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Or dimmi, o micio, qual genio si cela sotto
quella tua fronte inspirata? Devo io riverire in te il filosofo o il poeta?
Poeta no, perché sei troppo positivo, saggio e felice. Dunque, filosofo: ma non
da ciance come i più di costoro che, a forza di ipotesi e di sistemi e di
astrusissime metafisicherie, non si capisce mai a che vogliano riuscire e come
giovar possano al mondo. Tu sei il filosofo della vita reale: tu stai tramezzo
al sommo teorista Machiavelli e al sommo pratico Talleyrand, e, salvo il
ridurre le loro massime dalla vita pubblica alla privata, li rassomigli
entrambi. Anzi sono essi che rassomigliano a te, perfino nella fisonomia; ché
chi ben esamini i loro ritratti, troverà in que' lineamenti e in quelle guardature
alcun che di squisitamente gattesco: e deve esser così, per quanto è vero che
il volto è lo specchio dell'anima.
Il diplomatico francese, cui tanto crebbe la
fama di sapiente dall'aver passato la vita tra il tacere e il proferir
monosillabi, non vi rende a pennello la prudenza, la dissimulazione, l'abituale
taciturnità del gatto? La sua carriera fu una perpetua e felice imitazione di
questa bestia, la quale stando in casa propria s'accomoda facilmente con tutti
gli inquilini che subentrano, e si fa accarezzare e dar la pietanza da gente
d'ogni indole e d'ogni parere.
Nessuno poi è più machiavellico del gatto,
che per scienza innata praticò le stesse massime del Secretario fiorentino
tanti secoli prima di lui. Pigliamo a caso un solo esempio tra mille. Insegna
quel gran maestro di politica che «i nemici bisogna vezzeggiarli o spegnerli».
Ebbene, il gatto ha inimicizia grande col topo e col cane: spegne
inesorabilmente il primo, che è più debole di lui; ma col secondo, perché è più
forte, se lo mettete nella necessità di convivere, lo tollera prudentemente, e
finisce a mangiar nello stesso piatto e a dormirgli sul dorso. E il procedere
del vero talento che fa di necessità virtù, ma virtù completa, la quale non
lascia rancori secreti, e lo rende sincero amico di un naturale nemico. Non
come noi uomini, che se ci troviamo in necessità di blandire alcun nemico
importante, d'ordinario lo facciamo così goffamente, e con tali indizi di
sforzo, da lasciare intatto l'odio e farvi germogliar vicino il disprezzo.
Quando poi il gatto viene assalito dal cane,
spiega una così fina tattica da disgradar l'Arte della guerra di
Machiavelli; tanto più che quel trattato divenne vieto e inservibile per le
mutate condizioni dell'armi, mentre il gatto guerreggiò fin dal principio dei
secoli in sì perfetta maniera che non ammise più miglioramenti. Se non è più in
tempo a fuggire, prende una posizione vantaggiosa vicino al nemico, spiega
tutto l'apparato delle sue forze reali e fittizie, inarcandosi, mettendo fuori
le unghie, mostrando i denti. Tenta di comparire molto più grosso e terribile
che non è, e fa crescer di volume perfino la coda, sollevando tutto il pelo; e
spalanca gli occhi e mena schiaffi in aria e sbuffa e soffia che è una
maraviglia. Il cane, che con un salto e due colpi di mascelle può metterlo in
brani, si lascia imporre da questi apparati di difesa e quasi ammaliare da sì
furibondi sforzi dell'impotenza: e in cambio di agire, si sfiata, come tutte le
persone di buon cuore, in vani abbaiamenti: finché l'altro, colta con
accorgimento squisito un'istantanea divagazione, fugge precipitoso, guadagna un
uscio, una finestra, un buco di cantina, e lascia lì l'avversario con una
spanna di muso.
Insomma, se il finale e supremo concetto
della pratica filosofia può ridursi alla scienza di viver bene, nessuno, né
uomo né bestia, è più filosofo del gatto. E duolmi pensando che il medesimo non
ami i vani titoli e i diplomi accademici: perché in compenso del non esser egli
stato mai come i due accennati, filosofo dei prìncipi, vorrei farlo proclamare
principe dei filosofi.
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