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Vittorio Bersezio
La carità del prossimo

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  • Volume I.
    • IX.
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IX.

 

- Il signor Biale, così cominciò Selva, come già ti dissi, è un uomo che ora conta oltre a sessant'anni. Lo conosci tu di persona?

- No: rispose Antonio, non so d'averlo visto mai.

- È ancora un bell'uomo, alto di persona, a fronte calva, a faccia severa, quantunque tutto bontà, a sguardo benevolo ed occhi intelligenti. Fu militare, ed ha conservato qualche cosa della rigidità del portamento e della bruschezza di maniere del soldato. Ha la fibra di quel vero acciaio che piega, se occorre, ma fino ad un certo punto soltanto, e piuttosto s'infrange che andar sotto al livello della dignità e dell'onestà del carattere, che perdura inalterabile, ed all'influsso corrosivo delle male parti della società, delle passioni e della sciagura non si guasta s'infiacca. La natura gli ha regalato un'onestà a tutta prova, la disciplina militare, a cui fu soggetto ne' suoi giovani anni, gli ha aggiunto un non so che di puritanismo autoritativo che lo fa abborrire da ogni discussione, guardare con occhio acuto e sicuro dove stia il dovere, e vistolo, camminare a passo franco verso di esso, quali che sieno gli ostacoli che trammezzino.

«Il dovere è per lui la formola suprema, la regola inflessibile a cui misurare tutte le sue azioni. Esso lo fa inchinare venerando innanzi a Dio; esso lo rende caritatevole e pronto al sacrifizio verso il prossimo; esso lo fa amoroso e previdente padre di famiglia, ed insieme egregio cittadino, pronto a dare le sostanze e la vita per la patria. Per effetto della sublime bontà del suo animo, dovere ed amore si confondono per lui in una medesima cosa. Egli, quello che dice, ama di farlo. Sotto alla rigidità delle sue maniere ed alla soldatesca asciuttezza de' suoi contegni e' nasconde tesori d'amore da disgradarne l'anima della donna più pietosa e meglio fornita di affetti. Questa profonda e contenuta bontà si manifesta raro nel laconismo delle sue parole, ma prova eloquentemente nelle opere, avvolte pur sempre in quel caro e prezioso appannamento, lasciami dir così, della semplicità e della modestia.

«Suo padre era un uomo duro, a cui per contro la pietà parlava poco al cuore, troppo invece l'interesse. D'un'onestà ancor egli a tutte prove, non avrebbe fatto torto d'un centesimo ad uomo al mondo, ma non avrebbe dato nemmeno un soldo, nemmanco un suo incomodo di mezzo minuto per fare un'ombra di bene ad un suo simile, cui non avesse ragione da amare, o temere, o sperarne ricambio; non si sarebbe peritato neppure un istante a rovinare chicchessiasi, un uomo ed anche un'intiera famiglia, per soddisfare le due passioni che più violentemente possedevano la sua anima fiera: l'amor del guadagno e quello della vendetta.

«Di quest'ultima sua feroce passione ben ebbe a sentirne gli effetti la famiglia del povero Pannini...

- Pannini, interruppe Antonio, quello stesso che ora ha sposato la figliuola del signor Biale?

- Lui no; il marito della signora Lisa a quel tempo era ancora in mente dei; e suo padre medesimo non era che un fanciullo; un fanciullo era eziandio, di pochi anni anzi minore, il signor Carlo, il padre della Lisa medesima; ma gli è appunto di quella famiglia che si tratta e dell'avo del vivente signor Pannini. Fra costui e il padre del signor Carlo esisteva da tempo una ruggine che sempre era venuta crescendo. Biale era segretario ed amministratore delle fortune copiosissime della nobile famiglia di Campidoro. Pannini ne era il maggiordomo. Tutte due erano da tempo legati a quella casa e ne curavano od ostentavano di curarne gli interessi, e tuttedue avevano delle benemerenze verso i padroni che davano loro un influsso che altri non avrebbe avuto nelle loro condizioni. Pannini, quando la famiglia, per gli sconvolgimenti politici dell'invasione straniera e del dominio francese in Piemonte, aveva emigrato di paese, aveva voluto associare la sua alla sorte de' suoi padroni, li aveva seguiti, e poichè essi erano ridotti a povere fortune dal sequestro e dalla vendita dei loro beni patrimoniali, esso li aveva generosamente mantenuti, senza che loro quasi se ne avessero ad accorgere, col frutto dei risparmi che egli aveva potuto fare in addietro ed aveva seco portati in esilio. Ma Biale non aveva dimostrata minor devozione per quella stirpe: quando i beni della medesima erano stati posti in vendita, egli aveva fatto così bene, che direttamente per , e mediatamente per alcuni suoi fidatissimi, erasi reso acquisitore di tutto quanto, giungendo persino a salvare la parte più preziosa e che avessero più cara dei loro mobili e delle loro domestiche memorie. Quando poi i Campidoro erano ritornati col loro re, egli modestamente era andato a riporli in possesso d'ogni parte di quel patrimonio che possedevano prima della tempesta della rivoluzione. Son codesti servizi di tali che non si dimenticano più, e Pannini e Biale furono pei Campidoro qualche cosa di meglio che un ragioniere ed un maggiordomo, quasi due membri della famiglia; la quale, a quel tempo, era ridotta a due uomini, il padre vecchio cadente oramai e un solo figliuolo non più giovane, marito dell'attuale vecchia marchesa, che sarà l'ultima a portare quel nome illustre, non avendo il Cielo benedetto di figli il suo matrimonio.

«In quella situazione in cui si trovavano era troppo facile che nascesse rivalità fra il signor ragioniere ed il signor maggiordomo, e che perciò, a scavalcarsi a vicenda, l'uno tendesse a danneggiar l'altro nello spirito dei padroni; e così avvenne di fatto. Pare anzi che il primo a cominciare siffatta guerra sia stato Pannini; e Biale, accortosene, ebbe la maggior rabbia che possa tormentare anima d'uomo e giurò di fargliela pagare.

«La brutta lotta durò assai tempo con varia vicenda. Il marchese padre pareva propendere pel maggiordomo, il figliuolo e specialmente la moglie sembravano invece più inchinevoli al ragioniere. Pannini aveva un torto che pare essere un difetto inerente all'organismo di quella famiglia, poichè fu quello che menò poi a rovina suo figlio, in quel tempo appena adolescente, e che io stesso ho già avuto occasione di notare nel suo nipote Gustavo: un amore straordinario dello sfarzo di comparire in pubblico colle mostre della ricchezza e dell'eleganza e un'alterigia sciocca verso chi presumeva da meno di lui per la fortuna e pel grado sociale; onde avveniva che tra i famigli egli avesse poco o punto simpatia, e tutti invece fossero più disposti a favorire il segretario, il quale in realtà superiore di grado al maggiordomo era in fatti meno di lui altezzoso e superbo, e di cui la vita modesta non offuscava gli sguardi a nessuno, non chiamava in alcun modo l'invidia e le maligne supposizioni della gente.

«Avvenne frattanto che il vecchio marchese ammalasse e di quella malattia che esser doveva l'ultima; il maggiordomo fu pieno di cure per esso; il suo ufficio era più adatto a concedergli di star presso il malato, e questi era così contento de' suoi servigi che quasi non voleva intorno altri più che il maggiordomo. Fece il marchese il suo testamento e questo mostrò gli effetti di quel suo stato presente dell'animo, poichè mentre Biale vi era appena nominato e col legato d'un ricordo da nulla, vi si contenevano invece per Pannini alcune espressioni le più lusinghiere di riconoscenza per quanto aveva egli fatto in beneficio dei Campidoro, e il lascito d'un vistoso legato.

«Quando, morto il marchese, Biale ebbe conosciuto il tenore di quel testamento, egli provò una rabbia come forse non aveva ancora provato mai. Amante come ti ho detto esser egli del guadagno, aspramente gli cuoceva la meschinità del regalo a lui lasciato, appetto alla vistosità di quello destinato al suo rivale; gli cuoceva del pari e fors'anco più la sconoscenza che aveva fatto passar sotto silenzio i servizi da lui resi ai Campidoro per magnificar quelli di quel rivale medesimo cotanto favorito. Gli parve una vera ruberia che s'era fatta a suo danno: ruberia di denaro e ruberia di considerazione; e il colpevole di questo misfatto era Pannini, il quale se ne vantaggiava e trionfava. L'odio suo contro di costui, il qual odio non aveva pur bisogno di crescere per diventare enorme, tuttavia s'infierì vieppiù. Pannini, da parte sua, ebbe la stoltezza e l'audacia di quasi menar vampo di questo suo successo; e i suoi contegni verso Biale presero un non so che di sprezzante, che erano pel padre di Carlo una continua e reiterata e sempre più pungente provocazione.

«Biale si racchiuse in un cupo silenzio, parve cedere innanzi al rivale, ma si raccoglieva invece per trovar modo di perdere affatto l'odiato suo nemico.

«Ti ho detto che il modo di vivere di Pannini era tale da destare anche le maligne supposizioni della gente, e le aveva destate difatti. I famigli susurravan piano, e le comari del quartiere ripetevano forte che a pagare tutto il lusso del signor maggiordomo non bastavano le paghe onestamente da esso guadagnate, ma concorrevano alcune particelle dei redditi della casa di Campidoro, abilmente da esso stornate ne' suoi conti. Il male e le colpe dei nostri nemici si credono molto agevolmente e con molto diletto; Biale credeva codesto di Pannini, e determinò provarlo ai padroni e vi si accinse con tutta la pertinacia e la sagacità dell'odio.

«Non saprei dirti come ci sia riuscito; il fatto è ch'egli raccolse certi documenti e li presentò al marchese ed alla marchesa, i quali ne furono convinti che il loro maggiordomo rubava a man salva. Il modo con cui Pannini aveva ottenuto dal vecchio padrone moribondo que' vantaggi e quelle note di encomio nel testamento non era piaciuto nemmeno all'allora vivente marchese ed a sua moglie, i contegni del maggiordomo di poi avevano sempre più indisposto l'animo loro verso di esso: onde, alle rivelazioni avute da Biale, senza voler scendere a spiegazioni di sorta, senza il menomo rimprovero altro, il marchese e la marchesa, pagato Pannini di quanto per ogni ragione gli spettasse, gli fecero significare che aveva da considerarsi aver cessato di essere loro maggiordomo.

«A Pannini fu come una tegola che gli fosse cascata sul capo passeggiando. Capì che la sua disgrazia la doveva a Biale, e se glie ne accrescesse odio è facile pensarlo: fosse l'accoramento per questa sua sventura o la rabbia di non potersi vendicare, il fatto è che non andò molto tempo ch'egli si morì lasciando suo figlio in povere fortune e nell'animo di lui l'odio verso il Biale, maggiore ancora di quello ch'egli non avesse.

«Questo suo figlio, che è poi il padre del marito della signora Lisa, aveva ancor egli, come e più che il padre, un grande amore per lo sfarzo e per lo spendere, e trovavasi disgraziatamente al verde. Venduto quel poco che gli era rimasto dell'eredità paterna, egli era andato ad arruolarsi in un reggimento dell'esercito, e in questa carriera militare, che egli abbracciava quasi per disperazione, doveva trovarsi a fronte il figliuolo del nemico di suo padre, il quasi a lui coetaneo Carlo Biale.

«Questi aveva scelto tale carriera parte per inclinazione, parte eziandio per torsi da casa, dove l'umore diventato acre, intollerante ed ingiustissimo di suo padre, gli rendeva quasi insopportabile il soggiorno. Dopo la cacciata del Pannini e ancora più dopo la morte di lui, Biale mentre di fisico pareva invecchiato di dieci anni, di morale era divenuto il più cupo, il più irritabile, il più scontroso degli uomini. Si sarebbe detto che una pena interna lo rodeva continuamente, e ch'egli non potendo scacciarla sfogarsene altrimenti, si travagliava maledettamente in una continua rabbia contro stesso e contro altrui; rabbia che tutta incessantemente andava a cadere sul capo del povero Carlo.

«Non ci volle poco a far consentire il padre ch'egli andasse soldato; ma l'intervento del marchese, e della marchesa sopra tutto, la quale andava pazza per le monture militari, valsero a vincere la sua renitenza. Carlo a diciott'anni entrò semplice soldato in un reggimento di fanteria; non volle esenzioni e privilegi nella vita del soldato, benchè la protezione dei Campidoro gliene avrebbe potuto procurare d'ogni fatta, e non si distinse da ogni altro che per zelo e buona condotta. Ma tuttavia la protezione della nobile famiglia non gli fu inefficace, perchè passato rapidamente pei gradi subalterni, quattro anni dopo d'essersi arruolato, egli era promosso ufficiale. Il figliuolo del disgraziato Pannini da molti più anni si impazientava alla soglia di questa ambita promozione nel grado subalterno di sergente. Ma in quella ecco avvenire a Carlo una sciagura e svelarglisi un tremendo segreto che doveva influire su tutta la sua vita di poi.

«Era egli di guarnigione a Genova, quando riceve una lettera pressante che lo invita a venire senza il menomo indugio a Torino, se vuole ancora vedere in questo mondo suo padre, assalito da una violenta malattia, e condannato senza rimedio. Il colonnello del suo reggimento, che di molto amava e stimava il giovane Carlo, gli tosto di suo capo il permesso di venirsene, ed egli accorre colla maggiore rapidità che gli era concessa. Arriva che suo padre è proprio all'agonia; ma nel moribondo è ancora tutta la sua cognizione, ed è ardente, pieno d'impazienza il desiderio di veder suo figlio, di potergli dire alcune ultime parole prima di chiuder per sempre gli occhi. Carlo s'accosta al letto, tremante, piangente, e quasi non riconosce suo padre in quel cadavere in cui non c'è più di animato che due occhi sbarrati, febbrili, riarsi da un fuoco interno, agitati e quasi direste paurosi. Il morente gli fa cenno accosti più che può l'orecchio alle sue labbra, da cui greve, affannato, penoso esce il rifiato interrotto dal singhiozzo della morte, e Carlo si curva sul giacente e questi con quel filo di voce che gli rimane sussurra:

«- Non morivo tranquillo senza svelarti una cosa che da tempo mi tormenta... che è un mio gran rimorso... che temo Dio non mi perdoni...

«Un singhiozzo l'interruppe: Carlo volle dire alcune parole di conforto, ma il padre accennando cogli occhi lo lasciasse parlare, temendo di non avere il tempo di finire la fatale confidenza, si affrettò a soggiungere:

«- Pannini era innocente... Sono io che l'ho rovinato... io che l'ho fatto morire nella miseria calunniandolo... «Carlo fece un moto di sorpresa che poteva anche dirsi di orrore.

«- Ah!... potessi riparare... balbettò ancora il morente in cui la voce veniva meno, poi torse gli occhi, agitò le labbra per pronunciare altre parole, ma nessun suono ne uscì più; una lieve contrazione ne corse i lineamenti, e il capo ricadde abbandonato sul guanciale. Era morto.

«Pensate qual esser dovesse l'animo dell'onesto, intemerato Carlo, in presenza del cadavere di suo padre dopo una rivelazione siffatta!

«Il pensiero che subito sorse nella dolorosa confusione ond'era stata invasa la sua mente all'apprendere quel fatale, inaspettato segreto, siffatto pensiero era quello cui avevano accennato le ultime parole pronunziate da suo padre, le quali rivelavano di certo il desiderio con cui egli era morto; era quello che non poteva a meno di sorgere in un'anima così onesta: riparare!

«Ma come farlo? In qual modo e in qual misura? Carlo stette innanzi a suo padre morto, le mani serrate con forza di contrazione muscolare, muto, immobile, pallido, fissando quel cadavere come se da quei lineamenti distesi dalla mano della morte, da quelle labbra chiuse per sempre gli dovesse venire tuttavia un'indicazione del come eseguire il dover suo, poichè egli non aveva menomamente indugiato a sentire che quello era oramai un suo impreteribile dovere.

«Che notte fosse quella ch'egli passò dopo la morte del padre e la terribile rivelazione, egli solo potrebbe dirlo, e non disse mai a nessuno; ma il mattino la sua decisione era presa. Per prima cosa si recò dai signori di Campidoro ed apprese loro tutta la verità, perchè nel loro concetto fosse riabilitata la memoria del morto maggiordomo. Egli aveva sentito che di due sorta doveva essere la riparazione da farsi al calunniato: una morale, distruggendo il falso giudizio che di lui aveva recato chi l'aveva creduto colpevole; l'altra materiale, risarcendo per quanto a lui fosse possibile la famiglia di quella vittima, dei danni finanziari che aveva sofferto. Dopo aver dunque manifestato il vero al marchese ed alla marchesa di Campidoro, fece due parti dell'eredità che gli aveva lasciato suo padre ed una fece pervenire misteriosamente al figliuolo di Pannini. Verso di costui egli non aveva nessun debito di svelare la colpa di suo padre: purchè lo risarcisse ampiamente di quello che aveva perduto. Gli fece pervenire la vistosa somma come il pagamento d'un debitore di suo padre, che desiderava rimanersi sconosciuto. Pannini accolse questo come un bel regalo della sorte, e non cercò altro, non sospettando nemmeno che la cosa potesse venire da Biale; e siccome era sempre del medesimo umore spendereccio, si diede a farla alla grande con quei denari, per quanto gli consentiva la vita di subalterno militare. Avrebbe rinunziato a questa uggiosa esistenza, ma i Campidoro volendo alla loro volta risarcire in alcun modo il figliuolo del loro antico maggiordomo, ottenevano a poco andare anche per lui le spalline da ufficiale, ed egli trovandosi assai leggiadro e piacente sotto la montura, continuava volonteroso. Poco dopo si univa in maritaggio con una bella ragazza che gli arrecava una discreta dote, e ne nasceva un figliuolo, che è il presente Gustavo Pannini.

«Ma volle sventura che un giorno Carlo Biale, promosso ad un grado superiore, fosse cambiato di reggimento, e mandato in quello appunto in cui era Pannini. Nell'animo di costui non era punto scemato l'odio che nutriva verso il figliuolo del nemico di suo padre, di cui non sospettava, e non avrebbe creduta mai la generosa azione a suo riguardo.

«La severità di modi, l'asciutto riserbo di Carlo dispiacquero sempre più a Pannini, il quale non lasciava occasione di scoccare qualche frizzo mordace contro di lui: valse a placarlo il modo degno e leale con cui Carlo trattava; e tutti, in breve, nel reggimento furono persuasi che una gran ruggine era fra quei due, e che sarebbe bastata una lieve circostanza a far nascere fra loro una collisione: questa circostanza Pannini tentava ad ogni modo di far nascere, e Biale invece con pari cura e con successo migliore faceva ad impedire. Di codesto, come accade, fra gli ufficiali del reggimento si faceva un gran discorrere, e chi temeva per l'uno e chi per l'altro, con discussioni calorose che minacciavano persino produrre le più triste conseguenze; gli amici di Pannini cominciavano a tacciare di pusillanimità la prudenza di Biale, e i parteggiatori di quest'ultimo battezzavano per impertinenza la volontà provocatrice del primo. In verità Pannini aveva molti più aderenti che non Carlo, il quale, venuto l'ultimo nel reggimento, colla serietà del suo carattere allontanava da la famigliarità e la confidenza che sogliono aver luogo fra camerati.

«Le cose erano a questo punto, quando la circostanza tanto aspettata da Pannini avvenne pur troppo. Si era in piazza d'armi alle manovre, e Biale in mancanza dell'aiutante maggiore faceva egli siffatto servizio. In un movimento qualunque, Pannini, che comandava un pelottone, si sbagliò e Carlo l'ebbe ad ammonire: era un movimento importante, occorreva fosse eseguito rapidamente, e si era sotto gli occhi del colonnello severissimo, che avrebbe acerbamente rampognato l'errore: per ciò le parole di Biale furono forse più vivaci ed impazienti che non sarebbero state in altro momento, e Pannini sentì montarsi la stizza, offeso il suo orgoglio, che era cotanto, nell'essere rimbrottato in presenza del reggimento. Si fermò egli fuori delle righe, al posto in cui si trovava, e rispose alcune insolenti parole al suo correttore; Biale rimbeccò ordinandogli, come superiore, tacesse ed obbedisse: in quella soprarrivò il colonnello, che volle sapere ciò che accadesse: informatone brevemente da Carlo, il comandante del reggimento, il quale in siffatte cose era scrupolosissimo, disse forte colla sua voce chiara di comando:

«- Sottotenente Pannini, cinque giorni di arresto nella propria camera.

«Pannini tornò al suo posto pallido e mordendosi le labbra.

«- Biale me la pagherà: l'udirono mormorare fra i denti i suoi vicini.

«Mentre il sottotenente, era agli arresti, i suoi amici andavano dicendo a bassa e ad alta voce che appena uscitone, Pannini avrebbe domandato ragione a colui che era stato causa fosse così punito; e Biale quando questa voce gli venne all'orecchio si contentò di fare un sorriso e di crollar le spalle. Invero il signor Carlo non aveva nessun'apprensione da provare per un simile scontro, tra perchè era coraggiosissimo innanzi ad ogni pericolo, tra perchè nel maneggio d'ogni arma andava dei primi nel reggimento e di molto innanzi al suo avversario.

«La cosa avvenne infatti com'era stata prevista. Il giorno stesso in cui erano finiti gli arresti di Pannini, questi alla prima radunata degli ufficiali investiva aspramente il suo nemico e lo sfidava a duello. Biale s'era proposto d'esser calmo e di non accettare la tenzone, riparandosi dietro la buona ragione che avendo parlato a Pannini in qualità di superiore e per cose di servizio, non poteva essere il caso di darne conto con un duello, ma come si fa ad esser calmi quando un uomo vi provoca insolentemente in presenza d'una frotta di compagni che si sanno pronti a prendere la vostra moderazione per un meno nobile sentimento, e si ha il sangue di venticinque anni nelle vene? Biale dimenticò tutti i suoi propositi di mitezza innanzi alla tracotanza del suo avversario e, accettato il duello, volle che fosse alla spada, l'arma degli scontri più seri, e con tali condizioni che lo rendessero pericolosissimo.

«- Così, pensava egli, l'avrò finita una buona volta con questo matto.

«Le cose furono intese appuntino, ed il giorno dopo doveva aver luogo il combattimento. Appena calmato un poco il bollore del sangue, nel signor Carlo era tosto entrato già un rincrescimento di quanto ora avvenuto, e s'era già pentito dell'aver così facilmente ceduto all'impeto del suo momentaneo risentimento. Che? Aveva egli da battersi col figliuolo dell'uomo che doveva a suo padre la rovina? Così, se il padre aveva danneggiato questa famiglia nelle sostanze e nella fama, egli, Carlo, l'avrebbe priva del suo unico attuale sostegno? Come ti dissi, Pannini erasi ammogliato ed era da pochi mesi padre d'un bambino; Carlo pensò a questo meschinello di fanciullo, ed avrebbe dato non so che cosa per evitare quello scontro... Ma sì, come s'aveva da fare oramai? Tutto era stabilito, l'ora fissata, preso il convegno: per ritrarsene ci voleva ben altro coraggio di quello che Carlo si credeva d'avere. Affrontare la lama dell'avversarlo era un nonnulla per lui, ma affrontare i severi giudizi, lo scherno, il disprezzo di tutto il reggimento, che sapeva non gli sarebbero mancati quando egli si fosse tirato indietro, era troppo, e non gli pareva affatto di sentirsene la forza.

«Era già notte, e Carlo, solo nella sua camera, preparava alcune carte e disponeva di alcune sue cose nella previsione d'una possibile disgrazia che gli toccasse nel duello la mattina a venire, quando il soldato che gli faceva da domestico venne ad annunziargli che una signora con fitto velo sul volto domandava con viva istanza parlargli. Carlo, che non indovinava menomamente chi esser potesse, ordinò che fosse introdotta. Entrò una donna che pareva appena potersi reggere in piedi, tanto era vacillante il suo passo, e di cui le mani tremavano come foglie mosse dal vento. Mentre Biale la salutava rispettosamente e muoveva verso di lei, la dama si sorresse al mobile che trovò più vicino colla sembianza di chi ha proprio esaurite tutte le sue forze.

«- Signora, disse Biale con accento incoraggiante, con chi ho l'onore di parlare, e che cosa mi vale il favore d'una sua visita?

«La signora, il cui petto ansimava penosamente, levò il velo che discendeva dal suo cappellino e mostrò il viso pallido, disfatto, inondato di lagrime della giovane moglie di Pannini.

«Biale diede indietro d'un passo meravigliato e turbato.

«- Signora, balbettò egli, non sapendo affatto che cosa si avesse da dire: signora, lei qui!....

«La donna per tutta risposta si lasciò cader seduta, e, coprendosi col fazzoletto la faccia, ruppe in un pianto dirotto ed angoscioso.

«Carlo stette un poco dritto innanzi a quella donna, assai imbarazzato di quel che avesse da dire o da fare; ma poichè alcun tempo era trascorso in silenzio ed ei sentiva che qualche parola gli toccava pure di rivolgere a quella desolata, cominciò con voce impressa di riguardo e di pietà:

«- Signora, si calmi, faccia coraggio, la prego... La sua venuta mi fa pensare ch'ella creda ch'io possa qualche cosa per lei; mi dica ciò che ha da comandarmi, ed io la accerto che mi farò una premura di servirla in tutto quanto mi sarà possibile.

«La donna si levò con impeto, si rasciugò in fretta le lagrime, e giungendo le mani come fa chi supplica con ardore, disse con accento pieno di commozione:

«- Sì, ella può molto per me. Ella può tutto, ed io sono venuti a scongiurarla non voglia gettar nella rovina e nel dolore una famiglia.

«Per farla breve, la moglie di Pannini era venuta a pregare il signor Carlo di non battersi col marito di lei; e lo fece con tante preghiere, con tanta insistenza, con tali ragioni, che un cuore anche meno umano di quello di Biale ne sarebbe rimasto commosso. Ma quello che la povera donna domandava pareva all'avversario di Pannini impossibile: come si fa a disdire un duello senza che ne sia offeso l'onore, massime trattandosi di militari? Egli promise che avrebbe fatto di tutto per risparmiare la vita del suo nemico; ma codesta promessa non valse a tranquillare quella povera anima sgomenta di moglie e di madre.

«Quando sarebbero stati a fronte nel giuoco tremendo in cui si tratta di salvare la propria vita colla morte altrui, che sì che avrebbe avuto ancora molto potere una tale promessa! Ella aveva bisogno di sapere che non sarebbero andati sul terreno; ella si rivolgeva a quella generosità e pietà dell'animo che sapeva in Biale cotanta; ella lo pregava in nome d'un bambino che sarebbe rimasto orfano, gli svelava un doloroso segreto della sua famiglia, ed era che il marito col suo soverchio spendere aveva ormai consumato tutte le sue e le sostanze della moglie, così bene ch'egli morendo avrebbe lasciata la vedova e il figliuolino nella miseria. Avrebbe il signor Carlo voluto tanta jattura? Tu sai che eloquenza disordinata, fuori di tutte le regole, ma efficace, ha una donna commossa, che vuole arrivare a uno scopo, una donna che prega per ciò che ha di più caro al mondo. Biale aveva le lagrime agli occhi, ma non poteva dare alla supplicante una risposta qual essa desiderava.

«- Ma vuol'ella adunque, finì egli per esclamare, che io sacrifichi alla sua tranquillità il mio onore?

«- Voglio che non mi tolga il padre di mio figlio, l'unico sostegno che mi rimanga.

«E poichè vide che Carlo rimaneva irremovibile, ella con atto ed aspetto disperati partissi, ma lanciando sul giovane queste parole come una maledizione:

«- Dio non le possa perdonar mai, se ella avrà ad essere l'assassino della mia famiglia.

«Biale rimase solo sotto l'impressione di quelle crude parole che gli penetrarono profondo nell'anima. - L'assassino di quella famiglia! - Tutta notte sentì intronare nel suo cervello quest'orribile grido. Era dunque fatale che quelli del suo sangue fossero funesti ai Pannini? Quel povero bambino, quando fosse rimasto orfano, con che forza avrebbe gridato al cielo vendetta contro di lui, come aspramente il rimorso avrebbe travagliato il cuore di Carlo! Aveva egli riparato in parte al danno recato a quella famiglia da suo padre per recargliene egli stesso uno maggiore? Andar sul terreno era un esporsi a diventar omicida; la donna sconsolata che era venuta a supplicarlo aveva avuto ragione di non contentarsi della promessa da lui voluta dare di risparmiare i giorni dell'avversario; ben sentiva egli stesso che in faccia alla punta della spada nemica difficilmente sarebbe stato padrone di . Dunque?... Non aveva egli verso il figliuolo della vittima di suo padre doveri diversi e maggiori che non verso ogni altro?... Quando egli fosse giunto a persuadersi che questo dovere lo aveva, l'avrebbe compito senza fallo, qualunque cosa gli avesse costato; ma respingeva questa persuasione. Lottò lungamente; alla fine vinsero la pietà e quel sentimento esagerato del suo debito verso Pannini, cui la sua anima di probità dilicatissima aveva concepito: determinò che non avrebbe a niun conto incrociato la spada col figliuolo dell'antico maggiordomo di casa Campidoro. Giunto il mattino, scrisse due lettere: una ai suoi padrini, l'altra al suo avversario; diceva in entrambe che più mature considerazioni fatte lo avevano deciso a non battersi altrimenti, che molto gli doleva quanto era avvenuto fra lui e Pannini; ma di quanto riguardava il servizio, egli superiore di grado non aveva da renderne ragione nessuna, e se nei fatti suoi v'era alcuna cosa all'infuori di ciò che avesse offeso il sottotenente, egli, stato sempre lontanissimo dall'avere una simile intenzione, non esitava a dichiarare aperto la sua maggiore stima per l'avversario.

 

FINE DEL PRIMO VOLUME.


 

 

 




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