|
Fra i divertimenti che il gatto si procura a
sollievo di sue mentali fatiche, primeggia la caccia: il migliore de'
passatempi campestri, ch'egli sa godere deliziosamente anche nel cuore delle
città, senza licenza e senza tasse, senza reti e senza zimbelli, senza armi
artificiali e senza riserve di stagioni. Egli dunque, sempre pronto per genio e
sempre armato per natura, si dedica, secondo che occorre, alla caccia delle lucertole,
dei rospi, delle talpe, dei piccoli conigli, degli uccelletti da nido, anche
degli uccelli adulti che sorprende balzando fuori dai nascondigli, o
astutissimamente insidia nelle gabbie. Ma la sua caccia prediletta, per la
quale pare che tenga una vera missione dalla provvidenza, è quella del topo, a
cui per odio ereditario ha giurato guerra implacabile, persecuzione a morte,
sterminio. Dall'inesauribile pazienza, dalla perseveranza prodigiosa con che
attende al varco la sua vittima può argomentarsi quanta sia in lui la feroce
gioia dell'acchiapparla. Egli è capace di star là un giorno intero, una
lunghissima notte, dimenticando fame, sonno, freddo, stanchezza, a far la
sentinella a un bugigattolo, dal quale ha sentore che un momento o l'altro
debba uscire la sua lepre: egli sta là fisso, immobile, nell'atteggiamento che
precede al salto, collo sguardo cupo, vitreo, magnetico, che sembra evocare la
preda colla attrazione del desiderio.
Anche di notte, dissi: poiché il gatto, vero
beniamino della natura, vede nella oscurità, per essere dotato di una pupilla
mobilissima e maravigliosamente dilatabile, che sotto al baglior del sole si
riduce a una fessura lineare, quasi microscopica, e nelle tenebre si dilata
come luna piena, raccoglie in un foco tutti i raggi più deboli e impercettibili
all'uomo, e li riflette dal fondo dell'occhio, mandando quella luce sinistra
che a primo colpo agghiaccia il cuore di ribrezzo. Credo sia per questa sua
proprietà fisica che il gatto subì per molti secoli la taccia di collegato
colle potenze infernali, e lo si fece intervenire in tanti racconti e processi
terribili di magia, di negromanzia e stregoneria. Ma col progredire dell'umana
ragione egli fu purgato da siffatte calunnie, e quel curioso fenomeno cadde
sotto alle indagini tranquille della scienza2.
Ma guai a essere un topo e incontrarsi in quelle folgori, e sentirsi prima
morto di spavento che preso, prima mangiato che morto!
Sì; il gatto mangia il topo, come... come
l'uomo mangia il gatto; e questa grossolana similitudine vi salva, miei cari,
da una filosofica meditazione sulla infinita catena degli animali, che tutti
alla lor volta sono vittime del più forte o del più astuto, dall'insetto
microscopico fino all'uomo. Però non voglio dispensarmi da una osservazione.
Anime violenti, che vi pascete di odio e di vendetta, se nessuna legge né
divina né umana può indurvi a sentimenti di mitezza verso coloro che aborrite,
questa idea almeno vi confonda, che nello sfogo dei vostri brutali istinti
siete in condizione ben peggiore dei bruti.
Se un feroce proposito vi spinge a vie di
sangue sul vostro nemico, potrete forse sfuggire al vindice ferro della
giustizia; ma non fuggirete no alle punture crudeli d'un eterno rimorso: quando
che il gatto mangia vivo il suo nemico, e poi si addormenta tranquillo a
digerirlo. (È il bello ideale dell'atrocità!). In lui e prima e dopo tutto è
voluttà: in voi, dopo un momento di sinistra compiacenza, tutto è dolore. Né si
creda, che il gatto sia spinto dalla fame, oibò! egli, l'amico del cuoco e
della fantesca, il perpetuo commensale di casa! Tant'è vero, che quando assale
uno dei grossi sorci da palude, gli mette le budella al sole, e sdegnosamente
lo abbandona ai calci del passeggiero. Nel qual caso, la sua caccia perde il
carattere di passatempo per assumere dignità di grave e pericolosa guerra.
Molte
volte il gatto si piglia trastullo a lungo del topo, e vuole (come diceva
l'imperatore Vitellio delle sue vittime) che senta di morire.
Perciò, dopo la prima scrollatina, lo lascia correre alquanto, dandogli con
raffinata crudeltà una momentanea speranza di scampo: e poi l'addenta, e poi
gli lascia fare un'altra corserella, sempre collocandosi strategicamente tra
lui e il buco di ritirata. Spesse volte il topo è già morto, che egli lo scuote
colla zampa e lo incoraggia a fare ancora un po' di moto. Allora se lo piglia
fra' denti, e lo porta in famiglia, ed è capace di saltarvi sul letto o sulla
tavola, per mostrarvi la sua preda e riceverne le congratulazioni. Insomma,
rassomiglia nella vanità a quasi tutti i cacciatori che inchiodano il falco
sulla porta della casa, che mostrano a tutti il loro carniere, e hanno un
aneddoto particolare per ogni uccello che vi è dentro; che raccontano mille e
una volta quelle tali loro famosissime imprese.
|