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Ma che strepito è questo? Udite. Siamo nel
cuor della notte; tutta la contrada giace sepolta nel sonno; quand'ecco dal
buio d'un fenile scendono a rompere villanamente la quiete generale
Diverse
lingue, orribili favelle,
Parole di dolore, accenti d'ira,
Voci alte e fioche e suon di piè con elle:
e
tutto ciò con un crescendo diabolico, dal gemito soffocato e viscerale del
ventriloquio fino all'urlo furibondo della disperazione. È come quando fa
temporale: che dal lontano e sordo brontolar del tuono si arriva allo strepito
della gragnuola e allo scoppiar delle saette. Non vi è più nessuno che dorma: i
vecchi maledicono tossendo; le donnicciole placano i morti con un requiem,
e pensano a cavare i numeri del lotto; i ragazzi nascondon la testa sotto le
coperte, e tremano del folletto. Che sarà dunque mai?
Non temete, miei cari, che non è nulla di
serio: è il re dei tetti che fa un pochettino all'amore. E qui viene in
acconcio di ripetere col più celebrato seicentista vivente: Le roi
s'amuse. Ma come, dirà taluno, tanto fracasso per simili inezie? Il
gatto, abitualmente tranquillo, discreto, prudente, taciturno, che evita ogni
occasione di dar nell'occhio, diventerà per siffatte debolezze smanioso della
pubblicità come un poetino imberbe che invoca l'oblio della tomba? La cosa è in
questi precisi termini: e se alcuno bramasse conoscerne la causa, i
naturalisti, che purtroppo piegano al materialismo (eh, dico bene?), sono
capaci di rintracciarla nelle leggi di speciale struttura organica, nelle
regioni dell'anatomia.
Ma io che ragiono sempre collo spirito,
voglio trovare una spiegazione tutta morale di questo fenomeno, e propongo una
fina ipotesi al vostro discernimento. Il gatto, sempre originale, che in tutte
le sue passioni merita d'essere preso a modello dagli uomini, non potrebbe alla
sua volta, in una passione sola, essersi fatto imitatore dell'uomo? Vorreste
proprio negargli ogni facoltà di guastarsi ai nostri costumi? Quell'ingegno suo
fino, versatile, squisitamente epicureo, perché non dovrà pungerlo di
emulazione alla vista dei nostri amori avvalorati dagli elementi della
intelligenza e del cuore? Ma appunto per non esser egli destinato
all'imitazione, imita male, appigliandosi agli estremi viziosi, e prendendo a
tipo gli uomini molto acerbi, e le donne molto mature; dal che nascono la clamorosità
e lo scandalo degli amori suoi.
L'uomo acerbo, cioè il giovanetto, pone di
solito nelle sue primizie galanti tanta foga, tanta sventatezza, tanta
millanteria da atterrire la più intrepida spezzatrice delle pubbliche dicerie.
Se una signora, per uso cortese, gli porge a baciar la mano, o gli indirizza
una parola gentile per non lasciarlo muto e inosservato nel circolo, egli
intravede un incendio di cuore, sogna sacrifizi e trionfi, e propala intorno
cose grandi a chiunque le creda o non le creda.
La donna matura poi che, felicemente
superata l'età climaterica, teme di non esser più creduta tanto adorabile come
venti anni addietro, sente il dovere di dare a se stessa e al mondo una solenne
mentita di sì odioso errore. Perciò, se le riesce d'impigliare nell'amorosa
pania qualche ingenuo zittello, lasciate fare a lei a comprometterlo ben bene,
a presentarlo agli amici, e specialmente alle amiche, a farsi accompagnare da
lui al teatro, alle conversazioni, al più frequentato passeggio, in carrozza,
insieme al cagnolino, simbolo eloquente della più immacolata fede. Insomma, il
più vivo e grande interesse di quel suo amore è che tutti sappiano e vedano e
tocchino con mano che ha un amore, e dico un amore fresco, cieco, quindi pieno
di abbandono e di adorabili imprudenze.
Di siffatti esempi riboccano le città più
colte e avanzate in ogni via di progresso: degna antitesi a que' barbari tempi,
quando i brutali mariti per lieve sospetto di secretissimo fallo mettevano le
dame al tremendo dilemma del veleno o del pugnale. Ma per qualche cosa ci ha
pur da essere l'incivilimento, e questo consiste in gran parte
nell'ingentilirsi dei costumi: cioè nel sostituirsi alle energiche passioni le
fiacche passioncelle: non odi aperti, ma ben dissimulate antipatie; non vendette
sanguinose, ma epigrammi e maldicenze; non ambizioni ardenti, ma risibili
vanità. Ora, la vanità entra come elemento primitivo a determinare un numero
infinito d'amori e d'amoretti; e fa prediligere agli uomini il possesso della
beltà da scena, e fa che le donne si contendano accanitamente i più famigerati lioncini
da mansuefare. E siccome la vanità può definirsi «ambizione nelle cose
piccole», ed è la sola ambizione delle piccole teste; così va sempre più
estendendo il suo tirannico impero in quest'epoca arida di grandi avvenimenti,
fra questo vivere tanto socievole, accomunato, ozioso, sitibondo del romanzo
intimo e dei pettegolezzi scandalosi, con una smania così diffusa di dar
nell'occhio e far dire di sé.
Ora, domando io, come mai gli uomini acerbi,
le donne mature e i gatti potrebbero fissare l'attenzione e la maraviglia del
mondo frivolo più efficacemente che cogli amori rumorosi? Ma questa è una mera
ipotesi, almeno rapporto al gatto: anzi confesso che inoltrandomi nel paragone,
dovetti convincermi della sua insussistenza: perché la gravità filosofica e
l'assoluta indifferenza del gatto per tutto ciò che non è positivo e materiale
interesse non mi lasciano supporre che il suo cuore sia accessibile alle
velleità d'un mal collocato amor proprio.
Concludiamo dunque, che se egli mena tutto
quel chiasso notturno, è perché gli pare e piace di far così. E ciò finisca di
persuaderci, ch'egli ha tutto il mondo in non cale, che la solita sua quiete e
taciturnità non muove da discretezza o riguardi per noi, ma da carattere:
tant'è ciò vero, che occorrendogli in occasione de' suoi trasporti erotici di
diventar molesto, fa il diavolo, spezza i vetri per evadere, graffia gli usci,
miagola come un ossesso, vi obbliga di gennaio a saltar in camicia dal letto
per lasciarlo andare; batte, si fa battere; e fa perdere il sonno a tutta la
contrada.
Ma ogni incomodo ha i suoi compensi, ed è
abbastanza curioso e piacevole il sentire un po' da vicino quel notturno
parapiglia. Per me, vi confesso che mi diverto assai, e sto attentissimo, e mi
lascio andare a tutti i voli dell'immaginazione. Talora mi sembra d'essere
all'opera in musica, rappresentata da quel genere di esecutori che volgarmente
si chiamano cani, ma che sarebbero qualificati meglio per gatti. Distinguo i
gemiti supplichevoli di Desdemona, le selvagge grida di Otello, la voce rauca
del Doge. Oh che pezzi sconcertati, che cori disarmonici, che laceranti
stonature da disgradarne tutti i teatri di provincia!
Ma il più delle volte parmi di assistere a
una piccola guerra di Troia, combattuta per una bellissima Elena da quattro
zampe, la quale smarrita e palpitante s'aspetta a diventar preda del più
gagliardo. Né questa è aberrazione fantastica di classica pedanteria. È proprio
che intendo le loro parole. Udite. Sono due Troiani che sfidano e chiamano per
nome i principali guerrieri nemici. L'uno con voce lenta, soffocata, tremante
di sdegno, grida: Agamennòne! L'altro urla disperatamente: Menelào!
Sono persuaso che i dotti filologi capirebbero con ugual facilità e sicurezza
tutto il resto di quelle rabbiose parole.
È rimarchevole che il gatto non si abbandona
mai ad amori indegni del proprio sangue. Oh, in questo è aristocratico
all'ultimo grado, e rigidissimo della legittimità dei connubi, a differenza del
cavallo, del cane, dell'uomo, e d'altri animali. Quel bestione di cavallo! a
vederlo così grande e grosso e serio si crederebbe che dovesse avere un tantino
di giudizio: ebbene, ha egli pure i suoi capriccetti, i suoi matrimoni della
mano sinistra: e va a perdere la sua dignità personale niente meno che cogli
asini, dando origine all'ostinatissima genia dei muli. E quell'animalaccio di
cane! a furia di amori plateali, bastardi, improvvisati in mezzo alle strade, è
degenerato in tante varietà, una peggiore dell'altra, che non si potrebbe più
argomentare qual fosse il suo tipo primitivo.
Ma il gatto fu sempre gatto, invariabile dal
principio de' secoli, e lo sarà fino alla loro consumazione. Nell'incorrotta e
antichissima nobiltà del suo sangue, egli vanta per primi cugini il leopardo,
la pantera, il leone re delle foreste, e la terribile tigre reale: anzi non è
egli stesso che un piccolo tigre ingentilito dalla convivenza e dimestichezza
coll'uomo. Insomma, se volete sapere la sua geneaologia, egli costituisce
precisamente un ramo cadetto della grande e illustre famiglia Felis,
lieve alterazione eufonica dell'antico cognome Felix, saviamente
impostole dai naturalisti per esprimere d'un tratto la tranquilla e beata
esistenza destinata a questa nobile e temuta prosapia di buontemponi oziosi e
sonnolenti.
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