Gli ultimi di gennaio, mia zia era partita per Roma, ed io
incominciai a concepire novelle speranze fin dalle sue prime lettere. Le cose
andavano prendendo buona piega; ma chi non conosce i traccheggiamenti della
corte romana, dove per ottenere un’udienza preliminare fa d’uopo talvolta
aspettare più settimane o più mesi?
Nel seguente marzo mia madre cadde gravemente malata di
bronchite; sempre peggiori mi giungevano le nuove del suo stato. Bramosa di
vederla, e reputandomi ormai esonerata da’ rigori della clausura, sperai che
almeno in quella urgente e dolorosa circostanza non mi sarebbe negato valermi
dell’ottenuto permesso. Ne feci richiesta al cardinale; ei rispose con imperioso
laconismo: «No!».
La principessa di Ripa si recò da lui per implorare un
atto di umanità, che non un capo di Chiesa cristiana, ma perfino il più
fanatico muftì di Costantinopoli si sarebbe sollecitato di accordare. Promise
la pietosa dama, che sarebbe venuta a prendermi colla sua carrozza chiusa: che
ricevuta l’ultima parola della morente genitrice, ella stessa e nella stessa
giornata mi avrebbe ricondotta a Mondragone; pregò, insisté, supplicò in
termini che commossero tutti gli astanti; concluse dicendo che la figlia, già
sofferente, sarebbe morta di cruccio, ove non avesse ricevuto l’estrema
benedizione della madre. Sua Eminenza rispose: «Muoia pure: non uscirà mai
più».
Alle sollecitazioni della principessa aggiungevasi il
giorno dopo la mediazione del nunzio, il quale per atto di spontanea
filantropia costituivasi garante del mio ritorno al chiostro. Sua Eminenza
rispondeva di nuovo: «No».
Alfine mia madre spirò col dolore di non aver potuto
abbracciare negli ultimi momenti la più sventurata delle sue figlie. Su questo
fatto io scrissi a mia zia una lettera pregna di lagrime, ch’essa, destra e
solerte, fece leggere a parecchi cardinali. Lo stile patetico del foglio scosse
la sensibilità di quei dignitari, i quali vicendevolmente [243]si dissero che
le durezze di Riario non erano che l’effetto d’una persecuzione personale.
Poco appresso veniva rimessa da Roma all’arcivescovo la
fede surriferita dei medici colla solita domanda del suo parere. La risposta fu
al solito negativa; ma come la vela della mia barchetta cominciava a pigliar
vento, da persone di quella corte a me propizie gli venne ingiunto, che
scegliesse egli medesimo un medico di sua fiducia per fare un’altra fede. Il
suo rapporto veniva per tal modo notabilmente scompaginato.
Eppure questo prelato stava allora acquistando una
singolare popolarità. In tempo del colera, da cui fu nuovamente flagellata
allora la capitale, egli seppe affettare siffatta tenerezza pei malati, che la
nostra plebe, più d’ogni altra gente della penisola propensa al maraviglioso,
spinse l’ammirazione fino ad attribuirgli il dono dei miracoli. Quell’anima
caritatevole, quel vaso di elezione bastava che imponesse la destra sul capo
del coleroso, per discacciar tosto il morbo e dal corpo infetto, e ancora da
quella casa.
Il Riario allora s’avvide che per aver io trovato alfine
qualche buon appoggio in Roma, la mia fortuna cominciava a sorgere; e non
sembrandogli ormai prudente di opporre altri seni inciampi, tergiversò,
traccheggiò; ma finalmente messo alle strette, decise che il certificato
dovesse essere steso o dal professore Ramaglia o dal Giardini.
Il primo se ne scusò, venne il secondo.
«Non una sola, ma cento fedi farei, simili a quella del
vostro curante» disse costui, dopo avermi minutamente e a lungo esaminata.
«L’inumanità, di cui siete vittima, desterebbe orrore anche ad un barbaro. Se
la mia fede potesse procacciare un sollievo alle vostre pene, siate certa di
conseguirlo in breve. L’aria libera è necessaria a voi quanto il pane. Dove
vorreste andare?».
E stava sospeso colla penna in mano nell’atto di scrivere.
Per sottrarmi dalla diocesi di Riario, proposi i bagni di Castellamare, e il
medico approvò la scelta. Lo stesso giorno mandai la fede all’arcivescovo, il
quale non sapendo più che fare, dovette forzatamente inviarla a Roma; non sì
però che non l’accompagnasse con una sua lettera, piena di velenosi dubbi ed
insinuazioni. La persona, che in Roma aveva l’incarico di salvarmi, stava in
cerca d’un qualche appiglio per condurre la pratica a buon fine. Ora nel
rileggere quest’ultima lettera dell’arcivescovo vi notò una frase, che per sua
ambiguità mirabilmente prestavasi a mio favore. Dicendo di temere per
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la mia salute, Riario intendeva la salute dell’anima; i rescritto prese
motivo dall’interpretazione opposta, ossia dalla supposizione che il cardinale
avesse inteso la salute del corpo.
Iddio dunque decretava che avessero fine una volta le mie
tribolazioni, e incominciasse il periodo del respiro nell’aspettazione di
quello del trionfo. Tre giorni dopo ch’io ebbi mandato il Breve al cardinale,
mentre lavorava tutta sola nel mio umile abituro, fu bussato con forza alla
porta. Mi disse una conversa:
«E venuto il cardinale, e domanda di voi: spicciatevi!».
Mi ritornarono in mente le vessazioni, le promesse
mancate, i tradimenti, la lunga oppressione, la trista scena dell’arresto.
Avrei voluto licenziarlo, scaricargli addosso col congedo la pienezza del mio
risentimento: ma dissi fra me:
«E presto ancora: cogl’ipocriti ci vuol politica».
Lo trovai nel salotto. Non l’aveva veduto da quattr’anni:
mi parve invecchiato di dieci. Le gagliarde convulsioni che in Italia avevano
agitato e la Chiesa
e lo Stato avevano solcato la sua fronte di geroglifici, indizio di prematura
vecchiezza. Riario non era più quello di prima: mi parve non lui, ma l’ombra
sua.
M’avanzai senza inginocchiarmi, sedetti senza chiederne il
permesso.
«Voi ricordate il passato e non potete lasciare il
broncio» mi disse con sorriso sforzato. «Confesso d’essermi male regolato
talvolta; sono uomo anch’io – homo sum – e ogni uomo può sbagliare».
Dopo tanti disinganni, lasciarsi riprendere all’esca
sarebbe stata una pazzia.
«Solamente» risposi dopo un lungo silenzio, «solamente per
rispetto al vostro sacro carattere, e perché credo al vostro ravvedimento,
condiscendo a gettare un velo sul passato».
«Siete dunque irremovibilmente risoluta di uscire del
chiostro, ove vi richiamano voti solenni?»
«Ubbidisco alla voce di Dio, che mi richiama alla vita».
«E vi proponete inoltre uscirmi di mano, trasferendovi in
altra diocesi: lo so. Deh non lo fate, per l’amor del cielo! Non vogliate
ripudiare la casa che vi ha visto nascere, il padre che vi allevò, e tuttavia
vi sostiene! Sì: voi siete figlia mia; è vero che foste un pochino maltrattata,
ma siate sicura che da oggi in poi userò con voi l’amorevolezza e la carità
d’un padre amoroso».
Queste parole mi svelarono lo scopo della sua visita; gli
doleva di sopportare agli occhi del mondo l’affronto di vedermi strappata
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alla sua giurisdizione. L’avversario, se umiliato e ravveduto, desta pietà:
ma larvato d’ipocrita svisceratezza, rinfoca l’ira smorzata.
«Fidatevi» sclamai vivamente, «fidatevi delle promesse,
credete alla mallevadoria di persone, che sanno mantener la parola come voi la
manteneste al padre Spaccapietra, relativamente all’arresto mio!»
«Quand’io prometteva di non farvi arrestare dai birri, e
ricondurre in clausura, voi, cara mia, non avevate fatto quello che faceste
poi. Chi mai si sarebbe immaginato che avreste aspirato alla secolarizzazione,
che vi sareste portata al pubblico passeggio, appoggiata al braccio di
liberali, inscritti nel libro nero?»
«Scommetto che domani, se m’incontraste per via Toledo
fareste altrettanto!».
«Ora le cose hanno preso un aspetto differente: anche
volendolo fare, non potrei».
«Dite piuttosto, come disse all’agnello il lupo, che ho
turbato l’acqua dove i vostri maggiori solevano abbeverarsi!... Eh, cardinale,
quando col segno della redenzione in mano calpestavate un’orfana ed inerme
donzella, pensaste mai all’ora suprema della morte, al giorno del giudizio?»
«Non parliamo del passato; posso aver peccato per cattivi
consigli, o per debolezza, ma in fede mia, neppur voi siete immune da torti:
voi, che sotto il velo di monaca, voleste nascondere infami trame di demagoghi
e repubblicani... Ma, ripeto, deponiamo i vicendevoli rancori; vi userò da ora
in poi la più inalterabile carità».
«Eminenza, vi ho conosciuto per lunga esperienza e
durissima... In avvenire vi bacierò anch’io la mano, se vorrete, ma non
permetterò che in ricompensa mi regaliate un morso! ».
Quell’archetipo di simulazione sarebbe, credo, rimasto
impassibile al più grave oltraggio, purché avesse potuto accalappiarmi di
nuovo. Propose di scegliermi un altro chiostro, incomparabilmente più comodo
che non era il presente: di accordarmi il permesso d’uscire ogni giorno: di
procacciarmi un nuovo e più largo assegnamento.
Gli troncai le parole in bocca, dicendo:
«No, no, buon padre; voi qua, io là... Ognuno al suo
posto. Determiniamo chiaramente fin da questa conferenza, che sarà l’ultima, il
posto che a ciascheduno di noi conviene... Patti chiari, amicizia lunga».
«Verrò di tanto in tanto a visitarvi... lo permetterete?»
«Non lo sperate!» dissi in tuono fermo; ed alzatami per
uscire,
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con un’aria di sovrana, che avrebbe ricordato Elisabetta nell’atto di
congedare sdegnosa l’arcivescovo di Canterbury:
«Troppo lunga durò, troppo oppressiva mi tornò la vostra
tute la Vorrebbero
ch’io vi chiedessi conto del passato: non lo farò. Ma è tempo ormai che, ritornato
in pace alla vostra sede, vi prendiate cura della propria salute ben altrimenti
che non avete fatto per la salute della vostra pupilla! Se non volete esser
incolpato di snaturatezza, se all’onore che vi è dovuto credete necessari il
rispetto mio e il rispetto del pubblico; tornate, monsignore, tornate tosto
alla vostra sede, e in avvenire liberatevi da quella smania d’intrigo e di
prepotenza che, mettendo a repentaglio la vostra riputazione, distrugge di
giorno in giorno la vostra autorità! ».
Il cardinale, accortosi oramai che, per accalappiarmi e
tenermi, troppo vecchie e sdruscite erano le sue reti, mi prese pel lembo dello
scapolare, dicendo:
«Un’ultima parola! Spero che a Castellamare abiterete in
un ritiro».
«Farò come al mio nuovo vescovo piacerà».
«Spero che terrete il volto coperto con un velo nero...»
«Il bruno non è ancora finito: lo porterò».
Si alzò allora anch’egli, e al suo passare le monache
tutte si gettarono a terra genuflesse; questa, per devozione, palpava la falda
della sua porpora, quella coll’estremità delle dita gli toccava la mano, indi
si baciava la propria: non una che non gareggiasse per ricevere prima
dell’altra la sua benedizione.
Disceso all’ultimo scalino, si volse addietro per dare
alle monache l’ultima benedizione. Ravvisatami nella prima fila di esse, «lieta
e festosa di mirarlo giuso», «Recitate un’Ave Maria per me» disse,
benedicendomi distintamente.
«Requiem
aeternam!» risposi.
Aperto carteggio col vescovo di Castellamare, lo pregai di
non volermi far entrare in monastero: in quanto all’andar fuori, gli annunziai,
come una signora vedova, da diciott’anni ritirata in Mondragone, mi prometteva
d’uscire meco ogni volta. Il vescovo vi acconsentì pienamente.
Per ultimo servizio, il cardinale proibì alle mie sorelle
di accompagnarmi, e scrisse al vescovo di mandare qualcuno a prendermi a
Napoli. Sembrò a quel vescovo stesso tanto capricciosa tale esigenza, che alle
mie sorelle, trasferitesi in Castellamare per abboccarsi con lui:
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«Contentatelo...» disse; «aspettate vostra sorella a’
Granili, e quando passerà, unitevi a lei».
Il 4 novembre del 1854, dopo tre anni e quattro mesi di
crudele prigionia rividi la luce del giorno. Una monaca di quelle che vivono
fuor del monastero e si chiamano di casa, fu mandata dal vescovo per
accompagnarmi: atte a quest’ufficio (secondo il parere di Riario) non essendo
state giudicate né le mie sorelle né la vecchia dama che veniva con me.
Che ne avvenne? Cotesta monaca, perché sofferente
d’oppressione, venne non in carrozza chiusa, ma aperta: terribile
contravvenzione!
A Resina incontrammo per caso Sua Eminenza. Il cocchiere
si levò il cappello, egli alzò la mano per benedire; senonché, stupefatto di
vedermi seduta in carrozza proibita, rimase colla mano sospesa.
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