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Volume I.
I.
Siamo in una stanzaccia
ampia, alta, nuda, illuminata da un lucernario di vetro a mezzo il soffitto,
colle pareti grigiastre tappezzate di quadri abbozzati, di braccia e di gambe
di gesso, di pipe e di ragnateli: in una parola, lo studio e l'abitazione di un
pittore. Non occorre dire che ci troviamo sotto le tegole del tetto, al di
sopra di quattro piani d'una gran casona, alveare umano che alberga una
quantità di famiglie.
Questo studio è anche la
dimora del pittore - che sto per presentarvi - e della sua famiglia; poichè il
nostro eroe, per dirvela ad un tratto, possiede un gran buon cuore, buon umore
da venderne, poco coraggio, non troppo ingegno, povere fortune, una moglie
borbottona e quattro bimbi.
I misteri famigliari
sono nascosti agli occhi dei profani che penetrano nello studio, da un lungo
paravento, di dietro il quale suonano quasi senza intermittenza grida e pianti
di bambini, rampogne ed impazienti esclamazioni della madre, e fanno di quando
in quando irrefrenabile sortita i tre più grandicelli ragazzi a cavallo del
bastone del papà, dell'ombrello della mamma e dell'appoggiamano per dipingere.
Al momento in cui vi
prego di penetrar meco nello stanzone del pittore, le fortune di Antonio
Vanardi - questo è il nome dell'artista - sono più povere che mai. È pieno di
debiti; da ogni parte da cui si volga corre rischio di vedere la faccia
corrucciata di un creditore che non può pagare; e più corrucciato e più
inesorabile di tutti fra questi creditori lì il padrone di casa, a cui Vanardi
deve due semestri d'affitto, e non sa dove battere la testa per avere di che
pagarlo.
Questo padrone di casa -
come tutti quelli delle commedie, dei drammi e dei romanzi - è un uomo che non
conosce guari dove stia di casa la pietà, e non capisce che un'attinenza verso
i suoi locatari: riceverne danaro per la pigione a tempo debito e scrivere loro
una buona quietanza colla sua buona firma sotto, nella sua scrittura
commerciale che finisce sempre l'ultima lettera con un ghirigoro pieno di
eleganza: Fiorenzo Marone.
Benchè egli abbia questo
nome illustre, non lo crediate già discendente dal celebre poeta mantovano. Di
Virgilio il brav'uomo non aveva inteso mai nemmeno a parlare, ed i versi non
sapeva che razza di bestie si fossero.
To', poichè il signor
Marone mi è capitato qui sotto il becco della penna, ci stia un poco; ed
abbiate pazienza, cari lettori, mentr'io mi indugio un tantino a schizzarvene
il ritratto alla sfuggita.
È un uomo oltre i
sessanta, grande, grosso, a faccia di villano e maniere uguali, a spalle
larghe, naso lungo, occhi di gatto, denti di rosicchiante, mento quadrato, mani
grosse, piedi da lacchè, sorriso falso, fronte stretta e coscienza Dio sa come.
Vuole dare alla sua fisonomia un aspetto d'umiltà e di bonarietà che stona
maledettamente colla grossezza delle sue forme; mette la sordina alla sua voce
da boattiere, e non guarda mai negli occhi la persona a cui parla.
La sua storia è contata
in quattro parole. È figliuolo d'un villano che nei primi anni del secolo
veniva in Torino i giorni di mercato, spingendosi innanzi un asinello, a
vendere formaggioli sulla piazza delle erbe, che ora è piazza del Palazzo di
Città. Fiorenzo, sbarazzino di due lustri incirca, l'accompagnava trottando coi
piè nudi, una bacchetta in mano, dando il cis-va-là e le botte al
somarello restio. Più tardi successe egli, fatto giovinotto, nel commercio
paterno. Seppe governare così bene e rammontare colla parsimonia, che era
un'avarizia, soldo sopra soldo, che un bel dì si trovò a capo d'un certo
capitale, colla buona voglia di moltiplicarlo il più possibile e
coll'accortezza necessaria per riuscire in questa operazione aritmetica, per
cui si sentiva una vera vocazione datagli dalla natura.
Su quella medesima
piazza che lo aveva visto compagno all'asinello paterno, Fiorenzo apriva una
bottega da spacciarvi formaggi, ed andatagli prospera la fortuna accresceva in
poco tempo il suo fondaco e i suoi guadagni; finchè, sopraggiunta la guerra del
quarantotto, egli pigliava l'impresa di provvedere di formaggi l'esercito
piemontese, ed ingrassava così bene di quello che non mangiarono i nostri
soldati, che rimetteva ad altri la bottega, comprava case, tenute, e cartelle
del debito pubblico, e si ritirava a viverla in panciolle, ricco di più dozzine
di mila lire di rendita.
Egli è solo, celibe,
senza parenti. Fa il pinzocchero; non dà mai un soldo ad un povero, ma regala
alla parrocchia di quando in quando od una lampada d'argento indorato, od una
corona per la Madonna
con gemme false, e nei giorni solenni, per esempio la settimana santa, si mette
sulla porta della chiesa colla tasca in mano a gridare a chi va e viene: pel
santo sepolcro! È avaro come una tigna, senza cuore, e non ama che il
denaro: nessuno lo stima, meno ancora gli si vuol bene; e tutti gli fanno tanto
di cappello.
Ebbene gli era a
codestui che il povero Vanardi doveva duecento cinquanta lire di pigione. E
meno male fosse stato quello il solo suo debito! Ma il pizzicagnolo della
cantonata non voleva più vendergli nè lardo nè burro, nè niente del tutto, se
non gli pagava le sessanta lire di cui andava in credito; ma il panattiere gli
rompeva la testa per averne finalmente i due napoleoni d'oro (in quel tempo
v'erano ancora i napoleoni) che gli si dovevano; ma il venditore di legna e
carbone aveva protestato che se entro una settimana non lo si soddisfacesse dei
14 franchi ed 80 centesimi ch'egli domandava pei combustibili somministrati,
sarebbe andato senz'altro dal giudice. E lascio stare il macellaio, il
venditore di vino al minuto e tutti gli altri creditori, che se volessi
annoverarli un per uno farei una rassegna lunga e noiosa, come quella degli eroi
combattenti in un'epopea che si rispetta.
Il misero Antonio
passava mogio mogio nella strada che abitava, la testa bassa e il cuore piccino
piccino, e non osava guardare che di sottecchi nelle botteghe che si aprivano
in quel quartiere. Da ciascuno di quegli usci a cristalli potea sbucar fuori
una faccia ostile ed una voce minacciosa a domandargli del danaro.
Era solamente innanzi
allo speziale, la cui bottega s'apriva proprio d'accanto all'uscio da via della
casa di Marone, che Vanardi osava levare il capo e passar fiero. Di quel
benedetto farmacopola egli non era debitore; anzi!...
Ai due stipiti della
bottega farmaceutica stavano appiccate due tavole, in cui meditavano con faccia
severa e barba grigia due uomini dipinti in vesta lunga, un grosso libraccio in
mano. Erano le opere del nostro artista che da pochi dì facevano bella mostra
di sè a que' pochi raggi di sole che fra i comignoli delle case trovavan modo
di filtrare sino al fondo della stradicciuola: opera che lo speziale non solo
non aveva ancora pagato, ma non aveva accennato nemmeno la buona intenzione di
pagare.
Anche codesto signor
speziale era da novella e da commedia; voglio dire che tutti s'accordavano, ed
avevan ragione, in dirlo il maggior ciarlone e la peggior lingua del quartiere,
come ogni speziale sulla scena o in un racconto ha lo stretto obbligo di
essere.
Per poco fosse buona la
stagione e tollerabile il tempo, egli si piantava sul passo della sua porta, le
gambe larghe, le mani nelle tasche de' calzoni, il suo naso lungo ed acuminato
all'aria, in capo il suo berretto di panno nero unto e bisunto con lunga
visiera innanzi agli occhi, e arrestava al passaggio tutti quelli che conosceva
- ed egli conosceva tutta la città - per offrire a ciascuno una presa di
tabacco e smaltirgli la sua buona dose di chiaccole e di maldicenza.
Chiaccherava coi
garzoni, chiaccherava cogli avventori, chiaccherava coi vicini, chiaccherava
coi passeggieri, chiaccherava colla sua nipote (una poveretta di ragazza povera
e brutta, ma buona come il pan buffetto, cui sotto pretesto d'usarle carità,
egli aveva presa seco a soffrire i mali di lui tratti ed a fargli da serva
senza paga), chiaccherava colla portinara (figuratevi!), chiaccherava perfino
colla gatta, chiaccherava sempre da mattina a sera; sapeva i fatti di tutti i
casigliani, di tutti gli abitanti di quella strada, di tutta la cittadinanza;
contava non senza vivacità l'aneddoto, correva dietro a stupidi giuochi di
parole che egli credeva prova d'ingegno, scoccava con qualche malizia
l'epigramma, era noioso come la piova, aveva un tesoro inesauribile di
curiosità e diceva male di tutto e di tutti.
A Vanardi ed a sua
moglie toccava passare sovente innanzi alla farmacia. Messer Agapito (è nome
classico di speziale) aveva incominciato per salutare la moglie e poi anche il
marito, accompagnando però il primo saluto d'un sorriso particolare: poi aveva
fermato la donna per chiederle novella del marito, l'uomo per domandargli le
nuove della moglie, e se erano tutte due insieme, per informarsi della salute
dei bimbi.
In quel tempo la moglie
del pittore portava nel suo seno il quarto frutto dell'amore coniugale, e il
farmacista mostrava sentire il più vivo interessamento per quello stato
interessante della giovine donna.
Appena vedeva spuntare
Antonio, cessava di rimestare colle sue dita lunghe e sporche nella sua
tabacchiera di corno fuso - movimento che gli era abituale - e gli gridava fra
ilare o domesticamente amichevole:
- Ebbene, caro signor
Vanardi? E madama come va?
Qualunque cosa gli
venisse risposta, era per lui un'occasione ad una ciarlatina d'un quarto d'ora.
Madama tale in un simile stato, aveva sofferto questo, aveva sentito quello;
egli l'aveva consigliata di far così, e poi così, ed erano stati meravigliosi i
buoni effetti che la ne aveva provati. Madama tal'altra doveva a lui la sua
salvezza; e madama quest'altra poi? Gli è vero che la poteva dirsi una
smorfiosa, che la più sazievole non s'era mai vista: ed il marito era un
imbecille, a cui la si dava a bevere come a nissuno al mondo; e riparava in quella
casa un certo signorino coi pizzi all'inglese, e poi anche un uffizialetto coi
baffetti all'insù, i quali non era senza un perchè se stringevano tanto forte
la mano di quel gaglioffo di marito, eccetera, eccetera. E passava senza
arrestarsi da una famiglia all'altra, da un pettegolezzo ad un maggiore, da una
maldicenza ad una calunnia, con una volubilità di parola, con una facilità di
discorso, con una malizia di sogghigni e di ammiccamenti, con una varietà di
espressioni, con una certa bonarietà maligna che ti facevano restare
sbalordito.
- Buono! diceva il
nostro pittore ad ogni volta; meglio aver da fare colla prima fra le vecchie
pettegole che con codesto gaio manipolatore di purganti.
E faceva di tutto a
tagliar corto i discorsi e tirar via pel suo cammino.
- È molto superbo
quell'imbrattatele da dozzina, diceva lo speziale a' garzoni, ai vicini, alle
serve del quartiere; che cosa si crede di essere?
Un dì finalmente, messer
Agapito, d'in sull'uscio della bottega, vede precipitarsi fuor di casa il pittore
tutto sollecito e conturbato.
- Che c'è? gli grida
dietro, lasciando cadere a terra la sua presa di tabacco, nell'eccesso della
curiosità.
Vanardi agita le braccia
in una risposta di mimica concitata, e seguita la sua corsa!
- Che? rigrida lo speziale,
scendendo giù dallo scalino della bottega nella strada; sua moglie forse?...
Antonio fa dei cenni
affermativi per isbarazzarsene, e continua il suo cammino.
- -Ah! siamo dunque al
buono, eh? ripiglia messer Agapito. Non tema di nulla; vado su io. Son pratico
meglio di qualunque cerusico. Lasci fare a me.
Vanardi non gli ha più
badato ed è sparito: lo speziale rientra in bottega.
- La moglie del pittore
qui su fu sovrappresa dai dolori: dice egli ai due garzoni che sbadigliano ai
barattoli delle scansie. Datemi qui dei sali, una boccettina di cordiale, e vo
in suo soccorso. Quel marito è una bestiaccia che non sa di niente. Corre in
cerca chi sa di qual medico ciarlatano, o di che donnaccia ignorante che gli
accopperebbero senza fallo la moglie e il bambino... Una donnina abbastanza
graziosa quella signora Rosa... Non sono mai entrato nel loro quartiere. Vo'
vedere come ci è alloggiato questo superbioso che mi fa grazia a colloquir
meco.
Ci va diffatti, trova la
donna dietro il paravento che ha pensato di sbarazzarsi d'un bel maschiotto
senza aspettare aiuto di comare: e quando il marito poco dopo torna con una
levatrice, ecco lo speziale che gli presenta in aria di trionfo il quarto
figliuolo neonato.
Come trovar modo di mettere
alla porta un uomo dopo simil fatto? Lo speziale si fece di casa come la
granata: ci andava a pigliar novelle della puerpera due volte al giorno;
paragonava il neonato ad un angelo, ad un amorino, pigiava le gote fra le dita
agli altri tre bambini, e snocciolava fuori gli affari di tutti i casigliani.
La moglie del pittore, a
metterla fra le bracone (per dirla alla toscana) non le si faceva gran
torto: epperò ebbe a dilettarsi non poco delle visite e delle ciarle del signor
Agapito.
Antonio, se avesse osato
andar contro ai borbottamenti della sua donna, se non avesse temuto d'essere
soverchiamente incivile verso il farmacista, avrebbe volentieri preso costui
per le spalle e messolo fuori dell'uscio con una viva raccomandazione a non più
tornarci, tanto e' gli dava sui nervi; ma il buon uomo non era e non sarebbe
stato mai capace di tanta risoluzione e di tanto coraggio.
Era trascorso quasi un
anno, quando una bella volta il signor Agapito fermò il pittore che passava, e
gli disse con un piglio affatto nuovo, tutto piacenteria:
- Mio caro signor
Vanardi, vorrei parlarle d'una cosa.
- Parli pure.
Lo speziale annasò una
presa e ne offerse ad Antonio che, come sempre, fece un cenno di no, tirando in
là la tabacchiera e la mano di Agapito.
- Ah, ah! Ella rifiuta,
perchè non ne fiuta: disse questi grattandosi il naso lungo e sottile e ridendo
grossamente. Oh, oh! il bisticcio non è cattivo. Lo dirò al suo amico il signor
Selva, che passa per uomo di talento, perchè fa dei versi e scrive delle
sciocchezze su pei giornali
- Che cosa è che la mi
vuol dire, signor Agapito? ridomandò Vanardi impaziente.
- Ecco qui.
Additò le due tavole di
legno screpolate che ornavano i battitoi della sua bottega: sovra esse erano a
mezzo cancellati due gran vasi dipinti con avvolti intorno due serpenti
verdescuri.
- Ecco: queste mostre di
bottega sono già un po' scadenti. Le serpi hanno perso le squame e somigliano
anguille: e i vasi, altro che di marmo, paiono di gesso sporco. La mi dovrebbe,
lei che ha un sì valente e facile pennello, rimpiastrarmi costassù qualche
bella dipintura a suo modo, che sarebbe per me proprio quel che ci vuole.
Oggidì, la vede, anche le spezierie si mettono in isfarzo e sembrano salotti da
coiffeurs di Parigi: le medicine fanno competenza ai sorbetti in punto a
specchi ed ornamenti delle botteghe in cui si spacciano. Lo speziale X ha
addobbato il suo fondaco che pare una sala da ballo: è vero che se ne ricatta
vendendo susine per tamarindi, corteccia di salice per china, ed ogni fatta
porcherie per droghe... Ah, mio caro signor Antonio, non è spacciando roba
buona e governandosi onestamente, come noi si fa, che si diventa ricchi di
quella guisa. Il signor X ha più di ventimila lire all'anno, sa! Eh! ce ne
vuole della cassia a metterle insieme! Ma quel birbo là è sempre stato
un ladro, ed è perciò che ha sempre avuto fortuna. Mi ricordo che quando ha
cominciato...
Vanardi a cui stava
troppo a cuore un'ordinazione di lavoro, l'interruppe, ma sforzandosi a
sorridere il più amichevolmente che potesse.
- Ella dunque, signor
Agapito, vorrebbe ch'io dipingessi a nuovo queste mostre?
- Appunto. La vede: il
legno è buono.... qualche tarlatura, ma con un po' di mastice, gli è nulla.
Senta come suona! - E vi picchiava su colla nocca delle dita. - Una lisciatina
di che so io, una figura, due fregi, una mano di vernice ed avranno un rispicco
da farne stare ammirato chi passa.
- Bene. Lei ha detto una
figura, vorrebbe dunque surrogare questi vasi?...
- Oh quanto a ciò faccia
lei. Ho detto una figura così per dire.... Ma non ho voluto dire nè una figura
rettorica nè un'algebrica.... oh, oh, oh! Ha afferrato il bisticcio? Non è
cattivo.... Dunque, ci metta ciò che vuole, purchè sia qualche cosa
d'acconcio.... Per esempio se fossero i due ritratti d'Ippocrate e di Galeno...
C'è qualche farmacia che li ha... Due personaggi da capo a piedi con aria
severa, una gran barba, un manto, andrebbe addirittura a meraviglia. Ma non la
voglio mica legare.... L'ispirazione... Oh so anch'io cos'è l'ispirazione...
Dunque la lascio affatto libero. Le manderò su di quest'oggi pel garzone al suo
studio le due tavole. Non c'è nulla che prema... affatto nulla: ma se non
avesse più pressanti lavori... quanto prima si può sfoggiarla e meglio è...
insomma, se me le desse per la fine dalla settimana entrante, mi sarebbe molto
a grado.
Vanardi in quel tempo, e
già da troppo ciò gli avveniva, non aveva precisamente nulla da fare. Il
bisogno di denaro cresceva in ragione inversa alla mancanza del lavoro; e
questa che gli parve una bella e buona proposta dello speziale gli tornò come
una benedizione della fortuna. Non istette a discorrerla davantaggio, e promise
che pel tempo accennatogli i due eroi della medicina, dalle loro tavole di
legno, inviterebbero i passeggeri a purgarsi colle droghe di messer Agapito.
Bene ebbe in pensiero di
domandare fino dapprima un prezzo, ma secondo il solito glie ne venne meno il
coraggio, e si quietò nel pensiero che per quanto poco volesse lo speziale
pagarlo, n'avrebbe sempre avuto tuttavia da comprar pane per un poco di giorni
alla sua famiglia.
Ci si mise intorno a
tutt'uomo, impiegò in questo lavoro tutti i colori che gli rimanevano ancora e
tutto il suo talento; fece due faccie storte che lucicchiavano
meravigliosamente collo splendore della loro fresca vernice.
Messer Agapito lodò
molto l'artista, ma non parlò di pagare. Antonio aveva sempre sulle labbra la
parola per dimandargliene il prezzo, ma non la osava pronunciar mai: i debiti
crescevano, i bimbi strillavano da mane a sera e la moglie borbottava senza
soluzione di continuità.
Voi direte: - Questo tuo
protagonista è uno scioccone che si merita la sua sorte. Perchè si è
ammogliato, se non aveva fortune da mantenere la sua famiglia, se non aveva
talenti da guadagnarsene il sostentamento? Perchè fare il pittore se non era
buono che a scombiccherar faccie storte? Perchè ha dato la vita a quattro
creature, le quali non avrebbero sofferto di miseria quand'egli non le avesse
fatte venire al mondo? Perchè sopratutto ha sposato una moglie borbottona?
Egli, se vi udisse,
potrebbe rispondervi:
- La mia Rosina era più
mite d'un agnello quando me la sono sposata. Le volevo bene; era sola, onesta o
belloccia, e perchè la era povera, avevo io da sedurla ed abbandonarla? Sono un
onest'uomo, corpo di Bacco! Allora io, oltre la tanta buona volontà di
lavorare, aveva le illusioni della prima giovinezza, che mi dipingevano in
tinte ridenti l'avvenire; aveva la lusinga d'essere o di poter diventare un
buon pittore e la speranza di poter guadagnare col mio pennello tanto quanto
colla punta dei piedi un maestro di ballo. Che colpa ne ho io se le mie
illusioni ebbero il torto marcio; se il lavoro non venne; se mio zio il
droghiere non volle mai più perdonarmi; se mia moglie si ostinò a volermi far
padre quattro volte; e se per soprammercato le sciagure la fecero dispettosa e
peggio?...
Ma qui sarà meglio che,
senz'aspettar altro, io entri a darvi maggiori e più intime informazioni di
questo povero diavolo.
Attenti bene!
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