezzanotte.
Dopo d’aver piegato il ginocchio appiè del letto e innalzata la preghiera de’
moribondi al Dio della misericordia, scrissi l’ultima lettera a mia madre,
lettera palpitante di affetti e tutta bagnata di lagrime.
Io le diceva:
«Ah, all’enormità delle mie pene non presterà fede, se non
chi ne abbia provata una parte! Esistere e credere di sognare: quel perpetuo
affannarsi a sormontare il cavallone che v’incalza, e sta per ingoiarvi, senza
speranza alcuna di riguadagnar la riva: quell’essere sepolto vivo e
risvegliarsi inchiodato nel buio della bara, ah, mamma, credetemi, sono
tormenti atroci!
«Cara mamma, questa vita che voi mi deste, altro non è più
per me che un supplizio. Che vale l’esistenza, se è cieca di libertà e di coscienza,
se è condannata all’atrofia, mentre le altre creature di Dio respirano il
nativo elemento, libere, prospere e sane quanto gli uccelli dell’aria? Siate
perciò la prima a perdonarmi, e vogliate difendere la mia memoria, quando
l’unica traccia, che lascerò al mondo di me, sarà la vostra commiserazione!».
Terminata la lettera, che, tutta bagnata di lagrime,
deposi aperta sul tavolino, aprii il baule, e tratto dal segreto lo stile, mi
ferii il fianco...
Oh, tu che leggi, non mi condannare! Compiangimi; rianda
colla mente tutti i miei patimenti, mettiti nel mio miserissimo stato, e piangi
con me, che pure scrivendo di questo orribile momento, mi sento profondamente
commossa. Ah sì, io avevo tanto patito e patito, che il lume della ragione era
spento! Perdonami, lettore, come spero m’abbia perdonato Iddio!
Il polso debole e tremante diede poca forza al colpo: una
stecca di balena fece scivolare il ferro, che strisciando sulla pelle, la
sfiorò.
Avrei forse rinnovato il colpo, ma l’orrore e il ribrezzo
che mi fece il freddo della lama mi risvegliarono da quel delirio. Non fa
[232]
parte della legge divina anche l’istinto della propria conservazione? La voce
interna che al disperato grida: Conservati! non è forse quella d’un
angelo custode, che il cielo invia?
Lo stile mi cadde di mano: io mi posi tutta tremante a
sedere.
Non era scritto che dovessi morire, in un accesso di
demenza, omicida di me medesima. Vissi, piansi, patii ancora; e, ne sia lode
alla divina Provvidenza, io sopravvissi a quell’era d’ignominia e di servaggio!
Nuovi tormenti m’aspettavano.
Non paghi i preti d’avermi costretta ad incapperucciarmi
nuovamente, vollero pur menarmi per confessore un religioso di loro fiducia, il
padre Quaranta, agostiniano. Trattandosi d’un’anima dannata, la cui conversione
non avrebbe forse mancato d’essere ascritta a miracolo, scelsero quel
religioso, come colui che, salito in grido d’ineluttabile facondia e in odore
di santità, di leggieri avrebbe vinta qualunque resistenza. Risolvei di non
portarmi al confessionale. Quaranta mi fu condotto in camera tutti i giorni, a
mio dispetto, e ad ore indeterminate. Era egli un vecchierello smemorato,
navigante a gonfie vele alla volta dell’imbecillità, il quale, troppo occupato
del fervorino che recitava tutto d’un fiato e a modo di scatola musicale,
dimenticava da un momento all’altro le mie obiezioni. Il cicaleccio di quel
rimbambito distruggeva i benefici effetti dell’ultima crisi della mia ragione.
Protestai contro quella quotidiana molestia; mi fu risposto che io non poteva
stare senza il catechismo giornaliero del confessore: mi avrebbero però mandato
un tal Cutillo, che in Napoli godeva la stessa riputazione di Quaranta.
«Poiché tanto lo decantate, tenetevelo per voi» risposi al
prete superiore; «se mi debbo confessare, voglio una persona di mia, e non di
vostra scelta».
La priora m’aveva tenuto parola d’un vecchio canonico del
vicinato, il quale spesso veniva a dir messa nella chiesa del ritiro, ed
informavasi ogni volta sì della mia salute, che del mio stato morale, e
pietosamente a mio favore le raccomandava i riguardi che il dovere di priora e
le mie peripezie richiedevano.
Io lo conosceva di fama, per uomo dotto, prudente e
d’illibata probità. Pregai dunque la priora di chiamarlo per confessore da
parte mia; mandò in risposta che accettava l’incombenza, purché non intendessi
di valermi della sua mediazione presso il capo della Chiesa napoletana.
[233]
Gli feci sapere ch’io era ben lungi dal pensiero di
umiliarmi a costui. Egli venne.
Ma la scelta di quell’egregia persona fu disapprovata da
Sua Eminenza, non meno che dal superiore ecclesiastico dello stabilimento. E la
ragione fu questa: il canonico era cristiano di cuore e di coscienza, non per
ispirito di partito o per orgoglio; era ministro al servizio della sofferente
umanità, e non istrumento di casta feroce. Eglino, al contrario, stavano molto
al disotto di lui, e per condotta morale e per ingegno e per dottrina. Ne
conseguiva che diametralmente opposta a’ sentimenti del subalterno essendo la
condotta de’ superiori, indarno avrebbero questi tentato di penetrare per mezzo
del confessore nell’anima della penitente.
Senonché, vergognosi essi stessi d’una disapprovazione che
nulla poteva giustificare, furono più tardi costretti a rivocarla; e per tal
modo, ne’ sinceri conforti profusimi da quel buon vecchio, ebbi la prova
consolante che il Cielo non mi aveva del tutto ritirata la sua clemenza.
Ma, lo ripeto, un malanno porta l’altro.
Il generale Salluzzi, che in tante e tante occasioni mi
aveva dato prove di paterno affetto, fu, dopo gli ultimi avvenimenti, sì
severamente redarguito per la protezione che accordava ad una monaca cospirante
contro il principe e ribelle ai voleri della Chiesa, ch’ei non osò più
chiamarsi amico mio. Oltre questa perdita, che m’arrecò non piccola
mortificazione, il re mi sospese ancora un assegno di annui ducati 60, ultimo
mezzo del mio sostentamento. Di lì in poi, nonostante i sussidi della famiglia,
furono molte le mie ristrettezze. Obbligata a farmi tutto da me stessa, benché
non assuefatta, per un’estate intera mi ristrinsi al solo pane, e per
companatico a qualche frutta, serbando la carne alle domeniche. In quanto alla
mia sequestrazione, essa fu completa nei primi sei mesi. Ad eccezione del
medico che in sul principio mi visitò, non mi venne fatto vedere per quel
tratto di tempo altra figura umana, fuorché quella sgradevole di preti, di
monaci e di monache; cosa che mi costrinse a carcerarmi nella propria stanza, e
mi ridusse al compiuto isolamento. Un solo filo di comunicazione mi conservava
ancora in relazione col mondo di fuori: era l’involto della biancheria,
prezioso messaggiero e confidente, che mi tratteneva in sicuro carteggio con la
madre.
Coll’aiuto di pochi e scelti libri quale noia non si
rompe, quale
[234]
tristezza non si dissipa, qual muto orrore non è rianimato? Defraudata di
quest’innocuo sollievo, mi fu giuocoforza ricorrere alla lettura che fornirmi
poteva Mondragone. Né mi pento d’averla accettata, anzi conserverò particolare
memoria della Vita delle sante Martiri che vi trovai: libro interessante
che ho letto e riletto più volte con edificazione e diletto grande. La casta
poesia, il puro e santo zelo di quell’èra cristiana mi serviva di calmante
nella lotta interna che m’agitava. Ammirabile secolo di riscatto, in cui la
donna, da ardente fede, da speranza, da carità sublimata, non solamente contese
all’uomo il privilegio dell’eroismo, ma col sagrifizio della giovinezza, della
beltà, degli averi, e della stessa esistenza, colla pratica d’ogni virtù seppe
ancora eclissare e modestia di gerarchi, e dottrine di scuola, ed elucubrazioni
di teologi. Chi può negare che uno fra i più maravigliosi prodigi della
rivelazione sia questa novella devozione della donna alla riforma della
società, al rinnovamento del genere umano? E questa fede, quest’abnegazione,
che trae la femmina dal gineceo, per menarla gloriosa sul rogo, non è ella già
degna di ammirazione, più che non lo sia l’eroismo, in grazia del quale sono i
nomi d’Epaminonda e di Scipione celebrati nelle pagine di Plutarco? Questi e
non altri esemplari vorrei che con mano diurna e notturna svolgessero le nostre
giovinette! Che non oserebbe, a che non riuscirebbe anche la donna de’ nostri
giorni se quella fede pigliando per modello, deponesse, quasi offerta di
primizie, il fiore degli affetti sull’altare della patria? Invece di scrivere
romanzi, che con effimere commozioni mi snervano il cuore, che con effeminati
affetti mi sbaldanziscono l’animo, m’isteriliscono le aspirazioni, provatevi
piuttosto a ritemprarmi, se potete, il cuore a fecondi concetti, a sentimenti
virili! Ecco come mi rialzerete dall’inerzia in cui giaccio, ecco come mi
preparerete a secondarvi nella grande opera dell’incivilimento!
Nelle ore d’ozio (e quante non ne dovetti passare in più
di tre anni d’assoluto sequestramento!) materia di grata distrazione mi
somministrarono gl’insetti, soli viventi compagni del mio deserto. Quante ore
non passai assorta all’isocrono rosicchiare del tarlo nel fracido tavolato
delle porte e del soffitto! Quante volte non tesi lungamente l’orecchio a’
gorgheggi d’un canarino, la cui prigione, per quanto facessi, non m’era dato di
discernere, ma la pazienza e la giubilante superiorità del quale io invidiava
dal fondo del cuore! In tempo d’estate e d’autunno una porzione del mio scarso
pane era religiosamente riservata alle formiche. Adescate dalla mia ospitalità,
[235]
esse affluivano in differenti repubbliche e sotto capi differenti nella mia
stanza, ne prendevano imperturbato possesso, si aprivano ingressi ed uscite a
piacimento, montavano in lunga schiera su per le pareti, o in diverse tribù
affollandosi a me d’intorno, facevano a gara l’una coll’altra per la briciola
che porgeva loro. Altra volta mi divertiva, a guisa di Silvio Pellico, a
contemplare la lotta della mosca caduta nelle grinfie del ragno, e a quella
vista ricordava la massima di Anacarsi: «che la giustizia del principe è tela
di ragno: i piccoli insetti vi restano avviluppati e catturati, i grossi la
squarciano e se ne vanno». In tempo d’inverno poi, quello che più d’ogni altro
m’aiutò a passare le lunghe ed insonni nottate fu l’esercizio mnemotecnico. A
forza di moltiplicare a mente de’ numeri determinati, corroborai talmente la
memoria, che pervenni a trovare il prodotto di due fattori di cinque cifre
ciascuno.
Ma riprendiamo il filo del racconto.
Era già molto tempo che procedeva regolarmente il
carteggio clandestino, quando m’accadde di trovare nel nodo della pezzuola un
dispaccio del seguente tenore:
«Cerca d’ottenere un abboccamento dal nunzio apostolico: è
persona dabbene. Lo potrai fare per lettera, che manderai a me.»
L’abboccamento fu domandato, e prestamente ottenuto. Il
nunzio venne a Mondragone non sì tosto ebbe ricevuta la mia lettera.
All’annunzio della visita d’un funzionario tanto eminente
della Santa Sede tutto il ritiro andò in trambusto. La priora, propensa ad
arrogarsi l’onore della visita, corse precipitosa al parlatorio. Ma quale fu il
suo stupore sentendo che il ministro del Sommo Pontefice domandava della sua
prigioniera! Nell’incertezza se dovesse farmi scendere al parlatorio, o
piuttosto rispettare la proibizione, la povera donna rimase di sasso, né seppe
che rispondere al funzionario. Io, che stava sempre in aspettazione di quella
visita, appena udito un insolito andirivieni pei corridoi, uscii ratta della
mia stanza, mi precipitai per le scale urtando le monache, che sbalordite mi
guardavano, e lanciandomi nel parlatorio, dissi con tono altiero alla priora:
«Le vostre faccende vi richiamano altrove: lasciatemi
sola, vi prego».
Essa, confusa, licenziossi dal nunzio chiamandolo signor
dottore, e volte le spalle, disse a mezza voce:
«E se fosse pazza un’altra volta?».
Il nunzio era un uomo nel fiore degli anni e garbatissimo.
Fece
[236]
le più alte maraviglie al racconto della mia odissea, ma non avendo
giurisdizione diretta sul ritiro, si dolse con cortese sincerità di non potermi
porgere l’aiuto, che i miei tormenti reclamavano. Ciò nonostante non prese
congedo senza prima assicurarmi che avrebbe messo in opera ogni mezzo, affine
di ottenere a mio favore, se non l’immediata uscita, almeno una diminuzione di
rigore.
Nel risalir le scale vidi la priora costernata e in
parlamento colle sue monache.
Approssimatami al crocchio: «Non vi date pena
dell’avvenuto» dissi sorridendo alla prepositessa: «mandate pure a dire al
cardinale che gli arresti li ho rotti io».
Non riusciva nuova alla priora quest’aria di canzonatura.
Io aveva preso da qualche tempo l’abito di burlarmi di loro, o di farle
arrabbiare con ogni sorta di dispettuzzi, memore del motto di quella briccona
di Capua: «per pigliar marito bisogna fare l’impertinente».
La priora fece nota al prete superiore l’avvenuta
infrazione, e costui fu il primo che salì da me sbruffando fuoco e fiamme.
Lo ricevei seduta, ridendo, guardandolo a traverso, e
dondolando una gamba sull’altra:
«Chi vi ha dato l’ardire di scendere al parlatorio,
nonostante gli ordini dell’arcivescovo?»
«Ardire fa rima con dormire» risposi.
«Sapete, mannaggia! che avendo fatto i voti, dovete
prestare cieca ubbidienza a’ superiori che Dio vi ha dato?»
«Presso quale Evangelista si trova scritto che il Nostro
Signore m’abbia dato per superiore il reverendo cavaliere Don Pietro
Calandrelli?»
«Io sono vostro superiore in nome della santa Chiesa
cattolica».
«Che cosa intendete per Chiesa cattolica?»
«Intendo, signora mia, la padrona dei re, la
rappresentante di Dio sulla terra: dico la Santa Sede, e l’intero
cattolicismo che le ubbidisce».
«Non credo nella Santa Sede, col vostro buon permesso».
«Dunque voi non siete cattolica?»
«Se quello che voi chiamate cattolicismo in mano al papa,
ai cardinali, ad altri vescovi e preti non dovesse essere altro che un mezzo
d’industria, una macchina d’ignoranza e di servaggio, per fermo, io non sarei
cattolica!»
«Che cosa dunque sareste?»
«Cristiana; e ci guadagnerei un tanto».
[237]
«Uh, che orrore, che orrore!» gridò. «Sareste voi
protestante?»
«Scismatica?» soggiunse la priora.
«Né l’uno, né l’altro» ripresi io; «sarò cristiana di quel
rito che favorirà la civiltà, il benessere, la libertà de’ popoli. Ecco la fede
mia, che pur sarà la fede dell’avvenire».
«Voi siete una religiosa empia e sacrilega! Signora
priora, vi raccomando di badare bene, che il contagio di tali opinioni
sataniche non infetti le giovanette innocenti del ritiro».
«Non temete» soggiunsi io: «qualche anno ancora, e queste
giovinette avranno scoperto e detesteranno le vostre imposture al par di me».
Ben lontano però eravamo ancora da tale mèta. Il ritiro
componevasi quasi per intero di giovani, siffattamente allevate nel bigottismo e
digiune di buona istruzione, che mal appena sapevano scrivere. E come poteva
essere altrimenti, poiché Calandrelli era il collega del famigerato monsignore
Francesco Saverio Apuzzo? Quelle adolescenti ogni volta che passavano davanti
alla mia porta, sospirando, esclamavano:
«Maronna delle Grazie, salva l’anima sua! Dio mio,
convertila! ».
Il superiore andava intanto ghiribizzando per iscoprire
con qual mezzo avessi potuto trasmettere al nunzio la mia lettera. Furono
interrogate una per una tutte le converse, ma nulla si poté sapere. Avuto
alfine qualche sospetto sul fagotto della biancheria, l’inquisitore, mettendo
in non cale ogni riguardo di degenza, ordinò alla priora di volerlo avvertire
la prima volta che i miei panni dovevano esser mandati a casa. E così fu: posto
il ginocchio a terra, ebbe quel cavaliere dell’ordine di Francesco I la
birresca impudenza di sciogliere il fagotto di propria mano, e sventolare
partitamente tutti, senza eccezione, i miei panni.
Ma io che m’aspettavo la perquisizione, gli aveva teso un
bel laccio.
Nella piega d’un asciugamano il reverendo trovò una
lettera diretta a mia madre. Rizzatosi gongolante in piedi, e con mano tremante
dall’impazienza, schiuse il corpo del delitto.
«Finalmente» disse alla priora, «il topo è nella trappola!».
E senza mettere tempo in mezzo, cominciò a leggere ad alta
voce... Alla quarta linea divenne pallido; a mezza lettera gli morì la voce fra
i denti: e seguitò a leggere solamente cogli occhi.
In quel foglio io aveva scritto di lui ogni ben di Dio:
gli davo dell'impudente [238], dell’ubriacone, del seduttore, del tanghero;
eravi, tra le altre cose, ricordato un fatto vero: cioè, che venendo ogni dopo
pranzo avvinazzato, egli chiamava ora l’una ora l’altra delle monachelle nella
propria stanza, e vi rimaneva lungo tempo da solo a solo col pretesto di farsi
aiutare a recitare l’uffizio. La lista del bucato terminava col seguente
epigramma:
Vuol ragazze l’Eziandio...
Non è prete anch’ei, per Dio?
Prete, o frate, tanto basta:
Sono tutti d’una pasta.
Chiedo grazia al lettore di questa scappata: voleva quasi
toglierla; ma le Memorie, non sono, siccome la storia, obbligate a sopprimere
il lato comico.
La lettera fu messa rabbiosamente in pezzi, e l’indomani
della farsa veniva la priora a dirmi come Sua Eminenza volendo, per la
mediazione del nunzio, farmi partecipe degli effetti dell’inesausta sua
misericordia, mi largiva il permesso di scendere in parlatorio, e
consegnare sigillate le lettere al servitore di mia madre.
Intanto l’egregio mio confessore non mancava di visitarmi
due o tre volte alla settimana. Io conferiva, o per meglio dire combatteva
lungamente con lui intorno ai principali punti della disciplina ecclesiastica,
e intorno al grado di rispetto che può il presente concedere all’autorità del
passato. Pretendeva egli fra le altre che non solo mettessi in oblio le offese
de’ miei nemici, ma che inoltre li amassi con sincerità e ridivenissi di loro;
ora, non essendo più in mio potere di trapassare l’abisso che mi separava al
monachismo, egli rifiutavasi di accordarmi sì l’assoluzione, che la comunione.
Mi venne circa quel tempo l’idea di riscrivere a Roma, e
quest’amico che faceva di tutto per calmarmi, s’impegnò di far egli recapitare
con sicurezza la mia istanza. Ottenuta questa promessa, scrissi una nuova
petizione, per cui chiesi direttamente al papa l’uno dei due: o la
secolarizzazione, od il permesso di recarmi personalmente in Roma per far
sentire le mie ragioni al Pontefice.
Non ebbi la risposta che dopo molti mesi d’aspettazione. E
qual risposta! Il Santo Padre non m’accordava né il permesso di trasferirmi in
Roma, né l’indulto di secolarizzazione: tuttavia condiscendeva a permettere che
fossi per l’avvenire dispensata dalla clausura.
Quest’ultima concessione almeno mi dava speranza di uscire
in
[239]
quel modo che io usava nel conservatorio di Costantinopoli. Mandai dunque a
domandare all’arcivescovado da qual giorno mi sarebbe lecito di uscir nella
mattina dal ritiro.
«Non posso» rispose il cardinale. «Ritiro per le altre,
clausura per lei».
A tale risposta non seppi più frenarmi; due anni e mezzo
erano trascorsi dal tempo del mio ingresso in quella catapecchia.
Ordii nel pensiero un disegno di fuga, e presi di mira
l’Inghilterra o l’America. O nell’una o nell’altra di queste libere terre avrei
trovato fratelli e compagni di esilio; ma propendevano i miei voti per quella
che racchiude le spoglie di Foscolo.
La portinaia scendeva la mattina per tempo sino alla porta
di fuori, che apriva, e nel risalire chiudeva l’altra di sopra per modo che la
scala rimaneva deserta. A metà di quella scala stanno le porte de’ parlatorii.
Sarei scesa, senza farmi vedere, dietro alla portinaia, e
mentr’essa starebbe aprendo il portone, mi sarei nascosta in uno de’
parlatorii, avendo, innanzi l’alba, presa la cura di porre nella ruota, che lì
dentro trovavasi, un cappello con fitto velo, ed uno scialle. Risalita la
portinaia, e rimasta io chiusa al difuori, mi sarei spogliata della tonaca per
restare coll’abito secolaresco già indossato di sotto; il cappello e lo scialle
avrebbero compiuto il travestimento. Una gentildonna di mia conoscenza
m’avrebbe attesa nella vicina via, chiamata le Rampe di Brancaccio; dalla
piazza del Vasto una carrozza m’avrebbe menata al Molo, e quindi mi sarei
lestamente imbarcata sopra un legno inglese che trovavasi in rada.
Il mio progetto, agevole ad eseguire, non era noto ad
altri che alla sola dama summenzionata, la quale, dopo di avermi accompagnata a
bordo, si sarebbe portata a mia madre con una lettera.
Sennonché, giudicando io l’onesto confessore incapace di
tradire un segreto, volli metterlo a parte della mia risoluzione, acciocché
dopo la fuga potesse debitamente regolarsi.
Gli spiacque il mio disegno, e lo confutò come imprudente
e rischioso.
«No» mi disse, «voi, donna e giovine ancora, e monaca, voi
non dovete espatriare per recarvi in lontane contrade, priva di mezzi di
sussistenza, priva di guida e di protezione; i nemici vostri ne gioirebbero.
Restate, figlia mia, e date ascolto al consiglio d’un vecchio, che prende sommo
interesse per voi!».
Questi accenti mi commossero, come quelli d’un sacerdote
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rispettabile per saviezza e probità rara.
«Ma, padre» risposi «riflettete voi, che parlate ad una
moribonda, cui non manca altro che l’estrema unzione? Che dico a una moribonda?
A un cadavere!»
«Qualunque altro scampo tenteremo; questo, no».
«E quale dunque?»
«Perché piuttosto non mandare a Roma un qualche vostro
parente, che faccia pratiche per voi?».
Scoraggiata nel primo disegno, quest’altro non mi parve da
rigettarsi, tanto più che mi rimaneva pur sempre l’estremo compenso della fuga.
Ma a qual parente avrei confidata la incombenza di Roma? E le spese?
Provvederebbe Iddio.
A forza di fantasticare mi ricordai d’una zia materna,
educata in Bologna, che, dotata di singolare operosità, meglio di chicchessia
avrebbe potuto assumersi tale incarico.
La zia accettò volentieri; mia madre e le sorelle
sborsarono il denaro necessario, ed io, oltre il plico di tutti i rescritti
sino allora ottenuti invano, le diedi un certificato dei due medici della
comunità di Mondragone, certificato, che, non dispiaccia al lettore, trascrivo
qui per intero, affinché gli sien note le mie condizioni fisiche e morali di
quel tempo.
«In giugno del 1851, dal Reale Ritiro di Mondragone
ricevemmo noi sottoscritti l’invito di visitare la nobile claustrale, signora
D. Enrichetta Caracciolo di Forino, comecché afflitta da patimenti nervosi.
Osservatala dunque attentamente e con ogni possibile diligenza, raccogliemmo
tutte le necessarie informazioni sul come e quando principiarono e si
successero i sintomi convulsivi.
«Continuando in prosieguo a visitare la suddetta
religiosa, ci toccò osservare che i perturbamenti nervosi hanno per centro la
regione cerebrale. Infatti si manifesta nel capo in sulle prime una forte
dolenza, quindi sopravviene un brivido, che invade tutto l’organismo e provoca
un tremore generale; poscia manifestansi penosi convellimenti, non solo degli
arti superiori, principalmente del capo, ma sibbene degli inferiori, e sovente
di tutto il corpo, il quale allora si contorce in mille modi ed abbisogna, per
esser contenuto nelle sue scosse, del vigore di più robuste persone.
«Un mattino, mentre facevasi la visita, l’inferma fu
assalita di repente dalle sue croniche convulsioni; esse furono talmente forti
e tanto prolungate, da ispirarci inquietudine sulla vita della sofferente [241].
I polsi s’erano oscurati: annientato lo stesso movimento del cuore: un pallore
di morte, un raffreddamento generale, un sudore oleoso per tutta la superficie
del corpo, finalmente la deglutizione impedita, perché chiusa ermeticamente la
bocca, già travagliata da tnsma sensibile.
«Sovente a questi affliggenti spettacoli assistettero seco
noi la signora priora del luogo ed altre religiose. Le convulsioni sogliono
durare da tre in quattro ore, poi si dileguano lentamente per dar luogo ad un
delirio vago, ad uno straordinario movimento del corpo, di tal fatta che la
sofferente si direbbe colpita da alienazione mentale, quindi ad una specie
d’estasi e qualche volta a fenomeni di catalessia. In seguito ad uno di questi
accessi la paziente tirossi al fianco un colpo di pugnale, che per buona
ventura non la espose a pericolo.
«Questa funesta ricorrenza si ripete spesso e sempre cogli
stessi sintomi qui descritti; alla vista de’ quali giova supporre, che oltre le
cause fisiche, anche delle potenti cagioni morali contribuiscano a mantenere
tale stato morboso. E però ci prendemmo la cura di domandare la stessa paziente
quali potessero essere i motivi che tanto preoccupata e contristata la
trattenevano: ci confessò trovarsi lo spirito suo in uno stato d’estrema
violenza per dovere starsi reclusa in un chiostro che abborriva.
«Per siffatta malattia fu adoperato, non solo da noi, ma
pur da altri valenti professori, quanto mai l’arte medica potea e sapea
suggerire, ma sempre infruttuosamente, anzi con qualche peggioramento della
paziente.
«Ora, a prevenire che la suddetta religiosa trabocchi in
guai peggiori, cioè in uno stato di demenza continua, opiniamo di consenso
cogli altri nostri colleghi, qui riuniti in consiglio, che debba essa
abbandonare il regime claustrale, regime che essenzialmente influisce ad
alimentare la narrata morbosità.
« Questa nostra dichiarazione, giurata in coscienza, e
risultante dall’osservazione di circa venti mesi, non peccherebbe che di
soverchia concisione, non portando descritte minutamente tutte quante le
sofferenze dell’inferma».
Napoli, 23 gennaio 1853
Il medico consultante del luogo
Dott. Pietro Sabini
Il medico del luogo
Dott. Alessandro Parisi
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