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Il gatto, come dissi, né ubbidisce né
comanda: perciò non s'immischia in nessun affare né pubblico né privato, a
differenza del cavallo, del cane e d'altri animali domestici. Il cavallo
cominciò una volta a lasciarsi tirare nelle battaglie, e d'allora in poi non potè
più schivare la coscrizione. (Anche l'elefante anticamente esercitò l'arte
della guerra, ma poi, divenuto forse troppo grasso, fu trovato invalido, e ora
non ha altro talento che quello meschinissimo d'essere una bestia di gran
talento: e quindi, celebre e inutile come un poeta, s'è ridotto nei casotti a
servir di spettacolo alla gente che almeno una volta vuol vedere quel
bestione). Il cavallo dunque prodiga la sua vita sul campo della gloria, mena i
conquistatori in trionfo, s'impaccia di diplomazia e burocrazia, conducendo i
ministri a corte, i deputati alle Camere, gli impiegati ricchi all'uffizio.
Negli affari privati poi, dal cocchio del milionario al barroccino del medico
di campagna, dall'ardente volteggiatore alla rozza sciancata, egli corre e suda
per tutti, vi tira, vi porta, vi serve per ogni occorrenza della vita.
Il cane non ha per vero dire una parte
diretta negli avvenimenti della patria; ma quel suo ficcarsi da per tutto e
perfino in chiesa, quella specie di vita pubblica che mena per le piazze come
gli antichi cittadini di Roma, quel correre tante volte serio e premuroso per
le contrade come persona che non abbia un minuto da perdere in frivolezze:
tutto ciò darebbe a credere che non si possa far nulla senza di lui. In casa
poi il cane è tutto: custode, difensore, servitore, amico; riceve cordialmente
i familiari, abbaia a' forestieri e ai pezzenti, s'affligge e perde l'appetito
nelle assenze del padrone; alla morte di lui poco manca ch'ei non muoia di
dolore (proprio quando gli eredi inconsolabili cominciano a rivivere di
felicità): insomma è il vero disperato per eccesso di buon cuore.
Ma il gatto oibò! egli non farebbe un passo
fuori della porta per veder a passare un re o un papa; né darebbe la coda di un
sorcio per realizzare la repubblica di Platone. Se nella sua stessa contrada si
facesse una guerra di sterminio, egli non s'incomoderebbe nemmeno a sporgere il
muso dal margine del tetto per vedere cosa succede. Se la famiglia a cui
appartiene muore tutta di contagio, egli non dormirà per questo un minuto di
meno; e se abbrucia la casa, si ritirerà in quella che vien dopo a goderne lo
spettacolo da un abbaino. Oh che anima imperturbabile, oh che sistema ambulante
di filosofia! Qual cosa di meglio insegnarono gli stoici, che forse attinsero
allo studio del gatto i migliori precetti della loro scuola? Io, che quando mi
lascio tentare ad aprire alcun libro filosofico, di solito grido dopo due
pagine: «Oh che bestia di filosofo!», ogni qualvolta penso alle virtù del
gatto, esclamo: «Oh che filosofo di bestia!».
Dirà taluno che questa è filosofia
d'indifferenza e d'egoismo. Ma cesserà forse perciò d'essere una filosofia, e
molto diffusa e messa in credito? Le convinzioni non hanno nulla a che fare
cogli affetti, anzi vi si oppongono e li tengono in misura: e allorché una
maniera di vedere e di agire parte da princìpi e assume carattere
di sistema, non c'entra più il cuore, e direi quasi la ragione.
Tant'è ciò vero, che ogni gran bestialità che uno dica o faccia, vien di
leggieri legittimata colla sola parola opinioni!
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