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XXIII.
Giusta il comune avviso
di Antonio e di Giovanni, il liberar Gina dalle mani del fiero marito era la
prima e la sola cosa da farsi. Conveniva a quest'effetto, anzi tutto,
assicurarsi, senza possibile errore, che quella di cui l'ortolano aveva loro
parlato si fosse propriamente la Gina cui essi cercavano, esaminare cogli occhi
propri, per quanto potesse loro venir fatto, come stessero le cose, e poscia, se
occorreva, ricorrere alle autorità e chiamare sulla misera donna la protezione
della legge.
Determinarono adunque i
due amici, che il domani, che era un lunedì, sarebbero partiti ambidue per alla
volta di Valnota, e là governatisi secondo l'occasione e i luoghi e le
circostanze avrebbero loro consigliato e concesso; e siccome Selva per ragione
de' suoi impegni non era libero tutta la giornata, stabilirono di partire al
pomeriggio, di fermarsi colà la notte e tornarsene il mattino successivo.
Ma se per Giovanni v'era
l'impedimento dei suoi affari a restar fuori un giorno intero, il buon Antonio,
che non aveva codesto, e l'avrebbe voluto avere, si trovava impacciato da un
altro ben più grave e più assoluto che è facile ad indovinarsi; il manco di
denari. Essere del tutto a carico dell'amico gli rincresceva troppo, avendo da
lui avuto sì generosi soccorsi, e parendogli che Selva facesse assai più di
quanto gli toccava a metterci la sua parte in quel viaggio, egli che non aveva
vista neppur mai la persona di cui trattavasi e che non aveva con lei altra
attinenza fuori della compassione d'un cuor generoso per una soverchia ed
immeritata sventura. Onde, sollecitato da questo bisogno che si aggiungeva agli
altri della famiglia, Vanardi umiliò anche una volta la sua dignità innanzi
alla necessità e si risolvette di andare per soccorsi dalla marchesa di
Campidoro cotanto in fama di generosa.
Ah! ben gli sapeva
d'amaro questo nuovo sacrifizio, e, per quanto rammollito e ricurvo dalla
sventura, il suo animo aveva fieramente riluttato un bel pezzo; ma poi aveva
fatto come il malato che ha da tracannare una disgustosissima bevanda, il quale
chiude gli occhi e la caccia giù; e il mattino del lunedì si presentava
vergognoso e raumiliato nell'anticamera della signora marchesa.
Dei supplicanti al par
di Antonio ve n'era già un buon numero. Per essere intromessi al cospetto della
vecchia signora occorreva o venirci con una commendatizia del parroco, oppure
del presidente della congregazione di Santa Filomena, che era il signor Marone,
oppure del filantropo cavalier Salicotto, od anche del dottor Lombrichi, o in
difetto di alcuna di queste tornar accetti al signor Grisostomo. Antonio non
aveva il primo requisito, ed era molto da temersi non avesse neanche il
secondo.
Quand'ebbe detto al
domestico che lo interrogava, nome, cognome e condizione, egli sedette in un
canto e rimase ad attendere con tutta la paziente rassegnazione che nella sua
corta carriera di supplicante aveva pur già dovuto imparare.
Ed aspettò tanto, che la
mattinata omai era oltre e l'anticamera a poco a poco si era vuotata, senza che
egli, rimastoci ultimo, fosse pur mai introdotto.
Antonio voleva appunto
rivolgersi di nuovo al domestico, cui vide accostarsi a quella stanza, quando il
servo stesso lo prevenne, e andandogli incontro, mezzo brusco, gli disse:
- Che cosa fate ancora
voi lì?
- Aspetto sempre per
parlare alla signora marchesa.
- Adesso è tardi, buon
uomo; la non riceve più. Potete andarvene.
Primo pensiero del
pittore fu di scappare di trotto; ma la ragione lo soprattenne.
- Ho tanto, tanto
bisogno di parlarle! diss'egli.
Il servo si strinse
nelle spalle.
- Eh! dicono tutti così.
Chi è che vi manda?
- Come? chi mi manda?
- Sì, voglio dire da cui
siete raccomandato.
- Da nessuno.
- Ah! allora avrete
parlato col signor Grisostomo.
- Non lo conosco.
- In tal caso, mio caro,
non sarete ricevuto mai.
- Diavolo! Come ho da
fare? Menatemi dal signor Grisostomo.
- In questo momento è
fuori di casa: tornate dopodomani.
- Dopodomani! ripetè il
poveretto lasciando cadere la testa e mandando un sospiro desolato che diceva
tutta la sua disperazione.
In questa attraversava
l'anticamera quella vispa fanciulla che abbiamo veduta nel fondaco di messer
Agapito incontrarsi appunto col nostro disgraziato pittore. Ella udì quelle due
parole pronunziate con tanta mestizia e quel sospiro tirato con tanta
doglianza, e il suo buon cuore ne fu commosso. Si fermò a guardare chi le aveva
dette.
- Voi volete parlare
alla signora marchesa? disse la brava giovane accostandosi ad Antonio, e
ravvisandolo di subito.
- Sì, madamigella.
- E vi preme?
- Oh tanto! esclamò il
povero diavolo; e l'umiliazione, la vergogna, la confusione davano al suo
accento una efficacia anche maggiore.
- Voi siete quel pittore
che abita nella casa del signor Marone qui presso?
- Per l'appunto.
- Padre di famiglia?
- Quattro figli.
Carlotta non istette a
pensarci nè tanto nè poco; fece un attuccio graziosissimo colla testa, come per
dire «voglio così» e prese per mano senz'altro il pittore.
- Venite, disse, vi
menerò io dalla marchesa.
Il domestico ch'era lì
presente si mostrò tutto scandolezzato.
- Carlotta! esclamò egli
in tono che significava: «Guarda che fai! questa è troppa temerità.»
La giovane rispose
crollando vezzosamente le spalle.
- Eh! lasciatemi fare...
il turco è fuori di casa, e quando venga... se questi ci è ancora...
ebbene gli diremo... gli diremo che son io che l'ha fatto entrare... oh bella!
E trasse Antonio nella
stanza della marchesa.
Era un antico salone,
proprio di quelli degli antichi palazzi in cui non si misurava con avara
parsimonia lo spazio come nelle costruzioni moderne, con antichi mobili,
antiche tappezzerie, antichi quadri, si sarebbe detto antica atmosfera.
Entrando colà vi sareste creduti trasportati nel secolo scorso, e in mezzo a
quell'ampio ambiente, fra tutta quella roba alla rococò, vi sareste aspettati
da un momento all'altro di veder comparire un guardinfante od una parrucca
incipriata.
Quasi ugualmente antica
come le cose che l'attorniavano era la padrona di quel palazzo e di quelle
ricchezze. Ella, meglio che seduta, sepolta in una gran poltrona, con attorno
un esercito di cuscini, stava presso alla gran caminiera, entro la quale ardeva
un fuoco poco meno che spaventoso. A ripararsi dall'ardenza che mandavano
esorbitante le legna cui consumava la fiamma vivace e le braci accese, aveva
innanzi un parafuoco di legno di mogano nella intelaiatura, con una stoffa di
seta ricamata a personaggi sbiadita nel colore. Comechè regnasse in quella
stanza una caldissima temperatura, la marchesa era tuttavia sotterrata da una
montagna di varie pelliccie e scialli e mantelletti coll'ovatta; così bene che
la non appariva che come un enorme fagotto di robe da cui sporgesse una
testolina, con una gran cuffia bianca a ricciatura di tulle tutt'intorno, con
una faccetta sottovi, ammencita, ossea, del color della pergamena, corsa in
tutti i sensi da minutissime rughe. Questa testolina si dondolava di continuo
per un moto meccanico e involontario; e per questo medesimo le mascelle non
cessavano mai da un atto che sembrava un masticare.
Antonio, appena messo il
piede riguardoso e peritante sul morbido e spesso tappeto che in quella stanza
impediva affatto il rumore del passo, sentì una tossetta secca, e poi una voce
fessa, debole, stonata, che quasi non aveva più nulla di femmineo, la quale
diceva:
- C'è qualcheduno costì?
- Sono io, rispose la
Carlotta accorrendo sollecita presso la padrona.
La marchesa volse
all'insù più che potè il suo capo dondolante, e disse trascinando le parole e
stentando nel pronunziare:
- Dov'è?... dov'è
Grisostomo?
- È fuori di casa.
- Gli è mezz'ora che
chiamo, e nessuno viene... Non ho più il mio campanello... È un ora che lo
cerco... chi l'ha preso?
- Eccolo qui: disse Carlotta
raccogliendolo in terra e porgendolo alla signora; le era caduto.
- Mi si lascia sola come
un appestato... È questo il vostro dovere, canaglia?... Nessuno ha cura di
me... Fatemi venire Grisostomo.
- Le ho già detto, signora
marchesa, che egli non era in casa.
- Dove è andato?
- Non lo so.
- Ancor egli mi
abbandona... L'ingrato!... Datomi da bere, Carlotta... Quel Grisostomo è un
ingrato... Non è vero che gli è un ingrato?
La giovane era andata a
prendere un gotto sopra un vicino tavoliere, e lo porgeva alla vecchia.
- Eccole da bere.
- Ma ditemi se quel
Grisostomo non è un ingrataccio.
Carlotta sapeva troppo
bene che non le conveniva a niun modo sparlare del favorito servitore, anche
quando la marchesa pareva più disposta a sentirne dir male, epperò rispose con
accortezza diplomatica:
- Forse la signora
marchesa lo avrà mandato essa stessa a far qualche commissione.
La vecchia parve
riflettere profondamente.
- Io? disse, come
parlando fra sè; l'ho mandato io?... Mi par ben di sì... Oh la mia povera
testa!... Non mi ricordo più di niente... Sì, sì, l'ho mandato a prender nuove
del presidente della Congregazione di santa Filomena che s'è rotto qualche
cosa... che cosa s'è rotto?
- Si è slogata una
gamba.
- Giusto: e poi doveva
andare in un altro sito.. Dove l'è che doveva andare? Ah! dal notaio... Sicuro,
ora mi ricordo, dal notaio... Vogliono che io rifaccia il mio testamento.
Guardò con una specie di
curiosità maliziosa la cameriera.
- Sapete che mi vogliono
far cambiare il mio testamento?
- So di nulla, io.
- E lo rifarò... E se
siete buona, e se mi servite bene, ci sarà qualche cosa anche per voi.
Un accesso di tosse la
colse. Carlotta le pose innanzi la tazza che aveva sempre tra mano.
- Beva!
- Che cos'è quella
bevanda? dimandò la marchesa.
- Gli è sempre quel
calmante che il dottore ha ordinato si ripetesse, perchè dice che le fa tanto
bene.
La testa della
vecchierella s'agitò in un modo assai vivace, e la sua vocina si fece tutta
irritata.
- Non lo voglio più, non
lo voglio più... Mi sento sempre più male, io... Pare a voi che esso mi faccia
bene?
- Io non saprei...
- Siete una sciocca:
interruppe stizzita la marchesa.
- Però credo di sì:
s'affrettò a soggiungere Carlotta.
- Voi non sapete di niente...
chiamate Grisostomo; domanderò a lui.
- È la terza volta che
ho l'onore di dirle che Grisostomo non è in casa.
- È vero... è vero... Mi
pianta sempre così sola... Riponete pure quella droga... Non voglio
attossicarmi... Aspetterò a bere che Grisostomo sia tornato e mi dica lui come
debbo fare... Ah! è una gran brutta vita la mia!... Povera donna!... In mano
d'una gentaglia... Non ho una persona a cui fidarmi... E quella senzacuore di
mia figlioccia che non si lascia mai vedere!... Tutti mi fuggono... Mi vedono
malata da morirne... Ho proprio assai male, sapete... E il dottore? Non s'è
ancora lasciato vedere il dottore?
- È presto l'ora in cui
è solito a venire, e credo che non mancherà.
- Anche quel dottore è
ingrato; sono io che l'ho messo all'onor del mondo; ne prenderò un altro. Tutti
ingrati, tutti!... Non c'è che quella povera Mimì che mi sia fedele. Mimì,
Mimì, dove sei Mimì?
E la testolina
oscillante della marchesa si chinò verso il suolo da una parte e dall'altra
della poltrona, poi s'agitò vivamente irrequieta.
- Oh mio Dio!... Dove
l'è?... Mimì, Mimì. Non c'è più... Cercatela.
La cagnuola dormiva
raggomitolata sopra uno sgabello lì vicino.
- La è qui: disse
Carlotta additandola alla marchesa.
- Povera piccina!
esclamò la vecchia con un'intonazione di tenerezza, di cui si sarebbe creduta
incapace quella voce squartata. Portatela qui, adagiatela sulle mie ginocchia.
Carlotta prese
quell'informe ammasso di carne grassa e spelata che era la cagnolina, e non
ostante la protesta ch'ella, destandosi di botto, fece con un vociare che
somigliava ad un grugnito, venne a deporla sulle pelliccie della marchesa.
- Non farle male:
esclamò questa commossa a quel lamento della brutta e schifosa bestiola.
Questo fatto, chi lo
avrebbe detto? tornò in aiuto di Vanardi; il quale si stava là nel fondo della
stanza dritto, impacciato, col suo cappello in mano, senza sapere se meglio era
inoltrarsi o partirsene chetamente senz'altro.
Mimì, appena svegliata e
sulle ginocchia della padrona, avvertì la presenza di un estraneo; onde senza
acquattarvisi tosto come soleva, ma stando invece sulle sue piote podagrose,
cominciò a ringhiare fra i pochi denti che le rimanevano, poi volti in giro gli
occhi cisposi e visto lo sconosciuto, si mise ad abbaiare con tutta la forza di
cui essa era tuttavia capace.
- Che cosa c'è? domandò
la marchesa agitata. C'è qualcheduno qui.
E volse la testa dalla
parte verso cui abbaiava la cagnetta.
Vanardi vide innanzi a
sè la pelle d'alluda di quel viso da mummia con due occhi semi-spenti senza
luce e senza vita, e si piegò in un profondo inchino.
- Chi è costui? chiese
la vecchia quasi atterrita: come qui? chi l'ha fatto entrare?... chiamate
Grisostomo, Carlotta.
E la buona ragazza che
era Carlotta diede una pasticcina a Mimì per farla tacere; poi rispose
alla padrona:
- Gli è uno di quei
poverelli cui ella fa tutti i giorni la carità di accordare udienza.
- Ah sì? disse la
marchesa che non aveva cessato di fissare il suo sguardo vitreo sul pittore. È
raccomandato dal parroco?
- Credo di sì: rispose
la giovane con imperturbabile franchezza.
- Come si chiama?
Antonio disse il suo
nome.
- Non me ne ricordo...
Dev'essere scritto su quella lista che c'è lì sul tavolino. Ah no, quella lì è
dei raccomandati da Salicotto... Se non isbaglio, Grisostomo mi ha detto che
Salicotto è un poco di buono... Come può mai essere?... Io mi confondo... Voi
dunque siete raccomandato dal parroco?... Ah! se ci fosse Grisostomo!... Perchè
venite quando non ci è lui?
Vanardi non sapeva che
cosa rispondere e si tacque.
- Accostatevi: disse la
marchesa.
Il pittore ubbidì.
Allora si vide quell'involto di pelliccie e di coperture d'ogni fatta agitarsi
per un moto interno che durò alcun tempo, finchè una mano scarna, magrissima, dal
color della cera antica ne venne fuori. Questa mano si diede tosto a cercare,
frugare e rifrugare qua e là per la poltrona.
- I miei occhiali,
Carlotta; dove sono i miei occhiali?
Erano sul tavolo vicino.
La cameriera li prese e li diede alla padrona; la quale messili a cavalcioni
sul naso si pose a squadrare l'uomo che le stava dinanzi.
Fortuna volle che Mimì,
abbonita dalla pastina di Carlotta, sentisse non so quale simpatia o curiosità
per quell'uomo che non avea mai visto: onde guardando verso Antonio prese ad
agitarsi sulla farragine delle pelliccie della padrona ed a gemicolare
sommesso.
La marchesa non tardò ad
accorgersi di questi diportamenti della sua favorita.
- Carlotta, diss'ella,
vedete che Mimì la vuol scendere. Suvvia, prendetela adagino e mettetela
a terra.
E con occhio irrequieto
tenne dietro all'operazione che la cameriera s'affrettava ad eseguire.
Appena la cagnetta ebbe
tocco il tappeto del pavimento, la corse, come le concedevano la pinguedine e
la gotta, verso Vanardi, e per benigna protezione di non so qual nume,
giuntagli ai piedi, si pose a fargli quel tanto di festa ch'ella sapeva, a
dimenare un simulacro di coda e tentare di drizzarsi sulle piote deretane per
appoggiare le anteriori alle gambe di lui.
Vanardi, benchè molto
glie ne pesasse, e gli paresse quasi una viltà, si abbassò verso la bestiola e
ne accarezzò con la mano il dorso sconciamente grasso e privo di peli. La
vecchia signora che aveva guardato con interesse sempre crescente i moti e gli
atti della Mimì, drizzò al volto d'Antonio la sua faccia impresciuttita,
sulle cui labbra tirate c'era la smorfia di un sorriso.
- Oh, oh! esclamò essa
in sul piacevole; Mimì vi protegge. Vieni qui Mimì... Da brava,
vieni qui.... Accostatevi ancora, mio caro... Come vi chiamate?
Antonio ripetè il suo
nome.
- Avanzatevi.... ancora
un po'... lì, più presso a me... così... Carlotta date un'altra pasta alla
piccina... Com'è cara, neh? soggiunse volgendosi a Vanardi... Poi tosto di
nuovo a Carlotta che offriva la pasta alla cagnetta: non la vuole?... Guardate
se la preferisce un pezzetto di zuccaro.
La schifiltosa bestiola
si degnò finalmente di accettare una zolletta, e quando la padrona ebbe visto
che i pochi avanzi dei denti di Mimì13 si erano cimentati
vittoriosamente colla durezza dello zuccaro cristallizzato, tornò badare ad
Antonio.
- Ebbene, brav'uomo, gli
disse, contatemi su i fatti vostri.
Mentre egli s'accingeva
a parlare, la marchesa nascose accuratamente sotto le pelliccie la destra che
aveva tratta fuori poco prima e si scosse come se un brivido l'avesse assalita.
- Carlotta, diss'ella,
aggiungete della legna; fa freddo qui dentro.
La giovane s'affrettò ad
ubbidire, quantunque ce ne fosse già una catasta ad ardere sugli alari.
- Parlate pure:
soggiunse tornando rivolgersi al pittore.
Antonio apriva la bocca,
quando l'uscio della stanza s'aprì ed entrò la superba, imponente ed importante
persona del signor dottore. Vanardi rimase in asso, e Carlotta disse alla
marchesa:
- Ecco il dottore.
La vecchia s'agitò sotto
il monte delle sue pelliccie, più che non avesse fatto per l'innanzi e fece con
ogni suo sforzo a volgere il capo tremolante della parte da cui veniva il
medico,
- Ah dottore! diss'ella:
è questo il modo? Mi lascia qui senza darsi un pensiero di me.... Ho un male addosso,
sa.... Sono due ore che l'aspetto.
Lombrichi non si turbò
niente affatto della sua placidità olimpica. Continuò ad inoltrarsi col suo
passo grave e ben appoggiato per terra, sorridente in volto e colla coda
dell'occhio cercando la sua bella immagine nello specchio.
- Che cosa c'è? dimandò
egli con sussiegosa gentilezza. Cara marchesa, io son qui tutto per lei... Si
figuri che per venir qui ho lasciato la contessa A., che voleva seco ritenermi
a viva forza, ho trascurato di andare dalla baronessa B, che mi attende, ed ho
mandato dire a madama C, la moglie del banchiere, che mi trovavo impegnato
tutto il giorno.
Così dicendo, aveva
deposto sul tavolino il suo cappello, e colla mano aveva dato una ravviatina ai
baffi ed al pizzo: poscia sbirciò un momento con piglio altezzoso Vanardi, fece
un amorevole sorriso a Carlotta e presa una seggiola, dopo recatala vicino
vicino alla poltrona della vecchia, vi sedette con le arie d'una affettuosa
dimestichezza.
- Ebbene? ebbene?
soggiuns'egli allora, andando a cercare sotto alle coperture la mano gialla e
gelata dalla marchesa, e stringendola fra le sue. Il nostro male è dunque
cresciuto?
La vecchia fissava i
suoi occhietti semi-spenti sulla faccia rubizza, prosperosa e con gravità
sorridente del signor dottore.
- Tanto, tanto: rispose
ella con voce più fiacca e senza vibrazione affatto.
E Lombrichi con piglio
dottorale:
- Già, me ne avvedo. Il
fiato è più difficile?
- Sì.
- Il sonno irrequieto?
- Sì, sì.
- La digestione grave?
- Sì, sì, sì.
- Sa che cosa? Abbiamo
fatto lavorar troppo quella benedetta testolina. Ci siamo occupati soverchio
questa mane per le solite nostre opere di beneficenza.... Quel gran buon cuore
lì ci fa di questi brutti tiri alla nostra salute.... Abbiam bisogno di calma
noi, di aver tutte le nostre faccende assestate, tutte le nostre disposizioni
prese, di non dover più pensare a nulla.... Ed anche nelle opere di carità ci
conviene mettere un freno, fare più per mezzo degli altri che da noi stessi, e
poichè ci sono intorno delle persone degne di tutta confidenza, affidarci in
loro e lasciar fare.... Oggi, per esempio, son persuaso che abbiam parlato più
del dovere, ascoltato un subbisso di nenie da quei piagnoloni, ricevuto ogni
sorta di gente....
E dava un'occhiata di traverso
a Vanardi, il quale avrebbe voluto essere le cento miglia lontano.
- È vero, è vero: disse
la marchesa dondolando vieppiù la testa; ma quella è l'unica mia distrazione;
eppoi abbiamo sempre fatto così in questa casa.... fin da quando c'era ancora
la buon'anima di mio marito.... La colpa è di quell'ingrato di Grisostomo. È
lui che dovrebbe vegliare sulla mia salute, ed egli mi abbandona.... È tutta la
mattinata che è fuori.... Gli è un ingrataccio... ecco.
Lombrichi prese con zelo
le difese dell'assente.
- Quel buon Grisostomo!
esclamò egli. Non dica così di lui, cara signora marchesa. Il brav'uomo è tutto
divoto alla signoria vostra, e se quest'oggi s'è allontanato da lei gli è
perchè il servizio e gli ordini di vossignoria ve l'hanno costretto. L'ho trovato
non è guari in casa del nostro buon amico, quel sant'uomo di Marone, dove era
venuto a prendere notizie di lui da parte della signora marchesa.
- Ah! è vero....
sicuro.... l'avevo dimenticato.... Ce l'ho mandato io per sapere come quel
povero Marone sta del suo braccio....
- Della sua gamba, vuol
dire; la è una gamba quella che s'è slogata....
- Sì, sì: è ben ciò che
intendo io, una gamba.
- Glie ne posso dar io
novelle fresche e precise; e' va un po' meglio, ma per alcuni giorni è
condannato a non uscire di casa. Uscendo di là Grisostomo andava a parlare col
notaio per quel certo affare che ella ben sa....
- Sì, sì: so certo,
quell'affare, il mio testamento....
Lombrichi diede una
guardata sospettosa alla figura impacciata di Antonio, ed interruppe:
- Ma ora parliamo di
questa preziosa salute. Ci abbiamo dunque una leggiera recrudescenza?...
Già.... già.... Vediamo un poco.... Euh! euh!
- Ebbene?... Che
cosa mi ordina lei per rimettermi un po' meglio?
Il medico stette un
minuto col polso della marchesa fra le dita, corrugando la fronte in sembianza
di gravissima meditazione; poi rinascose egli stesso la mano di lei sotto le
pelliccie e ve la coprì bene.
- Uhm! diss'egli con
gran sicumera, come se dicesse chi sa che profonda sentenza; vi è stato un po'
di agitazione, si ha bisogno di calma, dopo la fatica occorre il riposo.
Trasse di tasca il suo
pettinino di tartaruga e lo passò due o tre volte nei baffi e nel pizzo, poi si
mirò nello specchietto del manico e riprese:
- Quella pozione l'ha
già finita?
- No signore, saltò su
Carlotta; anzi la non ne vuol più. Io glie ne aveva mesciuto qui un
bicchiere....
- Creda a me, disse
Lombrichi alla marchesa: la ne prenda chè le gioverà sicuro.
E tolto il bicchiere
dalla fante, lo porse egli stesso alla vecchia che lo bevette senza più
renitenza.
Ma ecco a questo punto
aprirsi di nuovo la porta, ed entrare sollecita una giovine signora, vestita
con modesta semplicità di buon gusto, avvenevole senz'esser bella, con nelle fattezze,
nello sguardo, nell'atteggio delle labbra, l'espressione d'una meravigliosa
bontà.
Essa accorse vivacemente
presso la marchesa, esclamando con una voce soavissima e piena d'affetto:
- Cara santola!...
E chinatasi ad
abbracciarla, le depose sulla fronte e sulle guancia una mezza dozzina di baci.
- Ecchè? disse la
vecchia un po' stordita, traendo in là più che poteva il suo capo: sei tu Lisa?
Gran miracolo che ti sei ancora ricordata di me!... È un mese.... sì, certo, un
mese che non ti vedo.... Già.... una vecchia madrina.... che importa alla
signora?.... La si dimentica....
Lisa s'era ritratta
alquanto per deporre il cappellino che s'era slacciato e la mantellina che
s'era tolta dalle spalle.
- Come! interruppe essa
vivamente. Non lo sa? Vengo due o tre volte la settimana; sono venuta anche
jeri.
La marchesa scosse la
testa dondolante.
- Jeri! diss'ella. Non
mi ricordo.
- Non ho potuto venire
sino a lei, perchè Grisostomo, come da un pezzo mi viene dicendo, mi disse che
il signor dottore aveva proibito di lasciarla parlare a chicchessia. Io ho
insistito e pregato vanamente....
Lombrichi, il quale
all'entrare della signora Pannini s'era levato da sedere per salutare con
cerimoniosa freddezza, s'inchinò un poco ed interruppe:
- È vero che io ho data
questa proibizione. La signora marchesa ha bisogno d'essere lasciata tranquilla
e non aver disturbi di sorta.
Lisa volse al medico uno
sguardo dignitoso e ribattè con giusta alterigia:
- Spero, diss'ella, che
non conterà fra i disturbi una figlioccia che viene per accudire alla sua
santola.
Il dottore s'inchinò
un'altra volta e fece un atto come per dire: «Non voglio mica alludere a lei.»
Allora Lisa scorse la
figura impacciata del povero Vanardi.
- Ma io, diss'ella con
isquisita cortesia, sono venuta proprio a disturbo di lei, signore, che stava
discorrendo colla marchesa. Non voglio essere d'impaccio, e piuttosto mi
ritiro.
- No, no, sta qui:
proruppe la vecchia. Quest'uomo può benissimo parlare anche in tua presenza....
Dite pur su.... Com'è già che vi si chiama?
Antonio ripetè per la
terza volta il suo nome. Lisa si ricordò di presente come la persona che
portava quel nome fosse stata vivamente raccomandata a lei ed a suo padre da
Selva e da sua moglie.
- Ella è pittore?
domandò con interesse ad Antonio.
- Signora sì.
- Ed amico dell'avvocato
Selva?
- Per l'appunto.
- Ah, ah! tu lo conosci?
interrogò la marchesa.
- Sì, santola, e sapendo
ch'e' merita la sua protezione, glie lo raccomando.
- Bene, bene: disse la
vecchia volgendo il suo capo tremolante ad Antonio, Eh, eh!... Sai tu Lisa che
un'altra me l'ha giù raccomandato?... Non indovineresti mai più chi.... Mimì,
la brava Mimì.... L'hai già veduta, Lisa? Essa è sempre più cara che è
una meraviglia; Mimì, Mimì, dico, vieni a salutar Lisa.
La cagnuola s'avanzò
lentamente alla chiamata della padrona; la quale, curvando più che le venisse
fatto la testa, le faceva quella sua smorfia grinzosa che equivaleva un
sorriso.
Lisa si risolvette a
passare la sua manina inguantata sul dorso della bestiola, ma non con troppa
buona voglia; Lombrichi14 invece chiamò a sè la podagrosa cagnetta, la
tolse sulle sue ginocchia e le fece un mondo di carezze e di feste. La marchesa
guardava con occhio tutto compiacenza gli atti del dottore. Lisa ne volle
richiamare l'attenzione al povero Antonio.
- Ebbene, diss'ella,
l'istinto non ha ingannato Mimì, quando essa notò il signor Vanardi come
degno del suo interesse.
A questo punto Lombrichi
credette doversi degnare di riconoscere il pittore.
- Se non isbaglio, disse,
voi abitate una soffitta in casa del signor Marone?
- Signor sì.
- Ah, ah! esclamò la
marchesa con una specie d'interesse: in casa di quel sant'uomo. Siamo dunque
vicini?
- E fu in casa vostra,
soggiungeva Lombrichi, che venne ricoverato Marone allorchè cadde giù della
scala.
- Appunto.
- Oh, oh! tornò ad
esclamare la vecchia; siete voi che avete soccorso quella santa persona!...
Le cose parevano
incamminate il meglio del mondo in favore del nostro povero Antonio, quand'ecco
la sua cattiva stella, per rovinarlo, mandar in iscena un nuovo personaggio: il
signor Grisostomo.
Era un uomo grande,
grosso, a lunga barba nera, a spalle quadre, a faccia e modi volgari, non privi
d'impertinenza. Entrò con una certa padronanza, e gettò intorno uno sguardo
scrutatore.
- Oh, oh! quanto gente
c'è qui! diss'egli di subito, senza nemanco salutare. Evviva signora marchesa!
La compagnia non le manca.
All'udire la voce di
costui la vecchia aveva voltato ratto la testa tremolante, e lo guardava con
quegli occhietti spenti che parevano in tal momento animarsi un poco.
- Ah siete qui buona
lana? disse la marchesa. Sapevate ch'io stava peggio, lo sapevate, e m'avete
lasciata sola tutta la mattina.
E Grisostomo, venendo
accosto alla padrona con molta famigliarità, e rassettandole le robe ond'era
coperta, ch'essa, nell'atto del rapido voltarsi, aveva un poco disacconciate:
- Eh! sono stato fuori
per suo servizio e dietro suo comando, sa bene?
- Sì, sì; mi ricordo....
ma siete stato tanto tempo!...
- Se ho tardato un po',
disse Grisostomo, gli è perchè ho pensato bene di fare insieme un'altra
commissione in servizio di lei.
- Che commissione?
- Sono andato per que'
cavalli più queti ch'essa desiderava alla sua carrozza. Ho finito tutto, e di
quest'oggi saranno nella scuderia.
La vecchia curvò il capo
sul petto e d'infra le sue mascelle, che masticavano col loro moto abituale,
non uscirono che parole indistinte.
- Eh lo sapeva io,
s'affrettò a dire Lombrichi tutto sorridente, deponendo a terra la cagnolina
che teneva ancora sulle ginocchia; lo sapeva bene che il bravo Grisostomo non
poteva indugiare che per servire la signora marchesa.
E tese amichevolmente la
mano al domestico.
- Buon giorno,
Grisostomo.
- La
rirevisco15, signor dottore: poi girando di nuovo uno sguardo all'intorno:
ma dica un poco lei, non siamo in troppi qui dentro per la quiete della signora
marchesa?
A queste parole due
persone arrossirono, Lisa e Vanardi.
- Ehm, ehm: rispose il
medico guardandosi nello specchio; potrebbe anche darsi.... certo che.... il troppo
parlare e il troppo sentire a parlare....
Lisa corse dalla
marchesa, l'abbracciò amorevolmente e le disse con caldo accento:
- Santola, vuole che io
parta o che rimanga a farle compagnia?
La vecchia posò un
momento il suo sguardo sul volto della figlioccia, che stava lì innanzi e
presso al suo; quelle sembianze giovanili ed allora animate, quell'aria
d'affetto che ne spirava, tornarono piacevoli a mirarsi alla madrina.
- Rimani, rimani:
rispose ella con qualche po' d'effusione. Mi fa piacere il vederti, e tu vieni
sì di rado!
Grisostomo fece una
smorfia, e non ebbe neppure la cura di celare il suo dispetto. Per isfogarlo si
volse a Vanardi.
- E voi, gli domandò
bruscamente, che fate qui, chi siete?
Antonio rispose non
senza fierezza:
- Gli è alla signora
marchesa che ho da parlare, ed a lei ho già dato conto dell'esser mio.
- Oh, sentite che tono!
esclamò il villano servitore imbizzarrito. Chi vi ha introdotto?
Lisa già voleva
intromettersi, ma a questo punto successa al malavventuroso pittore una tanta
disgrazia che la sua causa fu compiutamente perduta. La cagnetta, posta in
terra poc'anzi dal dottore, s'era avvicinata ad Antonio, il quale, non
badandole punto, nel fare un passo indietro, calpestò con un piede una delle
piote podagrose della bestiola. S'elevò tosto un alto guaito; e la vecchia si
riscosse sulla sua poltrona, che più non avrebbe potuto fare se a lei medesima
avessero pestato un callo.
- Che cosa avete fatto a
Mimì? Vieni qui, carina.... O Dio, come zoppica!... Siete stato voi che
me l'avete rovinata.... Insolente! andate fuori... ch'io non vi veda più...
Grisostomo, fate uscire costui.
Antonio, senz'attender
altro, si precipitò fuor della stanza con una rabbia ed una vergogna nell'anima
che Dio vel dica; già toccava all'uscio del pianerottolo, quando Carlotta lo
raggiunse, e in fretta in fretta, senza dargli tempo nè a pensare nè a parlare,
gli pose in mano un involtino di alcune monete e gli disse:
- La vecchia è scema,
Grisostomo è un birbone, ma la signora Lisa è un angiolo; è lei che vi manda
questo.
Ed ella era veramente,
come diceva Carlotta, un angelo, quella brava signora Lisa, cui que' tristi,
uniti in empia lega, avevan fatto di tutto per allontanare dalla presenza, non
che dal cuore della marchesa. Grisostomo non si mosse più dal fianco della
vecchia fin che la figliuola del capitano Biale rimase colà; ed ella in vero,
impacciata e infastidita dalla vista e dalle maniere di quel tracotante, non
tardò a partire.
- Signora marchesa,
disse il cacciatore, quando appena fu fuori la Lisa, il notaio oggi non può
venire, ma verrà domani senza fallo.
- Il notaio! balbettò la
marchesa, perchè cosa il notaio?... Ah! mi ricordo. Ho da rifare il mio
testamento. Volete proprio ch'io rifaccia il mio testamento?... Oh poveretta
me!... Ma ciò mi farà morire.... Ah, mi sento male, sapete Grisostomo. - E
diffatti dopo poche ore la si pose a letto colla febbre.
Nel pomeriggio di quel
giorno medesimo, che era il lunedì, Selva e Vanardi si recarono a Valnota, e
per una strana combinazione, che pareva un aiuto della Provvidenza, trovarono
che Orsacchio erasi partito di là, per una misteriosa gita alla capitale.
Matteo, tuttavia riconoscente al pittore delle generose mostre d'interesse che
ne aveva ricevute, non pose ostacolo a che egli vedesse la signora della
palazzina, ed Anna, dietro i cenni di Antonio, si recò da Gina a prepararla a
riceverlo.
La infelice, ancora
affranta dall'ultima crisi passata, era del corpo più inferma, ma quasi del
tutto in senno, come da lungo tempo non era stata. Accolse Anna con un
amichevole sorriso.
- Ho udito il baroccio a
partire, diss'ella: egli s'è dunque allontanato... Sono sola!... Quanto
tempo starà?
- Credo tutta la
giornata.
Gina trasse un sospiro
di sollievo.
- Signora, rispose la ragazza
esitando, c'è qui un cotale che vorrebbe parlarle.
- Parlarmi! esclamò la
misera. A me! Ma non c'è nessuno che venga a parlarmi. E chi ci verrebbe?...
Non ho più alcuno al mondo io che si ricordi di me....
- Sì, signora, disse
Anna dolcemente. C'è ancora qualcheduno che si interessa per lei... Qualcheduno
ch'ella ha conosciuto in altri tempi.
Gina si riscosse tutta e
si gettò ratta giù del sofà, su cui giaceva. Pigliò le mani della giovane e lo
strinse forte; poi guardandola con occhio ardente dimandò ansiosa, agitata,
tremante:
- Chi?... oh, chi?...
Rispondi!... Sarebbe?... O Dio! o Dio!...
E la sua faccia
s'illuminò d'un lampo di gioia sì eccelso che Anna ne fu, come dire,
abbagliata. Ma sparì tosto; il volto di lei tornò all'espressione di profonda
mestizia, e lasciandosi ricadere sul sofà mormorò:
- È impossibile, è
impossibile... Sono folle.
Antonio, che non poteva
più stare alle mosse, s'inoltrò pianamente: Gina vide l'ombra d'un uomo,
trasalì, alzò vivamente la testa, quasi per un miracolo riconobbe di subito chi
ei si fosse. Sorse di scatto, gettò un grido, si slanciò verso di lui, cadde
nelle sue braccia esclamando:
- Siete voi!... E
Adolfo? e Adolfo?... Parlatemi di Adolfo.
Vanardi non aveva parole
fatte a rispondere. Le lagrime gli cascavano silenziose giù per le guancie. E'
guardava quella misera donna così dal dolore distrutta, e una massima
compassione l'occupava.
Ella sollevò il volto
verso quello di lui, lo guardò un poco, e poi disse con un accento in cui
parevano lottare la ragione e la pazzia:
- Voi piangete!... voi
piangete!... E perchè?
Ad un tratto si spiccò
vivamente da lui e mandò un grido:
- Ah! egli è morto!... È
dunque vero? Voi piangete Adolfo... Perchè siete venuto allora?... Lasciatemi
morir qui.
E si buttò sul sofà con
disperato dolore, tutta la persona riscossa da un penoso singhiozzo. Antonio le
si inginocchiò presso e si pose a parlarle: ciò che a quel punto gli dettassero
la commozione e la pietà non l'avrebbe saputo ripetere egli medesimo di poi. La
donna si calmò a poco a poco; ma il suo occhio era più smarrito e le sue parole
più sconnesse e più tronche.
- Siete venuto a
recarmene novelle, disse; vi ringrazio... Alzatevi, signore... S'accomodi, la
prego... Mio marito è fuor di casa, ma non tarderà... Potete dire ad Adolfo che
ho da parlargli... Conviene che s'allontani da me... Mi avevano detto ch'era
morto... Non l'ho mai creduto, sapete... Signor Vanardi, ella è suo amico
intimo. Le parla alcune volte di me?...
Antonio volle
persuaderla a venir via con lui, ad abbandonare quel luogo e fuggire il suo
carnefice, ma non ci potè riuscire. Gina aveva posto a quel luogo un materiale
attaccamento, e spiccarsene non poteva, e non volle. Antonio dovette lasciarla,
e ritornare in Torino con Selva, deciso a denunciare all'autorità Orsacchio
l'uccisore d'Adolfo.
Ad una stazione
intermedia della strada da percorrersi incontravansi i due treni, l'uno che
veniva, l'altro che andava alla capitale. In questa sosta di pochi minuti in
cui i due treni si trovavano allato, Vanardi, guardando per caso nell'altro
treno, vide due occhi grifagni che stavano fisi su di lui, e riconobbe la
brutta faccia di Orsacchio; bene si ritrasse egli vivamente all'indietro, ma
era troppo tardi: il marito di Gina l'aveva visto e riconosciuto ancor'egli.
La cagione che aveva
menato Orsacchio in città era sempre quel benedetto ritratto che egli voleva
possedere ad ogni costo. Informatosi se il pittore fosse in casa, e saputo
dalla portinaia ch'egli era assente, Orsacchio era salito al quartieretto di
Vanardi, ed alla Rosina aveva detto senza preamboli, additandole il quadro:
- Datemi questa tela e
vi pagherò cinquecento lire....
La donna allargò tanto
d'occhi.
- Cinquecento lire!
ripetè essa.
Orsacchio scambiò la
meraviglia di lei per irrisoluzione, e pressato qual era di finirla, soggiunse:
- Seicento... ottocento,
via, e non esitate più...
Rosina non esitò punto.
- Manderò a prenderlo
domani o dopo domani. Lo consegnerete a chi ve ne recherà il denaro.
- Mandi al mattino dallo
dieci alle undici; a quell'ora mio marito non c'è.
- Va bene.
Alla vista di Antonio
che veniva dalla direzione di Valnota, un subito sospetto entrò nell'animo di
Orsacchio. Un istinto lo avvisò che gli era per lui che quel maledetto pittore
aveva fatto tal viaggio, che il suo asilo era scoperto, e che contro di lui
l'amico d'Adolfo avrebbe eccitata la vendetta della legge. Provò una tal rabbia
che dirlo è nulla. Quel mondo ch'egli aveva con tanta cura sfuggito tendeva
ancora un braccio a ghermirlo.... Che fare? oh non si lascerebbe prendere.
Fuggire di nuovo, ramingar sempre, cercare un ancora più nascosto ricetto in
estera contrada!
Giunse a casa con un
turbinio di siffatti pensieri pel capo che non gli lasciavano requie. Andò
diviato verso la camera di sua moglie, e in quella che precedeva si arrestò e
tese l'orecchio. Gina piangeva e andava pronunziando tratto tratto con immensa
effusione di affetto il nome di Adolfo.
Al vedere entrare
inaspettato il marito, la donna si drizzò pallida e spaventata cessando
immantinente dal piangere, quasi dal rifiatare. Anna, che le era compagna, si
ritrasse in un angolo timorosa ancor essa.
L'uomo guardò intorno
con occhi che mandavano luce di sangue. Indovinò tutto. Incrociò le braccia al
petto, si rivolse ad Anna, e fulminandola con quel suo sguardo tremendo, le
disse:
- Un uomo è entrato qui,
quest'oggi, ed ha parlato a mia moglie.
Anna non ebbe neppure in
pensiero di negare, curvò il capo e si tacque.
- Uscite! soggiunse
imperiosamente Orsacchio: e qui dentro non verrete più.
La fanciulla partì, Gina
guardava stupidita e non si mosse. Orsacchio fece due o tre giri per la camera,
poscia piantandosi ritto innanzi a lei:
- Domani, le disse, noi
ripartiremo.
E la lasciò sola.
Il domani infatti
Orsacchio fu alla più vicina città, e verso sera ne tornò con una carrozza a
due cavalli di posta. Aveva messo in poche valigie egli stesso tutto ciò soltanto
che poteva dirsi indispensabile; e quando le ebbe fatte caricare sul legno,
entrò nella stanza di Gina, e senz'altri preamboli le disse brusco:
- Venite.
La donna alzò il capo,
guardò un poco il marito e parve tutto disposta ad obbedire.
Orsacchio s'avviò primo
verso l'uscio, ed essa lo seguì; ma quando il suo piede ebbe tocca la soglia,
Gina s'arrestò.
- Dove andiamo?
- Che v'importa saperlo?
Noi partiremo di qui.
Ella indietreggiò.
- Partire di qui!
esclamò. Non voglio.
Orsacchio la prese ad un
braccio e ripetè più fieramente:
- Venite!
Ma ella, scrollando il
capo, con una pacatezza da scema, rispose:
- No, no, non voglio...
sto bene qui... sto molto bene... amo il mio giardino... benchè ci sia la
neve... ma la neve andrà via e torneranno i fiori...
Il marito le strinse
violentemente il braccio e accostando le sue labbra all'orecchio di lei, quasi
da toccarlo:
- Non obbligatemi a
mezzi di rigore, le disse. Voglio essere ubbidito, lo sapete.
La poveretta diede in
uno scossone come chi da una placida quiete venga improvvisamente turbato per
un alto terrore. Mandò un grido, e fece a sciogliersi dalla stretta della mano
di lui.
- Lasciatemi,
lasciatemi!... Ah, voi mi fate male... Lasciatemi stare per carità.
La si dibatteva per
divincolarsi; egli s'avviò verso la porta, trascinandola a forza dietro sè:
Gina gettava grida di spavento e s'attaccava dall'uno all'altro a tutti i
mobili della stanza.
- Tacete! tacete! le
diceva sommesso il feroce.
- No, no, urlava essa:
non voglio partire, voglio rimaner qui... Uccidetemi piuttosto.
Orsacchio l'afferrò per
le due braccia, la tirò violentemente a sè, la strinse riluttante al suo petto,
le pose innanzi al volto il suo orribilmente contratto, e con accento
crudelissimo le disse spiccato:
- Sì... come ho ucciso
Adolfo.
Gina puntò le sue deboli
braccia alle spalle di lui per rigettarsene indietro, si dibattè per
isciogliersi da quell'orribile amplesso, ma le forze le mancarono a un tratto,
e svenne.
Così priva di sensi ei
la portò sollecito nella carrozza.
- A Torino, diss'egli al
postiglione: e di galoppo.
Quindi si slanciò nella
vettura che partì di furia.
L'infelice donna
abbandonava quella casa come c'era arrivata, svenuta.
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