|
IX (seguito).
«Questo diportarsi di
Carlo fu uno scandalo per tutto il reggimento, che lo tacciò senza esitazione per
atto di viltà. I padrini di Biale accorsero strepitando al suo alloggio: ma un
uomo come quello non aveva potuto risolversi ad un passo di tal fatta senza
molto travaglio; appresero ch'egli era in letto con una febbre gagliarda e
trovarono nell'anticamera il suo fido soldato di servizio che per ordine del
medico non lasciava penetrare nessuno presso di lui.
«Per una settimana,
durante cui Biale fu ammalato, Pannini trionfò presso i compagni, di cui non
uno era disposto ad approvare la condotta del signor Carlo: non una visita
venne a dimostrare al malato la simpatia e il riguardo di alcuno de' suoi
compagni d'arme. Solo una donna venne copertamente una sera a ringraziarlo
piangendo di riconoscenza: era la moglie di Pannini, la madre di Gustavo. Tutta
l'ufficialità del reggimento aveva sentenziato che Biale era indegno di
appartenere al loro corpo, e che bisognava assolutamente fargli prendere le sue
dimissioni.
«Quando Carlo si
presentò la prima volta dopo ciò ai suoi commilitoni, tutti gli volsero le spalle
col più appariscente disprezzo, nessuno gli diresse la parola, ed a ciò ch'egli
disse non fu risposto, come se da nessuno fosse udito: egli divenne più pallido
di quel che già era in seguito a quella settimana di malattia, si morse le
labbra, ma incrociate le braccia al petto, stette immobile senza più aggiunger
verbo.
«Sopravvenne il
colonnello, il quale naturalmente era stato informato di tutto. Per ragioni di
servizio dovette egli rivolgere la parola a Biale, ma lo fece con più asciutta
brevità e con burbero accento più che non mai prima, e innanzi di partirsi gli
disse bruscamente che desiderava parlare con lui e lo attendeva ad una data ora
in casa sua.
«Quando Carlo si recò
dal colonnello, questi lo accolse nel suo salotto, dritto innanzi al camino,
con una faccia delle più accigliate. Lasciatolo appena varcar la soglia, il
colonnello interrogò Biale con impetuosa vivacità:
«- È egli vero ciò che
apprendo sul suo conto, signor luogotenente?
«- Che cosa? domandò a
sua volta Biale con rispetto, ma con fermezza e in contegno tutt'altro che di
colpevole.
«- Che lei, sfidato da
Pannini, al momento del duello ha rifiutato di battersi?
«- È vero: rispose con
serena semplicità il signor Carlo.
«Il colonnello diede uno
scossone e fece una fiera alzata di capo come cavallo che adombra.
«- Diavolo! esclamò
egli, mandando lampi dagli occhi. Questo è grave... molto grave... Ed io che ho
sempre stimato in lei un buon ufficiale!... Alla croce di Dio, avete voi paura?
«Biale arrossì fino alla
radice dei capelli: ma i suoi occhi mostravano che non era di vergogna quel suo
rossore.
«- No, signor
colonnello, non ho paura: diss'egli fermamente, ma senza tono di millanteria.
«- Orsù, vediamo un
poco... Qui sotto ci dev'essere una qualche ragione, ed io non sarò malcontento
di saperla.
«- Sì signore, la
ragione c'è: una ragione che mi rende la vita del signor Pannini più sacra di
qualunque altra, ma questa ragione è un segreto, ed io non lo posso dire a
nessuno, nemmanco a lei.
«La faccia del colonnello
s'imbrunì minacciosamente.
«- Eh via, queste son
favole: diss'egli crollando il capo con espressione di molto malcontento. Crede
lei che la cosa possa passar così liscia senz'altro?
«Tacque, come per
aspettare una risposta: Carlo rimase immobile e taciturno.
«- Avrà visto che
accoglimento grazioso le hanno fatto i suoi compagni...
«Biale ebbe una dolorosa
contrazione del volto, come uomo a cui si tasta aspramente una piaga; ma tornò
tosto nella sua impassibilità.
«- Ho visto, diss'egli
freddamente.
«- Ed hanno ragione,
corpo di bacco! proruppe con collera il colonnello. Sa ella, un ufficiale che
rifiuti una soddisfazione d'onore, che cosa gli resti di meglio da fare?
«- Dare le sue
dimissioni, rispose freddamente Carlo.
«- Lei lo ha detto:
disse con forza il colonnello, che pareva perdere la pazienza.
«Biale s'inchinò.
«- È ciò che faccio fin
da questo momento. Le manderò la mia domanda per iscritto quest'oggi medesimo.
«Il colonnello aggiunse
seccamente:
«- Procurerò che il
Ministero soddisfi il più presto possibile il suo desiderio.
«Fece un lieve cenno del
capo per indicare che il colloquio aveva da esser finito, e Biale uscì di là
col tormento maggiore e la rabbia repressa che uomo possa soffrir mai.
«- Anche il colonnello
mi disprezza!.... pensava egli. Oh! non ho io ripagato abbastanza il debito di
mio padre?
«La notizia che Biale
aveva domandata la dimissione corse sollecita per tutto il reggimento: si rise
alle sue spalle e si dissero di lui le più schernevoli parole del mondo.
«Alla prima riunione
degli ufficiali che ebbe luogo di poi, Carlo presentandosi ebbe un accoglimento
ancora più insultante ed offensivo di prima. Ogni sguardo egli se lo sentiva
addosso oltraggioso come una ceffata: una voce chiara e spiccata disse forte:
«- Eccolo qua il
codardo.
«Carlo camminò con passo
risoluto verso colui che aveva pronunciate cotali parole: era egli uno dei più
arditi e battaglieri uffiziali dell'esercito. Tutti i presenti si volsero a
prestar attenzione a ciò che stava per succedere.
«- È egli a me, domandò
Biale con voce fremente ma contenuta, ch'ella ha dato del codardo?
«Quell'altro lo guardò
dall'alto al basso con supremo disprezzo.
«- A lei: rispose
villanamente.
«Carlo non fu più
padrone di sè: gli era da parecchi giorni che soffriva cotanto, e la sua anima
inasprita non ne poteva più, e il suo sangue agitato dalla febbre gli bolliva
irrefrenabilmente. Alzò la mano ed un solenne schiaffo risuonò sulla guancia
dell'ufficiale che aveva detta quella parola: codardo.
«Naturalmente il
percosso fece per gettarsi sul suo offensore, i vicini s'intromisero perchè la
lotta non si cambiasse in ignobile pugillato, e, senza lasciar tempo in mezzo,
i due contendenti, accompagnati da quasi tutti gli ufficiali del reggimento si
recarono fuori della città a battersi colla sciabola medesima che avevano
allato.
«Ad una così seria
offesa non poteva corrispondere che un seriissimo duello. Biale aveva ancora il
sangue eccitato e non aveva più campo ad ascoltare voce alcuna di ragione. Si gettò
contro l'avversario con tutto l'impeto d'un uomo che vuole la morte di chi gli
sta di fronte, mentre l'avversario con pari ardore si slanciava contro di lui.
Fu un duello breve, ma terribilissimo per furore dei combattenti. Biale più
aitante di persona e più destro rimase vincitore: per una finta al capo indusse
il nemico a scoprire il petto, ed allora con rapida mossa partendo a fondo lo
colpiva in pieno petto con una puntata e lo passava fuor fuori.
«Fino allora la sua
esaltazione feroce era durata in Carlo; a quel punto cessò ad un tratto. Nel
volersi ritrarre indietro, dopo tirato il colpo, egli senti la sciabola
trattenuta, e pesare grave su di essa il corpo dell'avversario. Nello stesso
tempo i suoi occhi, fissi sul volto del nemico, videro i lineamenti di costui
contrarsi, poi distendersi tosto, le labbra aprirsi e non mandare che
un'esclamazione soffocata, ed un pallore di morte spargersi sulla fronte e
sulle guancie dell'infelice. Carlo gettò un grido e spiccò un salto
all'indietro, abbandonando la guardia della sua sciabola. Il corpo dell'altro
ufficiale non più sostenuto cadde stramazzone per terra. Tutti, eccetto Biale,
gli furono attorno. Era morto.
«L'uccisore stava là,
quasi più pallido dell'ucciso, ch'egli guardava fisso con occhi sbarrati che
esprimevano il più profondo orrore. Quando gli fu pôrta la sua sciabola
sanguinosa estratta dal cadavere, e' la ruppe al suolo e ne gettò i pezzi
lontano.
«Egli si allontanò solo
di colà e lungamente si aggirò per la più deserta campagna. S'era fatto omicida
volontario ed un tremendo rimorso gli tormentava l'animo: per risparmiare
Pannini aveva ucciso un innocente: a cagione di costui adunque egli vedeva
spezzata la sua carriera, fatto incerto il suo avvenire, chè nella vita
militare non voleva più continuare a niun patto, e macchiate le mani di sangue.
«Dopo quest'orribil
fatto i suoi compagni gli avevano restituita la loro stima: ma egli aveva
orrore di sè medesimo. Fu mandato per tre mesi agli arresti in fortezza, ed
egli sopportò5 la pena, a suo giudizio troppo mite, con una dolorosa
rassegnazione. Il colonnello nel frattempo gli fece capire che se avesse voluto
ritirare la domanda della dimissione, ciò vedrebbero molto volentieri e il
reggimento ed egli stesso; Carlo rispose che non avrebbe più cinto una spada
finchè non si trattasse di combattere un nemico straniero.
«Tornato alla esistenza
di semplice cittadino, cercò un impiego privato e l'ottenne presso una casa di
commercio. Più tardi prendeva moglie, e ne aveva un'unica figliuola, che è la
signora Lisa.
«Quanto il signor Carlo
amasse moglie e figliuola è superfluo il dirlo: eppure questo grandissimo
affetto non lo impedì che, scoppiata la guerra dell'indipendenza in quel
meraviglioso anno che fu il quarantotto, egli non avesse più bene finchè non
fosse riammesso nell'esercito a spartire con esso i rischi di quella gloriosa
lotta. Chiese l'antico suo grado e l'ottenne; ed a quarant'anni cominciò la
guerra cogli spallini da luogotenente,
«La Lisa aveva allora poco più
d'un lustro, ed era la più cara ed intelligente bambina che si potesse vedere.
Ella piangeva, serrandosi colle piccole braccia al collo del padre; sua madre
piangeva reclinando il capo addolorato sulle spalle del marito: ma nulla valse
a smuovere il signor Carlo dal fatto proposito. Abbandonò moglie e figliuola,
ed ebbe la fortuna di essere uno dei primi a varcare il Ticino e calpestare il
suolo lombardo.
«Vedi stranezza del
caso! Nel giugno, dopo la battaglia di Goito, dove il comandante del
battaglione a cui Biale apparteneva cadde gloriosamente, fu nominato un nuovo
maggiore: e questo che veniva da un altro reggimento era nientemeno che
Pannini; il quale, continuata la carriera militare, trovavasi in tale occasione
promosso a quel grado.
«Il nuovo maggiore, al
primo presentarglisi degli ufficiali del battaglione, riconobbe tosto Biale;
onde, non manifestato nulla in presenza degli altri, quando furono in sul
congedarsi, egli pregò l'antico suo collega di volersi soffermare un momento
con lui. Rimasti soli, gli disse che aveva gran bisogno d'una franca
spiegazione da colui che al tempo della loro contesa era suo superiore, ed ora
trovavasi suo subalterno. Col fatto Biale aveva dimostro che non era per nessun
ignobile motivo ch'egli aveva rifiutato di battersi con Pannini, e il colonnello
a costui aveva ripetute di poi le parole dettogli da Biale medesimo: che una
segreta ragione gli aveva impedito d'incrociare il ferro con colui che l'aveva
sfidato; Pannini ora, al momento di veder cominciare una nuova fase di
necessariamente seguitate e frequenti attinenze fra di loro, desiderava sapere
questa segreta ragione, od almeno conoscere se in essa v'era cosa alcuna che
leder potesse il suo onore e la sua delicatezza.
«Senza punto esitazione
Biale s'affrettò a dichiarare che quest'ultimo supposto non reggeva
menomamente, e ch'egli di chi gli parlava aveva sempre avuto piena stima; ma
poi circa allo svelare questo segreto motivo egli esitò, apparve manifestamente
impacciato, e finì per dire che la memoria della stretta relazione che passava
un tempo fra le loro famiglie e dell'infanzia passata insieme in gran parte,
gli faceva considerare Pannini quasi come un parente e lo avea reso
ripugnantissimo ad una lotta fratricida con esso.
«Il padre di Gustavo si
contentò di questa spiegazione; gli anni lo avevano fatto più calmo e più
assennato anche lui: tese francamente la mano al suo antico avversario, e disse
che aveva riconosciuto in appresso come in quella circostanza la ragione non
istesse dalla sua parte, che molto eragli doluto d'esser egli stato causa delle
disavventure che n'erano successe a Carlo, che glie le perdonasse, e poichè
egli aveva ricordato le antiche attinenze e l'antica amicizia d'infanzia
volesse anche da canto suo far rivivere quel passato e considerar lui come suo
antico camerata ed amico,
«Biale rispose, non
senza commozione, a quel franco e leale parlare, ch'egli avea tutto
dimenticato; che d'altra parte, egli non aveva mai dato colpa a lui dei tristi
avvenimenti che gli erano capitati, ma piuttosto alla sorte, e che nulla eragli
più caro di risuscitare l'antica domestichezza e l'antica affezione.
«Così fu in realtà, e da
quel punto ogni rancore fra quelle due famiglie fu spento; cosa di cui non poco
si rallegrò il bravo cuore del signor Carlo.
«Il quale al fuoco delle
battaglie erasi mostrato uno de' più valorosi. Dopo il primo scontro a cui
prese parte il battaglione, sotto il comando di Pannini, questi domandò ed
ottenne pel suo antico rivale la medaglia d'onore pel valor militare; e ad un
fatto d'armi posteriore, Pannini domandava ed otteneva del pari pel valoroso
Biale il grado di capitano nel medesimo battaglione.
«Le loro condizioni
domestiche erano quasi identiche, ed uguali le apprensioni e i timori del loro
cuore di padre. Pannini aveva un figliuolo di dodici anni incirca, di cui era
solo sostegno, ed a cui morendo non avrebbe lasciato che debiti; senza pur
cessare d'affrontare imperterrito ogni rischio, egli temeva la morte che
avrebbe lasciato solo al mondo in sì infelici condizioni il figliuolo. Biale
aveva ancor egli una moglie e una figliuola dilettissime, e con pena pensava
egli pure alla sorte di quelle care persone, quand'egli soccombesse. Vennero a
promettersi scambievolmente che quello dei due sopravvivesse non avrebbe
abbandonato la famiglia del caduto e glie ne terrebbe luogo per quanto gli
fosse possibile.
«Dopo ciò Pannini, il
quale da qualche tempo sembrava agitato da funesti presentimenti, fu più
tranquillo, e con maggiore audacia ancora s'espose ai pericoli, pur rampognando
il capitano di troppa imprudenza. La disgraziata campagna del quarantotto finì
senza che nè l'uno nè l'altro fossero rimasti vittima; il signor Carlo era
stato ferito bensì, ma lievemente, e dopo poco tempo aveva potuto riprendere il
comando della sua compagnia.
«Durante l'armistizio,
il capitano era venuto ad abbracciare la moglie e la figliuola, e Pannini,
accompagnatolo in una licenza di pochi giorni, gli aveva fatto conoscere suo
figlio Gustavo cui faceva educare in un collegio convitto di provincia. Il
giovinetto aveva una cert'aria d'intelligenza ed un aspetto di franchezza che
molto erano andati a sangue di Biale. Il maggiore aveva detto a suo figlio
additandogli il capitano, che in caso egli morisse, avesse poi a considerare
costui come suo padre: e il ragazzo s'era gettato al collo del genitore con
tanta effusione ed aveva detto con tanta sensitività: «Oh no, papà, non morire,
non dirlo nemmanco!» che il signor Carlo n'era stato commosso ed avea preso ad
augurare assai bene del carattere e del cuore di Gustavo.
«I presentimenti di
Pannini ebbero sfortunatamente ragione nella corta e disastrosa campagna del
quarantanove. A Novara, in sul primo avanzarsi verso il nemico del suo
battaglione, il maggiore cadeva colpito in pieno petto da una palla tirolese.
Raccolto sanguinoso egli non fece che chiamare con tutta istanza presso di sè
il capitano Biale. Venuto costui, il ferito gli disse a stento colla voce che
gli mancava, mentre ad ogni parola il sangue gli sgorgava a ondate dalla bocca.
«- Ricordati di mio
figlio.... per me la è finita... mio figlio... mio figlio... per carità!
«Lo sguardo inquieto,
convulso, supplicante diceva assai più d'ogni parola.
«Biale gli prese una
mano e stringendola pronunziò con accento solenne:
«- Sta tranquillo: gli
farò da padre; te lo giuro!
«Il moribondo, chè
oramai gli era tale, si rasserenò; i suoi occhi, chè la parola non poteva più,
ringraziarono con effusione; fu portato alle ambulanze e dopo pochi minuti
morì.
«Biale tornò incolume, e
riabbracciato la moglie e la figliuola, corse al collegio a vedere Gustavo. Gli
narrò la morte gloriosa del genitore, e gli confermò ch'ei non l'avrebbe
abbandonato mai. Il maggiore, come già ti dissi, non lasciava che debiti; il
signor Carlo sopperì del proprio alle spese degli studi del giovinetto, il quale
ogni vacanza veniva a passarla in casa del capitano come se fosse la casa
paterna. Quando si trattò di scegliere per Gustavo una carriera, il capitano lo
lasciò libero affatto; solamente gli fece notare come il suo utile, ed anco il
suo dovere, richiedessero che piuttosto s'appigliasse ad una di quelle
professioni che non vogliono tanto lungo il tirocinio, per dar compenso di
guadagni a chi le abbraccia. Nell'opinione del bravo capitano, Gustavo aveva
l'obbligo di venir pagando a poco a poco, a seconda che guadagnasse, i debiti
lasciati da suo padre, e quindi, quanto più presto egli sarebbe riuscito a far
fruttare l'opera sua, e tanto meglio sarebbe stato. Gustavo scelse il traffico
bancario in cui sognava più rapidi e più vistosi i guadagni, entrò negli uffizi
del borsiere Bancone, seppe guadagnare le buone grazie del primo commesso
fatutto, il signor Padule, e col tempo divenne segretario della banca.
«Intanto il signor Carlo
aveva nuovamente rinunciato alla divisa ed al grado militare: cessata la guerra,
egli aveva voluto tutto ridonarsi agli affetti ed agli interessi domestici.
Colla dote recata dalla moglie e con quello che egli aveva avanzato delle
paterne sostanze la famiglia possedeva una modesta agiatezza, in cui
sembravagli di poter vivere tutti tranquilli e felici senz'altro; e così
sarebbe avvenuto se poco tempo dopo loro non fosse piombato addosso un
grandissimo dolore: la morte della madre di Lisa. Il signor Carlo ne soffrì di
molto, e sulla sua faccia ordinariamente severa si stese quella tinta di
profonda mestizia che più non l'ha abbandonata di poi. Suoi soli amori gli
rimasero Lisa, primo ed immenso affetto, poi Gustavo. Anche questi due
giovanetti s'amarono, e più e in modo diverso che non fratello e sorella. Se ne
avvide il padre, e pensò che un maritaggio fra di loro avrebbe fatto la
felicità dei due giovani e quindi anche la sua. Gustavo non possedeva niente
fuorchè i debiti di suo padre che aveva ancora da pagare, ma era laborioso,
riconoscente, di carattere buono ed amava con passione la Lisa: era bensì alcun poco
intinto ancor egli della pece di suo padre e di suo nonno, vale a dire,
mostravasi troppo ambizioso di sfoggio e troppo ghiotto di ricchezze: ma pure
tollerava con paziente coraggio la povertà delle sue fortune; eppoi, miglior merito
di ogni altro in lui, miglior ragione di tutte, Lisa lo amava.... Il capitano
li unì; ed ora vivono tutti insieme le più beate creature del mondo, e dirò,
senza tema d'errare, le migliori altresì.
«E adesso dubiti tu
ancora, mio caro Vanardi, che il capitano sia uomo da non darsi pensiero delle
disgrazie d'un pover'uomo, padre di famiglia?
- No, rispose Vanardi.
Ora ho anzi speranza, e di molto; e te ne ringrazio, Giovanni, come di cosa già
fatta. Sarò computista (e trasse un sospiro): ma almeno avrò assicurato il pane
della mia famiglia.... Ed a proposito di pane, bisogna appunto ch'io vada a
comprar qualche cosa da pranzo pei miei poveri bimbi, poichè mercè tua lo
posso. Addio. T'aspetterò dunque domani con una risposta del come il capitano
Biale e sua figlia abbiano assunta la protezione di questo povero individuo.
E s'avviava per
andarsene, quando si ricordò di quell'altro motivo che l'aveva condotto
dall'amico, quello cioè di narrargli le impressioni del suo padrone di casa alla
vista del ritratto di madama Orsacchio, partecipargli i suoi sospetti e
consultarlo sul da farsi in benefizio di quell'infelice ch'egli non dubitava
fosse vittima dei peggiori trattamenti del crudele marito.
Selva non aveva
conosciuto nè i Cioni nè gli Orsacchio, ma sapeva tutte le vicende di
quell'avvenimento dalla bocca di Vanardi medesimo, e non era poco l'interesse
che egli aveva preso alla sconosciuta sorte della povera Gina.
Udito ciò che in questo
momento glie ne disse Antonio intorno alla visita del signor Marone, Giovanni
rispose che quel fatto non era bastevole per dar fondata speranza di essere in
sulle traccie della sparita donna; il padrone di casa, da qualunque
interrogato, non avrebbe di certo risposto secondo i loro desiderii, poichè era
più facile fosse d'accordo col signor Orsacchio che non altro; ad ogni modo
egli ci avrebbe riflettuto su di meglio, e guardato se c'era possibilità alcuna
d'averne un filo da potersi guidare, essendo che stimava doverosa carità
d'ognuno, e tanto più di Antonio che era stato amicissimo dello sventurato
amante di quella donna, il venire in soccorso della infelice, non d'altro rea
che d'un innocente amore natole in cuore prima ancora che a forza le si facesse
sposare un uomo indegno d'ogni affetto.
|