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XXII.
Orsacchio, scoperto che
sua moglie amava, riamata, Adolfo Cioni, aveva costretto quest'ultimo a
battersi con lui in un duello che era stato un assassinio, ed uccisolo. Poscia,
preparato già tutto per una pronta partenza, s'era presentato alla moglie, le
mani lorde di sangue del giovane, e seco l'aveva tratta ferocemente per torla
al resto del mondo e farla vivere sola con lui, col suo rimorso, col suo
dolore, coll'immagine tormentosa e la memoria dell'ucciso amante.
Quell'orrenda sciagura
era caduta ad un tratto sul capo della povera Gina. Al venirle innanzi del
marito, tremendo in vista e sanguinose le mani, un doloroso orrore l'aveva
invasa, una di quelle inesprimibili strette di angoscioso raccapriccio che
tutto sconvolgono un essere umano, e al cui urto sembra impossibile non si
rompano le vene ed il cuore. Essa avea indietreggiato innanzi all'assassino,
come favoleggiavano i Greci che si dovesse fare all'apparire della testa di
Medusa, mezzo impietrita, mezzo fuor di senno; ed egli l'aveva afferrata ad un
braccio ed a forza trascinatala e cacciatala in una carrozza, l'aveva fatta
partire, ella non sapeva per dove.
Pensate che viaggio
dovette esser codesto per l'infelice donna! L'unico uomo che essa amasse era
spento, e l'uccisore era lì, presso di lei!... Non le sembrava avesse ad esser
vero. Credeva d'essere come in un tristissimo sogno, oppressata dall'incubo, e
che uno sforzo di volontà dovesse bastare a destarla e rimetterla in una meno
angosciata condizione. Si riscuoteva tratto tratto sotto questo pensiero dal
cantuccio in cui la si rannicchiava, ma il suo occhio smarrito incontrava tosto
quello feroce, sanguigno, inesorabile d'Orsacchio, il quale tacitamente le
affermava la di lei sciagura e il suo delitto. Allora si tornava ad acquattare
più stretto, per così dire, nel suo angolo, sentendosi correre spasimi e
brividi entro le vene all'accidentale scontrarsi pur delle sue vesti ne' panni
di quell'uomo, che tutto le appariva alla mente turbata grondante del sangue
d'Adolfo...
Di tutta la notte che
seguì non parlarono mai, non chiusero mai l'occhio nè l'un nè l'altra; passarono
crudelissime ore orrendamente lunghe. Gina teneva gli occhi sbarrati, privi
d'ogni espressione che non fosse un alto terrore; e il volto pareva, ad ogni
minuto che trascorresse, incavarsele, spallidirsi vieppiù, improntarsi dei
segni della morte.
Nel suo interno
succedeva un dolorosissimo e strano travaglio. Il più forte sentimento, il solo
anzi a tutta prima, in lei, era stato l'orrore, quindi era venuto a
pareggiarlo, se non a sopravanzarlo, l'odio. Oh! se quell'uomo che le aveva
detto «io ho ucciso il tuo Adolfo» ella avesse potuto vederlo cadere fulminato
ai suoi piedi! Oh! se avesse potuto versar sangue per sangue, rispondere con
delitto a delitto! Nel caos turbinoso di pensieri che con tormentosa ressa le
avevano assalita e posta sossopra la mente, anche quest'esso ci venne e ci
stette chiaro e distinto un po' di tempo. Ma le idee s'erano tosto
siffattamente scombuiate nella sventurata, che più niuna distinta vi ci rimase.
Nel suo capo si fece come un vuoto, ma il quale pure era un importabile dolore.
Non sapeva più di niente, non pensava più niente, non si ricordava più
nemmanco, la misera: solo soffriva e sentiva di soffrire immensamente. Quindi
questo immenso spasimo poco a poco prese una nuova tinta, e si congiunse ed
anzi fu predominato da un immenso terrore.
Orsacchio pigliava nella
mente esagitata di lei le proporzioni colossali d'un mostro; esso le tornava
come qualche cosa di più tristo e di più feroce di quel che uomo esser possa.
Lo stesso mistero del destino ch'egli le preparava, l'incognita meta a cui
erano diretti, le riuscivano di maggiore spavento che non una realtà cui si
trovasse dinanzi, per quanto crudele la fosse.
Questo alto terrore
cresceva nella povera donna ad ogni momento. Le si affannava il respiro, le si
smarriva il senno, le mancava il cuore. Ad ogni mossa dell'uomo che le stava
accanto, ella si riscuoteva in sussulto. La era sempre nello stato doloroso di
chi sia per isvenire, e non isveniva pur mai. Oh! almeno avesse potuto perdere
i sensi! Avesse potuto morire!
Orsacchio, prima del
duello con Adolfo, annunziando alla moglie la partenza per la sera, le aveva
detto sarebbero andati alla campagna. Ma quello non era il suo proposito. Egli
voleva togliersi ad ogni conseguenza che potesse nascere dall'uccisione del
Cioni; voleva condurre la moglie là dove nessuno più potesse frammettersi tra
lei e la sua vendetta. Correva le poste diretto all'estero: il suo viaggio era
una fuga.
Non si fermarono che a
mezzo il giorno successivo alla partenza. Nè all'uno nè all'altra l'interna
passione lasciava sentire la fatica. Scesero al meschino albergo d'un piccolo
villaggio fuor di mano. Orsacchio non avea voluto viaggiare per le vie ferrate,
dov'è impossibile esser soli e non esser visti, ed aveva scelto strade non
frequentate per incontrare meno gente. Saltò giù dalla carrozza egli primo. Per
quanto facesse forza a sè stesso, gli eventi del giorno innanzi e quella lunga
notte avevano stampato sul suo volto certi segni ch'e' non valeva a nascondere.
Si volse all'interno della carrozza e porse a Gina la mano, per invitarla ed
aiutarla a scendere. Essa lo guardò spaventata, e con raccapriccio trasse
indietro le sue mani e sè stessa.
- Scendete! disse il
marito in tono basso, ma imperioso e concitato.
E le presentò nuovamente
la destra.
Gina mosse le labbra
livide per parlare, ma non uscì suono alcuno dalla sua bocca; fe' cenno cogli
atti egli si scostasse, la lasciasse, sarebbe discesa da sè.
Orsacchio si pose
dallato allo sportello. La povera donna, radunò tutte le forze che le
rimanevano, si spiccò dal posto in cui stava accasciata, e discese. Appena il
marito ebbe veduto alla più piena luce i guasti dello scarno viso di Gina, le
si fece innanzi per toglierla agli sguardi d'ognuno.
- Abbassate il vostro
velo, diss'egli, e come la misera indugiava, forse non avendo neppure capito,
Orsacchio prese ratto il velo scuro che pendeva all'indietro dal cappello di
lei, e glielo calò innanzi al viso.
- Venite: soggiunse
additandole la porta della locanda, sulla cui soglia l'oste stava facendo de'
grandi inchini per accoglierli.
Gina si provò a
camminare, ma le gambe si rifiutavano all'ufficio loro; Orsacchio passò una
mano sotto il braccio di lei a sorreggerla: a quel tocco un raccapriccio scosse
tutti i nervi dell'infelice, le forze le tornarono di subito; si sciolse
bruscamente e disse con una certa forza:
- Vado... vado.
- Una camera: comandò il
marito all'oste entrando; ci fermeremo due ore.
Quando furono soli,
rinchiusi in una stanza della locanda, per la povera Gina fu peggio ancora. Si
sentiva come affatto disgiunta da tutto il mondo e in balìa assoluta dell'odio
di quell'uomo; trovavasi press'a poco come l'agnella serrata nella gabbia con
una tigre, che s'aspetta ad ogni momento essere sbranata. In sè stessa voleva
pure riagire contro quello spavento che pareva quello d'una rea cui vincesse il
rimorso, mentre, fuorchè d'un affetto purissimo fin dalla prima giovinezza
entratole in cuore, ella di nulla poteva accagionarsi; ma pure invano cercava
sollevar l'animo a un po' di coraggio: sentiva sempre più venirle meno ogni
forza.
Gina s'era lasciata
andare sulla prima seggiola che le era capitata, rimanendo vestita così appunto
come essa era, senza nemmanco levare il velo che la mano del marito le aveva
poc'anzi abbassato sulla faccia.
Orsacchio le si pose
innanzi fulminandola collo sguardo feroce, e con una barbara gioia, con
un'ironia spietata le disse:
- L'avete udito?... ve
l'ho detto io stesso, signora..... Adolfo Cioni è morto ieri sera..... Morto
d'una palla di pistola che gli ha attraversato il cuore. Che peccato eh! che
disgrazia!... Egli era pure più giovane di me... oh assai più giovane... e più
bello di me... oh assai più bello, non è vero? Ed io sono qua vivo e sano per
vivere chi sa fin quando... non vi fate lusinghe su questo punto, chè conto
invecchiare di molto... Adolfo invece è steso nella bara... a questo momento
gli salmodieranno gli uffici de' morti... stassera gli faranno la sepoltura...
Mi par di vederlo... bianco bianco... le sue belle chiome nere scomposte...
Aveva delle belle chiome il leggiadro giovine...
Nel dire queste
scellerate parole, pareva al trist'uomo di godere un'orribile gioia, gli
sembrava di gustare ardentissima la voluttà dell'odio e della vendetta. E'
teneva fiso lo sguardo sulla donna per coglierne ogni menomo trasalto, ogni
mossa, ogni mostra di dolore, onde apparisse ch'egli feriva proprio nel vivo il
cuore di quella sventurata. Essa dapprima udiva paziente, sommessa, quasi
avvilita. Od udiva ella veramente? Quelle parole piuttosto le ronzavano
penosamente all'orecchio senza che le capisse; producevano sì un accrescimento
di tortura in lei, ma traverso la confusione di tutto il suo essere non
giungevano pur tuttavia a far apprendere chiaro e preciso il loro senso
all'intelletto sconvolto dell'infelice.... Ma ci giunsero alla fine. Allora
tutto quello che c'era ancora in lei di forza e di vigore si ribellò contro
cotanta infamia; ella sorse con nobile impeto, levò il velo e mostrò lo scarno
volto colorito di viva fiamma, e l'occhio incavato ebbe un lampo di indignazione
violenta.
Tese vivamente una mano
verso il marito con tanta imponenza che questi ne troncò il suo dire. Fece un
passo contro di lui, e parve pensare quale arma migliore dovesse scegliere ad
opporre a quella con cui egli la veniva trafiggendo, con qual più acconcio
colpo rispondere ai colpi di lui; ma la trovò di botto e con accento animato e
con ineffabile scoppio d'amorosa passione, esclamò:
- Ebbene si, Adolfo,
l'ho amato... più che ogni cosa al mondo... e lo amo... e l'amerò sempre... sì
l'amo anche morto... il suo cuore vive nel mio, il suo spirito è qui meco... Io
lo vedo e gli parlo... T'amo, Adolfo, t'amo!... Uccidetemi, io l'amo.
Per Orsacchio fu come,
in una lotta, per l'atleta che ad un nuovo e più vigoroso assalto
dell'avversario dapprima cede e indietreggia, poi tosto, ripresa nuova lena, si
rifà più ardimentoso e più accanito alla pugna. Gli si erano allividite e
contratte vieppiù le sue guancie, e il suo sguardo non aveva potuto reggere a
quello avvampante di Gina; ma il furore in lui non era stato tardo a
sovraggiungere, si slanciò su di lei, la afferrò alle braccia, le serrò i polsi
e scuotendola senza un riguardo, ruggì, accostando a quello di lei il suo volto
terribilmente impresso dall'ira:
- Sciagurata!
sciagurata!
La donna, per un istante,
pensò a resistere. Ebbe l'ardimento d'incrociare il suo con lo sguardo
furibondo di lui; ma non potè oltre, tutta la sua forza ella aveva esaurita in
quel momentaneo slancio. Nel sentirsi stringere da quelle mani ch'essa la sera
innanzi aveva vedute rosse di sangue, e di qual sangue! le nacque tale un
orrore che per poco non ne perdette gli spiriti. La si gettò all'indietro, si
accasciò su sè medesima, gettò un grido di spavento disperato e con voce
arrangolata dallo spasimo, esclamò:
- Misericordia!
misericordia!... Oh abbiate compassione di me!...
Ella pendeva colle
braccia tese, non sostenuta che dalla ferrea morsa delle mani d'Orsacchio che
le facevano lividi i polsi; egli incombeva sovr'essa, a mezzo chinato,
improntata la faccia della più ria ferocia. Stette così un poco, mentr'ella si
dibatteva sotto di lui nelle convulsioni della paura, poi la ributtò
villanamente, ed ella cadde come corpo morto sul suolo.
Orsacchio incrociò le
braccia al petto e la sogguardò un istante in silenzio con un satanico ghigno.
- Alzatevi: diss'egli
poi duramente.
Gli scotimenti che
facevano trasaltare tratto tratto il corpo di Gina mostravano ch'ella era in sensi;
ma tuttavia la non si mosse, nè accennò in alcun modo aver udito.
- Ah! voi l'amate, voi
l'amate anche morto: ripigliava quel feroce: sta bene; siate pur lieta e
superba del vostro infame amore. Vorrei aver potuto portar meco quel cadavere e
gettarlo fra le vostre braccia amorose e dirvi: «Eccovi il vostro drudo,
abbracciatevelo...» Vorrei potervi rinchiudere con esso, perchè ne aveste
sempre innanzi agli occhi la bara, come ne avete nella memoria il pensiero....
Udite intanto com'egli sia morto. Ciò vi vorrà dare diletto non poco.
E l'iniquo, curvo sulla
caduta, si pose a raccontarle divisatamente, con una lentezza crudele, tutto
l'orrendo fatto: la provocazione sua, i rifiuti d'Adolfo, gli oltraggi a cui
egli dovette ricorrere per obbligarlo ad impugnare un'arma; le descrisse il
terribil momento in cui i due rivali stettero a fronte la pistola appuntata al
petto l'un dell'altro, il colpo, il subito imbiancarsi della faccia d'Adolfo,
il gemito di lui, il cadere... E' pareva compiacersi con orribil diletto nel
minutamente esporre ogni cosa: era per lui come un trovarsi nuovamente a
quell'atto, un uccidere di bel nuovo l'odiato rivale. I suoi detti cadevano
fieri, spietati, incisivi sulla povera donna. Ella nel delirare del suo spirito
intenebrato, non li capiva bene del tutto quelli accenti, ma li sentiva
piombare dolorosissimi sull'anima. La era come il misero condannato alla
flagellazione, il quale, dopo un certo numero di sferzate, più non sente quasi
il batter della verga sulle lacere carni, ma ne sente al cuore più doloroso e
più intollerabile il colpo.
Quand'ebbe finito il suo
racconto, quando ebbe così un poco sazia quella esecranda sete d'odio e di male
che lo rodeva, Orsacchio si chinò verso la moglie giacente tuttavia, e guardò
s'ella fosse svenuta. Gina avea gli occhi larghi, stupiditi, riarsi, senza una
lagrima, senza lume più d'intelligenza.
- Su via, alzatevi:
disse l'uomo.
Ella non mostrò avere
inteso.
- Alzatevi: ripetè più
villanamente il marito, urtandola col piede.
Gina non si mosse.
Un passo d'uomo pel
corridoio dell'albergo s'accostava all'uscio di quella stanza.
Orsacchio si curvò
vivamente e prese la moglie alla vita per sollevarla; ma a quel tocco essa
tutta si riscosse. Un tremito generale l'assalse; si rizzò di scatto come per
nuova forza entratale subitamente: si sciolse dalle braccia di lui e corse a
riparare nell'angolo il più rimoto. Colà, gli occhi spaventosamente fuor del
punto, la faccia disperata, i denti che battevano insieme dal terrore, ella
gridò:
- Non toccatemi... non toccatemi!
Il passo s'accostava
sempre più.
- Silenzio! intimò il
marito andandole incontro minaccioso.
Ed ella, peggio
atterrita che prima:
- State in là..... state
in là... Aiuto! aiuto!
- Silenzio! ripetè
Orsacchio venendole sopra.
L'infelice si rannicchiò
tutta nell'angolo, tremando, palpitando, senza più forza, non che a mandare un
grido, ma ad avere il respiro.
Un colpo fu picchiato
all'uscio colla nocca delle dita. Orsacchio fu d'un balzo ad aprire. Era l'oste
che veniva ad avvisare i cavalli essere attaccati alla carrozza e il
postiglione già in sella.
- Sta bene: disse
Orsacchio; noi scendiam tosto.
Richiuse la porta e si
riaccostò a Gina. Gli occhi e la guardatura della misera erano quelli di un
dissennato. Le riabbassò il velo innanzi al volto, le fe' cenno d'avviarsi ed
essa obbedì; le fece scendere le scale, la invitò a salire nella carrozza ed
essa ci montò, ma schivando di toccar la mano ch'egli le porgeva; e' sedette
presso di lei, e fu ripreso il viaggio.
Qualche tempo essi
dimorarono in un riposto casolare della Svizzera. Che vita fosse quella
dell'infelice donna, immaginatelo voi. Vivevano affatto soli, ella ed il suo
carnefice, segregati dal mondo; ed ogni ora, ogni istante era un tormento per
lei. Nel farla soffrire cotanto, il crudele marito soffriva ancor egli; ma
questi patimenti a lui erano cari, si facevano ogni dì più una necessità
dell'anima intristita.
Ma il cielo ebbe pietà
della misera Gina. Le tolse a poco a poco la ragione.
Allora alcuna ora di
riposo, anche di bene, le fu concessa. Anzi tutto Orsacchio si atterrì la prima
volta ch'ei fu chiaro di questa tremenda verità. Parve anche a lui un momento
che la sua vendetta fosse ita tropp'oltre: ebbe del suo fatto come l'ombra di
un rimorso. Inoltre, quella donna, cui egli ferocemente godeva di straziare,
per uno di que' strani misteri che ha il cuore umano, egli insieme odiava ed
amava più che non l'avesse amata mai prima. Temette morisse, e questo pensiero
gli fu dolorossisimo; lasciò che all'infelice non venisse più altro tormento da
lui fuor quello della sua vista e della sua presenza. Poi la pazzia, che ad
intervalli assaliva la sventurata, non sempre le recava penose fantasie e
tristi vaneggiamenti. Alcune volte ella si credeva fanciulla ancora, libera di
sè, lieta, amante ed amata, e in isplendide, dilettose visioni, le appariva più
bello, più caro, più amoroso il suo Adolfo a vagheggiarla, a sorriderle, a
susurrarle incantevoli parole d'amore. Allora fra l'uomo e la donna rimanevano
scambiate le parti, e questa diventava involontario tormentatore, e quegli
soffriva i più acuti spasimi d'una gelosia da non potersi dire. Invano tentava
egli rompere quei sogni dilettosi e trarre la riconfortata donna nella
tristizia della realtà; la dissennatezza era più potente di lui, ed ella, non
turbata punto, continuava il suo cantico d'amore e le sue felici visioni. Dopo
queste benefiche crisi, Gina cadeva in una mestizia profonda, ma mite, che le
concedeva per giorni parecchi sfogo d'abbondevolissime lagrime. Era ciò che la
teneva in vita.
Di quando in quando, per
contro, l'assalivano smanie tormentosissime, e delirii, e convulsioni che erano
una compassione e uno spavento a vedersi. Era durante uno di siffatti assalti
del male che abbiam visto Anna introdotta presso di lei. In quei momenti la vista
del marito le tornava assolutamente incomportabile; un vigore straordinario,
una febbrile vivacità la occupavano; i deliri della sua mente si traducevano in
fiotti tumultuosi di parole insensate, confuse, in grida, in ispasimi di
contrazioni quasi epilettiche, in isvenimenti da ultimo. Voleva uccidersi,
chiamava con angosciose supplicazioni la morte. Succedeva poi un abbattimento,
una prostrazione in cui completa era in lei la conoscenza delle sue condizioni,
e tornava in tutta la sua forza il terrore che le ispirava il marito.
Trascorsi parecchi mesi,
Orsacchio pensò di tornarsene celatamente in patria, e di trovarci un
ripostiglio in cui nascondersi così bene che nessuno mai più avesse il menomo
sentore de' fatti loro. E ciò era facile ad ottenersi. Gina non aveva parenti
che lontani, i quali, dopo accasatala, non s'erano più dato il menomo pensiero
di lei, e ch'ella esistesse o no, non si curavano punto. Egli aveva rotto col
mondo ogni attinenza, ed il mondo oblia sì presto quelli che lo abbandonano!
Per maggior cautela
cambiò nome, e prese le mosse per tornare in Piemonte. Gina s'era assuefatta
alla dimora in quel pulito casolare svizzero e alla bella campagna che lo
circondava. Come quella che in alcuna persona viva, fra le poche ond'era
accostata, non poteva più mettere amore, l'anima della povera insensata aveva
posto un certo affetto a que' luoghi, a quel cielo, a quelle aure. Per
costringerla a dipartirsene ce ne volle e di molto. Orsacchio dovette impiegare
tutta la tremenda autorità che gli davano su lei lo spavento e l'orrore ch'ella
ne sentiva. La decise a spiccarsi di là, e la tenne quieta e sottomessa lungo
il viaggio colla pressione continua delle sue minaccie e con certe tremende
parole che, ricordando il passato, andavano dritto, traverso alla sua follia,
sino all'anima della poveretta.
Orsacchio non iscrisse a
nessuno, non commise ad alcuno di cercargli il suo ricovero: volle far tutto da
sè. Condusse la moglie in una città dove non potessero essere conosciuti da
anima viva; e colà, visto sugli annunzi dei giornali l'appigionasi della
villetta di Valnota, ch'egli sapeva in luogo montagnoso e solitario quant'altro
mai del Piemonte, si recò difilato dal proprietario a trattarne l'affitto.
Marone, dalle informazioni
che gli furono chieste intorno alla casa ed alle vicinanze, dalla figura del
pigionante, dalla facilità medesima di accettare ogni patto, capì che c'era lì
sotto un mistero, e ne trasse partito per rincarare l'affitto. Orsacchio
acconsentì all'esorbitanza del prezzo dimandatogli. Abbiamo udito dall'ortolano
di che modo egli giungesse e si stabilisse nella villetta, come la moglie da
principio non ci volesse stare, ma poi a poco a poco vi si acconciasse, come
durassero sempre in Gina le vicende di umori lieti e tristi, interrotte di
quando in quando da qualcuna di quelle crisi tremende, durante le quali il
marito era costretto ad allontanarsi e la moglie di Matteo soltanto poteva
accostare la inferma.
Ultimamente abbiam visto
l'infelice donna sentirsi attirata di subito da una simpatia che era in lei
come un istinto, verso di Anna, che il caso soltanto le aveva menato daccosto.
Ora vediamo un poco quei
due bravi e generosi cuori, Vanardi e Selva, che cosa pensassero di fare in pro
della sventurata, di cui avevano finalmente scoperto l'esistenza e il ricetto.
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