XIV
Le ladre
Supponi una banda di trenta malfattori i quali, dopo
averti fermato e picchiato e dispogliato del tuo avere, stanno fra loro
consigliandosi se debbono pur toglierti la vita! Tra quella gente inferocita
nel misfatto non si troverà per avventura taluno meno degli altri sanguinano,
che interceda per la tua salvezza? E se invece di trenta malandrini fossero
queglino cinquanta o sessanta, non cresce in tuo favore la probabilità? Or
supponi quella banda, composta di cento, trecento, cinquecento persone! In tale
caso scommetterei dieci contr’uno che la tua vita sarebbe salva: impossibile
che in tanto numero non si trovi quell’uno, che sappia come strapparti
all’iniqua fine.
Non potrei cercare un esempio più chiaro di questo per
mostrare che il vizio e la malvagità più di leggieri trovano rifugio nelle
piccole, che nelle grandi riunioni di gente. Guai a chi è solo! dice la Scrittura. L’egoismo
alberga nella parte, non già nel tutto dell’umanità; e Adamo creato
all’immagine di Dio, simboleggia più il genere intero che l’individuo.
Il monastero contiene in sé tutti i vizi della città,
senza averne le virtù e i vantaggi. Quanto più nella via dell’associazione
libera progredisce la civiltà moderna, tanto la congregazione monastica assume
le forme d’una tollerata camorra.
Confesserà in onor del vero che trovansi tuttavia delle
monache esemplari, degne di riverenza; ma il loro numero è così scarso, che si
perde di vista nell’immensa maggioranza delle perverse.
Ai monasteri di donne potrebbesi giustamente applicare
quel detto del Profeta: «Fra mille uomini ne troverai qualcuno, ma fra
altrettante donne non ne troverai pur una».
Neppur del furto vanno esenti i chiostri. Non lo avrei mai
creduto se non me l’avesse insegnato la propria esperienza. Perloché
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cosa stranissima sembrommi il primo giorno ch’entrai nel monastero
l’avvertimento fra i denti sussurratomi da una conversa, di non lasciare sul
poggiolo una scatola di dolci, che m’era stata donata, poiché se l’avessi
rinvenuta sarebbe stato un miracolo. Nell’aggirarmi pel vasto monastero, vidi
parecchi fabbricatori, falegnami e facchini occupati a lavori della comunità, e
supposi che la conversa avesse fatto allusione alla rapacità di quella gente.
Dopo pochi giorni di dimora mi avvidi con sdegno inesprimibile che i ladri
erano esse loro, e che faceva d’uopo tener tutto chiuso a chiave, dal pane fino
all’ago; ragione per cui, se l’abbadessa vegliava alla solidità della serratura
claustrale, doveva separatamente ciascuna monaca vegliare a quella delle proprie
serrature.
Vi fu un tempo in cui quest’ignominia aveva preso sì
profonda radice, che non correva settimana in cui non si commettesse un furto.
Un’educanda dimenticò di levare la chiave dal comò; le
involarono il suo peculio di cinque piastre napoletane. Nel servizio da caffè
non si trovò un cucchiarino d’argento. Nel coro stesso fu rubata una corona con
medaglia.
Una conversa si misurò una tonaca nuova, e se ne andò a
pigliare il denaro per pagare il sarto: al ritorno non trovò più la tonaca
sulla sedia ove l’avea posta. A me fu involata una piletta d’argento per
l’acqua santa, attaccata presso all’origliere del letto. Dovetti perdere quel
ricordo di famiglia a me prezioso, e non far cenno di nulla per non crearmi di
soprassello delle nemiche. Altra volta mi rubarono una tovaglia di Fiandra a
largo pizzo; ma, come io era già sulle tracce della ladra, me la fecero
ritrovare nell’angolo d’un corridoio: aveva le iniziali scucite per metà. Ed è
a notare, che questi furti succedevano in luoghi per dove gli artigiani non mai
passavano, e per lo più di domenica, quand’essi non vi potevano entrare,
esclusi dalla clausura.
La sera d’un giorno festivo, essendo indisposta, mi era
ritirata prestissimo. Intorno all’ora in cui suona il silenzio, udii nel piano
inferiore delle grida, uno schiamazzo, un andare e venire di monache, un urto
di battitoi e d’imposte. Siccome frequenti nel monastero avvenivano le morti
repentine, immaginai che fosse successa qualche disgrazia di questa natura; e
siccome dal dì che m’era decisa (o piuttosto che credettero avessi deliberato)
di morir monaca, avevanmi assegnato una stanza separata al secondo piano; mi
alzai in fretta, onde verificare se la vecchia mia zia stesse bene. Il lettore
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non avrà dimenticata la monaca cieca e piegata in arco dagli anni, di cui
altrove ho parlato. L’incontrai per la via, appoggiata al braccio della sua
conversa e sommamente conturbata.
«Che orrore! che orrore!» andava dicendo con cenni di
ribrezzo.
«Zia Costanza» diss’io, «che mai significa questo tumulto?»
«Come, figlia mia, non sai nulla del sacrilegio commesso?
Che orrore!»
«Commesso dove?»
«Uh, mamma mia!» soggiunse, tirandosi colla mano la
guancia grinzosa. «Hanno spogliato la Vergine del Buon Consiglio!»
«Possibile!» fec’io.
«Vero, com’è sicuro che la saetta ci coglierà».
Entrata in coro, trovai di fatto spogliato l’altarino
della surriferita Vergine. L’immagine, dipinta da mano maestra, trovavasi
incassata in un telaio a larga cornice; il cristallo, discosto mezzo palmo
dalla tela, era permanentemente chiuso a chiave, e nel vuoto, che lo separava
dalla cornice, vi stavano piccoli mazzolini d’argento, di non spregevole
lavoro.
Era stata forzata la serratura, e vi mancavano i mazzolini
e le corone d’argento, che da tempi remoti avevano fregiato il Bambino e la Vergine. Né
paghe le ladre di portar via queste pie offerte, avevan pur sottratti altri
oggetti di valore, vale a dire, orecchini, anelli, diademi, collane ed altri
gioielli, lasciando la tela tutta perforata dai chiodetti o spilli cui stavano
sospesi i menzionati obbietti. Quale trista impressione produceva
quell’immagine, così vandalicamente forata e lacerata, forse per la fretta di
darla a gambe!
Questo furto sacrilego avveniva nel triennio
dell’abbadessa rigorosa. Le pubbliche gazzette ne bisbigliarono.
L’indomani, di buon mattino, mandò la superiora a chiamare
il vicario, invitandovi pure le funzionarie del cenobio, senza escludere la
maestra delle converse. Proposta a quest’uffizio era disgraziatamente io,
avendo avuto il doppio incarico d’infermiera e di farmacista, incarico della
gerarchia monastica che, a dire il vero, mi apportò qualche giovamento,
dappoiché ne colsi l’opportunità per infarinarmi mediocremente di materia
medica e di clinica.
Il vicario mi avvertì di fare scendere tutta la famiglia
nel refettorio, escluse le cieche e le altre la cui infermità era un motivo
legittimo per esonerarle dal sospetto. Feci parte dell’ordine alle monache, le
quali accorsero in numero di 62.
All’infuori di poche, che di buon cuore prestaronsi alla chiamata,
[149]le altre sfogarono il loro dispetto su di me, insultandomi ciascheduna a
modo suo. Queste donnuccole, che nella sua infinita misericordia Cristo si
elesse per ispose tra quelle che son venute dalla costola d’Adamo, sicure di
non poter essere sfrattate dopo d’avere pronunziati i voti, si fanno lecite le
più triviali impertinenze verso le monache coriste. Una di loro mi disse:
«Non avete anche voi due mani, come me? Chi sa che non
siate stata la ladra voi stessa? »
«Fareste
meglio» risposi, «a tenere tale linguaggio colle vostre pari».
«Siamo tutte della medesima pasta» riprese essa
sogghignando. Mi tacqui per prudenza, ma ci volle un’ora a riunire nel
refettorio tutta la comunità; parte furono indotte colle preghiere, parte colle
minaccie.
In questo frattempo il vicario, trattenutosi da solo
coll’abbadessa, non fece che caldamente ingiungerle di tenere celata al mondo
di fuori quell’obbrobriosa faccenda, ricordandole l’invasione de’ birri
all’occasione di Concetta, e citando, come seppi dipoi, la massima, che “la
biancheria sudicia va lavata in famiglia”.
Ma ben più austera, ed altrimenti dura fu l’ammonizione
ch’egli rivolse alle suore, come si furono introdotte alla sua presenza. Non ne
dimenticherò mai l’epilogo.
«Il vostro monastero» disse, «è addivenuto il bosco di
Bovino, ove si ruba a man salva; almeno in quel bosco non vi sono madonne e
santi da derubare!».
Quindi interdisse la comunione alla ladra, e in nome
dell’adirata Vergine le impose la sollecita restituzione degli oggetti
involati, lasciando infine travedere all’intera comunità la possibilità d’una
solenne censura ecclesiastica.
Alcune piansero, altre si sdegnarono, una svenne, le altre
escirono dal refettorio rifacendo per canzonatura la facciaccia ed i gesti di
Sua Eminenza. La mattina seguente, tutte di concerto si comunicarono, tutte
senza eccezione, e due giorni dopo si rinvennero, deposti sull’altarino
derubato, ducati sei.
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Siccome quella somma non era neppure per la ventesima parte equivalente alle
cose involate, fu supposto che quel danaro fosse un acconto, e si aspettò con
ragionevole speranza il saldo del debito. Se non che, raffreddatosi coll’andar
del tempo l’affare, la ladra non si diede più briga di depositare altro denaro.
Rimase soltanto nell’animo della maggior parte la brutta convinzione che il
furto non avrebbe potuto tornar profittevole al sacrilego, se la persona che
l’aveva perpetrato non avesse avuto complici dentro il convento e manutengoli
fuori.
Secondo esempio di sacrilegio. Dall’armadio del deposito
(ho detto esser questo il generale peculio delle monache) furono trafugati
ducati cento; era questa somma destinata alla formazione d’un’annua rendita per
la lampada sospesa all’immagine dell’Immacolata. Anche dell’origine di questo
furto non se ne seppe nulla.
Esempio terzo. Nel dare i conti del suo badessato, mia zia
trovò nella cassa della comunità un deficit di più migliaia di ducati. La
poveretta non sapeva come spiegare l’enorme vuoto, tanto più ch’essa non ne
aveva mai tenuta la chiave, essendo questa per consuetudine affidata alla
segretaria e ad altre anziane. Non venne mai fatto di schiarire come la cosa
fosse andata; so bensì che questo rammarico abbreviò i giorni di mia zia.
Un’altra specie d’abuso si commette nel chiostro, ed è lo
scandaloso guadagno che deriva alle monache dal traffico dei dolci e delle
medicine.
Ho detto più sopra ch’io aveva l’incombenza
dell’infermeria e della farmacia; per maggior esattezza soggiungerò che in
codesti incarichi io non era che l’assistente di un’altra, la quale, per la sua
avanzata età non potendo scendere nella farmacia che ben di rado, ristringevasi
a trasmettermi gli ordini opportuni per mezzo della sua conversa. Costei per
mala sorte era una delle più impertinenti e caparbie fra le monache.
Durai cinque anni in quest’impiego, non senza protestar di
tratto in tratto contro il prezzo esagerato delle medicine, il quale avrebbe
dovuto ad ogni modo esser più basso che non era quello delle pubbliche
farmacie, non avendo noi a pagare né pigione di bottega, né spese d’illuminazione,
né servitù, né mancie a’ medici, e d’altra parte non dovendo, a guisa di
negozianti, mirare al lucro, ma sibbene alla reciproca umanità.
Feci un giorno le più energiche lagnanze, perché, avendo
io stessa comprato un medicamento a quattro carlini la libbra, me lo facevano
spietatamente smerciare alla famiglia a dodici grana l’oncia, vale a dire al
quadruplo incirca del prezzo d’acquisto: usura ingente dell’80 per cento!
Un’altra volta aveva detto alla portinaia di licenziare i
contadini che avessero portate le viole mammole, come solevano farlo ogni anno
nella primavera, avendo già estratto sufficiente sciroppo dalle [151]medesime;
ma la conversa, che aveva sempre un regalo dai contadini a’ quali facea
spacciare i fiori e l’erbe, pigliò meco il broncio per quell’ordine.
Una mattina suonarono i tocchi miei al campanello: scesi:
eran due contadine che portavano grandi ceste di viole; la conversa le aveva
fatte entrare, e pesata la roba voleva che ne avessi pagato l’importo. Io dissi
con tuono fermo:
«Non ho bisogno di viole per quest’anno».
Colei, ponendosi i pugni sui fianchi, rispose con
petulanza:
«Voi non siete la farmacista, ma soltanto l’aiutante della
mia padrona. Essa lo vuole, voi dovete uniformarvi: comandi chi può, ubbidisca
chi deve».
«Non ho ubbidito mai» ripresi io, «né ubbidirò a comandi
che ripugnano alla coscienza. Ora farò vedere alla tua padrona il mio modo di
agire».
Ciò detto, mi portai difilato presso la badessa, cui
riconsegnai la chiave della farmacia, né d’allora in poi mi lasciai più
persuadere a ripigliarla.
Potrei aggiungere una quantità d’altri simili misfatti e
abusi commessi durante il ventenne mio monacato in differenti cenobi e rimasti
ognora impuniti, sì per amor proprio di casta, si per mancanza di polizia
giudiziaria. Il priorato, la guardaroba, l’impresa dei commestibili, la
ricevitoria, gli altri rami d’amministrazione quante e quante magagne non
celano! Ma devo io tediare più a lungo il cortese lettore al racconto difatti
tanto stomachevoli? A dare una vaga, ma giusta idea degli abusi d’ogni natura,
che infestano conventi d’ambo i sessi, basta rammentare, che sotto il passato
governo il furto e la camorra trasudavano, per così dire, copiosamente
da tutti i pori della napoletana società: partivano dall’alto del trono,
traversavano il santuario, e si scaricavano nelle arterie tutte della
sottostante popolazione. A chi non è nota la risposta di re Ferdinando a quel
ministro di stato, che ardiva denunziargli le malversazioni d’un eminente
funzionario?
«E vero: egli è un mariuolo, un ladro, un giuntatore, ma
però è un buon cristiano».
Questa biancheria di famiglia è troppo sudicia: voltiamo
pagina!
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