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Enrichetta Caracciolo
Misteri del chiostro napoletano

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  • XXIV Lo spionaggio
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XXIV
Lo spionaggio

 

 

 

 

 

 

Nuovamente restituita al mondo dei vivi, tutti nuovi m’apparvero gli oggetti, che credeva di non più rivedere. Aspirai l’aria pura a grandi sorsi, come se contate fossero le ore che m’era lecito goderne, e mi sentii tocca da viva commozione agli aspetti desti, ridenti delle genti che passavano. Le penose rimembranze si ristrinsero in un punto impercettibile, pronto pur esso a svanire; e per lo contrario la strada che faceva in carrozza mi parve fiancheggiata da un’immensità, i cui orizzonti eccedevano di gran lunga le mie aspirazioni.

Avvertita che avrei fatto meglio per ora a valermi della ricuperata libertà in campagna, che non in città, risposi quello essere appunto il mio proponimento. Assetata d’aria, di luce, di spazio, di libero movimento, presi ogni mattino a compagna la mia vecchierella, e lasciata la città, m’arrampicava su per le balze boscose di Castellamare. Da quelle alture, che dominano la sottostante città, l’intera baia di Napoli, e i più pittoreschi dintorni di questa terra benedetta, io lanciava lo sguardo or su questo punto, or su quello, ne misurava le armoniche proporzioni, e ne percorreva le distanze, ebbra di giubilo, rinascente alle forze native, anzi ispirata da una poesia d’affetti e di speranze, che non sapeva d’aver posseduta in addietro. Né in quelle escursioni m’arrestavano le intemperie della stagione: non la pioggia, che lungo i fianchi della montagna scatenava furiosi torrenti, non la nebbia d’autunno, quando sboccando dalla foresta, e scavalcando i burroni, veniva ad avvilupparmi in densi vortici. Coll’occhio fiso sul punto più lontano dell’orizzonte, aspettava lo sfumare della caligine, per ritrovare poi alla luce del sole più bella e splendida una prospettiva, non più circoscritta da enormi muraglie e da spranghe di ferro.

Un giorno, percorrendo la montagna, m’imbattei in un contadinello, che in una rozza gabbia, portava una ventina d’uccelli presi di fresco.


[249]

«Quanto volete di tutti questi prigionieri?» gli domandai.

«Tre piastre» rispose il bricconcello.

Me li cedé per una, compresa la gabbia. Pigliati i poveri carcerati uno per uno, li restituii alla natìa libertà, lieta di vederli prendere il volo, e sparire in un batter d’occhio fra gli alberi. Adescato il ragazzo dal guadagno, venne spesso a cercarmi con nuove gabbie e nuovi schiavi. Non trovandomi in grado di largheggiare, fissai di comprarli a due grana l’uno, e per tal modo mi procurai spesso il diletto di fare ad altre creature viventi il bene che Dio avea fatto a me. Nel mirarli scappar di mano io diceva a me stessa:

«Se l’Italia mia risorgesse a vita e libertà, non farebbe anch’essa lo stesso a favor degli altri popoli, ancor languenti nel servaggio!>.

Cominciavano frattanto a crescermi i capelli, caduti la prima volta sotto le forbici di San Gregorio, e pel corso di tredici anni tosati come quelli delle pecore. A mano a mano che le treccie allungavano, mi parea di guadagnar terreno nello stadio della personale indipendenza, e mi pareva millanni che, non più tocchi dal ferro servile, si ripristinassero all’onore primiero.

Mi rimaneva un’altra insegna della servitù: l’abito monastico. L’aveva già smesso in casa, ma bisognava trovare modo di disfarsene anche fuori e per sempre. Quell’abito, non solo mi umiliava a me stessa, ma m’annoiava, m’inceppava ad ogni passo. Tutti si voltavano a guardarmi: chi per curiosità, chi per offeso fanatismo, chi per vaghezza di cose originali, ed io desiderava passare inosservata per la via. Quegli occhi che mi si puntavano addosso, non importa se con benigna o maligna intenzione, non erano forse un tributo oneroso? Non iscemavano notabilmente il capitale della mia libertà? Risoluta di finirla con quell’anomalia, un bel mattino mi recai dal Vescovo.

«Monsignore» gli dissi, «quest’abito mi tanta noia che per spogliarmene mi toccherà ad espatriare, se voi non mi date licenza di lasciarlo».

«Vi consiglio a conservarlo addosso» rispose il Vescovo. Poi sorridendo: «Ma se poi ve ne voleste spogliare assolutamente» soggiunse, «che bisogno v’è di chiedermene licenza?».

Qualche giorno dopo deposi l’abito, ed egli fece le viste di non accorgersene.

Una sola eredità del passato conservai, simbolo della mia vita celibe: il velo nero.


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Intanto la stella d’Italia risaliva nel firmamento, piccola sì, ma tuttavolta piena di consolante splendore. La guerra di Crimea aveva procurato alla prodezza della monarchia di Savoia e al genio politico di Camillo Cavour l’opportunità di sollevare il Piemonte, campione della nazionalità e della forza militare d’Italia, al grado di potenza. Una rete di maglie misteriose ormai riuniva Torino alle città principali della penisola: un gruppo di fili elettrici manteneva l’italico patriottismo in continua comunicazione e operosità. Quest’orgasmo febbrile diveniva più visibile in Napoli, che in altra parte: in Napoli, dove la dinastia borbonica, per avere violata la santità de’ patti, trovavasi, non solo in istato di ribellione contro i sudditi, ma pur caduta in discredito rispetto al mondo incivilito, e per ciò virtualmente spossessata sin dal 1848. Agli occhi della maggior parte, Napoli presentava l’immagine del formidabile suo vicino, alla vigilia d’una delle più tremende eruzioni, che gli annali dei vulcani ricordino. Tutti quanti i partiti rivoluzionari (trista eredità della confusione che condotte aveva le precedenti vicende), tutti i partiti, non eccettuato il borbonico-clericale, stavano ansiosamente attenti ai sintomi precursori della crisi che stava per iscoppiare, attenti come l’Arrotino della Tribuna fiorentina, profondamente assorto nell’ascoltare la congiura... Che faceva intanto io inoperosa in Castellamare? Gli amici, deplorando l’esilio mio, m’indirizzavano lettere disperate. Pensando adunque che si sarebbe in Napoli ritrovato un piccolo posto anche per la mia personale operosità, pensai di mettere in non cale ogni pericolo, purché potessi prestare anch’io qualche tenuissimo servigio al movimento che s’ordinava.

Dopo undici mesi, oziosamente passati in quel paesetto, feci una seconda visita al Vescovo.

«Monsignore» gli domandai, «se vi scacciassero dalla vostra sede, e vi mandassero pel resto della vita in esilio, vi piacerebbe

«A nessuno piacerebbe» rispose egli ridendo, perché aveva inteso dove l’interrogazione mirava.

«E perciò dispiace anche a me; e non potendo stare eternamente separata da’ parenti, ho risoluto di tornare a Napoli».

«E Riario? E il governo? E le spie

«Dagli amici mi guardi Iddio, dai nemici mi guarderò io».

Pochi giorni dopo io prendeva a pigione un quartierino nella capitale, in un nuovo palazzetto di faccia alla Croce del Vasto, e me n’andai a stare con la vedova, non però senza la precauzione di tenere [251]sempre una stanza in Castellamare, per rifugiarmi nel caso di qualche imminente pericolo.

Il posto remoto di quell’alloggio, la trasformazione dell’abito, e la generosa tolleranza del Vescovo servirono a tenermi lungamente al coperto dall’altrui curiosità; e le minuziose cautele che presi in difesa dell’incognito avrebbero prolungata la mia sicurezza, senza un caso imprevisto che diede sentore a Riario del mio ritorno.

Abitava al piano superiore un prete che m’accadde più volte d’incontrare per le scale. Il suo sinistro aspetto mi faceva terrore e schifo. Una sera del mese di febbraio, intorno alle 9, lasciai la stanza della vedova per andare a letto. Divideva la camera mia dall’ingresso un salottino rischiarato da un lampione, che faceva pur lume alla scala, essendo la via appartata, ed il palazzo senza portinaio. In quel momento udii scendere dal piano superiore due persone, le quali presero ad altercare fra loro. Un grido orribile: Ah infame! mi fece raccapricciare, e subitamente sentii cadere a terra un uomo, che con fioca voce diceva: Mi hai assassinato! Udii quindi i passi di persona, che risaliva frettolosamente le scale; poi uno scoppio di grida e di pianti sopra la stanza mia; alfine spalancar la finestra dalla parte posteriore del palazzo, e in pari tempo il tonfo di un peso che cadde dalla finestra. La vecchia dama, sua nipote, ed io eravamo in preda alla costernazione: tutta la gente del palazzo in movimento. Quando intesi voci di persone a me note per gente dabbene, preso il lume, mi accostai all’uscio: io mi ritrassi inorridita; ma poi ripreso coraggio, tornai a farmi innanzi per soccorrere il ferito, se ancor vivesse. Aprii, e, oh spettacolo orrendo!... Un giovane dalla folta e bionda chioma giaceva disteso vicino alla mia porta; una larga ferita gli aveva aperto il ventre, mentre quel misero cogli occhi smarriti e immoti, digrignando i denti, esalava l’ultimo fiato. Domandai dell’uccisore; nessuno sapeva nulla, e non meno ignoto a tutti era il nome dell’ucciso. In questo mentre la serva del prete nell’atto di svincolarsi dalle strette della padrona, gridava quanto n’aveva in gola:

«No, voglio andar via subito da questa casa di briganti!».

E così dicendo si precipitava giù per la scala. Giunta vicino al cadavere, si mise a piangere, a urlare, a storcersi le mani; domandata dell’assassino, rispose:

«Il prete!».

Restammo tutti stupefatti.

«E quest’infame dov’è?»

«Si è buttato dalla finestra nel giardino».


[252]

L’infelice giovine aveva sposata da nove mesi una sorella di quel prete, il quale sventrò il cognato per una questione insorta di soli ducati 30 sulla dote materna. Ed ecco come. Quella sera lo aveva mandato a chiamare sotto pretesto di fare all’amichevole un accomodamento, ma mentre il giovine partiva, lieto della pace conchiusa, il prete finse di volergli leggere una carta importante. Lo raggiunse per le scale, si fermò sotto il lume che rischiarava l’uscio del mio quartiere e , invece di porgergli la carta, gli ficcò nel ventre un grosso coltello da cucina. Consumato il misfatto, volle strappar l’oriuolo all’ucciso, e gridare All’assassino! nell’intenzione di attribuire ad altri la scelleraggine; ma in quell’agitazione dimenticava di buttar via il ferro insanguinato, e pur gridando lo teneva in pugno. La serva che accorse alle grida,

«Ah, siete voi» gli disse, «che l’avete ucciso: non è codesto il coltello insanguinato?».

Il prete allora s’avventò a lei per finirla, ma udendo un calpestìo, e vedendosi immancabilmente scoperto aprì la finestra e si precipitò glu.

In quello spavento e confusione niuno accorse per vedere se era rimasto vivo o morto, finché non giunse la polizia che lo trovò sotto la finestra disteso. Si era rotte le gambe, le braccia e i denti, ma vivea tuttora; morì il giorno dopo nelle carceri di San Francesco. La sua sorella, e moglie dell’ucciso, incinta di sei mesi, fu condotta in quel medesimo giorno all’ospedale de’ pazzi.

Atterrita da questa tragedia, che diè largo argomento di dicerie alla città, la vecchia dama che meco dimorava non volle più vivere fuor del monastero, temendo forse di andar sottoposta ad altri simili spaventi; per la qual cosa, lasciatami colla nipote, entrò un’altra volta nel ritiro, ed io, mutato alloggio, mi rinselvai in un altro non meno solitario quartiere.

Ma il delitto del prete dovea mettere la polizia e l’arcivescovo sulle mie traccie. A chi non è palese la penetrazione della polizia borbonica, massimamente in materia di liberalismo?

«Il regno di Napoli» scriveva Vittore Hugo «non ha che un’istituzione: la Polizia. Ogni distretto ha la sua commissione per le bastonate. Due sbirri, Aiossa e Maniscalco, regnano sotto il re; Aiossa bastona Napoli, Maniscalco la Sicilia. Ma il bastone non è che un rimedio turco, e il governo napoletano ha per giunta un gastigo dell’Inquisizione: la tortura. Ed ecco come: uno sbirro, Bruno, tiene gli accusati legati col capo fra le gambe finché non confessino. Un altro

[253]

sbirro, Pontillo, li pone a sedere sopra una graticola, e accende il fuoco di sotto; è questa la sedia ardente. Un altro sbirro, Luigi Maniscalco, parente del capo sunnominato, è inventore d’uno strumento: vi si introduce il braccio o la gamba del paziente, e gira una vite, e quel membro si va fratturando; è questa la così detta macchina angelica. Un altro sospende un uomo a due anelli di ferro con le braccia ad un muro, con i piedi al muro di contro: ciò fatto, salta su quell’infelice, e ne disloga le membra. Vi sono le manette, che slogano le dita della mano: v’ha il cerchio di ferro che stretto da una vite si pone sul capo, e serve a fare schizzar gli occhi fuori della fronte. Qualche volta si perviene a fuggire, ed avvenne così a Casimirro Arsimano; ma chi lo crederebbe? Sua moglie, i suoi figli, le sue figliuole sono state arrestate, e messe sulla sedia ardente in sua vece.

«Il Capo Zafferano confina con una spiaggia deserta. Su questa spiaggia alcuni birri portano dei sacchi, e in questi sacchi vi sono degli uomini. S’immerge il sacco nell’acqua, e vi si mantiene fino a che non si dibatta più; allora si tira fuori il sacco, e si dice a chi vi è dentro: Confessa! Se ricusa, s’immerge nell’acqua di nuovo. In questo modo morì Giovanni Vienna di Messina. A Monreale un vecchio e sua figlia erano sospettati di patriottismo: il vecchio morì sotto il bastone; sua figlia, ch’era incinta, fu denudata e fatta pur morire sotto il bastone... Ciò accadde nella patria di Tiberio».

Questa polizia dunque, avendo preso nota del nome di tutti gl’inquilini del palazzo overa successo l’assassinio, non mancò di far noto al cardinale e il mio ritorno in Napoli, e il mio domicilio ancora; seppi allora di buon luogo, che se per mala ventura fossi presa, avrei forse potuto scapolare la sedia ardente, ma non per fermo la bastonata. Da quel giorno incominciarono le spie a mettersi in moto, non altrimenti d’uno sciame; e si sa che lo spionaggio era praticato in gran parte da sacerdoti e da monaci. Preti dal ceffo birresco avvertiti del mio mutato domicilio ronzarono continuamente intorno al vicinato della mia dimora, e presero a seguitarmi da per tutto, muti, costanti, inseparabili non meno della mia ombra. Addestratami poco a poco a riconoscerli, ancorché travestiti, non li curai; stetti però molto attenta a non dar loro qualche appiglio di denunzia, appiglio che andavano evidentemente cercando nelle mie relazioni con persone sospette di liberalismo; poiché, quanto a me, non temeva d’essere perseguitata. Dall’una parte il permesso ottenuto da Roma, di uscirmene da un luogo overa stata violentemente sequestrata; dall’altra il cangiamento di giurisdizione, erano due argomenti [254], atti a raffrenare le tiranniche recrudescenze di Riario. Nulladimeno, consigliata a metter pur io delle spie intorno alle spie laiche e clericali che m’assediavano, lo feci, e ne ottenni felici risultamenti. Con questo mezzo pervenni non solamente a porre me stessa in istato di difesa, ma pur anco a poter trattare liberamente gli amici, e perfino a frequentare qualche casa segnata con croce nera dal commissario. Per dare un esempio del metodo da me tenuto nel deludere la vigilanza delle spie, basti dire, che in quell’intervallo di sei anni cambiai diciotto volte di abitazione, e trentadue volte di donna di servizio.

Quello spionaggio borbonico di mostruose proporzioni vestiva mille forme diverse, prendeva mille diversi atteggiamenti, infestava l’aria stessa del santuario. Entrata in qualche chiesa del vicinato, i preti andanti mi assaltavano fin dalla porta per domandarmi:

«Volete confessarvi?». Stabilita in qualche nuova casa i vicini stavano attenti a sobillarmi la fantesca con adescamenti di ogni genere; poi la interrogavano:

«È fanciulla? È vedova? È maritata? Perché abita sola? Perché non si marita? Chi è il suo confessore? Ha qualche amante? Come si chiamano quei tali che l’hanno visitata stamani? Tiene carteggio con nessuno? E le lettere, le porta da sé alla posta, o le consegna a voi?».

Ed ecco la via che seguiva lo spionaggio di quel dipartimento: il fatto dalla fantesca passava al droghiere, all’oste, al farmacista, e bene spesso al medico del vicinato: da questi trasmettevasi, sotto la garanzia della confessione, al parroco, e quindi al vescovo: dal quale passava ipso facto al commissariato, donde giungeva poi al gabinetto del re.

Una volta mi avvenne di avere dirimpetto alla mia abitazione una vecchia zittellona, la più molesta zanzara delle maremme clericali di Napoli. La sua casa era dalla mattina alla sera un viavai di frati e di preti d’ogni specie; essa li menava al balcone, onde pigliarsi il gusto singolare di accennarmi loro a dito, ogni volta che per caso m’affacciassi alla finestra. La mia serva fu da lei guadagnata con regali, e per questo canale ella s’informò di tutto quello che accadeva in casa mia. Per liberarmi dalle punture di quell’insetto, che non mi davapacetregua, mi convenne perdere un trimestre, e cercarmi un asilo in altra via.

Ma fu peggio. Seppi con mio stupore che il padrone di casa era niente meno che un impiegato di polizia. Appena saputo ciò, voleva [255]lasciare anche quell’abitazione, a rischio di perdere un secondo trimestre; ma una tale precipitosa partenza avrebbe maggiormente destati i sospetti del poliziotto, e perciò presi il partito di rimanervi. A dritta e a manca dello stesso piano, da me abitato, stanziavano perpetuamente due birri maschi; al piano di sotto vigilavano, pettegoleggiavano due altri birri femmine, sorelle del padrone di casa. Spie al buco della chiave dell’uscio di casa, spie per le scale, spie nel cortile e nei terrazzi, insomma un’invasione di spie in tutti i luoghi. Quest’Argo da’ cento occhi, avendo notato ch’io non mi confessava, ne fece parte al parroco, e questi chiamò in casa sua la mia fantesca, per assoggettarla a lungo e minuzioso interrogatorio, particolarmente rispetto ai nomi e alle qualità delle persone che frequentavano la mia casa. Ne uscii a bene, avendo la fantesca affermato di non vedervi praticare nessuno; ed era vero; ma dovetti anche quella volta mutar di cameriera.

Non ebbi in questo intervallo dalla polizia, che una sola granfiatina.

Alcuni mesi dopo la morte di Ferdinando 11, mi imbattei presso gli Studi in un uomo, non meno insigne per patriottismo, che per sapere. Scambiati i complimenti d’uso, parlammo brevemente dell’aspetto che le cose d’Italia prendevano, atteso l’imbecille governo di Francesco Il; poi, data intorno un’occhiata d’esplorazione, l’illustre uomo si trasse di tasca una lettera che mi consegnò. Io me la riposi in seno, non però senza accorgermi ch’era stata adocchiata dal pedissequo poliziotto, e per conseguenza non senza la sicurezza d’esser chiamata l’indomani a renderne conto.

E così fu.

Di buon mattino mi fu annunziata la visita d’un aiutante di Aiossa, il quale con esimia garbatezza volle da me sapere: quando, e dove, e per mezzo di chi avessi fatta la conoscenza del signor B.G., se questi fosse uso di visitarmi, ciò che il giorno innanzi m’aveva detto per la via, ecc., ecc.

A tutto questo risposi in modo, che parve averlo soddisfatto.

«E la carta che egli le mise in mano?» mi chiese da ultimo. «Vorrebb’ella compiacersi di favorirmela per un momento

«Eccola appuntorisposi con prestezza e disinvoltura.

E pigliata una carta piegata, che a tal uopo avea messa sul mio scrittoio, gliela porsi con garbatezza uguale alla sua.

Era l’ultimo numero del Giornale di Napoli.

La mattina del 25giugno 1860, tutte le cantonate di Napoli erano [256]ingombre di gente d’ogni classe, intenta a leggere un manifesto:

era l’atto sovrano, per cui il giovine Eliogabalo, stretto dalla rivolta di Sicilia, dalla vittoria di Garibaldi, dall’attitudine minacciosa della capitale e delle provincie continentali, dalle mire, come costoro le chiamavano, invasive della Casa Savoia, e dall’indifferenza de’ gabinetti, prometteva a’ suoi sudditi istituzioni rappresentative italiane e nazionali, ed una lega col re di Sardegna, accettava i tre colori, e faceva sperare analoghe istituzioni costituzionali per la Sicilia.

Dopo aver letto, tutti si ristringevano nelle spalle con aria di compassione.

«Che dicedomandai al mio compagno, che per leggere il Manifesto erasi fatto largo nella folla.

«È» mi rispose, «il testamento di un negoziante fallito per la quinta volta».

Così quell’atto sovrano era chiamato anche dal comitato centrale di Napoli, il quale in un proclama dello stesso giorno diceva a’ napoletani:

«Qualunque apparente concessione, strappata dalla urgenza de’ tempi, ed intesa a ritardare la piena ed intera attuazione dell’idea nazionale, sarà accolta con disprezzo».


[257]




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