V
Il chiostro
Maria Teresa d’Austria, seconda moglie del re, aveva in
quel mentre dato alla luce il principe Luigi conte di Trani. Erasi perciò
ordinato di solennizzare quel fausto avvenimento con tre giorni di gala.
L’esequie di mio padre, che dovevano eseguirsi cogli onori
del grado e della carica, non potevano dunque aver luogo nei detti giorni. Fu
per tanto imbalsamato il suo cadavere, e si attese che trascorso fosse il
periodo di gala.
Intanto col padre noi avevamo veduto venir meno ogni
mezzo. Faceva mestieri ricorrere al re, affine di rammentargli i paterni
servigi, e per tal modo ottenere una pensione di grazia per nostra madre.
A quest’uopo lasciammo la spoglia mortale, ancora
insepolta, in consegna dei miei cognati, abbracciammo piangendo le sorelle
maggiori colà maritate, femmo lo stesso colle bambine che nella loro iscienza
placidamente dormivano, ed io, Giuseppina e nostra madre, amare lacrime
versando, partimmo allo spuntar dell’alba, a dì 29 dello stesso settembre.
Prospero fu il viaggio. Ventisette ore dopo ci trovavamo
installate in un appartamento ammobigliato di via Toledo.
Ritorno a Domenico.
Questa domestica catastrofe mi riuniva inaspettatamente a
lui. Però mancava il tempo che, col mezzo della posta, Paolo avesse potuto
farlo consapevole della sventura che mi avea colpita.
Il giorno appresso, io e Giuseppina eravamo sedute al
balcone. Essa fu la prima a discernere Domenico tra la folla. Aprimmo il
balcone, ed uscimmo fuori per attirarci i suoi sguardi. Dopo la morte del padre
il pensiero mio ricorreva a Domenico, siccome ad un’àncora di speranza. Egli ci
vide, e credette di sognare.
[47]
Si fermò sbalordito mirandoci, esaminandoci; la gramaglia
onde eravamo avvolte lo gettava nello stupore. In questo mentre, affacciatasi
pur la madre, comprese egli dalla presenza di lei che nel padre mi aveva
colpito il destino.
Entrare nell’istante in un caffè, strappare una carta dal
portafoglio, e mandar a mia madre un biglietto, chiedendo il permesso
d’informarsi personalmente delle nostre vicende: fu l’affare di un attimo.
Nel rivederlo, non potei frenare il pianto; egli unì la
sua alla nostra commozione. Si trattenne lungamente con noi, e nel lasciarci
disse, come la nostra disgrazia non poteva alterare i suoi sentimenti per me,
anzi reputava propizia quell’occasione per sollecitare l’imeneo: che non appena
avessimo sbrigati i nostri affari, e fossimo restituite in Reggio, ci avrebbe
seguitate, per fare a suo padre solamente atto rispettoso richiesto dalla
legge, in caso che questi insistesse nel suo proponimento di non acconsentire
alla nostra unione.
Dopo tali assicurazioni, mia madre gli permise di venire a
trovarci tutte le sere.
Molti giorni scorsero intanto prima che avessimo potuto
avere udienza dal re: ottenutala, Ferdinando accordò a mia madre una pensione
di grazia. Dall’altra parte una domanda di matrimonio veniva avanzata per
Giuseppina.
Questo secondo incidente pose ritardo al nostro ritorno a
Reggio, dappoiché gli apparecchi del maritaggio richiedevano la presenza di mia
madre in Napoli. Eravamo già alla metà di novembre, e gli sponsali non potevano
aver luogo prima del seguente gennaio.
Una sera vidi entrare Domenico pallido e sgomentato.
Chiestogli il motivo del suo turbamento, mi fece vedere una lettera di suo
padre poco prima pervenutagli, la quale gli intimava di subito ritornare in
famiglia. Per costringerlo all’ubbidienza, il padre rifiutavasi di soccorrerlo
pecuniarmente, ragion per cui, trovatosi il giovine destituito d’ogni sussidio,
era fatalmente costretto a ripatriare.
E così fu. Due giorni dopo, fattimi i più fervidi
giuramenti di costanza ed ottenuti i miei, se ne partì, promettendo di scrivere
a mia madre ogni settimana.
Ahimè! ci disgiungeva il destino per la seconda volta!
Quando l’avrei riveduto?
Furono spesi molti giorni in ricevere e render visite ai
parenti, che subito non avevano saputo il nostro arrivo. Il più assiduo in
visitarci era il generale Salluzzi, la cui sorella trovavasi vedova del
principe [48]di Forino, fratello di mio padre. Egli prendevasi vivo interesse
di noi e dei nostri affari. Tre zie, monache benedettine, una nel monastero di
Santa Patrizia, e due in quello di San Gregorio Armeno, ci si mostravano pur
affezionate. Erano desse somigliantissime in volto al deplorato nostro padre
loro fratello, senonché maggiori di lui per età, poiché tutte tre ottuagenarie.
Lasciata avendo la capitale in età di sei anni, ed essendo
rimasta lino allora assente nelle Calabrie, io non conosceva di persona nessun
parente; tutto m’era nuovo in Napoli. Una di queste zie, quella appunto della
quale io portava il nome, era badessa in San Gregorio Armeno.
Più volte intanto scrisse Domenico a mia madre,
assicurandola in ogni lettera d’aver dato qualche nuovo passo innanzi al tanto
sospirato matrimonio; suo padre mostrarsi tuttavia avverso, ma non potere
finalmente, che cedere alle preghiere del figlio, e all’intercessione
autorevole dell’avo. Dal suo stile però traspariva, che, per la mia prolungata
assenza, agitato era di nuovo il suo spirito dal demone della gelosia. Pochi
giorni dopo ci perveniva un’altra lettera, seguita da un poscritto a me
diretto, nei seguenti termini:
«Cara Enrichetta, nociva è all’amore l’aria di Napoli. Il
fascino di quella città non mi lascia pace sul conto tuo. Ritorna presto, se mi
ami di verace amore... Ma se nel ricevere la presente non t’affretti a
raggiungermi qua, io mi crederò sciolto dai giuramenti a te fatti».
Nel leggere queste parole, mia madre montò sulle furie, e
senza permettere a me di dare risposta alcuna, senza prendere in considerazione
l’indole sospettosa di Domenico, pigliò la penna e scrisse:
«Signore, voi pretendete d’imporre leggi a mia figlia
prima di averne il diritto; essa non è vostra, né sarà vostra giammai. Sia da
questo punto troncata ogni trattativa di matrimonio fra voi due».
Le mie suppliche, le mie lagrime non giunsero a tempo. La
lettera era già partita; Domenico non iscrisse più. Però nel fondo viveva
tuttora la speranza, che quando sarei ritornata in Reggio l’affetto dell’amante
si sarebbe rinfocolato, seppure il freddo soffio della gelosia non avesse avuta
la forza di spegnerlo.
Ma la mia avversa stella aveva altrimenti disposto! Io mi
pasceva di splendide speranze, mentre spalancata stavami a’ piedi la voragine.
Era prossimo il Natale; le nozze di Giuseppina dovevano
celebrarsi privatamente il secondo giorno di gennaio.
[49]
Disse un mattino mia madre, che urgenti faccende
l’obbligavano ad uscir sola, ma che sperava di non trattenersi lungamente fuori
di casa.
Ritornò infatti dopo un’ora di assenza: la contemplai, mi
parve giuliva anzi che no; donde dedussi e congetturai, che l’affar suo di
premura avesse avuto un esito prospero. Né devo nascondere il fatto, che
palpitai per inquietudine, supponendo non si tramasse a mia insaputa qualche progetto
di matrimonio, il quale stesse per definitivamente separarmi dall’oggetto dei
miei pensieri.
Erano appena scorsi pochi giorni da questa gita
misteriosa, quando una mattina, alle Otto, fu suonato alla porta. Il domestico
non era in casa: l’uscio fu aperto da me.
Una fantesca, che conobbi per quella della mia zia
badessa, recava sulla guantiera un dono di dolci.
Alla prima vista del dono rimasi conturbata, avendo
supposto che quello esser potesse l’esordio d’una qualche trattativa di
matrimonio per me: tale presso alcuni è l’usanza. Le sembianze della fantesca
mi rinfrancarono: io respirai.
«Siete voi la signorina Enrichetta?» domandò questa.
«Sì» risposi.
«La signora badessa vostra zia vi saluta...»
«Grazie, grazie: altrettanto da parte mia!»
«E vi fa conoscere che il Capitolo è riuscito
all’unanimità per l’ammissione vostra al monastero...»
«Per l’ammissione mia...! Per me! Buona figliuola,
v’ingannate» risposi ridendo di buon cuore.
«Sì, signora, per voi stessa; non m’inganno, no. Venite
dunque subito a ringraziare le monache, e fissare il giorno dell’entratura».
Mia madre, non vedendomi ritornare sull’istante, veniva a
vedere con chi m’intrattenessi all’uscio, e giungeva a tempo per udire le
ultime parole della cameriera. Comprendendo che quel discorso, quanto
inaspettato, altrettanto spaventevole, doveva stordirmi per modo da togliermi
l’uso della favella:
«Va bene, va bene» disse, sospingendomi e facendosi
avanti. «Ringrazia cordialmente mia cognata, e dille che la monachella le sarà
condotta oggi stesso».
Ciò detto, chiuse l’uscio, e presami per la mano, divenuta
più fredda del ghiaccio, mi menò nella camera da letto.
Se un fulmine mi avesse atterrata, non avrei ricevuto una
scossa più formidabile.
[50]
Proruppi in singulti disperati, mi rovesciai bocconi
sull’origliera del canapè, che innaffiai con molte lagrime, indi mi slanciai in
grembo alla madre, implorando misericordia alle sue viscere.
Ella, imperturbabile di contegno, sebbene non priva di
commozione, stese la mano sulle mie palpebre per asciugarmi col fazzoletto le
lagrime. Poi, in tuono grave, e con parole misurate, che mi risuonano tuttora
all’udito come sentenza di pena capitale, disse essere stata costretta a
fissare il mio ingresso nel monastero sì dalle ristrette sue finanze, sì dal mio
capriccio per Domenico.
«Le tue zie» soggiunse, «sono ricche; consegnandoti a loro
infino a tanto ch’io cominci a percepire le mie pensioni, sarò sgravata di un
peso. Sono sicura d’altronde che la pace del Convento servirà di molto a
calmare il tuo cuore, turbato da una folle passione... Ma, dopo due mesi, le
amorevolezze delle monache non avranno espulso dal cuore tuo l’aborrimento pel
chiostro, prometto di riprenderti meco. Per ora ritrattarmi non posso, fatto
già essendo a tuo favore il Capitolo per l’ammissione».
«Mamma!» esclamai, gettandomi ai suoi piedi, e serrandole
convulsivamente le ginocchia: «Mamma, non mi rinchiudere, per pietà! Al solo
nome del monastero mi sento presa dalla disperazione!».
Ella si alzò bruscamente, svincolandosi dalle mie braccia,
ed in tuono severo mi disse:
«Tuo padre non ha lasciato per te né dote né tutore:
l’arbitra della tua sorte sono io sola... le leggi divine ed umane t’impongono
l’ubbidienza, e, affé di Dio, tu ubbidirai!».
Contenni, per ultimo segno di protesta, i singhiozzi, e
non aggiunsi parola. Del resto, ogni osservazione ulteriore sarebbe tornata
ugualmente vuota di effetto. Se, per oratori e per filosofi, nume tutelare era
sotto il regime borbonico il Dio Silenzio, quanto più lo doveva essere per una
giovane orfana, derelitta, e ancor minore?
Vedutami ammutolita, impietrita, colle mani giunte, cogli
occhi volti al cielo, colla più profonda costernazione impressa nel mio
atteggiamento, parve la madre mossa a pietà della figliuola; per lo che,
raddolcendo la voce, e venuta a carezzarmi colla destra le inanellate trecce,
prese ad esortarmi in accenti meno duri, in sensi più conformi alla materna
carità. Disse: il convento non essere carcere, come il mondo generalmente
suppone, ma sì orto di salute, intemerato asilo, ove le anime, superiori alle
sociali vanità, od abbeverate da disinganni, rinvengono respiro non mai
contaminato dall’alito funesto delle passioni né soggetto alle procelle del
secolo. Trovarsi
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d’altronde profusi in que’ ritiri, non soltanto gli spirituali conforti, ma
inoltre tutti gli agi della vita nobile, e perfino le raffinatezze e le oneste
ricreazioni del mondo elegante. Se così non fosse, come vi si sarebbero
albergate tante e tante centinaia di giovanette, discese dalle più illustri prosapie
di Napoli, munite di vistose dotazioni? Alla fin fine, l’ingresso mio nel
chiostro non sarebbe stato che un breve saggio di due mesi, allo spirar de’
quali avrei, volendolo, ricuperata senza fallo la mia libertà, per farne l’uso
che meglio mi converrebbe. Mi disse queste, ed altre cose ancora.
Erasi frattanto proposta di condurmi al monastero nella
giornata, ma l’enfiagione dei miei occhi essendo tale da metter paura, dovette
suo malgrado astenersene.
Il giorno appresso, veggendo che invano si sarebbe attesa
la fine del pianto, mi ordinò di apparecchiarmi... Povera Giuseppina! Io non
aveva né la mente né il cuore a segno... Fu dessa che mi allestì. La madre, ora
rimproverava le mie esitazioni, ora m’incoraggiava dicendomi:
«Sta’ pure certa che fra due mesi verrò a riprenderti!».
Dalla carrozza scesi alla porta del monastero contristata,
e montai piangendo la prima scala che mena alla seconda, detta della clausura.
Nell’aprire la porta suddetta, la portinaia suonò un
campanello onde avvertire la
Comunità che la vittima stava per entrare.
Mia zia, l’abbadessa, trovavasi nella porterìa, e fu la
prima a venirmi incontro. Tutta contenta mi strinse al seno, e susurrommi
all’orecchio in tuono affabilmente imperioso di ringraziare le monache del
favore che mi avevano usato, accettandomi per loro compagna. Le venerande
sembianze e la voce di mio padre, ripetute nel volto e nella pronunzia della
badessa, mi scossero per modo che credetti di cader tramortita.
Frattanto le monache accorrevano in folla per vedermi, cacciando
la testa le une sulle altre, e salendo per fino sulle seggiole. Né facevano a
bassa voce i loro commenti intorno alla mia persona. Chi mi trovava bella, chi
brutta, chi simpatica, chi antipatica, chi di contegno docile, chi d’aspetto
recalcitrante. Io mi sentiva oppressa, soffocata: avrei preferito di morire
piuttosto che entrare per ispontanea volontà in un luogo, dove il libro della
civiltà prometteva fin dalla prefazione guarentigie sì scarse.
I ringraziamenti, raccomandati dalla badessa, furono proferiti
non da me stessa, ma sibbene dalla madre, la quale fra le altre cose
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disse come la mestizia del mio volto non dovevasi attribuire ad altra cagione,
se non alla morte recente di mio padre, e alla separazione dalla famiglia. Il
discorso, non lungo, ma condito di complimenti copiosissimi a nome mio
recitati, venne interrotto dall’arrivo dell’altra mia zia paterna, chiamata
Lucrezia, la quale, perché accidentata sì alle membra che nel senno, entrò
sostenuta da due converse.
Gli sponsali di Giuseppina erano stati fissati al 2
gennaio 1840. Si fermò adunque col consenso della madre e della zia badessa,
che sarei entrata nel convento due giorni dopo le nozze.
Ritornata in casa, ricusai di prendere alimento alcuno; e
fino al giorno fatale, i miei occhi non cessarono di versare gran copia di
lagrime.
Quanti sforzi magnanimi non usarono i parenti paterni,
onde indurre mia madre a non sacrificarmi! Rispondeva costei, che farmi
dimorare due mesi in un convento di nobili donzelle, non era al certo volermi
immolare. Tale infatti, com’ebbi più tardi l’occasione di verificare, era
allora la sua intenzione.
La principessa di Forino si offrì di tenermi in casa sua
per quei due mesi, ed i suoi figli, miei cugini, s’impegnarono a farmi sposare
il duca di * nostro lontano parente, e allora vedovo. Mia madre rese grazie
dell’offerta gentile, e disse che del matrimonio se ne sarebbe riparlato al suo
ritorno di Calabria.
Né soltanto gli stretti parenti, ma pure agnati ed amici
gareggiarono in quella circostanza di compassione e di benevolenza in mio
soccorso. Il generale Salluzzi, uomo dotato di non comune filantropia, e
commilitone di mio padre, mi assicurò che qualunque fosse per essere
nell’avvenire lo stato mio, egli mi avrebbe fatto un dono di mille ducati.
La sera de’ 2 gennaio avvenne, com’era stato prestabilito,
lo sposalizio di Giuseppina: l’accompagnai piangendo (inseparabili sono le
lagrime dal mio dramma!). Essa andava nelle braccia d’un uomo che amava: io,
misera, mi allontanava per sempre e da lei e da ogni altro essere diletto.
Il mio pianto, estremo sospiro d’un agonizzante, contristò
la funzione... Funesto presagio in una sera di nozze.
Al fine sorse l’alba del sabato 4 gennaio.
Io portava allora i capelli in lunghi ricci. Nell’atto
d’acconciarmeli in quella foggia consueta, la voce della madre mi fermò.
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«Che vai facendo?» mi diss’ella: «Ti pare sia quella
un’acconciatura che si addica a convento? Sciogliti presto i ricci! Stamane
devi solamente lisciare i capelli».
«Ma, Dio buono, io non entro nel convento per farmi
monaca!» risposi indispettita al sommo. «Se non devo abitarci che per due soli
mesi, perché disadornare la mia pettinatura, perché smettere le mie abitudini?»
«Ch’io non ti voglia far monaca, tu ben lo sai; ma la
badessa mi ha raccomandato di non menarti stamani colla chioma preparata così,
affinché le monache non ti chiamino vanarella».
E in così dire, prese il pettine, e di propria mano mi
lisciò i capelli.
Di là a poco venne il generale Salluzzi e la nuora della
principessa di Forino, che dovevano accompagnarmi al chiostro.
Lungo il tratto di strada che dalla Madonna delle Grazie a
Toledo mena a San Gregorio Armeno, mi sentii immersa in uno stato morale, che
partecipava dello stupore e dell’estasi. Parevami d’essere nelle angustie d’un
sogno funesto. Fu assalita la mia memoria dalle più care e patetiche
rimembranze d’un passato, ch’era in procinto di separarsi da me per un tempo
non determinato con sicurezza: mi tornarono in mente gl’innocenti trastulli
dell’infanzia, divisi con amiche più fortunate di me: le tenere carezze di mio
padre, e gli ultimi fatali suoi compianti: i gaudi dei primi amori, e
l’immagine di Domenico... Ahi! specialmente a questa reminiscenza ricorse più
spesso la mia memoria, straniera perfettamente a tutto ciò che avveniva o
dicevasi a me d’intorno.
Mia madre aveva avuto cura di coprirmi il volto d’un fitto
velo, acciocché il mio pianto non divenisse lungo la via argomento di pubblico
spettacolo: nondimeno il fazzoletto, che spesso mi portava agli occhi, facea volgere
la gente verso di me, siccome conobbi, ad intervalli, dalle osservazioni delle
persone che m’accompagnavano.
Giunsi intanto al luogo prefisso.
Le porte si spalancarono: orride fauci di mostro. Mi
sentii di repente aggraffata per le mani, spinta, urtata alle spalle,
trascinata non so dove: udii stridere con sinistro cigolìo i catenacci, che
risbarravano l’orribile porta; mi fu strappato il nastro che fermava il
cappello, tolto lo scialle... ed allorquando cominciai a discernere
partitamente gli oggetti, mi trovai inginocchiata innanzi ad un grande cancello
di legno dorato.
Era il coro!
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Una monaca mi disse:
«Ringrazia Iddio del benefizio di averti condotta in luogo
di salute!».
Non risposi, né ringraziai. Essendo in me ritornata la
ragione, per poco smarrita, un’idea trista mi balenò al pensiero.
Il presagio, ahi! troppo presto avverato, del moribondo
mio genitore.
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[bianca]
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