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Enrichetta Caracciolo
Misteri del chiostro napoletano

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  • XXIII Un breve respiro
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XXIII
Un breve respiro

 

 

 

 

 

Gli ultimi di gennaio, mia zia era partita per Roma, ed io incominciai a concepire novelle speranze fin dalle sue prime lettere. Le cose andavano prendendo buona piega; ma chi non conosce i traccheggiamenti della corte romana, dove per ottenere un’udienza preliminare fa d’uopo talvolta aspettare più settimane o più mesi?

Nel seguente marzo mia madre cadde gravemente malata di bronchite; sempre peggiori mi giungevano le nuove del suo stato. Bramosa di vederla, e reputandomi ormai esonerata da’ rigori della clausura, sperai che almeno in quella urgente e dolorosa circostanza non mi sarebbe negato valermi dell’ottenuto permesso. Ne feci richiesta al cardinale; ei rispose con imperioso laconismo: «No!».

La principessa di Ripa si recò da lui per implorare un atto di umanità, che non un capo di Chiesa cristiana, ma perfino il più fanatico muftì di Costantinopoli si sarebbe sollecitato di accordare. Promise la pietosa dama, che sarebbe venuta a prendermi colla sua carrozza chiusa: che ricevuta l’ultima parola della morente genitrice, ella stessa e nella stessa giornata mi avrebbe ricondotta a Mondragone; pregò, insisté, supplicò in termini che commossero tutti gli astanti; concluse dicendo che la figlia, già sofferente, sarebbe morta di cruccio, ove non avesse ricevuto l’estrema benedizione della madre. Sua Eminenza rispose: «Muoia pure: non uscirà mai più».

Alle sollecitazioni della principessa aggiungevasi il giorno dopo la mediazione del nunzio, il quale per atto di spontanea filantropia costituivasi garante del mio ritorno al chiostro. Sua Eminenza rispondeva di nuovo: «No».

Alfine mia madre spirò col dolore di non aver potuto abbracciare negli ultimi momenti la più sventurata delle sue figlie. Su questo fatto io scrissi a mia zia una lettera pregna di lagrime, ch’essa, destra e solerte, fece leggere a parecchi cardinali. Lo stile patetico del foglio scosse la sensibilità di quei dignitari, i quali vicendevolmente [243]si dissero che le durezze di Riario non erano che l’effetto d’una persecuzione personale.

Poco appresso veniva rimessa da Roma all’arcivescovo la fede surriferita dei medici colla solita domanda del suo parere. La risposta fu al solito negativa; ma come la vela della mia barchetta cominciava a pigliar vento, da persone di quella corte a me propizie gli venne ingiunto, che scegliesse egli medesimo un medico di sua fiducia per fare un’altra fede. Il suo rapporto veniva per tal modo notabilmente scompaginato.

Eppure questo prelato stava allora acquistando una singolare popolarità. In tempo del colera, da cui fu nuovamente flagellata allora la capitale, egli seppe affettare siffatta tenerezza pei malati, che la nostra plebe, più d’ogni altra gente della penisola propensa al maraviglioso, spinse l’ammirazione fino ad attribuirgli il dono dei miracoli. Quell’anima caritatevole, quel vaso di elezione bastava che imponesse la destra sul capo del coleroso, per discacciar tosto il morbo e dal corpo infetto, e ancora da quella casa.

Il Riario allora s’avvide che per aver io trovato alfine qualche buon appoggio in Roma, la mia fortuna cominciava a sorgere; e non sembrandogli ormai prudente di opporre altri seni inciampi, tergiversò, traccheggiò; ma finalmente messo alle strette, decise che il certificato dovesse essere steso o dal professore Ramaglia o dal Giardini.

Il primo se ne scusò, venne il secondo.

«Non una sola, ma cento fedi farei, simili a quella del vostro curante» disse costui, dopo avermi minutamente e a lungo esaminata. «L’inumanità, di cui siete vittima, desterebbe orrore anche ad un barbaro. Se la mia fede potesse procacciare un sollievo alle vostre pene, siate certa di conseguirlo in breve. L’aria libera è necessaria a voi quanto il pane. Dove vorreste andare?».

E stava sospeso colla penna in mano nell’atto di scrivere. Per sottrarmi dalla diocesi di Riario, proposi i bagni di Castellamare, e il medico approvò la scelta. Lo stesso giorno mandai la fede all’arcivescovo, il quale non sapendo più che fare, dovette forzatamente inviarla a Roma; non sì però che non l’accompagnasse con una sua lettera, piena di velenosi dubbi ed insinuazioni. La persona, che in Roma aveva l’incarico di salvarmi, stava in cerca d’un qualche appiglio per condurre la pratica a buon fine. Ora nel rileggere quest’ultima lettera dell’arcivescovo vi notò una frase, che per sua ambiguità mirabilmente prestavasi a mio favore. Dicendo di temere per

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la mia salute,
Riario intendeva la salute dell’anima; i rescritto prese motivo dall’interpretazione opposta, ossia dalla supposizione che il cardinale avesse inteso la salute del corpo.

Iddio dunque decretava che avessero fine una volta le mie tribolazioni, e incominciasse il periodo del respiro nell’aspettazione di quello del trionfo. Tre giorni dopo ch’io ebbi mandato il Breve al cardinale, mentre lavorava tutta sola nel mio umile abituro, fu bussato con forza alla porta. Mi disse una conversa:

«E venuto il cardinale, e domanda di voi: spicciatevi!».

Mi ritornarono in mente le vessazioni, le promesse mancate, i tradimenti, la lunga oppressione, la trista scena dell’arresto. Avrei voluto licenziarlo, scaricargli addosso col congedo la pienezza del mio risentimento: ma dissi fra me:

«E presto ancora: coglipocriti ci vuol politica».

Lo trovai nel salotto. Non l’aveva veduto da quattr’anni: mi parve invecchiato di dieci. Le gagliarde convulsioni che in Italia avevano agitato e la Chiesa e lo Stato avevano solcato la sua fronte di geroglifici, indizio di prematura vecchiezza. Riario non era più quello di prima: mi parve non lui, ma l’ombra sua.

M’avanzai senza inginocchiarmi, sedetti senza chiederne il permesso.

«Voi ricordate il passato e non potete lasciare il broncio» mi disse con sorriso sforzato. «Confesso d’essermi male regolato talvolta; sono uomo anch’io – homo sum – e ogni uomo può sbagliare».

Dopo tanti disinganni, lasciarsi riprendere all’esca sarebbe stata una pazzia.

«Solamente» risposi dopo un lungo silenzio, «solamente per rispetto al vostro sacro carattere, e perché credo al vostro ravvedimento, condiscendo a gettare un velo sul passato».

«Siete dunque irremovibilmente risoluta di uscire del chiostro, ove vi richiamano voti solenni

«Ubbidisco alla voce di Dio, che mi richiama alla vita».

«E vi proponete inoltre uscirmi di mano, trasferendovi in altra diocesi: lo so. Deh non lo fate, per l’amor del cielo! Non vogliate ripudiare la casa che vi ha visto nascere, il padre che vi allevò, e tuttavia vi sostiene! Sì: voi siete figlia mia; è vero che foste un pochino maltrattata, ma siate sicura che da oggi in poi userò con voi l’amorevolezza e la carità d’un padre amoroso».

Queste parole mi svelarono lo scopo della sua visita; gli doleva di sopportare agli occhi del mondo l’affronto di vedermi strappata

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alla sua giurisdizione. L’avversario, se umiliato e ravveduto, desta pietà: ma larvato d’ipocrita svisceratezza, rinfoca l’ira smorzata.

«Fidatevi» sclamai vivamente, «fidatevi delle promesse, credete alla mallevadoria di persone, che sanno mantener la parola come voi la manteneste al padre Spaccapietra, relativamente all’arresto mio!»

«Quand’io prometteva di non farvi arrestare dai birri, e ricondurre in clausura, voi, cara mia, non avevate fatto quello che faceste poi. Chi mai si sarebbe immaginato che avreste aspirato alla secolarizzazione, che vi sareste portata al pubblico passeggio, appoggiata al braccio di liberali, inscritti nel libro nero

«Scommetto che domani, se m’incontraste per via Toledo fareste altrettanto!».

«Ora le cose hanno preso un aspetto differente: anche volendolo fare, non potrei».

«Dite piuttosto, come disse all’agnello il lupo, che ho turbato l’acqua dove i vostri maggiori solevano abbeverarsi!... Eh, cardinale, quando col segno della redenzione in mano calpestavate un’orfana ed inerme donzella, pensaste mai all’ora suprema della morte, al giorno del giudizio

«Non parliamo del passato; posso aver peccato per cattivi consigli, o per debolezza, ma in fede mia, neppur voi siete immune da torti: voi, che sotto il velo di monaca, voleste nascondere infami trame di demagoghi e repubblicani... Ma, ripeto, deponiamo i vicendevoli rancori; vi userò da ora in poi la più inalterabile carità».

«Eminenza, vi ho conosciuto per lunga esperienza e durissima... In avvenire vi bacierò anch’io la mano, se vorrete, ma non permetterò che in ricompensa mi regaliate un morso! ».

Quell’archetipo di simulazione sarebbe, credo, rimasto impassibile al più grave oltraggio, purché avesse potuto accalappiarmi di nuovo. Propose di scegliermi un altro chiostro, incomparabilmente più comodo che non era il presente: di accordarmi il permesso d’uscire ogni giorno: di procacciarmi un nuovo e più largo assegnamento.

Gli troncai le parole in bocca, dicendo:

«No, no, buon padre; voi qua, io ... Ognuno al suo posto. Determiniamo chiaramente fin da questa conferenza, che sarà l’ultima, il posto che a ciascheduno di noi conviene... Patti chiari, amicizia lunga».

«Verrò di tanto in tanto a visitarvi... lo permetterete

«Non lo speratedissi in tuono fermo; ed alzatami per uscire,

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con un’aria di sovrana, che avrebbe ricordato Elisabetta nell’atto di congedare sdegnosa l’arcivescovo di Canterbury:

«Troppo lunga durò, troppo oppressiva mi tornò la vostra tute la Vorrebbero ch’io vi chiedessi conto del passato: non lo farò. Ma è tempo ormai che, ritornato in pace alla vostra sede, vi prendiate cura della propria salute ben altrimenti che non avete fatto per la salute della vostra pupilla! Se non volete esser incolpato di snaturatezza, se all’onore che vi è dovuto credete necessari il rispetto mio e il rispetto del pubblico; tornate, monsignore, tornate tosto alla vostra sede, e in avvenire liberatevi da quella smania d’intrigo e di prepotenza che, mettendo a repentaglio la vostra riputazione, distrugge di giorno in giorno la vostra autorità! ».

Il cardinale, accortosi oramai che, per accalappiarmi e tenermi, troppo vecchie e sdruscite erano le sue reti, mi prese pel lembo dello scapolare, dicendo:

«Un’ultima parola! Spero che a Castellamare abiterete in un ritiro».

«Farò come al mio nuovo vescovo piacerà».

«Spero che terrete il volto coperto con un velo nero...»

«Il bruno non è ancora finito: lo porterò».

Si alzò allora anch’egli, e al suo passare le monache tutte si gettarono a terra genuflesse; questa, per devozione, palpava la falda della sua porpora, quella coll’estremità delle dita gli toccava la mano, indi si baciava la propria: non una che non gareggiasse per ricevere prima dell’altra la sua benedizione.

Disceso all’ultimo scalino, si volse addietro per dare alle monache l’ultima benedizione. Ravvisatami nella prima fila di esse, «lieta e festosa di mirarlo giuso», «Recitate un’Ave Maria per me» disse, benedicendomi distintamente.

«Requiem aeternamrisposi.

Aperto carteggio col vescovo di Castellamare, lo pregai di non volermi far entrare in monastero: in quanto all’andar fuori, gli annunziai, come una signora vedova, da diciottanni ritirata in Mondragone, mi prometteva d’uscire meco ogni volta. Il vescovo vi acconsentì pienamente.

Per ultimo servizio, il cardinale proibì alle mie sorelle di accompagnarmi, e scrisse al vescovo di mandare qualcuno a prendermi a Napoli. Sembrò a quel vescovo stesso tanto capricciosa tale esigenza, che alle mie sorelle, trasferitesi in Castellamare per abboccarsi con lui:


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«Contentatelo...» disse; «aspettate vostra sorella a’ Granili, e quando passerà, unitevi a lei».

Il 4 novembre del 1854, dopo tre anni e quattro mesi di crudele prigionia rividi la luce del giorno. Una monaca di quelle che vivono fuor del monastero e si chiamano di casa, fu mandata dal vescovo per accompagnarmi: atte a quest’ufficio (secondo il parere di Riario) non essendo state giudicate né le mie sorelle né la vecchia dama che veniva con me.

Che ne avvenne? Cotesta monaca, perché sofferente d’oppressione, venne non in carrozza chiusa, ma aperta: terribile contravvenzione!

A Resina incontrammo per caso Sua Eminenza. Il cocchiere si levò il cappello, egli alzò la mano per benedire; senonché, stupefatto di vedermi seduta in carrozza proibita, rimase colla mano sospesa.


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