|
Ma qui fo punto, perché parmi di leggere sul
volto di alcuni la noia e l'accusa di gettar tempo e fiato in inezie. Ne sono
dolente, perché ora veniva il meglio dell'aneddoto, e coloro che avrebbero
desiderato udirne la fine dovranno restarsene colla curiosità insoddisfatta.
Dunque, per chi vuol sugo di filosofia e di morale, veniamo a una rapida
rivista di alcune virtù e abitudini del gatto, con pratiche applicazioni
all'umana vita; e così avremo compiuto, benché debolmente, l'apologia del
nostro protagonista.
È non meno lodato che universalmente
conosciuto nel gatto quell'istinto di delicatezza e squisita decenza con che
suol celare gelosamente a ogni sguardo certe naturali miserie; se in ciò gli
uomini si degnassero d'imitarlo, non vedremmo più agli angoli delle contrade,
fuori delle taverne, perfin lungo le chiese e a ridosso dei più rispettabili
monumenti, tante lordure. Considerando questo nauseoso disordine dal solo
aspetto dell'incivilità, lo si direbbe nelle città nostre un anacronismo ogni
dì più marcato.
La munificenza pubblica e la privata
concorrono mirabilmente nella gara di renderle più belle, pulite e salubri, e
camminiamo sulle lastre di granito, e vediamo incanalarsi le acque, livellarsi
il terreno, sparire le pozzanghere. Qui s'apre un ombroso passeggio, là si
rettilinea una contrada a sghembo, altrove si allarga una via angusta e priva
di sole; da per tutto quasi per incantesimo è un sorger di opifici, di case, di
palazzi, di templi pieni di gusto e di eleganze. Ora, tanti abbellimenti di
queste ricche città che possono dirsi rinnovate sotto gli occhi della
generazione presente, e ne fortificano il patrio orgoglio, perché non inspirano
anche un senso di rispetto e di riguardo a non deturparli? È il rispetto che quasi
per istinto portano i fanciulli e perfino i cretini all'abito festivo, al quale
possibilmente risparmiano lo sfregio delle macchie. D'ordinario è l'arte che
suol guastare le opere di natura, ma in siffatto ordine di cose è proprio la
natura che guasta l'arte. Cari amici, se almeno in questo argomento, che non
tocca al fondo delle passioni, vi piglierete il gatto a modello, avrò colto un
assai lauto frutto dal mio sermone.
Il gatto porta i baffi, e in ciò non si può
negare che sia molto bene imitato dagli uomini, forse appunto perché è cosa in
se stessa affatto insignificante. Ma a riscontro non mancano molte persone,
d'altronde rispettabili, che spiegano una invincibile antipatia per questo
costume, e sarebbero capaci di voler male a un giovinotto per la sola ragione
che si lascia crescere le basette. Hanno torto.
Un buon paio di mustacchi, come qualunque
altra parte d'una rigogliosa barba, sono elementi di virile bellezza, ed
innocentissima cosa il coltivarli e averne compiacenza, come d'ogni altro dono
di natura. Che poi vi possa covar sotto un pochetto di vanità e leggerezza, è
ancora il minimo dei mali. Chi si mostra duro e intollerante per le più
compatibili debolezze umane diventa odioso, e la sua parola perde ogni
efficacia anche quando s'indirizza a combattere le vere magagne sociali. Che
direste di uno che, dovendo dare la caccia ai lupi, perdesse il tempo a
pigliare le mosche? Son così poche le cose che gli uomini possono fare o non
fare a loro beneplacito, senza rimorsi e senza contrasti, e saremo tanto
indiscreti da volerne ancor diminuire il numero? I mustacchi non impediscono
d'essere né fiore di galantuomini né fiore d'ingegni. Dunque, o voi tutti che
non siete né professori da cattedra, né magistrati, né medici, né troppo
divoti, né vincolati per dipendenza o convenienza ai capricci del terzo e del
quarto, lasciate pur crescere i vostri baffi come volete o potete: tanto più
che quell'insegna marziale non vi costringe a far bravate, né ad accettare
duelli, né a salvare la patria minacciata.
Sono pur belli e lunghi i mustacchi del
gatto, ma egli non si crede per questo in obbligo di affettar valore, anzi è
saggiamente codardo, e nei pericoli sta nascosto, e fugge a precipizio dal
cane, ed è sempre prontissimo a qualunque vigliaccheria per salvare la sua cara
pelle.
Il gatto nelle sue cadute ha la virtù di
cascar sempre sulle zampe. Provate a pigliarne uno anche piccolo e inesperto;
sollevatelo col ventre in alto, quindi lasciatelo pur cadere improvvisamente,
anche dall'altezza di sole quattro dita: quel breve spazio gli basta per fare
rapidissimamente un mezzo giro sul proprio asse, e cascar sulle zampe. Noi al
contrario siamo soliti a cadere sconciamente, e il più spesso capofitti, quasi
che la testa fosse la parte meno nobile dell'essere pensante. Ma se gli uomini
sono fisicamente inetti a cascar sulle zampe, ve n'ha molti che sono tanto più
abili a cascare in piedi, nel senso traslato e proverbiale del
concetto, per esempio, nelle scosse commerciali. Cito un solo caso tra mille.
Un fallito che scappava con mezzi bastanti a poter vivere onestamente
sott'altro cielo, lasciò la patria con queste parole: «Che sia perduto il
credito e l'onore, pazienza: sono idee; ma salviamo almeno la persona e il
danaro, che sono cose». Quel briccone cascava in piedi.
E poiché abbiamo toccato siffatte virtù,
ditemi in confidenza: avreste mai l'intenzione di imitare il gatto anche nelle
unghie rapaci? Io ve ne sconsiglio di cuore; ma qualora foste proprio
determinati a ciò, notate bene una circostanza essenzialissima, ed è che le
unghie di lui sono retrattili, e abitualmente nascoste alla vista e persino al
tatto. Ci vuol altro, miei cari, che lasciarsi crescere le unghie come la moda
comanda: ciò non serve che a graffiare gli amici quando si stringe loro la
mano. Pigliate un po' la zampa del gatto: è tutta morbida, vellutata,
carezzevole; le unghie ci sono, e acute e forti, ma non compaiono che nel
momento d'essere adoperate. Capite? Se non tenete ben nascoste le unghie, c'è
poco a sperare di toccare quei capitali pei vostri traffichi, o quella ghiotta
clientela, o quell'agenzia, o quell'amministrazione: insomma quella qualunque
opportunità di fare un pochettino il gatto.
Se però alcuno sentisse rimorso d'aver
lasciato scorgere le unghie con troppa imprudenza, non si scoraggi per questo:
ché ogni regola ha le sue eccezioni. È in via ordinaria che il gatto cela le
unghie; ma di quando in quando vi salta sui ginocchi con mirabile ingenuità ad
aguzzarle nei vostri panni, e, se nol discacciate, anche nella vostra pelle. Vedete
un po' che ardito cimentatore della nostra tolleranza, e soprattutto che bestia
di spirito! Sfido Persio e Giovenale a fare una più viva satira al mondo
inconseguente e balordo, che tante volte si ostina a proteggere chi
sfacciatamente lo corbella. Oh! l'andrebbe troppo male pei birbanti se,
conosciuti una volta come tali, si vedessero tolta per sempre quella fiducia
che si nega spesso ai galantuomini. Allora, domando io, come si farebbe a
spogliare un pupillo dopo l'altro; a fallire la seconda volta e la terza;
insomma, a pescare per tutta la vita nei mari inesausti della negligenza, della
credulità, dell'ignoranza altrui? Dunque colle unghie ci vuol prudenza e al
tempo stesso coraggio; perché, o nascoste o palesi, servono sempre a far preda.
Ma lasciamo siffatti scherzi che potrebbero
essere interpretati sinistramente. Il gatto ha quest'altra qualità che
accarezzandolo a contrappelo sviluppa una luce elettrica, come può osservarsi
nella oscurità. Dunque egli, così freddo in apparenza, ha un fuoco latente che
si sprigiona nelle contrarietà. È quello che succede anche nella specie umana
agli esseri troppo felici, e avvezzi a veder tutto andar a seconda dei loro
desideri. Non è gran virtù esser piacevoli, calmi e pacifici fra le ricchezze,
gli agi, gli onori, circondati da ubbidienze, da lodi, da ossequi, sempre
gentilmente accarezzati a seconda del pelo. Per conoscere qual fuoco di male
passioni ci possa covar sotto, basta fregarli un momento in direzione
contraria. Provate un poco, in cambio di lisciarli dal capo fino ai piedi con
un'adulazione plateale, a rimontar loro dal cuore alla testa con un epigramma
saliente, e vedrete che eruzioni vulcaniche di superbie, di odi, di vendette.
Ho già notato l'abituale taciturnità del
gatto, argomento per lui di credito, di tranquillità, d'indipendenza. Vedete
mo' quello stolido di cane: egli abbaia a tutti quelli che non conosce, e ad
ogni più lieve rumore; perciò l'uomo, indiscreto, oltre a tanti altri mestieri,
gli fa fare il portinaio, il guardiano, la spia. Il gatto non parla che per
bisogno; per farsi aprire un'uscita, per dolore, per trasporti erotici, per
fame.
Sulla virtù del tacere ci sarebbe a scrivere
un trattato prezioso. Qui basti accennare un solo fenomeno del cuore umano. Tra
due persone nuove, l'una delle quali parli molto e bene, e l'altra taccia
affatto, chi più ci impone è la seconda. Perché la prima è un libro aperto, una
mercanzia spiegata, di cui conoscete il valore; l'uomo è vostro.
Ma il taciturno è un problema da sciogliere,
stuzzica la curiosità, non sapete da che lato pigliarlo, né come accetterà le
opinioni vostre; quindi vi tiene in soggezione, ed è quasi uno spauracchio. Gli
sciocchi, che d'ordinario sono i più vuoti e molesti ciarloni, quanto
guadagnerebbero a tacer sempre! Quei di loro che per soverchio torpore
d'intelligenza spiegano questa virtù negativa, finiscono col passare in faccia
ai più per persone rispettabili. Il silenzio è la migliore coperta
dell'ignoranza, e spesso arriva a farla scambiare per saggezza. È poi ben raro
che il tacere generi pentimento; ma una parola ha deciso molte volte
dell'infelicità di tutta la vita; molte altre costò la vita stessa. Pel gatto
simili pericoli non sussistono; eppure egli tace per la sola ragione che il
parlare senza bisogno è una fatica inutile. Quanta sapienza! E perciò quanto
meritata e degna la sua felicità!
Fra le tante lezioni che il gatto ci dà,
questa ancora voglio ricordare: che il proverbio buona grazia con tutti e
intimità con nessuno si direbbe inventato da lui, tanto il suo
carattere è identificato a quel concetto. Egli è grazioso, dolce, buon compagno
della mensa e perfino del letto; spesso vi lecca premurosamente come un
adulatore o uno scroccone; molte volte spinge l'affettazione della sensibilità
e dei modi carezzevoli fino a dar di cozzo negli oggetti inanimati, e si
soffrega contro gli armadi e i muri, rendendo l'immagine dei pastorelli arcadi
innamorati, quando ragionano cogli alberi o colla luna, o pretendono
d'impietosire i sassi. Ma nel fondo dell'animo è indifferente, impassibile con
tutti, incapace del più lieve sacrifizio nemmeno per chi gli fa le spese:
giacché anche pel padrone egli tiene in serbo delle buone graffiature, pagabili
a vista, nel caso d'essere importunato in un momento di mal umore.
Forse in lui, per un soverchio di facoltà
intellettive, non rimane più posto pel cuore; fatto sta che rinnega ogni
sentimento di vera amicizia e di gratitudine, e che quindi si dispensa
felicemente da qualunque dovere. A differenza di tutte le altre bestie, alle
quali l'uomo non dà nulla per nulla, il gatto esige e ottiene tutto da noi
gratuitamente, e senza ricambio obbligato di verun benefizio. Né mi state a
obiettare che tien monda la casa dei sorci: quella è un'operazione che egli fa
per conto proprio, per puro suo divertimento, non comandato, non eccitato, non
minacciato se crede dispensarsene. E appunto vi sono molti gatti poltroni che
non si occupano neppure di questa faccenda, il che è proprio uno spingere al
massimo grado l'ozio filosofico: e appena potrebbero reggere al loro confronto
que' ricchi che non vogliono assolutamente saperne di nulla, neppur di
viaggiare, nemmeno di cavalcare, neanche d'andare a caccia; che insomma vivono
solo per passare la vita.
Da varie osservazioni fatte è ovvio
l'inferire che il gatto è migliore di noi anche nei vizi (egli ha troppo
ingegno per non averne, e per non averli squisiti e perfetti). Perciò, siccome
bisogna far bene tutto, non escluso il male, così sto per proporvi che, se mai
non voleste proprio imitarlo in nessuna virtù, ché a ciò mal si piega la nostra
corrotta natura, almeno vi degniate prenderlo a modello nel vizio; e troverete
che ancora sarà il minor male. Si può esser più discreto e seducente in una
domanda che ha perfino l'apparente attrattiva dell'immoralità? Ma un solo
esempio varrà a giustificarmi.
Il gatto ama d'ubriacarsi, e avidamente si
procura questo piacere per mezzo di una pianticella, il maro, detta perciò erba
dei gatti. Egli adunque, quando può averne, ne gusta alquanto; e ciò
basta a esaltargli talmente i nervi cerebrali che, perduta ogni compostezza, si
agita, salta, guizza, e si rotola sul terreno. Ma dopo pochi minuti di ebbrietà
così piacevole e innocua, cessa quel vaneggiamento, e ritorna alle sue più
ragionevoli e tranquille abitudini. Ora, non è ciò mille volte meglio che
l'abbrutirsi coll'oppio dei maomettani, o col vino dei cristiani? L'ubriachezza
nell'uomo è pur feconda di terribili effetti! ottunde l'ingegno, fa perdere
ogni voglia di lavoro, rovina la salute, abbrevia la vita. E anche nelle più
immediate conseguenze, quale oggetto di compassione è l'ubriaco! O diventa
brutalmente rissoso e manesco, o scioglie la lingua alle più stravaganti
minchionerie, che lo rendono ludibrio di chi l'ascolta, o peggio ancora, svela
a chicchessia i più reconditi e gelosi segreti dell'anima. Se qualche ubriacone
mi ascolta, per carità di se stesso cerchi in avvenire di inebriarsi alla
maniera del gatto, al quale non accade mai nulla di tanti malanni.
Qui riflettiamo un istante alle ingiustizie
sociali. È d'uopo confessare che una così rispettabile bestia non gode
generalmente l'alta stima che ha saputo sempre meritarsi. Ciò richiama alla
memoria quel proverbio, che nessuno è grande agli occhi del proprio servitore.
Noi tutti serviamo, e senza interesse, ai bisogni, ai comodi, ai piaceri del
gatto; e fin qui la cosa cammina bene: se non che la forza dell'abitudine e
della domesticità ottunde il senso dell'entusiasmo: ab assuetis non fit
passio. Ma il proverbio ancor meglio calzante al nostro caso è l'altro:
nemo propheta in patria. Ora, il gatto è cosmopolita, la sua
patria è da per tutto; e fino in ciò rassomiglia agli uomini veramente sommi e
affatto eccezionali, che sono reclamati dall'umanità intera, e dei quali
enfaticamente si dice che hanno per patria il mondo.
Amici, concludiamo. Per istringere in una
formola compatta e forte l'ammirazione dovuta a sì nobile animale, bisogna
dire: «Se io non fossi un uomo vorrei essere un gatto». Né vi sembri che tali
parole siano un plagio di quelle altre famose: «Se non fossi Alessandro, vorrei
essere Diogene». No. Qui sentite l'adulatore superbo e vigliacco che designa se
stesso pel primo uomo della terra, e dà il secondo posto a quel cattivo mobile
di filosofo matto. Ond'è che Alessandro avrebbe meritato di diventar davvero
Diogene, in pena di così sfacciata menzogna. Ma il nostro concetto è assai più
ragionevole e sincero: e appunto per questo non avrà la fortuna di passare
quasi oracolo alla più tarda posterità, come avvenne dell'altro.
Qui taluno potrebbe domandare con filosofico
accorgimento: «Ma, sarà proprio il gatto, il solo gatto, cui noi dobbiamo
rassomigliare per esser felici? Non converrebbe meglio nel secolo dei lumi
essere scimmie versatili, rettili striscianti, volpi ingannatrici, marmotte
letargiche, asini gloriosi? Il quesito è grave, e per rispondere degnamente
bisognerebbe comporre un altro libro.
Per ora mi limito a dire che, avendo io
scelto questa volta a celebrare il gatto, mi parve coscienziosamente ch'egli
fosse il miglior modello dell'arte di vivere, e pel bene dell'umanità ve lo
proposi. Ma se mi accingerò a scrivere la biografia di qualche altra bestia, è
probabile che io muti d'avviso; perché, sia detto colla dovuta modestia, il
cambiar parere è da saggio.
O voi che in amore, in amicizia, in letteratura,
in morale, in ogni e qualunque umana cosa sapete variare a tempo e misura,
notate bene queste parole che voglio ripetervi in latino, perché vi servano di
testo autorevole nei tanti bisogni d'usarne. La fermezza e l'immobilità sono
virtù delle montagne, e l'ostinazione è il peggior vizio degli sciocchi; ma la
brava gente è mutabile. Replico, dunque, che oggi sono nella persuasione
fermissima, inespugnabile, eterna, che a noi convenga esser gatti: salvo a
decidere alla prima occasione se non torni meglio esser camaleonte o
pappagallo, asino o bue, specialmente quando si tratti di bue grasso o di asino
d'oro.
|