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PREFAZIONE
Il divino Raffaello ebbe tre distinte
maniere di dipingere: e io, modestamente imitandolo, intenderei di averne
almeno due: poiché scrittorelli e poetastri, da cattivi a pessimi, sono pur
sempre pittori. Avverto dunque, a comodo di chi bramasse saperlo, che la mia
seconda maniera comincia dall'opuscolo presente, del quale entro a dare in
breve le filosofiche ragioni. Questo è indispensabile in un secolo che vuol
veder chiaro in tutto, perfino nello scopo dei libri inutili, che d'ordinario
si compongono o per vanità di fama o per pungolo di fame.
Il mio primo maestro o, per continuare la
similitudine, il mio Perugino fu sventuratamente quel vecchio pagano di Orazio
Flacco, alla cui scuola io non appresi che la malizia e l'arte delle piccole
bricconerie. Egli m'insegnò nientemeno che la satira, il genere di scrittura
più immortale e anticristiano che dir si possa; la buffona e arrogante satira
che osa giudicare i gusti del bel mondo, e farsi beffe degli adorabili capricci
della moda. Incaponito dietro a quei precetti fallaci, mi posi avventatamente a
scrivere e pubblicare il mio magro parere su tutto, e a menar colpi da orbo, e
a fare il Don Chisciotte in favore della verità, la più ingrata delle Dulcinee,
e in difesa del buon senso che è un servitore più ridicolo e goffo di Sancio
Pancia.
Ma ci fu ancora di peggio. Con quel suo
vizio di indicare le persone col loro nome proprio, Orazio mi avviò sulla
facile e sdrucciolevole via di accennare candidamente a Tizio, Caio, Sempronio:
la satira individuale, non vi dico altro! alla quale fui indotto dal solo mal
esempio, per eccesso di innocenza e buona fede. E appunto per soverchia
dabbenaggine la mia immaginazione non avvisò mai alle possibili conseguenze di
quelle enormità involontarie: tanto più che vedeva non essere mai venuti meno
al maestro né le simpatie popolari, né la protezione d'Augusto, né i benefizi
di Mecenate, né la deliziosa villa di Tivoli dove egli passava metà dell'anno a
fare un tantino l'epicureo, a minchionare il prossimo e soprattutto le amanti
dismesse. Ma io, fatalità! per le mutate condizioni dei tempi mi trovai, senza
avvedermene, impigliato in molestissime brighe col terzo e col quarto; e ne
seguirono le antipatie, gli odi, le denigrazioni, lo scredito, e il triste
esiglio: senza contare la consunzione, figlia del rimorso, che mi spolpa e
divora. Cose da farne una tragedia in versi martelliani.
Bisogna però convenire che a que' malanni
contribuirono non tanto i tempi quanto i luoghi. Per uno scrittore un po'
vivace è gravissima sciagura il nascere in paesi d'una moralità così desolante
e severa da inorridire all'idea di una scherzevole satiruccia1.
Come si trattano diversamente queste faccenduole al di là dell'Alpi! Colà i
partiti si strapazzano l'un l'altro allegramente e si versano addosso la
cornucopia del ridicolo: né vi è persona sì altamente collocata cui non sappia
arrivare fin sotto al naso col suo buffetto il più pigmeo dei giornalisti; e,
dalla sfrenata parodia delle più decantate opere letterarie fino alle piccole
caricature del Musée Philipon, è un continuo burlarsi degli
uomini e delle cose. Né di siffatte pubblicazioni alcuno si offende; ma tutti
ridono, e in prima coloro che sono vittime di quelle botte di penna o di
matita: perché in fin de' conti sono tutti mezzi di farsi nominare e salire a
celebrità. Ma qui da noi che imitiamo tutto dai Francesi, fino all'inevitabile pardon,
non sappiamo perdonare a chi tenta darci un po' d'importanza diffondendo il
nostro nome in verso o in prosa. Oh, è pur difficile e schizzinosa questa
benedetta razza de' Longobardi! Si dura fatica a persuadersi che il Parini e il
Porta non siano riusciti a renderla più maneggevole e bonina.
Ma ciò si dice sol per mostrare le
differenze caratteristiche da popolo a popolo: né impedisce che io sia
sinceramente pentito delle mie giovanili balordaggini, e risoluto di ripararle
alla meglio cambiando affatto tavolozza o stile. E parmi che questo si possa
ottenere facendo diametralmente il contrario di quanto ho fatto finora. Per
l'addietro amaro come il fiele? da qui innanzi dolciastro come la manna. Prima
ruvido e duro come un chiavaccio irrugginito? adesso facile e scorrevole come
il sapone nell'acqua calda. Alle indiscrete censure succederanno gli elogi
sperticati; l'audace che trovava tutto biasimevole e cattivo, non finirà mai di
dire come tutto sia buono e bello. Per esempio: sarà glorificato un imbecille?
e io: bene! Si vedrà premiato un birbone? e io: bravo! Uscirà un libro senza
senso comune? e io: sublime, impareggiabile! Insomma, lodar molto e lodar
sempre, ecco in due parole il programma della mia futura vita letteraria.
Riflettendo però maturamente, anche questo
progetto così naturale è piano in teoria, all'atto pratico ha i suoi ostacoli,
e può incontrare la critica piú acerba. È quello che accade di quasi tutte le
cose anche più facili in apparenza: e sappiamo da Esopo che perfino nel
condurre un asino al mercato è impossibile farlo in maniera che soddisfi al
genio di tutti. Dunque dimando io: chi o cosa dovrà celebrare ne' miei libri?
Ho da lodare la virtù e soprattutto farla trionfare? sono assunti da commedia e
utopie da palco scenico. Loderò il vizio? se ne incaricano già anche troppo i
romanzieri oltramontani. Farò salamelecchi ai personaggi potenti? nessuno mi
salverà dall'accusa di vigliacco. Farò plauso ai ricchi? sarà inevitabile la
taccia di scroccone. Se prendo a encomiare gli uomini d'ingegno, mi diranno
fanatico. Se dedicassi la mia penna a divinizzare i tenori sfogati che
vanno alle stelle, le prime donne assolute che fanno furore, e le comprimarie
che sono evocate all'onore del proscenio usurperei non solo la
missione, ma anche la lingua speciale del giornalismo. Oh, alle corte, sapete
cosa ho pensato di fare? loderò le bestie, proprio quelle da quattro piedi e
con tanto di coda; e così la passerò netta d'ogni rivalità, d'ogni invidia,
d'ogni sospetto di secondi fini.
Fra queste ho scelto il gatto per il primo,
perché è conosciutissimo, comune a ogni clima, sparso per tutte le case,
accessibile alle più umili condizioni, fino alla donnicciola che fila la rocca,
e al letterato. Quindi avverrà il caso rarissimo che, leggendo, tutti saranno
giudici competenti delle verità da me annunziate, e si udirà da ogni parte:
«Sembra che abbia studiato la mia gatta. - Il nostro micino è tale e quale. -
Il gattone soriano che abbiamo mangiato lo scorso inverno faceva precisamente
così».
Dunque vi offro in questo libro il
panegirico del gatto: che veramente è tale, consistendo in un discorso affatto
retorico, scritto secondo le regole di Aristotele, col suo esordio formale,
colla confermazione, colla mozione degli affetti, e tutti gli altri amminicoli
della così detta eloquenza. E se il suo titolo di panegirico non comparve netto
e schietto sul frontispizio, fu, a dirvela in confidenza, per non parere
soverchiamente frivolo. Esserlo, è permesso anche ai più seri o indigesti
scrittori, ma sembrarlo no. Le parole cenni fisiologici e morali
sentono lungi un miglio di filosofia svariata e soda: e sono modestamente
promettitrici di lauto pasto alla curiosità dei dotti. Chi ben comincia è alla
metà dell'opera: e chi sa inventare un frontispizio ingannatore, faccia conto
d'aver composto la parte migliore e più difficile del suo libro.
Ma v'è un'altra forte ragione che mi
determinò a scegliere il gatto per primo soggetto delle mie lodi. I destini di
questa bestia, che è la più cattiva e la più fortunata di tutte, furono sempre
per me un fatto significantissimo e fecondo di applicazioni. Che malvagio
animale! dissimulatore profondo; traditore bisbetico, che vi graffia subito
dopo una carezza; nell'indocilità e nell'ostinazione non ha rivali; egoista,
anzi apatista come un acefalo per ogni cosa che non riguardi il suo interesse;
tutto cervello per la malizia e per ogni genere di perfidie (compatite se per
un resto di abitudine dico un po' male almeno de' bruti); leccardo come un
sibarita; ozioso di professione; ladro nato, e ladro pel solo piacere di
rubare; vigliacco coi forti, crudelissimo e sanguinario coi deboli: per essere
enciclopedico nella scelleratezza, non gli manca che l'arma della parola.
Eppure egli è beneviso, accarezzato,
lautamente nutrito. Ma per quali virtù? per un po' di lindura della persona e
gentilezza di modi, e qualche abilità nella caccia del topo. E tante altre
bestie infinitamente più utili e buone sono malissimo pasciute, sovraccaricate
di lavoro e di percosse. Questa ingiustizia sociale mi richiama a que'
bellimbusti completamente perversi e spregevoli che, per un abitino elegante e
qualche vernice di amabilità e molta destrezza nel dar la caccia all'onore muliebre,
si rendono importanti, sono ambìti ne' circoli, diventano gli idoli del bel
sesso e i padroni nelle case altrui. A me paiono gatti, né più né meno; ma
certamente ho torto, perché tutto il mondo s'accorda nel chiamarli lioni.
Qui però non vorrei che la sottile e maligna
critica avesse a scoprire una contraddizione fra quanto scrissi ora sul gatto,
e ciò che di lui si leggerà più avanti, nell'elogio. Dico dunque, che mai la
contraddizione esistesse, sarebbe ottima cosa: perché non v'è nulla di più frequente,
comune e naturale agli uomini quanto il contraddirsi così in fatti come in
parole. Ora, se il sommo dell'arte sta nel cogliere la natura ne' suoi più varî
e piacevoli accidenti, io qui avrei scritto, senza avvedermene, una pagina
stupenda. Forse è per questo che alcuni libri leggiadramente screziati d'ogni
colore e gremiti di assurdità ottengono molta voga: quanta natura in quei
capolavori dell'arte! Nel mio caso però si troverà che non v'è contraddizione,
quando si faccia una distinzione importante. Le cose che ora dico non sono già
il libro, ma la prefazione, che d'ordinario non viene letta da nessuno, salvo
gli amici più affezionati e curiosi. Questa dunque è una chiacchierata
familiare fra il crocchio intimo della sera, quando si apre liberamente il
cuore e si esercita la più atroce maldicenza, che di solito è la nuda verità e
anche meno. Dopo viene il libro, fatto anche per tutti i profani che non
capiscono niente delle cose del mondo: e là, siccome l'assunto è di lodare, si
deve essere impudentemente bugiardo come un articolo bibliografico e una
necrologia, inventando virtù che non esistettero mai, e voltando in virtù fin
anco i vizi.
Ma, a proposito del contraddirsi, mi nasce uno
scrupolo. Io lanciai qualche parola sui libri frivoli con apparenza seria, e
non vorrei che andaste meco troppo d'accordo sulla frivolezza del mio. Sarebbe
una pessima concessione. Gli autori, mi pare d'averlo accennato altrove, non
sono mai modesti che a patto di esser contraddetti: rassomigliando in ciò alle
belle signore quando dicono: «io sono vecchia, io sono brutta». Il meno che si
possa rispondere è un «oh anzi, so ben ch'ella burla!». Guai se per divagazione
di mente e per abitudine di tutto approvare scappaste fuori colle solite
parole: «lei dice benissimo». Dunque il mio libro è tutt'altro che frivolo. Lo
sarebbe se io facessi l'elogio individuale del mio gatto, quantunque anche in
questo caso militerebbe per me un esempio tutto italiano del secolo
decimottavo, allorché la morte del gatto di Domenico Balestrieri fu pianta in
ogni possibil metro dai poeti di tutta la Penisola, e se ne fece un grosso volume a vanto
dell'immarcescibile Arcadia. Ma io tratto della specie:
intendete? E una specie qualunque è sempre importantissima; e più adesso, in
quest'epoca della zoologia, che giudica non essere mai abbastanza studiate le
bestie, e che introduce nel tempio della gloria chiunque faccia raccolta di
lucertole, o sappia descrivere le corna delle lumache, o vada a caccia di
farfalle, o infilzi un moscherino sullo spillo. Per dimostrarvi quanto sia
importante una specie anche umile di bestie in confronto della più orgogliosa
individualità umana, bisogna che brevissimamente vi annunzii una verità filosofica
al massimo grado.
Il mondo, esaminato in grande, si move e
progredisce non tanto per alcuni clamorosi, locali e temporanei avvenimenti,
quanto per la continuità e universalità delle più tranquille, minute, comuni
abitudini e tendenze della vita. A cagion d'esempio: un buono o cattivo sistema
doganale ravviva o fa illanguidire momentaneamente il commercio in una o più
nazioni; ma il commercio universale è eternamente alimentato e spinto
dall'avarizia, dalla ghiottoneria, dalla mollezza, dal lusso, dal desiderio
delle cose nuove, e da altri moventi che stanno nel cuore di tutto il genere
umano.
Cento Colbert non varrebbero la minima di
queste passioncelle della gente innominata. Per estesa che sia la sfera
d'azione d'un conquistatore o d'un legislatore, la Terra è almeno dieci volte
più grande dello spazio dove può giungere la sua influenza, e nove decimi ne
sono esclusi o immuni. Più: quelle tali famose riforme, o rivoluzioni
politiche, o fasi d'incivilimento che dir si vogliano, attribuite al genio
individuale, certamente erano predisposte dalla maturanza dei tempi, cioè
dall'opinione e dalla volontà delle masse; e probabilmente sarebbero avvenute
anche senza la comparsa di un dato uomo, con maggior lentezza sì, ma con meno
di violenza e di scossa.
Il gatto non fa altro di bene che liberarci
dai topi, al quale intento non bastano né le trappole, né i bocconi avvelenati.
Ma questo bene lo fa proprio lui, non aiutato da circostanze favorevoli, e lo
fa sempre, e lo fa su tutta la superficie del globo. Guai s'egli cessasse dal
mangiare i topi! saremmo forse ridotti a mangiarli noi. Sesostri, Ciro,
Alessandro sono per noi remotissime e indifferenti tradizioni storiche: se non
fossero mai esistiti, noi ci saremmo ugualmente, né più né meno felici.
Altrettanto diranno di recenti personaggi i lontani posteri «che questo tempo
chiameranno antico»; anzi la maggior parte degli uomini non saprà mai nemmeno i
loro nomi. Ma il gatto sta sempre, e dappertutto, e a pro di tutti. Dacchè c'è
il mondo e finché durerà, l'uomo ha sempre opposto e opporrà sempre al nemico
topo l'amico gatto. Ora, sommate i suoi benefizi, moltiplicateli pel tempo e
per lo spazio, e riusciranno come l'immenso numero di gocce d'acqua che formano
il mare; e troverete che l'umanità deve assai più gratitudine alla specie del
gatto che a qualunque isolato individuo della specie propria.
Lasciando dunque che altri celebri i fasti
di Carlo Quinto o di Napoleone, io imprendo a trattare le lodi del gatto. Né
temo la taccia di frivolezza: perché a considerare le cose con occhio di vero
umanitario, a saper filosoficamente riferire il microcosmo al macrocosmo, io
troverei importantissimo anche un opuscolo che insegnasse l'arte di cogliere le
pulci al salto.
E qui fo punto e riposo, giacché i sublimi
voli della filosofia hanno questa virtù: che stancano terribilmente. Va dunque,
libretto mio, buono o cattivo, ragionevole o assurdo che dirti vogliano, va e
gira più che puoi. Salutami tutti gli amici lontani, e prova loro che io sono
ancora vivo in quanto a uomo, e non ancora perfettamente morto in quanto a
scrittore. Soprattutto ti raccomando di annunziarti come aspettato in tante
case di preziose conoscenze da me fatte nei giorni 17 e 18 dello scorso
settembre (1845) a bordo del Castore, che ci portava al settimo
Congresso dei dotti italiani. Era commovente lo spettacolo a veder circa
duecento passeggeri, che correvano da Genova a Napoli colla velocità di dodici
miglia all'ora, allo scopo sublime di mandare innanzi la scienza.
Che se per avventura la scienza sola fosse restata
tranquilla al suo posto, noi pratici della sua pigrizia ed educati alla
rassegnazione, non dimenticheremo mai quel magnifico mare, quel purissimo
cielo, quell'isole amene, quelle deliziose costiere, quello splendido sole,
quella luna piena, quel vino buono, quel tanto ridere e cantare, quel bivaccare
tutta la notte sopra coperta, e specialmente quella sublime fraternità (italiana,
s'intende) stabilita dalla scienza e dal mal di mare. A meglio condire le quali
cose concorrevano forse una dozzina di signore veneziane, lombarde, piemontesi,
delle quali alcune bellissime, tutte spiritose e gentili, e animatrici di
quella scena tanto memorabile nella nostra fredda e monotona vita.
A chiunque mi dimandava che cosa fosse per
procreare la mia musa, io rispondeva: un gatto. E appena restituito al focolare
domestico, diedi l'ultima mano al mio lavoro. Agli amici dunque e vecchi e
nuovi lo raccomando; e se nell'indulgenza loro lo trovassero a livello
dell'argomento che tratta, mi sapranno poi dire qual sia la prima bestia che io
debba celebrare dopo il gatto.
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