|
Testo
E chi è Amilcare Cipriani, mi domanderà il primo dei miei due lettori? Se
sei Italiano, amico mio, butta via questo libro, non mi disonorare col tuo
sguardo interrogativo su queste pagine oneste; tu non sei uno spirito che
meriti di leggere ciò che sto per scrivere, perchè – vedi, – io devo sfogare
tutta l'anima mia parlando d'uno di quegli uomini che vengono di stampo
garibaldino, che hanno fatto, per la civiltá latina,
più di quello che farebbero dieci filosofi con cento libri dottrinari! Cipriani è un garibaldino, un rivoluzionario, un
socialista, un anarchico.... ma che dico? niente di attributi a Cipriani, perchè è la rappresentazione pura dell'Italiano
eroico, cavalleresco, generoso, giusto, integro, ideale e ribelle a tutte le
ingiustizie; simbolo di quell'uomo umano che
trionferà dopo secoli di lotte e di prove e di ribellioni. Esempio vivente di
ciò che furono i nostri volontari delle guerre del Risorgimento, egli fu un
milite dell'Ideale mazziniano-garibaldino: prima l'Italia (e disertore due
volte), appartenne alla legione fatata di quelle camicie rosse che videro
Milazzo, il Volturno, Aspromonte.... erano i tempi che i giovani non facevano
all'amore con una dama ricca per sposarla; s'inebriavano di un amore più puro:
con la Morte, –
per l' Italia – anzi erano veramente innamorati d'una figura vaga, ideale,
personificata in lei: e sposavano, pieni di gioia, la maliarda dagli occhi
ingemmati: Italia e Morte, erano le due passioni fuse in una, che
trascinavano la gioventù italica su' campi di
Lombardia, in Sicilia, in Terra di Lavoro, a Roma per Bezzecca,
per aver Mentana, a morire...
Nel 59, quindicenne appena (è
nato il 41), scappa di casa per fare pedinquae
rebus, da Rimini, una buona scorpacciata di chilometri e provar le gambe;
giunto co' piedi gonfi e affamato a Torino,
all'ufficio de' volontari, lo rifiutano; ma ha
sentito dire che ad Asti è più facile ingaggiarsi; eccolo anche là: è
arruolato nel 7° fanteria, Caporale a San Martino e portato all'Ordine del
giorno; dopo la pace di Villafranca, a Tortona
dov'é condannato alla vita di quartiere, si mette a studiare... Guai a codesti
uomini che gli nasce la voglia di sapere, di conoscere il mondo, di non esser
ciuchi, e che, non essendo nati da genitori con di molti fogli da mille, o
stufi (come Cipriani) di star sotto la fèrula d'un
prete, vogliono allontanarsi dai volgari e dagl'idioti; saranno – col tempo – de' grandi infelici, e tutte le cose anderanno
loro a rovescio; predestinati – per dir così – dall'infanzia, tra la fame, le
lotte, le ingiustizie difendendo gli umili, diverranno martiri e
simboli: e Amilcare Cipriani è un simbolo; il simbolo
perfetto dell'autodidatta, del ribelle, del martire e dell'eroe. Tutto per gli
altri, cuore, braccio, fegato: nulla per sè.
Era la primavera italica:
Garibaldi (veggente solitario e poeta, ma, più che poeta, eroe creato da Natura
per redimere gli schiavi del mondo; Garibaldi, che aveva lasciato nella lontana
America il nome italiano temuto; che sulle pietre di Roma, aveva tenuto un
giuramento di redenzione da fare impallidire papi e tiranni; Garibaldi, sentiva
la voce della nobile, sventuratissima Sicilia: toccato colla sua vanga lucente
il negrigno scoglio di Caprera, radunava a sè i leoncelli di Sant'Antonio, del Vascello, di Varese, di San Fermo, e, la
notte del 5 al 6 maggio salpava àncora per
Marsala.... Amilcare Cipriani, arrivava a Genova ventiquattr'ore dopo che il Piemonte e il Lombardo
erano spariti dall'orizzonte e il dolore di Cipriani
fu ben amaro. Eccolo da Medici e via, con la seconda spedizione ... ma disertore
del regio esercito!
Terminata la campagna di Sicilia
e, nel giòlito sabaudo, amnistiato, (ma contro cuore,
come si vedrà), fu rimandato al reggimento, quindi contro il brigantaggio.
Nell'agosto del 62 Garibaldi ha gettato il fatidico grido dal Bosco della Ficuzza: “O Roma, O morte”. – Cipriani
lascia il fucile regio nella rastrelliera, ed eccolo dall'Eroe; i bersaglieri
di Pallavicini fucilano il fondatore dell'Italia
Nova, il creatore della unitá italica; i disertori
dell'esercito debbono mettersi in salvo: Cipriani si
dà, con altri, alla macchia: il maggiore Salomone, anche lui disertore,
vedutosi inseguito, si getta in mare e vi resta dalla sera alla mattina. Cipriani che è due volte disertore, cerca una
foresta vicino a Fantina, con Trasselli, Pantano, e
altri internandosi nel bosco; ma una squadra di sette
Costantino Bianchi (di Lodi)
Giovanni Botteri
(di Parma)
Ernesto Pensieri (di Pavia)
Carniglio
Cerutti (di Venezia)
Giovanni Balestra (di Roma)
Della Monea
(di Roma)
e Ulisse Grazioli, sono fatti
prigionieri e senza pur l'ombra di processo, fucilati; Cipriani,
dall'alto d'un colle, ai colpi di fucile s'accorse dell'orrendo assassinio
perpetrato dal maggior De Villata, degenere lombardo,
subito premiato col grado di colonnello. Tanta fu l'efferatezza dell'infame, indegnissimo ufficiale del 47° regg.
che uno dei poveri martiri – il Bianchi – respirava ancora e si sarebbe
salvato. Il medico Levante corse dal maggiore a dargliene avviso e lo trovò che
leggeva questa lettera trovata in una tasca del povero Bianchi: era della
madre.
– “Costante, figlio mio, non
credere no, che mi addolori tanto il saperti fra pericoli dai quali sta solo il
buon Dio il camparti. Io vado superba di averti partorito ed allevato alla
difesa dell'Italia nostra, e quando, il che spero tra breve, potrò stringerti
al seno, quale madre sarà più felice di me? Ma intanto, anche nel furor della
mischia, ricordati di esser pio e generoso, pensa che i tuoi nemici, gli
stranieri che opprimono la nostra terra, hanno una madre che li ama, come io ti
amo, e che ti aspetta com'io ti aspetto...” –
Ebbene? questa lettera, lo
credereste? non impietosì lo sgherro; voltosi al dottore, non temè l'ira del mondo, non temè
l'esecrazione dell'Italia, dei nepoti:... “Finitelo!” rispose.
Onta eterna – anatema eterno –
sui responsabili assassini.
Stette, Cipriani
molti giorni ancora fuggiasco col fratello suo nella montagna di Gibilrossa, poi riuscì a imbarcarsi per la Grecia; ma in vista del
Pireo, la nave naufragava, e il fuggiasco é costretto a lottare molte ore col
mare. Giunge finalmente a terra e lo troveremo ad Atene mentre, proprio allora,
ferveva la rivolta! Si fa capo d'insorti; interrorito re Ottone e riparato al
confine, Cipriani è costretto a veder cambiar re, ma
non Governo. Lui rivoluzionario, non aiuterà, la nuova monarchia! Pedinato,
arrestato, sfrattato, eccolo a Smirne e quindi ad Alessandria d'Egitto dove
s'impiega come magazziniere. Ma questa vita, poteva confarsi al nostro Eroe, a
questo secondo Garibaldi, a cui solamente manca la fortuna ? Troveremo Cipriani capo di squadriglie nella famosa spedizione dei Cento
Leoni europei, verso le Sorgenti del Nilo. Ma la spedizione, o per competizion de' capi o non so che
altro, cessa a un tratto, e Cipriani ritorna ad
Alessandria a piedi, attraverso pericoli e privazioni tremende: basti dire che
deve cibarsi di frutta e carne cruda, dissetandosi al Nilo, succhiando quell'acqua pestifera, vivajo
d'ogni insetto, attraverso uno straccio. In Alessandria riprende il suo impiego
di magazziniere, riallacciando la comunicazione, giammai interrotta, con
Mazzini e anzi, col suo consenso, fonda la Società Italiana
Democratica e la Sacra
falange: scoppiato, frattanto, il colera, fonda un Comitato di Soccorso
e assiste gli appestati; (Garibaldi ha fatto lo stesso a Marsiglia nel 36); ma
dall'Italia si annunzia la guerra al Tedesco; eccolo fondatore della Legione
Egiziana è acclamato Comandante della stessa; ma non vuole gradi, non sa
cos'è l'ambizione.... scappa, e lo troviamo a Brescia nel 1° Batt. Volontari Italiani. Semplice milite però, perchè non
ha voluto obbedire nemmeno alla preghiera di Garibaldi: si battè
a Montesuello, a Lodrone,
nel Cimitero di Condino, a Castello, e a Bezzecca. Antonio Mosto, il gran ligure comandante del
leggendario manipolo dei Carabinieri Genovesi di Calatafini,
lo propone per la medaglia al valore, tanto eroica era stata la condotta di
questo leone di Romagna. Ma Cipriani –
ricordiamolo – due volte disertore, è costretto a riprendere l'amara via
dell'esilio. Torna verso l'Oriente; arriva a Candia;
partecipa all'insurrezione contro i Turchi (questa è la prima volta!) alla
Canèa, a Gàidaros, a Santa Rumeli,
a Sfakia ove fa vedere chi sono i garibaldini! ed è
appunto in questa occasione che conobbe il famoso Gustavo Flourens,
il generale della Comune, che egli vedrà uccidere.... Ma non precorriamo la Storia; a suo tempo, vedrai
– o lettore – passare dinanzi a te, figure sublimi d'eroi, di martiri, di
pionieri della futura fede immortale dei popoli, i creatori di quella giustizia
che non esiste finora: a suo tempo!
Dopo la guerra Candiota, Cipriani ritorna ad
Alessandria d'Egitto e, per la seconda volta, è al suo posto di magazziniere,
sempre nella stessa Casa di Commercio.
Qui si scrive la pagina più
amara, più dolorosa, più infelice, più ingiusta della sua esistenza. Ma devo
fare un po' d'ambiente, perchè il fatto che accadde al povero Cipriani coinvolge, disgraziatamente, quella parte
d'italiani che pullulano sempre nelle grandi città estere, gente senza
coscienza, briganti in abito civile, invidiosi, traditori o degenerati. Aveva, Cipriani, fino dal 1863 fondato una Società di Mutuo
Soccorso, fra Italiani, il cui primario scopo, però, di intesa col grande
Agitatore esule a Londra, era quello di tener pronti fondi e preparar armi e
petti per le ulteriori battaglie contro i Tedeschi; fra quell'accozzaglia
di falsi Italiani, Cipriani doveva cadere anima
generosa, sincera, aperta a tutti gl'ideali, ignara (come tutte le grandi anime
candide) dei lavori sotterranei degl'invidiosi, in una rete tesagli per
rovinarlo. Una notte, la terribile notte del 12 settembre 1864, invitato a una ribotta preparata in suo onore da parecchi compatriotti, tra i quali certi Ciucci, Santini e Menicagli, accortosi che gli uomini tra i quali si trova
(v'erano anche sei o sette Greci) denigravano il nome italiano, s'accomiata: ma
costoro (che appunto cercavano pretesto per aizzarlo e rovinarlo) gli si fanno
addosso per trattenerlo, e passando dalle parole alle minacce, lo colpiscono co' bastoni ferendolo alla fronte con una coltellata al
basso ventre, poi a una mano.
Cipriani
non ha mica della malva nelle vene! chi, trovandosi in simili circostanze, non
metterebbe mano al coltello per salvar la propria vita? È un baleno: chi cadde cadde; inseguìto, acciuffato,
mezzo morto, per istinto della propria conservazione credendo fossero gli
stessi che lo volevano morto, menò, menò, alla cieca e sentì cadere... erano
due poliziotti del Kedive. Intanto anche l'altro,
l'Italiano era morto: Cipriani, per giustificarsi
della disgrazia avvenuta per difesa personale, chiesto il consiglio da un
avvocato e assicurato da questo che la giustizia, dato il caso della legittima
difesa non poteva fargli nulla, fu però avvertito (anche i buoni non mancano)
che il Consolato italiano non gli rilascerebbe il passaporto: era chiaro che il
Governo Egiziano aveva già preso le sue misure e stava per mettergli le mani
addosso, e in quei tempi, un Rumi (un
cristiano, come li chiamano gli arabi per dispregio) uccisore di mussulmani (e
in propria difesa disgraziatamente ne erano caduti due) andava al capestro. Cipriani, dunque, non se lo fece dire due volte: prese il
mare e si recò a Londra, dove si mise a fare il fotografo.
Questa pagina della vita di
Amilcare Cipriani – io credo, – fu la piú amara di tutte quante egli ne ebbe a passar poi nelle
varie galere laddove lo vollero rinchiudere, come un leone pericoloso, le
consorterie di tutti i governi coi quali, l'indomito ardente Romagnolo ebbe a
che fare. E poi, anche perchè nell'animo generoso dell'eroico garibaldino,
frizzava la ferita morale di aver dovuto uccidere, per salvar se stesso. I
buoni, i veri uomini e gli amici coscienziosi, giusti, liberi nel pensiero e
nel cuore dei preconcetti della società borghese non potevano ritenere, nè ritennero mai, che Cipriani
avesse commesso un delitto: ma questo non avveniva con quelli che ne volevano
la distruzione, morale e materiale; e non ci voleva meno di quella fortissima
tempra di bronzo, e di quel carattere adamantino, per resistere, vincere,
trionfare su sè, su gli altri, nel mondo e nella
Storia. Verrà un giorno però, che gli sgherri e i lacchè
della monarchia coglieranno la palla al balzo per tentar di annientare un uomo
lo incateneranno, lo sotterreranno, lo condanneranno ai più duri tormenti, ai
maltrattamenti più raffinati, gli toglieranno l'aria, la luce, la libertà,
tenteranno, con ogni sevizia, di farlo sparire dalla faccia della terra, ma –
novello Farinata, sorgerà più terribile, più dispettoso, più fulgido dal suo
avello di Morte: sarà esule, vivrà doloroso fra gente non sua, mangerà uno
scarso pane guadagnato frusto a frusto, ma la Storia se lo prenderà come simbolo di audacia,
sì, di ribellione, sì, ma sempre per la giustizia, per l'invitto trionfo
dell'onestà e dell'onore – Sarà un simbolo d'eterna ribellione.
Cipriani
rimase a Londra lavorando come fotografo diversi anni, credo tre e, non è da maravigliare che seguisse le orme e fosse un sollecito
milite del grande Genovese, con questo però, che l'anima di Cipriani
era anarchica e socialista, e la repubblica, sí, era
un passo, ma un passo soltanto a più rosse aurore, a giustizie più complete.
Visse però sempre intimamente con Giuseppe Mazzini e anche ne fece il ritratto,
bellissimo perchè aveva anima di poeta e d'artista, e lo scarso stipendio non riesciva a tarpare in quell'uomo
fierissimo la voglia di lavorare e lavorar bene e con passione, privilegio
sensibile delle vere grandi anime che anche sulle minime cose mettono il
sigillo personale della bravura, dello zelo, della perfezione.
Arriviamo al 1870, anno in cui
la propaganda mazziniana soffia con intenso ardore ne' cuori della gioventù
italiana: scoppiano i moti delle bande nel Lucchese:
Tito Strocchi, l'antico mio Maestro, del quale avró a riparlarne più innanzi, Pietrino Barsanti...
sono pagine roventi di fede mazziniana, Cipriani
varca la Manica
per accorrere a' moti rivoluzionari, toscani, di Lombardia,
di Romagna; ma la Francia
l'arresta: è imputato di complotto (il complotto Blois-Cipriani
contro Napoleone: espulso fugge a Lugano, poi torna a Londra, ma intanto
scoppia la guerra e l'invasione prussiana, e detto addio alla compagna,
Adolfina Rouet che gli aveva regalato una bella
bambina – Fulvia, – vola a Parigi in difesa del
popolo e dell'onore Francese. Scoppiata la rivoluzione e proclamata la Comune, Cipriani
si dà anima e corpo al gran sogno. I disastri, le defezioni, i dolori di quella
gran guerra sono noti: una dopo l'altra le fortezze del confine si danno ai
Prussiani: il popolo è furente con Flourens,
(l'antico suo compagno d'armi a Candia) Cipriani forma un corpo di 80 battaglioni della Guardia
Nazionale. Jules Favre, Jules Ferry, i generali Trochu e Tamissier, arrestati, poi liberati, perchè la reazione
guadagna terreno. Cipriani arrolatosi
nel 1° batt. dei tiratori, riprende una trincea
caduta in mano dei prussiani, combatte in altre venti battaglie, a Champigny, a Montretout, e così gagliardamente
da venirgli offerta la croce della legion d'onore che
egli ricusa con questa lettera: «Grazie dell'onore. Non accetto la croce: prima
di tutto perchè l'accettarla sarebbe contrario alle mie idee, e poi perchè i
garibaldini non accettano simili onori se non quando piantano le tende nel
campo nemico.» Appena firmata la pace, essendosi dato a difendere l'elezione di
Flourens, lo vogliono arrestare: fugge a Lione,
raggiunge l'esercito dei Vosgi, ma Flourens lo richiama perchè le barricate sono sorte in
Parigi, e ci vogliono gli uomini di bronzo di quello stampo.
Fatto comandante della Piazza Vendôme, poi colonnello di Stato Maggiore, con Flourens deve uscir di Parigi per combattere i Versagliesi, e l'infame Thiers.
Bisogna leggere le pagine dello stesso Cipriani se si
vuol sentire con quali animi e devozione i difensori della Comune
sostennero fino all'ultimo sforzo l'onore di quell'idealità
che, nei secoli, avrà mutato faccia alla terra e alla società.
Arrestato, dunque, e trascinato
a Versailles (e nelle varie carceri gli fecero scontare con sofferenze inaudite
i generosi entusiasmi) fatto il sommario processo, si condanna a morte. (Questa
è la seconda condanna di morte!) per un caso straordinario; o che fossero
stanchi di sangue o altro, di lì a poco gli commutano la pena in deportazione
perpetua; e il 3 maggio del 1872, con altri sessanta compagni di sventura,
imbarcato sur un pessimo bastimento eccolo – il nostro eroe – in viaggio per la Nuova Caledonia.
Anche se io non avessi già, nelle pagine precedenti (sebbene sommariamente)
tentato di dare un cenno di que' climi oceanici, ove
il calore, gl'insetti, la scarsezza d'ogni civiltà, le zanzare, sono di per sè già un tormento inenarrabile; mi sarebbe impossibile
dire, con parole e descriver con frasi, i martiri a cui fu dannato l'infelice
durante otto anni eterni che vi trascorse. Lungo il viaggio, che durò un paio
di mesi, Cipriani fu sottoposto alle più crudeli e
feroci rappresaglie dall'infame Capitano (Riou de Kerprigeant) il quale, feroce imperialista e tutta roba
dell'antico regime, non gli pareva vero d'aver fra le grinfie un Comunardo,
anzi un Capo di Comunardi! – appena a bordo, quel vile sgherro si fa condurre Cipriani dinanzi dandoli di brigante... «Siete un
vigliacco!» gli risputa in faccia il fiero romagnolo; soffocando d'ira, lo
fa cacciare in fondo alla stiva e ve lo tiene per 45 giorni: incatenato mani e
piedi, senz'aria, senza potersi movere in uno spazio
a malapena capace per ricoverare un cane, affamato, assetato dovette (lo ha
confessato lui stesso) beversi la propria orina
e leccare le proprie catene per trovare un refrigerio al martirio; vietatogli
il medico, l'infermeria, i medicinali, viene finalmente sbarcato malatissimo e
posto all'infermeria, appena potendosi reggere in piedi, è cacciato in una
capanna. In quell'inferno – unica speranza,
l'evasione! ma il forzato che vuol evadere deve preparare i mezzi, denaro per
corromper gli aguzzini..., Cipriani, a cui l'indomito
carattere, per un nonnulla, per dignità, perchè è un leone e non un coniglio,
basta poco per diventare un ribelle, a ogni più piccola protesta: in carcere!
per sei, per diciotto mesi a morire o a consumarsi dai martirii: l'ultima volta fu condannato a 18 mesi di carcere
duro, 3000 franchi di multa e dieci anni di sorveglianza. I 18 mesi gli
furono commutati in lavori forzati, e sapete come li passò? spaccando pietre
sulla strada, sotto la sferza del sole, la rabbia delle pioggie,
la fame, la sete e l'ardente desiderio di vendicarsi degli uomini e della Societá cosidetta civile.
Infelice Cipriani!
Qual altro eroe – dite, – quale altra figura, quale altro uomo troverete voi
che abbia sofferto tanto per mantenere puro il carattere, saldo l'animo,
integra la coscienza, ammirabile la serena visione della sua virtù non mai
offuscata, ma sempre adamantina, romagnola, italiana?
Dopo tante torture, e poiché il
tempo, tutto sana, anche, per Cipriani suonerà la
campana della libertà! Della libertá? vediamo.
Tornato a Parigi nell'80, il famoso Rochefort, quell'unico inarrivabile polemista dell'Intransigente (capace
di scrivere in una colonna sola gli articoli piú maravigliosi ch'io abbia letto, brillanti e caustici,
logici e inimitabili) lo saluta dal suo foglio, con queste parole; «Cipriani est la loyauté
même. Il a pendant le siège risqué sa viedans dix combatts pour la defense de la France, qui n'est pas la
patrie. La France,
toujours génereuse, par dix ans de déportation à la Nouvelle Caledonie»
Passato in Svizzera (ove conobbe Cafiero), poi a
Milano, si può immaginare con quanta adorazione l'eroico Romagnolo fosse fatto
segno all'amore di tutti gl'italiani: venivano da tutte le provincie,
specie dalla terra natale – dalla sua Rimini, ove l'altro suo fratello (ora
divenuto cieco), vecchio garibaldino del 66 e d'Aspromonte anche lui – aveva
conservato sempre accesa la sacra fiamma dell'ideale rivoluzionario. Cipriani è un vessillo, cento associazioni gli dànno l'incarico di rappresentarle al gran Congresso di
Roma. Ma il giorno che doveva aver luogo, la polizia lo proibisce, e Cipriani lancia una protesta: “Agli oppressi d’Italia”,
e lascia Roma indignato: giunto a Rimini, uno stuolo di questurini l'arresta.
Suo padre, che l'aspetta da 22 anni, ammalatissimo, dal crepacuore di non poter
rivedere il figlio che sa trascinato colle manette a Milano, muore senza
poterlo abbracciare! Da tutte le parti si grida: amnistiate i colpiti
politici; a Cipriani viene detto e gli si scrive
che fra pochi giorni sarà, finalmante, libero.
Considera tu, o lettore, lo stato d'animo del grande rivoluzionario: da un
momento all'altro potrà esser libero, godersi l'aria del suo dolce paese, dopo
tanti e tanti anni d'avventure e di lotte: ma una disillusione, un'amarissima
disillusione gli sta preparata. La porta del carcere s'apre, e il
capo-secondino gli dice paternamente: Cipriani,
vi vogliono giù!... Libertà,.. pensa Cipriani –
invece era un mandato di cattura!
Il governo italiano, per
sbarazzarsi di quest'incomodo e temibile cittadino,
gli andava a rivangare il fatto Santini di 15 anni prima! E così, dopo un infamissimo, mendace, sbirresco processo in Ancona, il
paterno governo d'Italia lo faceva dannare a 25 anni di galera. Invano tumultuò
il popolo, la Romagna,
in Comizi, in giornali, al Parlamento; invano uomini del Fôro d'altissimo grido
(un Ceneri, un Pessina e dieci altri) interposero il
diritto vero e l'interpretazione giusta del caso e della prescrizione:
condannato, subí, come Cristo, la condanna;
trangugiò, come Socrate, il veleno fino alla feccia; le catene di ferro che
sublimarono uomini quali Colombo, Mazzini e Garibaldi, tornarono a stringere i
polsi e i piedi dell'eroe del Volturno, di Bezzecca,
della Comune. Non fu permessa la revisione del processo e l'esecuzione dei tre
testimoni che sarebbero stati realmente i soli a salvarlo: Menicagli
di Livorno, Ciucci (che credo pure Livornese).
1882 – 1888! sono due cifre
mute; sei anni di patimenti fisici e morali per Cipriani
che è temprato nel bronzo;
2703! un altro numero, che
raccoglie in sé l'onta d'Italia; che getta il fango su la razza; che borchia
d'infamia per l'eternità i bastardi degl'italiani tirati su per le sacrestie e
negli uffici governativi, consorti, camorristi, mafiosi, sbirri, spie piene
d'ogni sozzura.
V'erano anche i generosi però;
una plejade di pubblicisti, d'avvocati, di letterati,
di popolani, di operai, d'artigiani, che lo vogliono fuori. Comizi, societá operaie, poeti, con la parola e con la penna,
Carducci a capo – Rapisardi, Aurelio Saffi, Andrea Costa, Bovio, Filopanti,
Antonio Maffi, Antonio Fratti, Missori,
Menotti in Italia; e all'estero il compagno di Cipriani,
il Comunardo e Storiografo della Comune Benoit Malon, la Michel, Vaillant,
il Comitato Elettorale di Rimini, di Ravenna, di Forlí,
clamano a piena voce l'indulto per Cipriani. Ma il governo, che conosce l'uomo, che fa?
subordina l'indulto, alla domanda di grazia, quanto dire, che Cipriani morrà in galera. È mai possibile che una coscienza
ferrea come la sua, rinneghi tutto il passato, infranga il carattere cosí come (pur troppo) tanti e tanti lo infransero perchè
l'aria, la luce, il sole, la libertà, la famiglia li seducono? famiglia,
libertà, sole, luce, aria, la vita istessa insomma,
periscano.... Cipriani ha per blasone “Frangar non Flectar”
ma non per rettorica – o no! – per alta convinzione
eroica, per essenza di tutto sè, strana condensazione
(ma che dico?), fermento d'ogni ideale, d'ogni virtù, d'ogni sacrificio. Se
Carducci scrive: “Diritto, umanità, richiedono che si provochi per
Amilcare Cipriani l'azione di grazie” – Cipriani risponde – in furore – ....“Mi si mette fra il
bagno e la libertá imbrigliata. Senza esitare, scelgo
il bagno. Io mi sento più onorato, ora che sono perseguitato dal loro odio, che
se fossi protetto dalla loro clemenza; voi curvate la testa, proponendomi una
viltà?”
Vinse il popolo: cioè la paura
che il governo ebbe della minaccia della sua collera....
Il 27 luglio 1888 Amilcare Cipriani escì libero, senz'aver
piegato la spina: l'Italia si purgò (dico la mafiosa Italia) con voltar gli
occhi da un'altra parte, fingendo di non vedere l'Onorevole e la buona
Italia gli fece tali ricevimenti, una vera Apoteosi – meritata, povero Cipriani – che, io credo, rimettesse in salute
sollecitamente il nobile e fiero amico. Lungo il percorso ferroviario, a tutte
le stazioni laddove si fermava il treno, perfino ai passi a livello e alle stazioncine di transito, s'accalcavano plaudenti operai,
contadini, popolani, soldati. Folle immense salutavano il fischio che
annunziava il suo arrivo; moltitudini frenetiche gli mandavano saluti, fiori,
baci al ripartire.
Così chiudevasi, e non poteva
altrimenti, la quarta epoca della esistenza dell'indomito rivoluzionario, di
colui che, giammai, mutò aspetto nè mosse collo nè piegò sua costa.
*
* *
Incomincia ora una vita nuova, ma
sempre di combattimento, per il nostro eroe: un mese dopo d' esser uscito dal
carcere, Cipriani tornò a Parigi e solo, poi
assistito da Malon, Pichon
e Millerand fondò l'Unione dei Popoli che ben
presto doveva contare quindici mila Soci; lanciò un Manifesto e un giornale: Guerra
alla Guerra. Trasformatasi quell'associazione
nella Fratellanza Universale dei Popoli, lavorò potentemente a gettar le
basi democratiche d'un'intesa di popoli per l'internazionale socialista. Era
sorto intanto un ambizioso, un soldato audace: Boulanger
– che voleva distruggere la Repubblica: il 1889, 1890 e 1891 trascorsero così
per il Cipriani fra lotte sociali e miseria. Chiamato
dagli amici al Congresso rivoluzionario di Capolago,
giunto a Roma il 1° maggio e recatosi a presenziare il Comizio in Piazza Santa
Croce in Gerusalemme, nella sommossa provocata dai questurini e anche dalle infocate parole dell'anarchico Galileo Palla, mentre Cipriani sta per parlare, alcuni carabinieri e guardie
vengono accoltellate; la folla tenta disperdersi ma la gran piazza è circondata
dalla truppa che carica i dimostranti: Cipriani,
sceso dalla tribuna, tenta ricondurre la calma, ma un questurino, di nome Raco (lasciandolo all'eterna infamia) gli si caccia addosso
e gli appunta la rivoltella... ma – la guardia cade pugnalata, e Cipriani vede un giovine, alto vigoroso, che gli dice At
Salot! (ti saluto) e sparisce.
Nel fuggi fuggi,
generale, Cipriani si salva in una casa, pedinato e
arrestato, subisce un nuovo processo e vien
condannato a 3 anni di reclusione: n'esce sul '94. Durante il processo, gli
piantò sempre gli occhi addosso un giovine, bruno, alto, col famoso cappello
alla romagnola: era quello che gli aveva salvato la vita! Chi sarà stato?
Tornato a Parigi nel 97, e
scoppiata l'insurrezione di Creta, eccolo di nuovo in Grecia, Capo d’insorti e
volontari, con un nucleo di altri eroici fratelli nostri. Durante una marcia,
in un anfratto, sur un prato fiorito, sente Cipriani
il pianto di una creaturina: avvicinatosi, scopre una
bambina cieca abbandonata dalla madre – la prende in collo la rifocilla e per
sentieri impervi, sotto il cocente sole d'estate, cerca dove poter rifugiare
l'infelice creaturina finchè
trovato il deputato di Làrissa gliela consegna; ma il
brav'uomo cerca esimersi dicendo che ha 6 figli; però
la moglie, commossa, la riceve dicendo saranno sette! A Domokos, combattendo Cipriani le
ultime ore della gran battaglia, riceve una palla in una gamba che lo stramazza
a terra; portato ad Atene e imbarcatosi per l'Italia, viene curato all'Istituto
Rizzoli di Bologna, ma è costretto a camminar sulle
grucce per vari anni. I suoi romagnoli, lo vorrebbero bensì deputato, ma egli
non vuole assolutamente giurare. Esule piuttosto! E torna a Parigi in
cerca di lavoro per campare: prima nel Petite Republique
come redattore, poi, con le medesime retribuzioni, alla Humanité,
il giornale socialista di Jean Jaurès.
A questo punto della vita di Amilcare Cipriani, si apre una pagina che ha del romantico; la
passata esistenza del gran rivoluzionario (come s'è visto) per combattere i
nemici della libertà e dell'umanità: ora vedremo Cipriani
negli affetti familiari; uomo, padre.
Un bel giorno Cipriani riceve una lettera da un artista, un certo Jacques Wely, celebre per i suoi
disegni satirici sui giornali parigini. Questa lettera gli comunica che egli
crede d'aver per moglie Fulvia la sua figliola nata a
Londra. Un fulmine a ciel sereno, perchè dopo quarant'anni aveva perduta di vista la madre e null'altro
aveva più saputo della piccina. Dubitando di qualche astuto imbroglio
preparatogli da nemici, si confida a persona fida e si assume il segreto
incarico di verificare il vero. La sorte doveva sorridere ad Alfredo Talamini il noto corrispondente dell'Avanti! e di
altri giornali socialisti; recatosi al villaggio in cui vive il disegnatore
vide la signora e il marito: le fattezze di lei erano quelle di Cipriani! non v'è dubbio. Da trent'anni
la povera signora mulinava tra sè e sè chi poteva mai essere quell'Amilcare
Cipriani di cui parlavano tanto i giornali, come
famoso comunardo, e rivoluzionario, dell'eterno ribelle contro tutte le
oppressioni? E le pareva che quel mistero divenisse sempre più chiaro leggendo
e rileggendo la sua fede di nascita: Fulvia,
Lavinia, Itala, Roma! nata il 10 gennaio 1870, nomi che le aveva imposti il
9 marzo 1870 suo padre, il quale appariva ben chiaro. Amilcare Cipriani, e quello della madre Adolfina Cipriani nata Ruè, con la firma
originale e l'indirizzo: 12 Oxford Market, Marylebone
(Londra).
E si ricordava che, cresciuta, i
vicini, per ischerzo, le davano della Comunarda!
E quell'uomo che essa, ora, ardentemente voleva
ritrovare, aveva passato una vita infernale, ma anche luminosa: garibaldino,
condottiero, esule....
Il 26 giugno 1908, la figlia,
accompagnata dal marito e da Talamini si presentava
al padre, su a un 4° piano della rue Montmartre 142 a l'Humanité:
l'incontro fu quanto mai si potrebbe dire terribile. Il padre, rivedeva dopo 38
anni, quella figlia che egli aveva baciata l'ultima volta la sera del 4
settembre partendo per difendere la
Francia.
Ho letto, che appena il padre
vide il certificato inglese in tutta regola, rivoltosi a'
coniugi disse: – “Mah! sapete che sono restato povero?” – e la figlia Fulvia rispose: “lo sapevamo, babbo!” e allora un raggio di
sole, un sorriso risplendette negli occhi e sulle labbra del povero esule.
Nell'inventario dei valori umani, variano le passioni, i giudizi, a seconda
delle circostanze – direi quasi, dell'ora e del minuto; finchè
la storia si sovrappone col suo verdetto, giusto talvolta, falso tal altra: e
essi anche per Cipriani, la Storia, puntando il dito
sulle sfere delle ore, dei minuti e dei secondi di quell'esistenza,
pare finalmente che gli assegni una tregua al patire, che gli dia un respiro ai
colpi di ventura.
La vita di Cipriani,
da quel tempo, scorse tra l'Humanité e la
cameretta (modesta e poverissima d'ogni comodità, meno che ricchissima di libri
e opuscoli d'ogni genere). L'Italia lo chiama deputato e lo vuole a sè; ma... hanno voglia di eleggerlo a Roma, a Milano.... Cipriani non giura, dunque non farà da comparsa fra i
cinquecento e tanti camerieri del re (come li chiamava Garibaldi) e, invano,
s'illudono gli ambiziosi di ogni partito, di poterlo trarre a loro per
sventolarlo come un orifiamma e come un simbolo; Amilcare Cipriani
– il rosso leon di Romagna, se in Italia fosse
venuto sarebbe solo per aprir scuole di fierezza e d'indomito carattere. Ma
quali saranno li scolari? questi, che io ho sentito, or'
è poco gridare W il re, W la guerra, o quelli che avendo gridato fino a
ieri W la rivoluzione, hanno finito per gridare:«se si va contro
l'Austria combatto anche sotto il re?» La rivoluzione! Cipriani
sì, che l'ha predicata e fatta, la rivoluzione!
Quì
pongo fine alla rapida biografia di Amilcare Cipriani,
non senza aggiungere che mi ero dimenticato un episodio quasi altrettanto bello
d'una battaglia combattuta e vinta: una nobile e vecchia amica sua, ammiratrice
sincera, giunta in punto di morte, gli lasciò cinquantamila lire: ma anche
contro le insistenze delle figlie, gentili amiche sue, Cipriani
ricusò, ne vi fu verso ch'egli volesse accettare un soldo: alle istanze amorose
delle buone amiche, sapete cosa accettò? una poltrona consunta che aveva
appartenuto alla filantropica amica sua.
Eccovi
l'uomo – o giovani: – eccovi uno di quegl'Italiani che illustrano tutta una nazione: fra dieci
anni, il nome di Cipriani sarà come quello d'uno dei
più nobili eroi, portato simbolo d'incorruttibilità, di patriottismo e d'amore
veramente umano. Felici coloro che lo conobbero; più felici coloro che poterono
seguirlo, imitarlo, venerarlo.
*
* *
Amilcare Cipriani si
spense il martedì sera del 22 maggio 1918 in una Casa di Salute dove era ricoverato.
Il vecchio leone, scomparso completamente dai Boulevards
di cui era una delle figure caratteristiche, aveva finito per ritirarsi dalla
vita, solitario e dimenticato dai suoi compagni rivoluzionari. Fino all'ultimo,
il rivoluzionario romagnolo conservò la fede patriottica, Comunistica,
socialista, internazionale e la fiducia nella vittoria del nostro paese.
Trascrivo qui una lettera,
preziosa per noi – uomini di rosso cuore, e fidenti nella evoluzione
imperterrita dell'ideale più ardente: l'Internazionale comunista. Poche parole,
ma che condensano tutta la grand'anima del Maestro, del
Simbolo:
“Egregio Amico,
“Grazie sentitissime
per il bel libro, che gentilmente mi inviaste, e per la bellissima dedica che
con molto compiacimento vi faceste per me.
“L'ho percorso, è bello.
“Lo leggerò ancora e sempre,
onde pregustarne tutte le bellezze e vivervi i miei anni giovanili, ormai
tramontati da un pezzo.
“Sarà un gran sollievo per la
mia vecchiezza, leggere le prodezze dei giovani ed il loro sacrifizio,
che se frutta a un trono, ed a un indegno governo, copre di gloria l'Italia
nostra, sempre bella, sempre grande, sempre gloriosa, e pur sempre serva!
“Stringendovi amichevolmente le
due mani, mi dico il vostro sempre:
|