|
Ora io voglio accostarmi a una questione
scabrosa, e lo devo per amore d'imparzialità, se anche avesse a soffrirne la
gloria del mio eroe. Il gatto ha fama di ladro, e in grado tale che
antonomasticamente i ladri si chiamano gatti. È un gran dire; ma appunto non è
che un dire: e più una cosa è comunemente creduta, più il savio deve
insospettirsi che non sia un pregiudizio degli sciocchi.
Posto dunque nettamente il tema, se il gatto
sia o non sia ladro, risponderò con un dilemma. O trattasi di gatto povero che,
per rarissima eccezione alla regola, non abbia il suo piatto in famiglia, e
debba cavarsi la fame coll'industria: e allora non è già rubare, ma esercitare
il diritto, anzi il dovere della propria conservazione; giacché, sia lode al
vero, egli si attiene scrupolosamente in questi limiti, non appropriandosi che
i puri e materiali alimenti. O si tratta di un ghiottone ben pasciuto: e allora
non è più un vile mestiere, perché non imposto dal vile bisogno: allora è
un'arte di mero diletto, è una specie di vocazione che trae le sue radici dalle
filosofiche combinazioni delle forme cerebrali.
E si userà l'indegna parola di ladro? Si
pratica forse così tra gli uomini? Io sento chiamarsi ladro chi letteralmente
vi spoglia della borsa, o vi s'introduce in casa a forzarvi lo scrigno: ma chi
fa diventar sua la roba altrui da dilettante, e in più gentil maniera, odo
chiamarlo col nome di ceti onoratissimi (e qui perciò alludo alle rare
eccezioni), odo chiamarlo amministratore, patrocinatore, negoziante, economo,
tutore, fattore, ecc.; e si soggiunge colla più tenera compiacenza: - questi se
n'intende di affari! - quegli sa ben menare la sua barca! - come è pratico e
svelto il signor tale! - il signor tal altro la sa pur lunga! – È un'ammirazione
e un'invidia generale.
Nei casi di usurpazioni più violente,
grandiose e rumorose, il mondo spende perfino le magnifiche parole di
conquistatore, di eroe. Ladro! oh il vocabolo tutto plebeo, e fatto solo per la
canaglia! Anche la moderna scienza sente il bisogno di nobilitare certi
concetti, poiché la frenologia, questa nuova scrutatrice dei cuori e dei reni,
non dirà mai che un tale è ladro, ma che ha mirabilmente sviluppato l'organo
dell'acquisività. Questo è linguaggio decente, tecnico e dotto! Capperi,
pretendereste forse che il gatto abbia sviluppati gli organi della beneficenza
o della poesia o della tavolozza o della metafisica?
Ma se volessi per un istante ammettere che
il gatto fosse ladro, dico che l'onor suo sarebbe salvo, e la coscienza tranquilla;
perché non trovo alcun codice che gliene faccia divieto. Il precetto di non
rubare è fatto solo per gli uomini che, nati tutti primitivamente con un
formidabile sviluppo dell'acquisività, dovettero, per non distruggersi a
vicenda come fiere, costituirsi il patto sociale, stabilir diritti e dettar
leggi con gravissime sanzioni ai violatori. Ma il gatto non fu chiamato a parte
di questa alleanza, di questo primo convitto della civiltà nascente. E qual
dovere avrà egli dunque verso l'uomo, se l'uomo non gli assicurò nessun
diritto? Chi lo fa cauto neppure della vita, se non la sua grande prudenza nel
saperla difendere da tante insidie?
Ora, vedete quale ingiustizia. Sarà lecito a
qualunque mascalzone del volgo, e specialmente al volgo degli osti, d'ammazzare
un gatto, e travisatolo sotto al pseudonimo di lepre, imbandirne le mense: e il
gatto non potrà, se gli capita il destro, regalarsi un'ala di pollo o due
polpettine mal custodite? Ammirate piuttosto in sì nobile animale il frutto
felice della convivenza coll'uomo: ché mentre natura lo creò per la violenza e
la rapina, egli ingentilitosi nel costume, si ridusse quasi esclusivamente al
furto clandestino; in quel modo stesso che, per abitudine di squisita
gastronomia, si è fatto pressoché enciclopedico nel gusto, ad onta
d'un'organizzazione che annunzia in lui il carnivoro pretto. D'altronde, io
suppongo che egli, tradizionalmente fedele alle massime antiche, la pensi
ancora circa al furto secondo le leggi di Licurgo. Se mai si lascia cogliere
goffamente sul fatto, subisce quella pena che vi riuscirà di infliggergli,
bacchettate, calci o consimili villanie; ma pel furto ben calcolato e
ingegnosamente eseguito, completa impunità e indulgenza plenaria.
Del resto, il gatto, appunto perché bestia di
grande ingegno, rassomiglia in queste cose ai figli di Adamo. È precisamente il
frutto vietato che gli risveglia l'appetito. Talvolta gli offrite qualche buon
boccone, e vi fa lo svogliato non si decide che dopo un lungo fiutare, e sembra
che conceda un favore a degnarsene. Ma se bramate fargli rosicchiare una
cattiva crosta di pane, nascondetela; e quel diligentissimo perlustratore della
casa la mangerà di soppiatto nella persuasione di consumare una colpa. È la
voluttà tutta immaginaria, e direi quasi teorica, che consiste nel fare le cose
vietate. Quante male azioni risparmierebbe l'uomo, se in cambio d'esser
proibite gli venissero comandate!
E qui duolmi che nell'arte di descrivere io
sia così lontano da quell'eccellenza che il gatto raggiunge nell'arte di
sodisfare all'acquisività. Egli ha per questa bisogna un'attitudine, un talento
così speciale, che rivela l'assoluta vocazione. Figuratevi una cucina tutta in
movimento pei preparativi del pranzo. Vi è cuoco, vi è guattero, vi è fantesca
con altra gente che va e torna. Sulla tavola c'è del pesce; e il gatto, che n'è
ghiottissimo, vi ha già fatto sopra i suoi conti, e ha deciso fermamente di
darsi una grande scorpacciata di pesce crudo. Come si fa con tanti occhi
intorno? attendere e dissimulare: e in quanto a longanimità e dissimulazione il
gatto non ha chi lo vinca né tra gli uomini né tra i bruti. Egli gironza con
un'aria di svogliatezza e indifferenza, come se non avesse un desiderio al
mondo. Va sul focolare, si accovaccia presso la cenere, finge di sonnecchiare,
e sbircia furtivamente la sua preda. Se lo avvicinate è tutto ingenuo, buono,
carezzevole; fino a darvi di cozzo nelle gambe. Che guardi verso la tavola?
Oibò, egli non sa nulla, non è capace di certi pensieri, e trovasi là solo per
godere la vostra compagnia.
Finalmente arriva il minuto, l'istante
esploratissimo in cui, tra assenti e distratti, si può tentare il colpo. È
l'affare di un lampo: balzare sulla tavola, pesce in bocca, e via a furia per l'uscio
del cortile rustico in una cantina, o dietro l'assito della legnaia, o sopra un
muricciuolo a far tranquillamente il suo pasto. Allora accorgetevi pure del
fatto, ch'egli non se ne inquieta. È in luogo di sicurezza, e non si degna
neppure di celarsi agli sguardi. Gridate, minacciate, scagliategli delle bucce
di cavoli o de' sassi; egli mangia e non si move nemmeno; vi tien d'occhio per
prudenza, ma sa che può sfidarvi a colpirlo una volta sopra cento.
Quando poi la famiglia radunata al desinare
farà le maraviglie e i cicalecci animati sul trascorso del micio, egli starà
elaborando il suo chilo fra le dolcezze del sonno. Ora, io dico, una manovra
così ben condotta non è degna di ammirazione non che d'impunità? Bisogna poi
anche riflettere che la tentazione di fare un buon pasto a suo genio deve
essere pel gatto d'una forza irresistibile, perché nessun animale assapora il
cibo meglio di lui. Quasi tutti gli altri possono mangiare con qualche
disattenzione; ma egli, per la speciale conformazione della cavità della bocca,
quando mangia ha necessariamente l'anima tutta intesa, a quell'affare:
essendoché nel moto alterno della masticazione, a ogni aprir di mascella il
cibo cadrebbe fuori, se di volta in volta non lo trattenesse con quei colpi
misurati della testa ch'egli agita dal basso all'alto. Questa studiosa cura,
che non gli permette né di andare né di guardare intorno nell'atto di
masticare, che anzi lo obbliga ad una sola positura concentrata, concentra
anche tutte le sue facoltà nell'esclusiva sensazione del gusto.
Ma c'è di più. Sapete tutti che la sua
lingua è alquanto ruvida e scabrosetta come una piccola spazzola: e questo,
checchè ne pensino gli anatomici, dipende dall'esser la medesima tutta
punteggiata o villata da papille nervee del sistema gustatorio, le quali (come
le punte metalliche che spogliano le nubi dell'elettricità) assorbono dalle
sostanze alimentari la più fina quintessenza dei sali, e così tramandano
all'anima tutta la voluttà della vivanda nella sua più intensa e concentrata
efficacia. Oh il felicissimo, oh il più invidiabile degli epicurei, che può
dedicarsi a tutti i piaceri della gola senza rimorso, senza paura di rovinarsi
la salute o di diventar troppo grasso!
|