Mentre nella sola parola d’ordine: Italia una! convenivano
dall’una all’altra estremità della penisola le aspirazioni di venti secoli e le
predizioni di profondi pensatori; mentre l’eroico Capitano dei Mille prodi
operava portenti, una voce magnanima e più tuonante che non sarebbe il
bombardamento di un despota, la voce d’un poeta, che per genio, per caldo amore
di libertà, pel lungo esilio, è ammesso alla cittadinanza di tutte le nazioni,
una voce profetica innalzava l’Inno di gloria all’Italia rigenerata:
«Le fosse s’aprono; di tomba in tomba si grida Risuscitate!
C’è più che vita, c’è apoteosi. Oh, egli è un divino palpito del cuore,
quando chi è umiliato si sdegna, chi è caduto si rialza; quando brillanti e terribili
ricompaiono gli splendori eclissati da molti secoli, quando Stambul ritorna
Bisanzio, quando Setiniah ritorna Atene, quando Roma ritorna Roma!
«Tutti, quanti siamo, applaudiamo all’Italia:
glorifichiamo questa terra delle grandi produzioni, alma parens! Presso
nazioni, come questa, certi dogmi astratti vestono la realtà, si fanno
visibili, palpabili: questa nazione è vergine per onora, madre per inesausta
fecondità.
«Voi che mi ascoltate, ve la figurate voi, questa magica
visione, l’Italia libera, libera dal golfo di Taranto alle lagune di San
Marco...? (perché sulla tua tomba te lo giuro, o Manin, Venezia pure prenderà
parte alla festa!). Dite, ve la figurate voi questa visione, che domani sarà
chiamata realtà? È finita: menzogne, simulazioni, ceneri, notte, tutto è
scomparso: l’Italia esiste; l’Italia è Italia!
«Sì, dov’era un’espressione geografica, v’ha una nazione:
dov’era un cadavere, vi ha un’anima: dov’era una larva, vi ha un arcangelo, il
raggiante cherubino della civiltà cristiana, la Libertà, in piedi e
coll’ali spiegate. L’Italia, la grande defunta, si è ridesta. Miratela, essa si
alza, e pietosa sorride al genere umano; dice alla Grecia [259]: Io sono tua
figlia; dice alla Francia: Io sono tua madre!
«Sovrano corteggio essa ha intorno a sé: i suoi poeti, i
suoi oratori, i suoi artisti, i suoi filosofi, i suoi grandi cittadini, tutti
quei consiglieri dell’umanità, quei padri conscritti dell’intelligenza
universale, tutti quei membri del senato de’ secoli; e alla destra e alla
sinistra quei due terribilmente sommi: Dante e Michelangelo. Quale trionfo!
quale avvenimento! quale meraviglioso fenomeno! Il più maestoso de’ fatti
compiuti, l’unità che d’un solo lampo rischiara quella magnifica pleiade di
città sorelle: Milano, Torino, Genova, Firenze, Bologna, Pisa, Siena, Parma,
Palermo, Messina, Napoli, Verona, Venezia, Roma!
«L’Italia si leva; ecco, cammina, incessu patuit dea; essa
risplende, esultante del suo genio, al progresso del mondo intero comunica la
grande febbre, e l’Europa si scuote, si elettrizza a questa luce portentosa...
Non vi sarà meno estasi nell’occhio dei popoli, meno sublime raggiar sulle
fonti, meno ammirazione, meno gioia e trasporto per questa nuova luce sulla
terra, che per l’apparizione d’un novello pianeta nel firmamento...!».
Educato alla perfida scuola de’ suoi maggiori, Francesco
TI, vergogna del nostro secolo, sperava intanto di potere a sua volta baloccare
e i sudditi e la rimanente Italia e l’Europa, finché il destro gli giungesse di
ricondurre le baionette austriache in Napoli. Cieco alla lava che ogni giorno
gli chiudeva il passo, sordo altrettanto ai consigli d’un saggio consanguineo,
quanto a’ sotterranei tuoni che al disotto della sua stessa reggia
romoreggiavano, ei volle fare assegnamento soltanto sulle litanie de’ preti, e
sull’ignoranza tradizionale della plebaglia.
Ma il tempo de’ Fra’ Diavoli, de’ Ruffi, delle Marie
Caroline, degli Acton, il tempo dei Tedeschi era già passato: ora la salma del
Caracciolo dal fondo del mare ritornava a galla, e dal patibolo di Pagano a
quello de’ Bandiera, lungo quella strada di espiazione, intrisa del più puro
sangue d’Italia, non risuonava più che un solo grido: Morte a’ Borboni! Viva
quel principe, che alla nazione stenderà la mano!
Alfine i grandi decreti della Provvidenza si consumavano:
il presentimento di tanti secoli prendeva corpo e movenza in uno dei più
strepitosi colpi di stato dell’incivilimento. L’ultimo monarca dei Capeti stava
per isparire di scena, siccome un’ombra allo spuntar del dì, mentre il crocifero
vessillo di Savoia, emblema d’indipendenza [260]e di unità, inaugurava il regno
della coscienza nazionale, inalberato su tutte quasi le vette della penisola.
Conosco uno scritto che esprime con mirabile fedeltà, e
riassume con mirabile concisione i sentimenti del popolo di Napoli e di Sicilia
nel momento in cui il rampollo de’ Ferdinandi imbarcavasi alla volta di Gaeta.
E l’addio che un antico emigrato manda al Borbone in forma epistolare a nome
degli Italiani del Sud. Credo far cosa grata al lettore, riportando per intero
questa lettera; il merito ne compenserà la lunghezza.
Eccola:
«Sire,
«Mentre i vostri nemici vi accompagnano con una
maledizione e i vostri amici con una parola di disprezzo, sia permesso ad un
patriotta di accomiatarvi con un addio che non foste mai uso ad udire: la
verità che i posteri diranno, e che i cortigiani nascondono.
«La battaglia di Velletri dette il trono alla vostra
famiglia; la presa di Reggio glielo tolse. Fra questi due avvenimenti sono
corsi 126 anni. Facciamo il bilancio della eredità che lasciate.
«La storia di niun popolo offre lo spettacolo di quello di
Napoli. Cento ventisei anni di esistenza sono stati cento ventisei anni
d’insurrezione quasi permanente; cento ventisei anni di regno,
un’espropriazione morale della virilità e della intelligenza di questo popolo.
Cura prima del vostro primo antenato fu barricare queste provincie d’Italia
nell’autonomia di uno stato: d’Italiani sotto il dominio spagnuolo, e’ ci fe’
Napoletani. Noi formavamo una famiglia con Milano, con Parma, con Sicilia,
retti da mala signoria, e contro la mala signoria frementi: Carlo III ci
scisse. E il dì in cui la grande voce della Francia dell’89 chiamò popoli e
principi all’esame dei loro titoli, questa famiglia, unita dalla stessa catena,
dagli stessi dolori, dalle stesse miserie, si trovò disseminata ed isolata ad
individui. Noi eravamo come gli antichi stati di Francia, il cui comune
pericolo e la legge comune fecero una nazione; il vostro trisavo fece d’Italia
un’Alemagna da cappuccini: peccato di origine, cui alcun battesimo di sangue o
di lagrime non poté sinora cancellare. Re Ferdinando consumò l’opera
d’isolamento. E’ fe’ di più. Egli si mischiò stupidamente in coalizioni contro la Francia, ed occasionò due
volte l’occupazione straniera. E’ gittò perdutamente il reame nelle perdute
avventure dell’Austria, e ci prese uomini, danari, navile, considerazione onde
accorrere alla riscossa. Ei ci orbò di libertà,
[261]
e ci negò ogni dritto d’uomo; e quando noi pure aprimmo gli occhi al sole, con
cui rischiarò il mondo la
Costituente di Francia, re Ferdinando insanguinò il reame con
patiboli che variarono i suoi trastulli. Ei ci vendé all’Inglese, dopo averci
prosternati all’Austria. Ei fuggì e ci rubò; ci rubò come un masnadiere,
insultandoci col motto di non doverci lasciare che gli occhi per piangere. Rubò
i depositi dei banchi e quelli de’ pegni; bruciò il navile; spogliò le
residenze reali; ci calunniò; poi ritornando dall’esilio vituperato, uccise
quanti poté, uccise i migliori, sterminò quanti pensavano, quanti sentivano
generosamente, quanti onoravano Italia e per Italia palpitavano. Le tenebre
cominciarono a farsi sul regno, quando in Europa la Repubblica francese, il
Direttorio e il primo console gittavano a piene mani la gloria delle vittorie,
i codici, i regolamenti dell’istituto, la libertà, l’organizzazione
amministrativa, e colpivano il Califfo di Roma dicendogli: Tu sei prete, non
puoi esser re! Poi ei cominciò, il re buffone, l’opera della demolizione di
quanto di buono ci aveva importato la Francia, rispettando solo l’aggravante sistema
de’ balzelli. Poi spergiurò, quando ci costituimmo a libertà; poi ci consegnò
piedi e mani legati all’Austria, e di soldati tedeschi allagò il reame, e del
soldato tedesco ci fe’ roba da rubello. Poi ci pose sul collo il giogo
implacabile de’ concordati, ci contaminò di frati e di preti; creò la polizia,
che assorbì il reame e lo tramutò in nefanda ed insanguinata muda; c’infeudò
come stabile ad un pugno di cortigiani infami e ribaldi.
«Sardanapalo passò: che restò di lui? Qual passo aveva
egli fatto fare a questo popolo nella via del progresso tranne il proprio
codino ch’ei si recise? Quale istituzione libera ci restò in retaggio dalla
grande commozione della rivoluzione francese, tranne la conservazione della
fondiaria, e dell’esercito permanente? Quale benefizio ci lasciò, tranne i
Padri della Compagnia di Gesù, ed un Canosa ministro? Ei ci prese tutto, e ci
legò Francesco, unitamente all’odio, non pur placato, che divide Napoletani da
Siciliani.
«Sire, dite, di che dobbiamo ringraziarvi, di che dobbiamo
essere memori e riconoscenti pel regno di Ferdinando I? Forse di tanti atti di
sprezzo, di sangue, di diffamazione? Forse delle prigioni che lasciò piene, o
dell’esilio che vedeva miseramente perire tante cime di grandi Italiani? Forse
del bianco terrore che avviluppava il reame come un sudano, o
dell’occupazione dell’esercito austriaco? Dobbiamo ricordarci del debito
pubblico, delle Giunte di Stato, della supremazia di Roma, d’un budget raddoppiato,
dell’amministrazione [262]civile concentrata nella polizia, e d’una polizia che
si chiamava Canosa? Il gesuita ed il gendarme, primi funzionari dello Stato
tripla censura sulle produzioni dell’ingegno; l’assioma de Deo pauca, de
rege nihil, elevato a dogma di Stato, a precetto di codice. Sire, è di
questo che noi dobbiamo esservi riconoscenti? è per questo che dobbiamo
rispettare in voi il discendente di re Nasone?
E per questo forse che, partendo, invocate il diritto di
Dio, la san zion del diritto pubblico, che fate appello alla diplomazia, ai
trattati alla storia, alla forza, alla ragione di Stato? Sire, sono questi i
titoli che vi consacrano re di Napoli? o qualcheduno ne dimentichiamo noi? Sì:
noi dimentichiamo le orgie di Carolina, Semiramide degna della corte d’Assise,
l’amante di Emma Leona; noi dimentichiam le capitolazioni di Nelson; le
scelleraggini del cardinale Ruffo; dimentichiamo le operazioni finanziere di
Medici, il maquignonnage del trono al congresso di Vienna, pagato sei
milioni; gl’imprestiti di Rothschild; gli articoli segreti del trattato di
Laybach e di quello di Verona... Sire, saremmo noi ingrati per questi oblii?
Sono questi i titoli che invocate?
«Eppure, Sire, il re Lazzarone pare il miglior di vostra
stirpe: re Francesco fu un terribile crepuscolo di sangue. Bosco spiantato,
grida ancora giustizia a Dio; la memoria di De Matteis fa tuttavia fremere di
raccapriccio le Calabrie; i traffichi di Viglia e della De Simone tengono ancor
velati gli occhi all’angelo del pudore; le catacombe de’ Carbonari, gli
scrutinii di Stato, le giunte di Macri, di De Girola, di Jauch fanno ancora
rizzare i capelli a coloro ch’ebbero poi a vedere i Mazza, i Governa, gli
Aiossa. Per cinque anni, cinque milioni di uomini non osarono respirare per paura
di rivelare che vivevano. La
Congregazione avviluppò della sua nera sottana il reame, e
disse: il Reame sono io! Il gendarme schiuse una manetta gigantesca e
disse: vi tengo! Re Francesco insomma non fu altro che uno spegnitoio:
il suo governo, una macchina pneumatica. Canosa tirò sangue: Medici tirò oro:
gli altri si affaticarono a gara onde orbar c d’onore, di mente, di coscienza,
di vita morale. Ruffo prostituì Napoli ai piedi dell’Austria; Tommasi trafficò
la giustizia; Nunziante e Pastore l’esercito. La religione divenne ordegno da
tortura degli spiriti, e strumento primo di regno; il regno fu la polizia.
Questo Claudio postumo, che visse di spettri, di rimorsi, di spergiuri, di
rancori, eternamente per l’insurrezione del ‘20 assetato di sangue e di
vendetta, implacabile come Silla, freddamente e cristianamente boia, dopo
cinque anni morì... dove andò?
[263]
«Aveva ereditato un popolo sfinito, lasciò un cadavere.
Aveva trovati gli Austriaci, scabbia passaggiera, ci lasciò gli Svizzeri,
ignominia del loro proprio paese, duratura miseria del nostro. Aveva trovato i
murattisti e i costituzionali del ‘20; ci lasciò i canosini e i liguoristi.
L’università insozzata da’ preti, l’erario vuoto pel viaggio di Spagna; per
gloria militare, la capitolazione di Tripoli; come decoro, l’ordine del
merito, ricompensa di spie e di bargelli; la marina distrutta; il principe
di Metternich a sovrano di fatto; il debito pubblico, che Ferdinando aveva nel
1815 trovato a 94 mila ducati annui ed il parlamento del 1820 aveva appurato ad
un milione e 440.000 ducati, lasciava Francesco a 3.190.850 ducati, oltre
quattro milioni e mezzo di debito galleggiante; il budget, che aveva
trovato a ventitré milioni, lasciava di circa ventisette: un milione trecento
mila ducati di pensioni, di grazie per ricompensare servigi turpi e infami.
«Noi ci sforziamo, Sire, onde non parer pessimisti, a
trovare qualche cosa che onori la vostra casa, e non troviamo che le sfrenate
libidini della regina Isabella: noi vorremmo citare alcun tratto che torni caro
ai Napoletani, venerando all’Italia, e non troviamo che le esecuzioni del
Cilento, il tranello teso ai Capozzoli, il viaggio a Roma per baciar il piede a
Pio VII, e quello a Milano per piegare il ginocchio dinanzi a Metternich. Deh!
Sire, obliamo noi alcun benefizio, tranne il cangiamento di Canosa in Tonti?
Omettiamo noi alcuna illustrazione della vostra stirpe, tranne i tre milioni
che pagammo per la illogica moschea di San Francesco di Paola? Che restò ai
nostri padri del regno di Francesco, tranne una maledizione interminabile, un
grido di spavento e di orrore?
«Se per consolidare il vostro diritto avete, Sire, altri
titoli fuor che quello della grazia di Dio, produceteli; perocché l’eredità de’
vostri due primi antenati non basta a salvarvi il trono, finché siete fuori del
nostro potere, nel modo stesso che non vi salverà il capo, se, combattendoci,
cadrete nelle nostre mani.
«Ed il padre vostro avrebbe egli per avventura illustrata
meglio la dinastia, illustrata la nazione, fatto fare alla nostra civiltà un
sol passo? Avrebbe egli resi i sudditi più stimati in Europa, più prosperi e
liberi nell’interno, più carezzati in Italia? Ah! Sire, per centoventisei anni
Napoli ha ripetuto la storia della vecchia di Dionisio:
Francesco fe’ trovare giusto, liberale ed umano re
Pulcinella: re Bomba fe’ desiderare re Cappio: e V. M. paga per tutti.
«Ferdinando II! E che potrei io dire a V. M. che l’Europa
noi sappia? Qual uomo si è elevato tanto innanzi nel disprezzo e
nell’esecrazione [264]degli uomini? Egli ha reso cinica la stessa diplomazia,
che quale malfattore lo ha vilipeso e duramente condannato. I parlamenti
stranieri lo hanno dall’alto delle tribune coperto d’insulti; le stampe
esaurirono la parola d’ignominia. Egli fu il Napoleone della vergogna! Ed i
popoli all’interno? in insurrezione permanente. Il 1830 fu Palermo; il ‘32 la
cospirazione di Frate Angelo Peluso; il ‘34 la cospirazione di Rossaroll; il ‘35
la cospirazione di San Carlo, in cui Orazio Mazza fece le prime prove del
mestiere di delatore; il ‘37 la sommossa di Sicilia; nel ‘38 quella di Cosenza
e quella d’Aquila; nel ‘41 Aquila di nuovo; nel ‘44 di nuovo Cosenza, nell’anno
stesso la spedizione de’ Bandiera in Calabria; nel ‘46 Gerace, Reggio, il
Cilento; nel’48, tutto il regno. Nessun principe tenne per più lungo tempo e
più duramente tesa la mannaia sul capo dei suoi popoli. Dopo la proclamazione
dello Statuto, lo spergiuro; poi il colpo di stato del 15 maggio; poi una lotta
implacabile fra popolo e re — e sopra tutto questo, la testa di Medusa
dell’Austria, più terrificante che lo stesso re, più esecrata che la stessa
banda Peccheneda, Mazza, Governa ed Aiossa.
«I vostri antenati, Sire, che altro furono se non i
Colombo degli sbirri-tipo? Vi volle del genio per creare i Canosa, gl’Intonti,
i Delcarretto, i Campagna. Riformatore di finanza, Ferdinando ha finito per
lasciarci un debito pubblico di circa dodici milioni, ed un budget di 39
milioni, senza fare, come Re Vittorio, ferrovie per il popolo e guerre per
l’Italia. Riformatore di amministrazione, Ferdinando produsse i Longobardi, i
Carafa, gli Aiossa, i De Liquori e D’Urso, Ferdinando Troya e Murena; pose
sbirri e spie nei seggi episcopali, nelle intendenze, nei tribunali, alla
riscossione dei dazi, all’amministrazione delle finanze, ai posti diplomatici,
da per tutto; da per tutto una macchia di fango, una macchia di sangue, uno
spergiuro, un imbecille. Ordinatore di soldati, Ferdinando smunse fino alla
linfa il popolo onde arrivarne, egli, all’iperbolica fuga di Velletri, e l’esercito
suo, alle sconfitte di Sicilia, non dei Siciliani, e alla dissoluzione dei
corpi in Calabria. Ordinatore di religione, Ferdinando inventò una specie di
concordato di polizia, e ridusse il clero tutto a prendere le armi, questi per
rovesciare il trono, quelli per consumare vespri traditori contro la nazione.
Cristo, in niun luogo: Antonelli in qualche parte: e più generalmente, odio a
Vittorio Emanuele. Per regnare – e non un giorno solo tranquillo, anzi chiuso
nel suo Escuriale di Gaeta, odiato, odiando – Ferdinando ebbe a commettere 897
assassinii politici, chiuse negli ergastoli 15.621 cittadini,
[265]
condannò alle prigioni 73.000, e tenne sotto sorveglianza meglio di 200.000 tra
Napoli e Sicilia. In paragone di lui, il duca di Alba fu un angelo di pace!
«Ferdinando non ebbe delle bombe che per isterminare i
suoi sudditi, non parole cortesi, che per i nemici d’Italia. Insolente nella
prosperità, e quando, e con chi poté esserlo impunemente; precipitò nella
pusillanimità, quando lo prese il pericolo alla gola. Gli Stati Uniti
dimandarono indebite indennità, ed ei pagò; l’Inghilterra gl’impose leonine
condizioni per gli zolfi, ed ei le segnò; il Piemonte volle la restituzione del
«Cagliari» ed ei la fece; Talarico (perfino Talarico!) volle venire a patti per
rendersi, ed ei mandò il suo ministro onde capitolare col brigante. Nessuno al
mondo più di lui baciò immonde mani di preti e di frati. Re, autorizzò i suoi
funzionari a rubare, e divise in comune il prodotto delle rapine, poi fece
l’usura come il duca di Modena, ed associossi agli accaparratori per affamare
il reame. Non vi è insomma nella vita del padre vostro atto alcuno che non sia
vituperio o delitto... Egli è il re della negazione di Dio!
«E dopo ventinove anni di regno che cosa resta di lui? Un
soprannome: Bomba; e per giunta, la vostra espulsione, Sire, la fine della
dinastia borbonica. Di questa terra, bacio di Dio, fece un Golgota dei popoli.
Or questo popolo si raddrizza, e come l’Angelo di Milton grida: Fuori razza di
Caini! siate maledetti, maledetti, maledetti!
«Voi frattanto vi proclamate innocente: voi, partendo,
implorate pietà per i vostri giovani anni, per la vostra intelligenza.
Scusateci: se Dio vi tagliò per essere uno zoccolante, perché vi ostinate a
voler restare re? Eppure, siete colpevole anche voi, come tutti i vostri
maggiori; più d’essi tutti, anzi. Essi peccarono principalmente contro il loro
popolo; voi peccaste contro l’Italia. Se l’Austria rimane ancora a Venezia, è
colpa vostra. Se il papa tiensi ancora a Roma, è colpa vostra [...]. Sì, voi
commetteste la massima delle fellonie contro l’Italia e gli Italiani, allorché
sui campi lombardi soldati francesi e soldati italiani lottavano contro
l’eterno nemico d’Italia, e i soldati vostri non vi erano. Se l’Italia avesse
ancora avuti i centomila suoi figli, che comandavate, Napoleone III non avrebbe
osato la grande disfatta di Villafranca. Vi proclamate innocente? Scusateci:
voi potete essere inetto; innocente no. Voi siete il Giuda
d’Italia, e per voi non v’ha pietà.
«Ed ora, quale è ora la vostra condotta?
«Non voglio funestare la vostra agonia; tanto più che
l’ultimo
[266]
attentato vostro contro il popolo napoletano e contro Italia vi verrà meno.
Voleste difendervi in Sicilia, nelle Calabrie, nei Principati, nella capitale
stessa: vi si spezzò la spada nella mano. Ora volete imitare il duca di Modena
menando via tesori, suppellettili, gioie, quadri, e volendo pur menare
reggimenti e navile. Ora volete tentar le sorti d’un’estrema resistenza fra il
Volturno ed il Garigliano... Ciò che rubaste, come re Ferdinando I, ciò che
cumulaste di goccie del nostro sangue e ne faceste oro, abbiatevelo pure, e che
Dio non vi chieda conto del boccone di pane del povero... Ma consegnare le
nostre vite e le nostre navi all’Austria, ma provocare novelle lotte fratricide
dietro le piazze forti di Capua e di Gaeta, questo è troppo. Però, badateci! La
sorte fa dei tristi giochi, e si esaurisce la pazienza dei popoli. Luigi XVI si
sarebbe mai creduto dover essere arrestato a mezza strada, e ripartirsene per
la via della ghigliottina? Giacomo Il, Carlo X, Luigi Filippo si sarebbero mai
aspettati doversi lentamente consumare nell’esilio? Gaeta non è imprendibile. E
se vi prenderemo?...
«Sire, saper cadere è la più malagevole di tutte le
grandezze. Voi non potrete finire come Giuliano, come Manfredi, come
Kosciuszko; sarebbe ingenuità pretendere da voi la fine di Silla, quella di
Carlo V, quella di Cristina di Svezia, o l’atto di Fontainebleau; educato da
cappuccino, non potete congedarvi da uomo. Fate adunque come Cesare moribondo:
copritevi il capo... ed uscite d’Italia. Siete giovane ancora. Riabilitarvi
alla dignità reale, è impossibile. Potrete però farvi stimare come uomo ed
italiano, se, quando saremo per combattere sotto Verona la suprema battaglia,
imiterete il vostro giovane parente, il duca di Chartres, prendendo il fucile
di volontario, e mischiandovi nelle file degl’Italiani. Un simile atto di
abnegazione farebbe di voi il più grande della vostra stirpe, dal re del
pollo in pentola fino a vostro padre d’infausta memoria. Attorniato da vili
cortigiani, che mendicano ancora il vostro sorriso e l’ultimo vostro favore,
oggi non potrete valutare questo consiglio d’un nemico; quando avrete dormiti
gl’insereni sogni dell’esilio, e vi sarete sul libero suolo dell’Inghilterra
purificato dai miasmi della reggia, allora forse lo giudicherete meno strano, e
ve ne sovverrete.
«Sire, partite senza collera e senza rancori, perché né
rancori né collera lasciate in noi. Vi perdoniamo! I popoli non hanno memoria,
che raramente, e per ciò sanno mostrarsi magnanimi. La vostra giovinezza,
quantunque da atti truci offuscata, ci commuove ancora, come l’aurora dei mari
del sud, che un subito nugolio vela e
[267]
nasconde. Questo popolo ha cuor di poeta, e non ancora mente politica. Bravare
le maledizioni e le rappresaglie per ottenere un successo, come il padre vostro
operò, può ancora giustificarsì: lasciarsi andare, come voi fate, a manovre
spettacolose da opera comica, non è né dignità dì principe, né azione di cristiano,
né impresa di cittadino. Non avrete dovunque battaglioni, che muoiano per voi
alla vostra porta!
«Addio, Sire; rassegnatevi alla giustizia degli uomini, se
volete che Dio vi sia giusto; portate con grandezza d’animo la pena dei delitti
dei vostri maggiori; procurate di potervi dire a tutta ora di vostra vita:
«Feci spargere tanto sangue, e non più ch’era mestieri, onde salvar l’onore»;
fate in modo di restar cavaliere, cessando di essere re; siate dei nostri
tempi, all’altezza del secolo, al livello della civiltà e della scienza;
chinate riverente il capo davanti al diritto nuovo, che fu sempre il diritto
eterno, quello del popolo e della nazione; rinunziate ad infruttuose e
criminose riscosse; circondatevi di uomini di voi migliori, non di lacché, che
nell’animo vi stillino il fiele dell’odio, e il fumo delle stolte ambizioni!
«Addio, Sire: voglia il Cielo che questo commiato senza
amarezza, che a nome di tutto il regno prendiamo da voi, non ci sia ricambiato
con l’addio di Medea! ».
Festevole e sfavillante, quanto sulla cima del Thaboi
ritornò al cielo di Napoli quel sole medesimo che tramontando aveva ritratto i
suoi raggi dai funerali della monarchia borbonica. Il 7 settembre è una di
quelle date memorande, citando le quali non sarà necessario aggiungere il
millesimo. Dormì pochissima gente quella notte. Spontanei e popolari gli
apparecchi pel solenne ingresso del liberatore. Già i primi albori avevano
trovato in piedi tutta Napoli. Le principali vie della città stipate da più
centinaia di mila persone, armate la maggior parte per apprensione di qualche
movimento reazionario; le finestre, i terrazzi, perfino i tetti, gremiti di
spettatori. In Toledo, non si passava; non pur una casa che non fosse
prodigamente imbandierata, o fregiata d’emblemi nazionali, o parata d’arazzi. E
da quella frenetica agitazione, da quel delirio, un continuo risuonare di canti
marziali e patriottici, un concerto di voci, diventate rauche pel soverchio
acclamare Italia, Napoli e Garibaldi.
Mi sedusse l’ambizioncella d’essere la prima fra le mie
concittadine a stringere la destra al Generale. Questa vaghezza pose in
pericolo la mia vita.
[268]
Saputo l’itinerario, volli appostarmi al portone della
Foresteria, dove l’Eroe doveva scendere; grazie ad alcuni miei conoscenti riuscii
per un momento a collocarmici. Ma poi la calca, cresciuta a dismisura, mi serrò
sì forte, che per poco non morii d’asfissìa.
La mia vanità fu soddisfatta più tardi nella piazza della
cattedrale, in mezzo alle assordanti acclamazioni del popolo, all’ombra di
cento bandiere tricolori che sul capo mi ventilavano, e sotto i nembi di fiori
che diluviavano da tutte le finestre. La foga delle commozioni aveva scolorito
il naturale incarnato, e scomposte le fattezze del trionfatore. Il pallore
della sua fronte spirava non so quale mestizia, che faceva contrasto alle
deliranti ebbrezze degli ammiratori. Solo il suo sguardo dominatore conservava
l’ingenito lampo in tutta la sua forza: quell’occhio, superiore a’ turbamenti
de’ sensi, sembrava fiso in quel momento sui bastioni di Mantova.
I prodi della Grecia eroica salivano semidei nel cielo:
quei de’ tempi moderni ebbero statue; ma nessun eroe antico o moderno ebbe in
vita tanti baci cordiali dal popolo, quanti Garibaldi n’ebbe in un solo giorno.
E delle mie proprie sensazioni che dirò io?
Dirò che con occhi molli per lagrime di gioia sollevai lo
sguardo e il pensiero a Dio, e dal fondo del cuore lo ringraziai di tre cose:
d’avermi salvata due volte dalla mia propria disperazione;
d’avermi sottratta dal despotismo de’ preti e dalla persecuzione delle spie;
d’avermi fatta spettatrice d’una fra le più grandi e commoventi scene della
palingenesia cristiana.
Ma che importano d’ora innanzi le mie sensazioni?
Stucchevole superfluità. Il dramma è giunto al termine: la mia storia finisce
in questo giorno, che per l’Italia è giorno di nuova creazione. Quell’io che
vestito di gramaglia si cattivò, o lettore, la tua pietà, solo perché
all’intorno di lui tutto era lutto e silenzio, ora sparisce, siccome stella
sopraffatta dal fulgore del sole nascente.
E il mio velo?
Mentre per evitare la solennità di un Te Deum, e per
isfuggire la prece d’uso: «Signore fa’ salvo il tuo popolo, e la tua eredità!»
i preti di San Gennaro tenevano occupato Garibaldi nella visita oziosa de’ loro
tesori; io, toltomi il velo nero dal capo, e ripostolo sur un altare, ne feci
atto di restituzione alla Chiesa, che me l’aveva dato venti anni fa. Votum feci, gratiam accepi.
Da quell’istante considerai strappato pur l’ultimo filo
che mi vincolava allo stato monastico; e il nome di cittadina, che dato
a tutti
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non contiene comunemente alcuna distinzione, divenne per me il titolo più
proprio, più bello ancora dell’antico civis romanus, come quello che per
noi risale all’unità di Dio, santificata nel sangue di Cristo, e rivela,
sostituita alla città di Roma, una città Italia. Perciò se qualcuno da allora
in poi mi ha chiamato per abitudine Suora o Canonichessa, io l’ho interrotto
dicendo: chiamatemi Cittadina, e se volete aggiungere una distinzione dite:
quella cittadina che provocò e promosse il Plebiscito delle donne in Napoli.
Se però non sono amica della sottana nera, non conservo
per essa risentimento. Ho deposto i miei rancori col velo nero che lasciai
sull’altare.
E di molti insegnamenti pratici mi riconosco debitrice
alla lunga reclusione. Se pel tratto di vent’anni non mi avesse il destino
ribadita al piede la catena del galeotto, se fossi passata a marito giovinetta,
avrei forse nella scuola del mondo imparato altrettanto a scemere le malvagie passioni
sul loro nascere, le passioni che sbocciano nell’aria chiusa e si nutrono di
ire, di rancori, di gelosie, di sospetti?
In questo tempo mi avvenne di far conoscenza con un uomo
di mezza età, i cui sentimenti elevati, in armonia colla fermezza del carattere,
si cattivarono il mio rispetto, e me lo fecero fin dal primo istante reputare
di gran lunga superiore a quel che generalmente sono gli individui di lignaggio
principesco.
Egli portava scolpita nel cuore la santa immagine
dell’Italia redenta, e al capo una larga cicatrice, ricordo di ferita riportata
il 15 maggio dalla sciabola di uno svizzero.
Egli m’amò per le sventure mie,
Ed io l’amai per la pietà che n’ebbe.
Shakespeare, Otello
La conformità delle opinioni e delle vicende fortificò la
nostra amicizia. Si trattò poco appresso di consacrare questa scambievole
simpatia coll’impronta della religione, e ricorremmo alla Chiesa per la
benedizione del matrimonio.
La Chiesa
formalmente ricusò il suo consenso.
Pratiche, suppliche, tutto fu vano innanzi a quel
piramidale ed inesorabile Non possumus; dovemmo far benedire il nostro
matrimonio da un sacerdote di rito diverso.
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Ed eccomi finalmente felice.
Accanto ad un marito che mi adora, a cui rispondo con
uguale amore, mi trovo nello stato in che Iddio pose la donna fin dalla
settimana della Genesi.
Perché, compiendo gli offici di buona moglie, di buona
madre, di buona cittadina, perché pur io non potrò aspirare a’ tesori della
Divina misericordia?
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