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XIV.
La sala da pranzo del
signor Bancone è delle più eleganti possiate immaginare. Due alte e grosse
credenze di legno d'acero artisticamente ed acconciamente scolpite a
rappresentare fiorami, frutta e selvaggina si drizzano alle due pareti
principali, ed in questo momento in cui stanno aperte lasciano scorgere le
porcellane più ricche e i cristalli più tersi, di piatti, bicchieri e bottiglie
che possano servire per la sontuosa mensa d'un milionario. Alla tappezzeria di
color tané, simulante cuoio cordovano, sono appiccati alcuni quadri di buon
autore rappresentanti, come si suol dire, soggetti di natura morta, e al di
sopra delle porte l'intelaiatura dell'uscio si termina con un quadro in cui
sono dipinti dei fiori e delle frutta. Le seggiole fatte all'antica con alta
spalliera e di legno scolpito ancor esse, sono coperte di cuoio cordovano
attaccato con borchie di metallo dorato. Nelle altre due pareti, diverse da
quelle a cui stanno appoggiate le credenze, si fan fronte da questa parte un
largo camino ornato di marmo scolpito, da quella una mensola di legno
intagliato e sopra ad ambedue due alti specchi nitidissimi con cornici di legno
uguale a quello dei mobili ed ugualmente lavorato, che si riflettono le loro
immagini all'infinito. Tanto sopra il camino quanto sopra la mensola, dei
grandi e stupendi candelabri di bronzo; sul camino, un orologio compagno, di
gran dimensione e di forme elegantissime; a mezzo della sala, pendente dalla
volta, una bella lumiera di bronzo eziandio con una selva di candele infisse
nelle sue branche.
Ora che noi mettiamo i
piedi sul lucido spazzo di legno intavolato e inverniciato, il déjeuner
volge al suo fine, e i convitati mostrano un'animata vivacità, di cui dànno
ampia ragione il manipolo di bottiglie che drizzano il loro collo sulla tavola
e la schiera un po' disordinata di bicchieri di varia forma che ciascuno ha
dinanzi. Lo sciampagna spumeggia negli alti calici allargantisi a coppa; un
allegro fuoco schioppetta sotto il camino; due domestici in piccola livrea
vanno mescendo il biondo liquore dal collo della bottiglia coperto di carta
inargentata, appena vedono vuoto il cristallo d'un bicchiere; una profusione di
argenterie lucicchia sulla tavola, dove la rarità e la bellezza delle frutta in
quella stagione invernale dà indizio della sontuosità di quell'asciolvere, che
ora è giunto al suo fine.
La grossa persona del
signor Bancone siede in capo alla tavola in un seggiolone a bracciuoli: e, come
il Trimalcione del famoso festino di Petronio, anima i convitati a bere e i
domestici a servire, mentre per impiacevolire viemmeglio coi discorsi il
banchetto non trova nulla di più acconcio che parlare di sè, delle sue fortune,
e fare con poca modestia il suo panegirico. Vezzo di parvenu. Dei personaggi
che fanno corona al superbo anfitrione non ce ne sono che due, i quali hanno
alcuna cosa da fare colla nostra storia: il primo è Gustavo Pannini, il secondo
è un medico di cui abbiamo già udito menzionare il nome, il dottor Lombrichi;
gli altri sono parassiti, più o meno spiritosi, più o meno adulatori, che
pagano colla piacenteria il diritto di venire a porre al caldo i loro piedi nel
folto pelo delle pelli belluine che stanno innanzi ad ogni convitato sotto la
tavola da pranzo del milionario banchiere. Per costoro ogni motto
dell'anfitrione è un'ingegnosa facezia, ogni sua osservazione è un ragionamento
sapiente e profondo; avvicendano i loro numerosi e grossi bocconi agli scoppi
di risa ed alle esclamazioni ammirative, accompagnando ogni cosa di cenni del
capo entusiasticamente approvatori.
Bancone, colla sicurezza
di chi sa di non poter essere contraddetto, coll'imponenza di un uomo che ha
parecchi milioni di suo, parla di tutto e di tutti, e dice spropositi da
cavallo sopra ogni cosa di cui possa parlare un uomo, come si suol dire, di
mondo. Gustavo, abbacchiato dalla ricchezza, riconoscente al suo principale di
quella preferenza che mostra per lui, crede in buona fede al merito d'un uomo
che ha saputo guadagnare sì splendida fortuna; il dottor Lombrichi, tutto miele
per tutti i ricchi, non ha che parole di complimento per chi gli reca o può
recare quandocchessia alcun vantaggio e presenta ad ogni beniamino della sorte
un bel sorriso cordiale sulla sua faccia fresca e rosata dai baffi incerati,
dal pizzo ben ravviato e dai denti candidissimi; ma talvolta ascoltando le
superbe grullaggini di Bancone, quando questi non vede, quel suo sorriso prende
una tinta d'ironia che ben mostra com'egli apprezzi i talenti, la dottrina e
l'educazione di quel fastoso rincivilito.
- Bevete, miei cari,
diceva dunque Bancone adagiando la schiena sopra la soffice poltrona e mettendo
in aria il suo ventre enorme: bevete, che diavolo, chè di vino come questo non
ne troverete altrove, ve lo dico io.
Le teste dei convitati
si chinarono con una zelante premura come una sola testa, e delle esclamazioni
d'assenso partirono dai ventricoli saziati, con piena convinzione.
- Questo Champagne
rosè è vero Moët... Möet et Chandon, leggete la scritta... Tutto ciò
che vi ha di meglio nel genere... Me lo faccio venir io apposta di Francia... e
non mi mandano che proprio il più fine... la fleur du panier. Oppure
amate meglio quel vino lì del Reno?... E abbastanza grazioso, non è vero? Gli è
quello che si chiama Lab... Lib... Un nome strano.
- Liebe-frau-milch:
suggerì il dottore Lombrichi.
- Giusto!... E non è dei
migliori vini del Reno che io abbia nelle mie canove, sapete!... Sfido io che
ci sia un altro nel nostro paese che abbia una provvista di vini così squisiti
come ho io.
I convitati protestarono
coll'accordo d'un coro d'opera che era impossibile alcuno potesse stare a paro
al signor Bancone in questa come in ogni altra cosa.
Il signor Bancone
sorrise e continuò:
- Solamente in compre di
vino indovinate un po' quanto io spendo all'anno?
Nessuno seppe
indovinare.
- Circa diecimila lire,
disse l'Anfitrione per non lasciarli in pena più oltre.
Fu uno scoppio di
esclamazioni ammirative e le mani dei più zelanti si levarono con mossa piena
di slancio.
Bancone non l'avrebbe certo
finita così presto intorno all'argomento dei vini, se in quella uno de' suoi
domestici non fosse entrato coll'aria di avere qualche cosa da dirgli.
- Che cosa c'è? lo
interrogò il padrone. Parla.
- È un uomo che ci ha
detto di darle subito questa carta.
E porgeva verso il
banchiere un foglio ripiegato.
Bancone crollò le
spalle.
- Che mi venite a
disturbare adesso? Sapete che voglio esser lasciato tranquillo in questi
momenti.
- Scusi: ma quell'uomo
ha insistito tanto, ha detto che premeva di molto.
- Uhm! Qualche
seccatura... Vediamo.
Prese il foglio, lo
spiegò, inforcò sul naso gli occhiali a molla e scorse lo scritto con aria
disdegnosa, che si fece tale sempre più.
- Un miserabile che
domanda l'elemosina, diss'egli poi, e che viene a contarmi una lunga storia di
sciagure capitategli, di malattie e che so io...
Il servo commise
l'impertinenza di frammettersi nel discorso.
- Ha un aspetto che fa
veramente compassione, diss'egli; pare il ritratto della fame, e
raccomandandosi perchè recassimo a lei quel foglio non poteva frenar le
lagrime.
Le parole furono
troncate in bocca all'imprudente domestico dal fulmine d'un'occhiata furibonda
del padrone.
- Che è codesto? gridò
egli. Di che vi immischiate voi? Andate a scacciar fuori di casa mia quel
pezzente fannullone, e se un'altra volta mi verrete a seccare per una simile
ragione, sarete voi che caccerò altresì.
E gettata la carta sul
naso del domestico, gli additò con atto imponente la porta per cui il mal
capitato s'affrettò ad uscire.
Bancone soffiò come una
foca incollerita.
- Peuff! Noi poveri
diavoli di ricchi siamo assediati da un'infinità di mendicanti faciniente che
vorrebbero vivere alle nostre spalle... come se il nostro santo denaro
guadagnatoci bravamente dovesse servire a mantenere la loro infingardaggine!...
Lavorino, se ne guadagnino anche loro del denaro, che diavolo!...
Il coro unanime dei
parassiti mostrò la sua approvazione alla teoria economica del banchiere.
- La carità, continuava
questi col tono di un professore d'economia politica, è un incoraggiamento al
vizio dei poveri... Non dico già con ciò che non si debba mai far carità...
Piace anche a me il far del bene... Do cento lire all'anno al Ricovero di
mendicità.
Scoppio di entusiasmo
per una sì generosa larghezza.
- Oh, non è codesta la
sola opera buona che faccia vossignoria: disse il dottor Lombrichi con quel suo
sorriso che non si sapeva bene se era ironico o adulativo. Ne conosciamo ben
altre di sue beneficenze; ed io stesso potrei raccontarvene qualcuna...
- Sentiamo, sentiamo:
gridò perfettamente intonato alla piacenteria il coro de' parassiti.
Bancone si arrovesciò a
suo modo sul seggiolone, e illuminando la sua larga faccia melensa d'un sorriso
beato di compiacente abbandono, disse anch'egli con degnazione di principe in
baldoria:
- Suvvia, sentiamo.
Parli pure, dottore, e voi altri bevete, che diavolo!
Lo Sciampagna tornò a
spumeggiare nelle coppe, e Lombrichi, inumiditosi le labbra e la gola,
incominciò:
- Un giorno il nostro
caro ed illustre ospite fu ad assistere alla distribuzione dei premi delle
allieve della scuola di ballo...
- È una funzione a cui
non manco mai: interruppe Bancone stuzzicandosi i denti con un piumino d'oca
appuntato.
- Ella è così amante e
protettore dell'arte e degli artisti! disse uno dei convitati, facendo la
dedica dell'adulazione con un inchino.
Lombrichi continuava:
- Colà il suo occhio
cadde per caso sopra una povera fanciulla di quattordici o quindici anni
appena, che tutto timida e vergognosa si serrava alla madre e quasi pareva
cercar di nascondersi: ed era perchè madre e figliuola per la loro povertà
vestivano così miseramente che non osavano affatto lasciarsi scorgere.
Nell'animo pietoso del nostro caro signor Bancone nacque di botto un grande
interesse per quella poveretta....
Il milionario interruppe
ancora per dire con tutta la franchezza d'un vecchio libertino senza pudore:
- Quella birbona di Fifina
aveva un'aria così originale, sotto la sua spettinatura e con quel miserabile
scialletto tirato intorno alle sue spalluccie!... Un altro non le avrebbe
badato; ma non si è già conoscitori per nulla! Io indovinai in essa la stoffa
d'un bel tôcco di grazia di Dio e.... Ma parli lei, dottore, poichè è così bene
informato de' fatti miei.
- Il signor Bancone si
accostò alla madre ed alla figliuola ed avviò con loro il discorso. Quella
poveretta, un momento prima oggetto di compassione e di disprezzo di tutte le
sue compagne, cominciò ad esser tosto per esse cagione d'invidia. Il generoso
mecenate, udite le triste condizioni in cui quelle donne si trovavano, loro non
promise ma subito accordò la sua protezione. Procurò loro un conveniente
alloggio, le rifornì di quanto abbisognavano, pagò alla giovane maestri della
sua arte perchè la potesse meglio progredire; breve, ne fece una delle prime,
delle più nominate, delle più applaudite ballerine del nostro teatro; ed ora
l'avventurata ha cavalli e carrozza ed abbigliamenti che offuscano le più
splendide acconciature delle donne più eleganti. Se questa non è più che
generosa beneficenza, io non so più che nome darle.
Il solito coro non mancò
al dovere di esclamare la sua ammirazione.
- Oh, oh! disse il
banchiere, e tutti fecero silenzio; quella biricchina mi costa abbastanza caro:
un occhio della testa. Ancora questa mattina ho ricevuto per lei da Parigi una collana
che ho pagata cinque mila lire.... Essa ne aveva vista una simile nella vetrina
del gioielliere di corte e le era piaciuta tanto che ad ogni modo mi toccò
prometterle d'andargliela a comperare. Ma vedete fatalità: il gioielliere
l'aveva venduta giusto pochi momenti prima ch'io entrassi. Fifina
all'udir codesto diede in ismanie, come fa lei, e dovetti giurarle che glie ne
avrei fatta venire una affatto compagna da Parigi, donde veniva quella prima,
perchè qui era affatto impossibile trovarla. Mi è arrivata questa mattina e
stassera la farò ben contenta, quella matta.... Appunto voglio farvelo vedere
questo bel gioiello. Ehi (comandò ad uno dei domestici) andate nella mia camera
da letto, prendete quella busta di marocchino rosso che c'è sul cassettone e
portatemela qui.
Due minuti dopo la busta
domandata era rimessa nelle mani del padrone, il quale l'aprì e fece sfolgorare
agli occhi dei convitati l'oro e le gemme d'un'elegantissima collana.
Tutti acclamarono alla
magnificenza di quel gioiello.
Bancone lo prese per
l'un dei capi e lo sollevò in aria a farvi rompere e riflettere i raggi della
luce a tutti gli angoli e le faccette smaglianti; fu tutto uno scintillio.
- Che si che va ad esser
contenta quella birbona! disse con un suo grasso riso il milionario,
compiacendosi nel mirare quella cascatella d'oro ingemmato. Mi par già di
vederla batter le mani e saltarmi al collo e fare una pirovetta per la
stanza. E come la farà bella figura, scollacciata, con questa roba intorno al
suo bel collo sottile!...
Gustavo Pannini guardava
con occhio che avreste detto invidioso lo sfavillare di quel prezioso oggetto,
e un sospiro soffocato gli sfuggiva dalle labbra. L'infelice pensava quanto più
bella sarebbe stata la sua Lisa con un simile ornamento, e si doleva seco stesso
di non essere in grado di far egli alla sua brava, buona e legittima donna quel
regalo che il fastoso principale prodigava al sorriso d'una traviata ed alla
capriola d'una ballerina.
- Ciò vuol dire, saltò
fuori allora col suo sorriso malizioso il dottor Lombrichi, che di queste
stupende collane ve ne saranno due nella nostra città. Sarei curioso di sapere
qual sia l'altra donna che sarà compagna alla Fifina nel possedere un sì
bel gioiello.
- È una curiosità che le
posso levare io stesso, signor dottore: rispose Bancone riponendo nella busta
la collana. È la moglie di Sgritti.
Fu uno scoppio di varie
esclamazioni.
- Quella bella donna!
disse l'uno.
- Quella civetta!
soggiunse l'altro.
- È la più ambiziosa
delle signore torinesi.
- Suo marito può pagarle
tutto il lusso che la vuole, poichè è quasi altrettanto ricco quanto il nostro
caro signor Bancone.
- A proposito: dicono
che il di lei primo commesso, signor Bancone, quel bellimbusto di Padule le
faccia una corte in piena regola, senza tregua e senza pietà.
- Tò! l'ho visto
appunto, Padule, a passeggiare col marito parecchie volte.
- Ieri era nella loro
carrozza al corso.
- Al teatro rimase tutta
la sera nel palco della signora.
Bancone fece il suo
sogghigno che voleva essere malizioso, e disse a sua volta:
- Ed io vi do una
novella ancora più importante a questo riguardo. Padule abbandona la mia banca
per passare nella medesima qualità in quella di Sgritti.
- Buona sera! esclamò
Lombrichi. L'assedio di Padule è finito: eccolo entrato nella fortezza.
- Il nemico si sarà reso
a discrezione.
- E il marito pagherà le
spese della guerra.
Bancone rise
sgangheratamente di questa stupida facezia.
- Ma no, ma no,
diss'egli poi. Quel buon uomo di Sgritti sarà quello che in ciò guadagnerà di meglio.
Certamente voi sapete che con tutta l'importanza che si dà, egli è un babbeo
che non capisce nulla di nulla. Padule farà camminare i suoi affari con molto
maggior intelligenza...
- Terrà il posto del
principale alla Banca e presso la signora: disse Lombrichi che si piccava di
smaltir delle arguzie.
- E a lei, signor
Bancone, non rincresce venir privo d'un così buon commesso?
Il banchiere crollò le
spalle disdegnosamente.
- Oh, io non ho bisogno
che nessuno pensi, immagini e provveda per me. Non ho bisogno io che di fedeli
ed esatti esecutori dei miei disegni e della mia volontà, e da questo lato
Padule è facilmente surrogabile.
Puntò il dito verso
Gustavo Pannini, che gli sedeva quasi di faccia, e continuò:
- Ecco un giovinetto che,
se va avanti di buon animo e seguita ad andarmi a versi, potrà fra poco tempo
andare a sedersi nel gabinetto che occupa adesso Padule.
Gustavo arrossì dal
piacere. Quell'impiego, con tutti i guadagni diretti e indiretti che procurava,
era quasi la ricchezza verso cui egli anelava cotanto, era se non
l'effettuazione medesima dei suoi sogni di Creso, il mezzo facile e sicuro per
avvicinarsi ad essa, per ottenerla. Dopo alcuni anni ch'egli fosse in così
stretta collaborazione col ricco banchiere, a parteciparne, anco in meno
proporzione, gli enormi utili, avrebb'egli potuto a sua volta regalare alla sua
adorata Lisa di bei gioielli, qual'era la collana che allor allora Bancone
aveva fatto brillare agli occhi meravigliati dei suoi commensali.
I suoi vicini,
naturalmente, si voltarono verso il giovane a fargli complimenti; i fumi dello
Sciampagna, salendogli al cervello come nubi di colore rosato, assumevano per
Gustavo le forme più seduttive delle più splendide chimere, l'avvenire gli
appariva come una terra promessa di delizie e di ricchezze, a cui stesse per
approdare. Infelice, che non presentiva nemmeno come in quel momento medesimo
venisse al pian di sotto negli uffici della banca un cotale che doveva essere
lo stromento della sua rovina; e questo cotale era il signore elegante cui dal
cassiere abbiamo udito salutato col nome di Borgetti.
Ma frattanto sopra ricco
e larghissimo vassoio, d'argento era portato da uno dei domestici un
elegantissimo servizio di chicchere di porcellana finissima della fabbrica francese
di Sèvres, ed un altro domestico seguiva con una grande caffettiera di
brillantissimo argento, mentre10 un terzo veniva portando in giro una
cassetta in cui stavano dritti infissi in varie righe i più biondi e profumati
sigari d'Avana. Si accesero le foglie nicoziane arrotondate, si sorseggiò il
caffè caldissimo, s'ingollarono varii bicchierini di curaçao, di alchermes,
dei più fini fra quanti liquori l'arte abbia inventato a solleticare il palato
dell'uomo, e i discorsi continuarono animatissimi frammezzo alla maldicenza,
agli aneddoti più o meno veri, alle adulazioni al padrone di casa, alle
infinite chiaccole onde si compone la conversazione della gente che non ha
nulla da dirsi.
Ed ecco che Gustavo non
aveva ancora finito di assorbire il suo caffè, quando un domestico venne ad
avvisarlo un garzone della banca essere salito di sopra ad annunziare che vi
era qualcuno negli uffici che domandava di lui.
- Che cos'è? domandò
Bancone vedendo il suo servitore parlar piano a Pannini.
Questi ripetè
l'ambasciata che gli era stata fatta.
- Eh! sarà qualche
seccatore: disse il banchiere col supremo disdegno d'un ricco che ha finito
appena un suntuosissimo pasto: mandatelo al diavolo.
Gustavo fece a senno del
padrone: ma quando già il domestico s'avviava per andare a far risposta, quelle
persone che attendevano tornassero più tardi, ravvisatosi ad un tratto il
marito di Lisa lo richiamò.
- Ehi! hanno detto chi
sia che cerca di me?
- Sono due: rispose il
domestico; ma il più impaziente, quegli che mandò su il garzone è il signor
Borgetti agente di cambio.
Pannini piantò lì a
mezzo la tazza che stava bevendo, la depose sulla tavola affrettatamente, gettò
colà la servietta che ancora aveva sulle ginocchia e si levò in piedi
sollecito.
- Ci vado, ci vado subito:
diss'egli. A Borgetti, soggiunse rivolgendosi al principale come per
ispiegargli la ragione del suo cambiamento d'avviso, debbo parlare di qualche
cosa che mi preme.
- Va benissimo: rispose
il banchiere dandogli quasi licenza di andarsene con un olimpico cenno di capo.
Scendete per la scaletta interna che mette nel mio studiolo, e così farete più
presto. Se vi sbrigate sollecitamente, potrete tornar qui che ci coglierete
ancora od a tavola o nel salotto da fumare: se no, aspettatemi laggiù ch'io vi
discenderò poi ed avrò bisogno dell'opera vostra.
- Sì signore: disse con
premura Gustavo, e corse via senza manco finir di bere il suo caffè.
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