|
Nuovamente restituita al mondo dei vivi, tutti nuovi
m’apparvero gli oggetti, che credeva di non più rivedere. Aspirai l’aria pura a
grandi sorsi, come se contate fossero le ore che m’era lecito goderne, e mi sentii
tocca da viva commozione agli aspetti desti, ridenti delle genti che passavano.
Le penose rimembranze si ristrinsero in un punto impercettibile, pronto pur
esso a svanire; e per lo contrario la strada che faceva in carrozza mi parve
fiancheggiata da un’immensità, i cui orizzonti eccedevano di gran lunga le mie
aspirazioni.
Avvertita che avrei fatto meglio per ora a valermi della
ricuperata libertà in campagna, che non in città, risposi quello essere appunto
il mio proponimento. Assetata d’aria, di luce, di spazio, di libero movimento,
presi ogni mattino a compagna la mia vecchierella, e lasciata la città,
m’arrampicava su per le balze boscose di Castellamare. Da quelle alture, che
dominano la sottostante città, l’intera baia di Napoli, e i più pittoreschi
dintorni di questa terra benedetta, io lanciava lo sguardo or su questo punto,
or su quello, ne misurava le armoniche proporzioni, e ne percorreva le
distanze, ebbra di giubilo, rinascente alle forze native, anzi ispirata da una
poesia d’affetti e di speranze, che non sapeva d’aver posseduta in addietro. Né
in quelle escursioni m’arrestavano le intemperie della stagione: non la
pioggia, che lungo i fianchi della montagna scatenava furiosi torrenti, non la
nebbia d’autunno, quando sboccando dalla foresta, e scavalcando i burroni,
veniva ad avvilupparmi in densi vortici. Coll’occhio fiso sul punto più lontano
dell’orizzonte, aspettava lo sfumare della caligine, per ritrovare poi alla
luce del sole più bella e splendida una prospettiva, non più circoscritta da
enormi muraglie e da spranghe di ferro.
Un giorno, percorrendo la montagna, m’imbattei in un
contadinello, che in una rozza gabbia, portava una ventina d’uccelli presi di
fresco.
[249]
«Quanto volete di tutti questi prigionieri?» gli domandai.
«Tre piastre» rispose il bricconcello.
Me li cedé per una, compresa la gabbia. Pigliati i poveri
carcerati uno per uno, li restituii alla natìa libertà, lieta di vederli
prendere il volo, e sparire in un batter d’occhio fra gli alberi. Adescato il
ragazzo dal guadagno, venne spesso a cercarmi con nuove gabbie e nuovi schiavi.
Non trovandomi in grado di largheggiare, fissai di comprarli a due grana l’uno,
e per tal modo mi procurai spesso il diletto di fare ad altre creature viventi
il bene che Dio avea fatto a me. Nel mirarli scappar di mano io diceva a me
stessa:
«Se l’Italia mia risorgesse a vita e libertà, non farebbe
anch’essa lo stesso a favor degli altri popoli, ancor languenti nel
servaggio!>.
Cominciavano frattanto a crescermi i capelli, caduti la
prima volta sotto le forbici di San Gregorio, e pel corso di tredici anni
tosati come quelli delle pecore. A mano a mano che le treccie allungavano, mi
parea di guadagnar terreno nello stadio della personale indipendenza, e mi
pareva mill’anni che, non più tocchi dal ferro servile, si ripristinassero
all’onore primiero.
Mi rimaneva un’altra insegna della servitù: l’abito
monastico. L’aveva già smesso in casa, ma bisognava trovare modo di disfarsene
anche fuori e per sempre. Quell’abito, non solo mi umiliava a me stessa, ma
m’annoiava, m’inceppava ad ogni passo. Tutti si voltavano a guardarmi: chi per
curiosità, chi per offeso fanatismo, chi per vaghezza di cose originali, ed io
desiderava passare inosservata per la via. Quegli occhi che mi si puntavano
addosso, non importa se con benigna o maligna intenzione, non erano forse un
tributo oneroso? Non iscemavano notabilmente il capitale della mia libertà?
Risoluta di finirla con quell’anomalia, un bel mattino mi recai dal Vescovo.
«Monsignore» gli dissi, «quest’abito mi dà tanta noia che
per spogliarmene mi toccherà ad espatriare, se voi non mi date licenza di
lasciarlo».
«Vi consiglio a conservarlo addosso» rispose il Vescovo.
Poi sorridendo: «Ma se poi ve ne voleste spogliare assolutamente» soggiunse,
«che bisogno v’è di chiedermene licenza?».
Qualche giorno dopo deposi l’abito, ed egli fece le viste
di non accorgersene.
Una sola eredità del passato conservai, simbolo della mia
vita celibe: il velo nero.
[250]
Intanto la stella d’Italia risaliva nel firmamento,
piccola sì, ma tuttavolta piena di consolante splendore. La guerra di Crimea
aveva procurato alla prodezza della monarchia di Savoia e al genio politico di
Camillo Cavour l’opportunità di sollevare il Piemonte, campione della
nazionalità e della forza militare d’Italia, al grado di potenza. Una rete di
maglie misteriose ormai riuniva Torino alle città principali della penisola: un
gruppo di fili elettrici manteneva l’italico patriottismo in continua
comunicazione e operosità. Quest’orgasmo febbrile diveniva più visibile in
Napoli, che in altra parte: in Napoli, dove la dinastia borbonica, per avere
violata la santità de’ patti, trovavasi, non solo in istato di ribellione
contro i sudditi, ma pur caduta in discredito rispetto al mondo incivilito, e
per ciò virtualmente spossessata sin dal 1848. Agli occhi della maggior parte,
Napoli presentava l’immagine del formidabile suo vicino, alla vigilia d’una
delle più tremende eruzioni, che gli annali dei vulcani ricordino. Tutti quanti
i partiti rivoluzionari (trista eredità della confusione che condotte aveva le
precedenti vicende), tutti i partiti, non eccettuato il borbonico-clericale,
stavano ansiosamente attenti ai sintomi precursori della crisi che stava per
iscoppiare, attenti come l’Arrotino della Tribuna fiorentina, profondamente
assorto nell’ascoltare la congiura... Che faceva intanto io inoperosa in
Castellamare? Gli amici, deplorando l’esilio mio, m’indirizzavano lettere
disperate. Pensando adunque che si sarebbe in Napoli ritrovato un piccolo posto
anche per la mia personale operosità, pensai di mettere in non cale ogni
pericolo, purché potessi prestare anch’io qualche tenuissimo servigio al
movimento che s’ordinava.
Dopo undici mesi, oziosamente passati in quel paesetto,
feci una seconda visita al Vescovo.
«Monsignore» gli domandai, «se vi scacciassero dalla
vostra sede, e vi mandassero pel resto della vita in esilio, vi piacerebbe?»
«A nessuno piacerebbe» rispose egli ridendo, perché aveva
inteso dove l’interrogazione mirava.
«E perciò dispiace anche a me; e non potendo stare
eternamente separata da’ parenti, ho risoluto di tornare a Napoli».
«E Riario? E il governo? E le spie?»
«Dagli amici mi guardi Iddio, dai nemici mi guarderò io».
Pochi giorni dopo io prendeva a pigione un quartierino
nella capitale, in un nuovo palazzetto di faccia alla Croce del Vasto, e me
n’andai a stare con la vedova, non però senza la precauzione di tenere [251]sempre
una stanza in Castellamare, per rifugiarmi nel caso di qualche imminente
pericolo.
Il posto remoto di quell’alloggio, la trasformazione
dell’abito, e la generosa tolleranza del Vescovo servirono a tenermi lungamente
al coperto dall’altrui curiosità; e le minuziose cautele che presi in difesa
dell’incognito avrebbero prolungata la mia sicurezza, senza un caso
imprevisto che diede sentore a Riario del mio ritorno.
Abitava al piano superiore un prete che m’accadde più
volte d’incontrare per le scale. Il suo sinistro aspetto mi faceva terrore e
schifo. Una sera del mese di febbraio, intorno alle 9, lasciai la stanza della
vedova per andare a letto. Divideva la camera mia dall’ingresso un salottino
rischiarato da un lampione, che faceva pur lume alla scala, essendo la via
appartata, ed il palazzo senza portinaio. In quel momento udii scendere dal
piano superiore due persone, le quali presero ad altercare fra loro. Un grido
orribile: Ah infame! mi fece raccapricciare, e subitamente sentii cadere
a terra un uomo, che con fioca voce diceva: Mi hai assassinato! Udii
quindi i passi di persona, che risaliva frettolosamente le scale; poi uno
scoppio di grida e di pianti sopra la stanza mia; alfine spalancar la finestra
dalla parte posteriore del palazzo, e in pari tempo il tonfo di un peso che
cadde dalla finestra. La vecchia dama, sua nipote, ed io eravamo in preda alla
costernazione: tutta la gente del palazzo in movimento. Quando intesi voci di
persone a me note per gente dabbene, preso il lume, mi accostai all’uscio: io
mi ritrassi inorridita; ma poi ripreso coraggio, tornai a farmi innanzi per
soccorrere il ferito, se ancor vivesse. Aprii, e, oh spettacolo orrendo!... Un
giovane dalla folta e bionda chioma giaceva disteso vicino alla mia porta; una
larga ferita gli aveva aperto il ventre, mentre quel misero cogli occhi
smarriti e immoti, digrignando i denti, esalava l’ultimo fiato. Domandai
dell’uccisore; nessuno sapeva nulla, e non meno ignoto a tutti era il nome
dell’ucciso. In questo mentre la serva del prete nell’atto di svincolarsi dalle
strette della padrona, gridava quanto n’aveva in gola:
«No, voglio andar via subito da questa casa di briganti!».
E così dicendo si precipitava giù per la scala. Giunta
vicino al cadavere, si mise a piangere, a urlare, a storcersi le mani;
domandata dell’assassino, rispose:
«Il prete!».
Restammo tutti stupefatti.
«E quest’infame dov’è?»
«Si è buttato dalla finestra nel giardino».
[252]
L’infelice giovine aveva sposata da nove mesi una sorella di quel prete, il
quale sventrò il cognato per una questione insorta di soli ducati 30 sulla dote
materna. Ed ecco come. Quella sera lo aveva mandato a chiamare sotto pretesto
di fare all’amichevole un accomodamento, ma mentre il giovine partiva, lieto
della pace conchiusa, il prete finse di volergli leggere una carta importante.
Lo raggiunse per le scale, si fermò sotto il lume che rischiarava l’uscio del mio
quartiere e lì, invece di porgergli la carta, gli ficcò nel ventre un grosso
coltello da cucina. Consumato il misfatto, volle strappar l’oriuolo all’ucciso,
e gridare All’assassino! nell’intenzione di attribuire ad altri la
scelleraggine; ma in quell’agitazione dimenticava di buttar via il ferro
insanguinato, e pur gridando lo teneva in pugno. La serva che accorse alle
grida,
«Ah, siete voi» gli disse, «che l’avete ucciso: non è
codesto il coltello insanguinato?».
Il prete allora s’avventò a lei per finirla, ma udendo un
calpestìo, e vedendosi immancabilmente scoperto aprì la finestra e si precipitò
glu.
In quello spavento e confusione niuno accorse per vedere
se era rimasto vivo o morto, finché non giunse la polizia che lo trovò sotto la
finestra disteso. Si era rotte le gambe, le braccia e i denti, ma vivea
tuttora; morì il giorno dopo nelle carceri di San Francesco. La sua sorella, e
moglie dell’ucciso, incinta di sei mesi, fu condotta in quel medesimo giorno
all’ospedale de’ pazzi.
Atterrita da questa tragedia, che diè largo argomento di
dicerie alla città, la vecchia dama che meco dimorava non volle più vivere fuor
del monastero, temendo forse di andar sottoposta ad altri simili spaventi; per
la qual cosa, lasciatami colla nipote, entrò un’altra volta nel ritiro, ed io,
mutato alloggio, mi rinselvai in un altro non meno solitario quartiere.
Ma il delitto del prete dovea mettere la polizia e
l’arcivescovo sulle mie traccie. A chi non è palese la penetrazione della
polizia borbonica, massimamente in materia di liberalismo?
«Il regno di Napoli» scriveva Vittore Hugo «non ha che
un’istituzione: la
Polizia. Ogni distretto ha la sua commissione per le
bastonate. Due sbirri, Aiossa e Maniscalco, regnano sotto il re; Aiossa bastona
Napoli, Maniscalco la
Sicilia. Ma il bastone non è che un rimedio turco, e il
governo napoletano ha per giunta un gastigo dell’Inquisizione: la tortura. Ed
ecco come: uno sbirro, Bruno, tiene gli accusati legati col capo fra le gambe
finché non confessino. Un altro
[253]
sbirro, Pontillo, li pone a sedere sopra una graticola, e accende il fuoco
di sotto; è questa la sedia ardente. Un altro sbirro, Luigi Maniscalco,
parente del capo sunnominato, è inventore d’uno strumento: vi si introduce il
braccio o la gamba del paziente, e gira una vite, e quel membro si va
fratturando; è questa la così detta macchina angelica. Un altro sospende
un uomo a due anelli di ferro con le braccia ad un muro, con i piedi al muro di
contro: ciò fatto, salta su quell’infelice, e ne disloga le membra. Vi sono le
manette, che slogano le dita della mano: v’ha il cerchio di ferro che stretto
da una vite si pone sul capo, e serve a fare schizzar gli occhi fuori della
fronte. Qualche volta si perviene a fuggire, ed avvenne così a Casimirro
Arsimano; ma chi lo crederebbe? Sua moglie, i suoi figli, le sue figliuole sono
state arrestate, e messe sulla sedia ardente in sua vece.
«Il Capo Zafferano confina con una spiaggia deserta. Su
questa spiaggia alcuni birri portano dei sacchi, e in questi sacchi vi sono
degli uomini. S’immerge il sacco nell’acqua, e vi si mantiene fino a che non si
dibatta più; allora si tira fuori il sacco, e si dice a chi vi è dentro: Confessa!
Se ricusa, s’immerge nell’acqua di nuovo. In questo modo morì Giovanni
Vienna di Messina. A Monreale un vecchio e sua figlia erano sospettati di
patriottismo: il vecchio morì sotto il bastone; sua figlia, ch’era incinta, fu
denudata e fatta pur morire sotto il bastone... Ciò accadde nella patria di
Tiberio».
Questa polizia dunque, avendo preso nota del nome di tutti
gl’inquilini del palazzo ov’era successo l’assassinio, non mancò di far noto al
cardinale e il mio ritorno in Napoli, e il mio domicilio ancora; seppi allora
di buon luogo, che se per mala ventura fossi presa, avrei forse potuto
scapolare la sedia ardente, ma non per fermo la bastonata. Da quel giorno
incominciarono le spie a mettersi in moto, non altrimenti d’uno sciame; e si sa
che lo spionaggio era praticato in gran parte da sacerdoti e da monaci. Preti
dal ceffo birresco avvertiti del mio mutato domicilio ronzarono continuamente
intorno al vicinato della mia dimora, e presero a seguitarmi da per tutto,
muti, costanti, inseparabili non meno della mia ombra. Addestratami poco a poco
a riconoscerli, ancorché travestiti, non li curai; stetti però molto attenta a
non dar loro qualche appiglio di denunzia, appiglio che andavano evidentemente
cercando nelle mie relazioni con persone sospette di liberalismo; poiché,
quanto a me, non temeva d’essere perseguitata. Dall’una parte il permesso
ottenuto da Roma, di uscirmene da un luogo ov’era stata violentemente
sequestrata; dall’altra il cangiamento di giurisdizione, erano due argomenti [254],
atti a raffrenare le tiranniche recrudescenze di Riario. Nulladimeno,
consigliata a metter pur io delle spie intorno alle spie laiche e clericali che
m’assediavano, lo feci, e ne ottenni felici risultamenti. Con questo mezzo
pervenni non solamente a porre me stessa in istato di difesa, ma pur anco a
poter trattare liberamente gli amici, e perfino a frequentare qualche casa
segnata con croce nera dal commissario. Per dare un esempio del metodo da me
tenuto nel deludere la vigilanza delle spie, basti dire, che in
quell’intervallo di sei anni cambiai diciotto volte di abitazione, e trentadue
volte di donna di servizio.
Quello spionaggio borbonico di mostruose proporzioni
vestiva mille forme diverse, prendeva mille diversi atteggiamenti, infestava
l’aria stessa del santuario. Entrata in qualche chiesa del vicinato, i preti
andanti mi assaltavano fin dalla porta per domandarmi:
«Volete confessarvi?». Stabilita in qualche nuova casa i
vicini stavano attenti a sobillarmi la fantesca con adescamenti di ogni genere;
poi la interrogavano:
«È fanciulla? È vedova? È maritata? Perché abita sola?
Perché non si marita? Chi è il suo confessore? Ha qualche amante? Come si
chiamano quei tali che l’hanno visitata stamani? Tiene carteggio con nessuno? E
le lettere, le porta da sé alla posta, o le consegna a voi?».
Ed ecco la via che seguiva lo spionaggio di quel
dipartimento: il fatto dalla fantesca passava al droghiere, all’oste, al
farmacista, e bene spesso al medico del vicinato: da questi trasmettevasi,
sotto la garanzia della confessione, al parroco, e quindi al vescovo: dal quale
passava ipso facto al commissariato, donde giungeva poi al gabinetto del
re.
Una volta mi avvenne di avere dirimpetto alla mia
abitazione una vecchia zittellona, la più molesta zanzara delle maremme
clericali di Napoli. La sua casa era dalla mattina alla sera un viavai di frati
e di preti d’ogni specie; essa li menava al balcone, onde pigliarsi il gusto
singolare di accennarmi loro a dito, ogni volta che per caso m’affacciassi alla
finestra. La mia serva fu da lei guadagnata con regali, e per questo canale
ella s’informò di tutto quello che accadeva in casa mia. Per liberarmi dalle
punture di quell’insetto, che non mi dava né pace né tregua, mi convenne
perdere un trimestre, e cercarmi un asilo in altra via.
Ma fu peggio. Seppi con mio stupore che il padrone di casa
era niente meno che un impiegato di polizia. Appena saputo ciò, voleva [255]lasciare
anche quell’abitazione, a rischio di perdere un secondo trimestre; ma una tale
precipitosa partenza avrebbe maggiormente destati i sospetti del poliziotto, e
perciò presi il partito di rimanervi. A dritta e a manca dello stesso piano, da
me abitato, stanziavano perpetuamente due birri maschi; al piano di sotto
vigilavano, pettegoleggiavano due altri birri femmine, sorelle del padrone di
casa. Spie al buco della chiave dell’uscio di casa, spie per le scale, spie nel
cortile e nei terrazzi, insomma un’invasione di spie in tutti i luoghi.
Quest’Argo da’ cento occhi, avendo notato ch’io non mi confessava, ne fece
parte al parroco, e questi chiamò in casa sua la mia fantesca, per
assoggettarla a lungo e minuzioso interrogatorio, particolarmente rispetto ai
nomi e alle qualità delle persone che frequentavano la mia casa. Ne uscii a
bene, avendo la fantesca affermato di non vedervi praticare nessuno; ed era
vero; ma dovetti anche quella volta mutar di cameriera.
Non ebbi in questo intervallo dalla polizia, che una sola
granfiatina.
Alcuni mesi dopo la morte di Ferdinando 11, mi imbattei presso gli
Studi in un uomo, non meno insigne per patriottismo, che per sapere. Scambiati
i complimenti d’uso, parlammo brevemente dell’aspetto che le cose d’Italia
prendevano, atteso l’imbecille governo di Francesco Il; poi, data intorno
un’occhiata d’esplorazione, l’illustre uomo si trasse di tasca una lettera che
mi consegnò. Io me la riposi in seno, non però senza accorgermi ch’era stata adocchiata
dal pedissequo poliziotto, e per conseguenza non senza la sicurezza d’esser
chiamata l’indomani a renderne conto.
E così fu.
Di buon mattino mi fu annunziata la visita d’un aiutante
di Aiossa, il quale con esimia garbatezza volle da me sapere: quando, e dove, e
per mezzo di chi avessi fatta la conoscenza del signor B.G., se questi fosse
uso di visitarmi, ciò che il giorno innanzi m’aveva detto per la via, ecc.,
ecc.
A tutto questo risposi in modo, che parve averlo
soddisfatto.
«E la carta che egli le mise in mano?» mi chiese da
ultimo. «Vorrebb’ella compiacersi di favorirmela per un momento?»
«Eccola appunto!» risposi con prestezza e disinvoltura.
E pigliata una carta piegata, che a tal uopo avea messa
sul mio scrittoio, gliela porsi con garbatezza uguale alla sua.
Era l’ultimo numero del Giornale di Napoli.
La mattina del 25giugno 1860, tutte le cantonate di Napoli
erano [256]ingombre di gente d’ogni classe, intenta a leggere un manifesto:
era l’atto sovrano, per cui il giovine Eliogabalo, stretto
dalla rivolta di Sicilia, dalla vittoria di Garibaldi, dall’attitudine
minacciosa della capitale e delle provincie continentali, dalle mire, come
costoro le chiamavano, invasive della Casa Savoia, e dall’indifferenza de’
gabinetti, prometteva a’ suoi sudditi istituzioni rappresentative italiane e
nazionali, ed una lega col re di Sardegna, accettava i tre colori, e faceva
sperare analoghe istituzioni costituzionali per la Sicilia.
Dopo aver letto, tutti si ristringevano nelle spalle con
aria di compassione.
«Che dice?» domandai al mio compagno, che per leggere il
Manifesto erasi fatto largo nella folla.
«È» mi rispose, «il testamento di un negoziante fallito
per la quinta volta».
Così quell’atto sovrano era chiamato anche dal comitato
centrale di Napoli, il quale in un proclama dello stesso giorno diceva a’
napoletani:
«Qualunque apparente concessione, strappata dalla urgenza
de’ tempi, ed intesa a ritardare la piena ed intera attuazione dell’idea
nazionale, sarà accolta con disprezzo».
[257]
|