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XX.
Matteo ed Anna
arrivarono sull'imbrunire al paese a cui dovevano discendere dal treno della
ferrovia, affine di recarsi poi per una strada comunale alla villetta in
territorio di Valnota.
La giovine incominciava
a riconoscere i luoghi della regione a cui apparteneva il suo paesello e il
cuore le palpitava dolcemente. Ella poteva già scorgere le sue montagne, le sue
valli, le dilette pendici; e quei luoghi le richiamavano vivo vivo il passato
alla mente, e la ritornavano, come dire, nella tranquillità e nelle gioie d'una
esistenza ch'ella aveva affatto perduta da quel momento, in cui ella aveva dato
l'addio al suo villaggio. Gli occhi le si inumidivano di lagrime, ed ella,
stringendo il braccio del vecchio contadino che le stava accosto, designava col
dito ogni picco, ogni punta di collina che le apparisse, dicendone il nome con
vero affetto.
Commozione siffatta si
comunicava al buon Matteo che amava pur esso di pari amore quella contrada, e
quasi pareva anche a lui di rivederla con nuovo e maggior diletto, e un
medesimo sentire attemperando quelle due anime faceva nascere tra di loro una
più spiccata simpatia. E poi, al povero vecchio, cui tanto dolore aveva dato un
figliuolo, la confidente amorevolezza e la quasi figliale osservanza con cui
quella giovane lo trattava riusciva come un sollievo, leggero sì, ma pure non
inefficace. Ed alla giovane, avvezza ai mali trattamenti d'Agapito, priva da
tanto tempo di ogni mostra non che d'affezione, ma del menomo interesse, il
piglio buono, famigliare e schietto del vecchio era una squisita e cara
amorevolezza.
Uscirono dalla stazione
il vecchio prima e la ragazza dietrogli. Gaspare era fuori sulla spianata,
ritto sulla carrettella, che faceva chioccare la frusta a tutt'andare di
braccio per annunciare la sua presenza, e il cavallo bigio dell'ortolano, fra
le stanghe del veicolo, teneva giù la testa verso terra, senza commuoversi
punto a quello schioppettio.
In breve furono saliti
nella carrettella, il vecchio e la giovine ch'egli conduceva seco, a veder la
quale Gaspare il garzone si era stupito non poco, non sapendo chi ella potesse
essere e per qual modo avere col suo padrone attinenza.
Non ci volle molto
tempo, benchè il cavallo non fosse de' più veloci corridori, per giungere alla
loro destinazione. Il bianchiccio del palazzotto cominciava ad apparire nello
scuro della notte, che era discesa intieramente. Non un lume ci si vedeva, non
una riga di luce che filtrasse pel fesso d'una imposta di finestra. Gaspare
fece voltare il cavallo in una straduccia più angusta, peggio mantenuta,
sfondata e guasta, la quale menava alla porta per cui s'entrava nell'abitazione
rustica, e per cui passavano sempre i contadini. Quella porta era chiusa, ma
Teresa, avendo udito il rotolare della carrettella sul suolo ineguale e
ronchioso della stradicciuola, si veniva affrettando ad aprirne i battenti.
Gaspare fermò la grigia e saltò giù ad aiutare la padrona a spalancare
le pesanti imposte del portone.
- Buona sera, Teresa:
disse l'ortolano dal suo posto.
- Buona sera, Matteo:
rispose la donna. Hai fatto buon viaggio? La ti va bene?
- Sì, grazie.... Eccoci
qui sani per grazia di Dio.
Ma nella pronunzia di
queste parole l'affetto della donna sentì l'accento d'una profonda mestizia
dell'animo, onde alzò ella il lumino che teneva in mano per vedere in faccia il
suo uomo, disposta, come pareva, ad altre interrogazioni in proposito; ma i
raggi della lucerna caddero sulla giovane rincantucciata nel carrozzino.
- Oh, oh! disse Teresa,
tu ci meni qualcheduno.
- La è un'antica nostra
conoscenza, rispose Matteo; sai bene, la piccola Anna del nostro vicino
Gianantonio.
Teresa alzò di meglio il
lume e fece sbatterne la luce nuovamente sulla faccia della giovane.
- Che! diss'ella,
proprio dessa?
Anna sportasi in fuori,
accennava di sì, sorridendo mestamente.
- E come qui da noi?
domandava la donna di cui s'era desta vivissima la curiosità. Dove l'hai
rintoppata Matteo? Eravate, se non la sbaglio, allogata a Torino presso un
vostro zio. Ve ne siete dipartita? E dove siete diretta? forse al paese?
Mentre la Teresa faceva
queste interrogazioni, Matteo era disceso dalla carrettella ed aveva aiutato la
giovane a venir giù essa pure.
- Per ora la è qui con
noi: disse il vecchio ortolano, interrompendo alquanto bruscamente le ciarle
della moglie: dove l'abbia da andare e quel che da fare ne discorreremo poi a
miglior agio; frattanto entriamo in casa, chè qui tira un maledetto venticello
che ti figge i fianchi.
Mentre Gaspare staccava
la grigia, e la menava in istalla, e le metteva innanzi l'abbondante
profenda, Matteo, Teresa e la loro ospite s'intromisero nella cucina a pian
terreno, rallegrata dalla vampa d'un bel fuoco fiammante nell'ampio camino,
dove cuoceva in un capace paiuolo la cena.
Fecero sedere la ragazza
presso al focolare e Matteo le si pose in faccia sul basso sgabello che gli
serviva di solito. Teresa, per riscaldar di meglio gli arrivati, riempì due
scodelle di quel brodo che bolliva nel paiuolo a cuocere la minestra, ne diede
una prima ad Anna, e l'altra poi al marito, dicendo:
- Bevete, che ciò vi
vorrà far bene. E intanto la cena sarà presto all'ordine. Avrai fame tu Matteo,
non è vero?
Il vecchio scosse la
testa e mandò un sospiro: allora la moglie notò sul volto di lui le traccie
d'un dolore profondo.
- O mio Dio! che cosa ci
hai? dimandò essa con affannosa sollecitudine. T'è capitato qualche cosa?
Matteo si sforzò ad
abbozzare un calmo sorriso.
- Nulla, nulla:
diss'egli.
Ma la donna guardandolo
fiso:
- Sì che c'è qualche
cosa... Ah! che indovino.... Tu hai saputo di quell'altro... tu lo hai visto....
Il marito mostrò colla
sua emozione come bene la Teresa si fosse apposta, ma l'interruppe bruscamente.
- Per adesso lasciamo
stare codesto; ne parleremo poi.
In quella entrò Gaspare.
- Sentite Matteo,
diss'egli, c'è qui fuori il pigionante che v'aspetta e vuol parlarvi.
- Ah! disse l'ortolano
levandosi in fretta: ei viene a cercar la risposta al suo biglietto; ed io
bestia non mi ricordavo manco più di lui.
Uscì sollecito; il
pigionante andò vivamente incontro all'ortolano, appena lo vide comparire.
- Ebbene? diss'egli: la
lettera di Marone?
- Non ne ho di sorta:
rispose Matteo.
Nicolazzo, o per meglio
dire Orsacchio, perchè oramai per noi egli si cela invano sotto quel finto
nome, alzò impetuosamente la testa. come cavallo che adombra e mandò un lampo
dagli occhi.
- Come mai?
- Se vuol favorire un
momento in mia casa... Qui fa un certo freddolino...
- No, interruppe il
burbero, dite su, e siate spiccio.
Matteo contò più breve
che seppe ciò che era accaduto a Marone; Orsacchio mozzicò una bestemmia fra i
denti.
- Converrà dunque che ci
vada io stesso, diss'egli parlando a sè medesimo; poi volto a Matteo e
facendogli un piccolo cenno del capo come a congedarlo, soggiunse: va bene.
L'ortolano fece un
rispettoso saluto e stava per rientrare; il pigionante lo ritenne con una
esclamazione:
- Ah! diss'egli: mia
moglie sta peggio. Se lungo la notte avessi bisogno d'alcuno di voi, come
dovrei fare?
- Mandi senz'altro la
fante a picchiare al nostro uscio; qualcheduno di noi sentirà di sicuro, e ci
affretteremo a' suoi cenni.
Ritornando nella cucina,
Matteo disse di botto alla moglie:
- Madama Nicolazzo sta
male, e il marito teme d'averci da chiamare sta notte.
Teresa giunse le mani e
scosse la testa.
- Poverina! esclamò: son
due giorni che soffre più dell'usato. La è proprio una compassione il vederla.
La cena era pronta. Anna
fu posta a sedere tra Matteo e sua moglie, al fondo della tavola sedette il
garzone: la ragazza aveva bisogno grandissimo di sostentamento, e la buona
Teresa la sollecitò con ogni amorevolezza a saziarsi. Matteo potè appena
trangugiare qualche boccone: e la moglie inquieta, che non ispiccava il suo
sguardo dalla faccia pallida del marito, non fece neppur essa molto onore alla
gustosissima minestra che spandeva un consolante odore per tutta la cucina, ed
a cui, per parte sua, Gaspare mostrò col fatto una stima tutto particolare.
Teresa si levò la prima
di tavola; la mestizia del suo uomo, di cui ella pur troppo indovinava la
cagione, si era riflessa nel volto e nell'animo di lei. Ella accese un altro
lume, e sulle mosse per uscir dalla stanza, disse ad Anna:
- Vado a prepararvi un
letto... Ah! non sarà, nè esso nè la camera, da signori, sapete... Siamo povera
gente noi...
Anna l'interruppe
pigliandole amorevolmente la mano.
- Ah, Teresa, credete
voi ch'io sia stata nella bambagia fin adesso? Sapete anche voi se sin da
piccina ho dovuto sì o no far conoscenza colla povertà: e dacchè le buone anime
dei miei si partirono di questo mondo, se sapeste come ho vissuto!... Mi metteste
anche sullo strame, sotto la tettoia, ci starei meglio... Non è di ciò che mi
vorrei lamentare. Sono avvezza da tempo a cosiffatte cose. Per me, nessuna
sorta d'agi richiedo, ma solo un po' di pace e d'affetto...
E le lagrime le
brillavano in pelle in pelle.
- Pover'anima! disse
Teresa commossa; ne avete ingollate di amare.
Anna sentì che aveva
quasi il dovere di spiegare alla buona massaia com'ella fosse venuta colà e in
tal modo, e che quello era per ciò il momento opportuno.
- Oh non dirò ciò che ho
sofferto: rispose. Voglio dimenticarlo, e l'ho già perdonato. Forse il torto
era mio più che d'altrui. Ma non potendo più reggere mi sono risoluta,
qualunque cosa dovesse avvenire, di tornare a vivere nel mio paese. Colà almeno
qualcheduno mi conosce, qualcheduno forse mi vorrà un po' di bene. E me ne
siete prova ed augurio voi che mi avete accolta così generosamente.
- Eh! lasciate un po'
stare, disse la donna: vedete mo' se gli è il caso di simili discorsi.
Anna riprese narrando
come la vista di Matteo in casa lo zio avesse di botto reso più violento il suo
desiderio di tornarne al villaggio, come quella le fosse parsa un manifesto
eccitamento ed un aiuto al suo disegno mandatile dalla Provvidenza, e quindi
ella si fosse determinata a non lasciare sfuggire l'occasione.
- Non ho pur tentato,
soggiuns'ella poscia, di continuare il mio cammino per il villaggio, chè l'ora
era troppo tarda e sapevo non me l'avreste permesso; ma domani io torrò congedo
da voi, dolente di non potervi lasciare altro attestato della mia gratitudine
che i miei ringraziamenti.
- Zitto lì, saltò su di
nuovo la Teresa; voi parlate come se foste in città fra quella bella gente
dalle frasi colle stampite. Eh! con noi è un altro par di maniche; noi abbiamo
il cuore alla mano, e quel che facciamo non è per esserne ringraziati.
- Domani, disse a sua
volta Matteo, lasciamolo stare il domani. Badate a riposarvi adesso, e non
ponetevi in pensiero del resto. Quando ci saremo, a domani, ne discorreremo
dell'altro.
La donna s'avviò: Anna
rattamente le fu accosto e le tolse il lume di mano.
- Vengo con voi, Teresa,
diss'ella, se me lo concedete, vi ci aiuterò per quanto valgo.
Scambiati gli auguri per
la notte con Matteo, la ragazza uscì colla Teresa.
Matteo si ridusse ancor
egli nella stanza coniugale. Quando Teresa entrò poscia colà, lo trovò
abbandonatamente seduto sulla cassapanca appiè del letto, la testa fra le mani
e le lagrime agli occhi. Era egli immerso in riflessioni che parevano
altrettanto tristi quanto erano profonde: teneva le braccia appoggiate alle sue
ginocchia, il corpo accasciato sulle reni, il capo chino e gli occhi, con
quello sguardo atono che nulla vede, fissi innanzi a sè.
Teresa gli si accostò
pian piano, e lo toccò leggermente sur una spalla; il vecchio si riscosse in
sussulto e levò verso la moglie la sua faccia melanconica e gli occhi
inumiditi.
- Matteo, disse la
donna, io ho indovinato... Tu colà a Torino hai avuto novelle di Tommaso.
A questo nome l'ortolano
sorse in piedi con impeto.
- Taci lì: gridò con
accento che pareva sdegnato. Te l'ho pur detto, e più d'una volta, che di colui
non volevo più che mi si parlasse, che non volevo più mai udire quel nome.
Teresa rimase un poco in
silenzio quasi mortificata; poscia riprese a parlare con tutta amorevolezza:
- Tu hai lì dentro una
gran pena, lo vedo, e tacere non ti giova, ma ti fa anzi maggior male ancora.
Sono certa che tutto ciò proviene da.... da colui che non vuoi che io nomini; e
se non è così non dovresti aver nessuna ripugnanza a dirmi la ragione di quella
tua melanconia che vorresti, ma non puoi nascondermi.
Matteo non era uomo da
resistere inconcusso alle amorevoli sollecitazioni della moglie; finì per
narrarle tutto quanto gli era occorso coll'ingrato figliuolo, e di belle
lagrime ne versarono insieme quegli infelici genitori.
Anna, da canto suo,
benediceva e ringraziava intanto il Signore, perchè il suo disegno fosse così
felicemente riuscito, e quella sera le si accordasse sì benevola e gradita
ospitalità.
La stanza in cui
l'avevan posta era modestissima, imbiancata a calce, non d'altro fornita che
d'un letto, di poche seggiole e d'un cassone, ma pulitissima. A capoletto c'era
il solito aquasantino, il ramoscello d'ulivo benedetto e un quadro a cornice
grossolana di legno non inverniciato, in cui ci era la stampa orrendamente
colorita di rosso, di celeste e di giallo della Madonna dai sette dolori. La
finestra guardava nel cortile, precisamente in prospetto all'angolo del
palazzotto dalla parte del giardino. La nostra giovane guardando traverso i
vetri vide che una camera sola del palazzotto era illuminata, quella appunto
che si trovava l'ultima verso il giardino e, posta in sulla cantonata, aveva
un'apertura a ciascuno dei lati, un verone sopra il giardino, una finestra
verso il cortile.
Dietro i cristalli di
quella finestra, Anna vide un'ombra, che conobbe tosto per quella d'una donna,
andare e venire irrequietamante, e le parve smaniasse e si muovesse come
persona assalita da turbamento fortissimo. Talvolta la si fermava innanzi alla
finestra e levava le braccia agitandole, poi si cacciava le mani sul capo, come
per istracciarsi e sciuparsi i capelli, e ad un tratto le braccia le ricadevano
come svigorite subitamente. E sembrava ad Anna che questi atti di maggior
dissennatezza fossero accompagnati da certe voci, da certi lai, che non ostante
la distanza e l'esser chiuse le due finestre, giungessero pur tuttavia fiochi e
rotti sino a lei.
Anna aprì i vetri. S'era
messo un tempo fosco, basso e d'un freddo umidiccio che penetrava nelle ossa e
gelava il sangue. Un nevischio minuto minuto turbinava sotto le folate d'un
vento del nord che fischiava fra i rami secchi degli alberi e alle cantonate
delle case. La nostra giovane non udì voce umana, e facilmente si persuase che
il sibilo del vento l'aveva tratta in inganno.
La donna della camera in
prospetto parve pure tranquillarsi in quella; essa s'era ritratta e non
compariva più che a maggiori intervalli lenta e quieta come persona che
passeggi sovrapensieri. Anna si tolse alla finestra mezzo abbrividita, richiuse
le imposte, e quando si trovò poi ben coperta e ben riparata nel suo letto
benedì anche una volta il Signore che le avesse concessa una tanta fortuna.
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