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È pur dolce e confortante al cuor d'un
autore il veder confermate le proprie massime da quella gran maestra di tutte
le cose, l'esperienza. Io fui sempre d'avviso che la satira è madre di
moralità; e dopo l'ultima mia satira, la morale più rigida venne a frugarmi
nelle tasche e a provarmi l'esattezza delle mie opinioni a tutto mio rischio e
pericolo. Non mi è più permesso lo scrivere la più piccola bugia, nemmeno di
quelle del genere giocoso; ché subito la verità mi afferra per l'abito e mi dà
pubblicamente una dura mentita. Per l'individuo la cosa è alquanto
imbarazzante; ma, umanitariamente parlando, c'è proprio a godere del visibile e
rapido progresso delle virtù sociali. Io mi volli procurare il piccolo diletto
di farmi credere infelice; giacché, per le anime tenere e sensitive come la
mia, è un diletto anche questo: perciò, rappresentando la vittima dell'umana
ingratitudine, dissi in poche e toccanti parole degli odii suscitatimi contro
dell'esilio, dei rimorsi, della consunzione.
Speravo che almeno i miei concittadini
milanesi mi credessero deportato in Siberia o nell'Oceania; speravo che tutti si
figurassero di vedermi sparuto, sottile, diafano. Ma, ohimè! nel giorno 18
gennaio del 1846 il Corriere delle Dame ha emanato un articolo,
scritto appositamente per far sapere che il tristo esilio è la ridente e vicina
città di Monza, che de' miei rimorsi non si fida né punto né poco, che in
cambio d'esser tisico in terzo grado io sono contento e grasso come un Sileno.
Ah ciarlone indiscretissimo! Ah traditore di tutti i miei secreti, non esclusa
la pancia e la felicità! Venir proprio a denunziarmi per pettoruto e beato sul
gazzettino delle dame gentili, che amano solo le figure patite e sentimentali!
Ma la satira non si contenta di diffondere
la moralità: fa anche pullulare per reazione sublimi lezioni di morale; e quel Corriere
inesorabile me ne diede alcune, da mandarmi vergognoso e dolente de' fatti miei
per tutta la vita. Per esempio, egli trova che ho fatto malissimo a
pubblicamente rinnegare la mia prima maniera satirica e a voler adottarne una
opposta, tutta lodatoria; perché questo, vedete, è un cascar dalla padella
nella brace; perché è più perdonabile il costante procedere d'un carattere
caustico, che non la bassezza e la servilità di siffatti pentimenti e di
siffatte risoluzioni.
Degni e nobili sentimenti, che nemmeno
l'audace cinismo di Momo varrebbe a sparger di ridicolo. Se non che, a forza di
leggere il mio Gatto, gli nacque un sospetto, che quelle mie
proteste non fossero affatto sincere: anzi fu lì lì per iscoprire che erano
tutte uno scherzo; e che perfino l'elogio del gatto era ancora una satira.
Fortunatamente per le buone massime, questa scoperta non la volle fare, poiché
avrebbe dovuto cancellare quelle belle sentenze sugli animali bassi e servili.
Ha però trovato che io non mi attenni abbastanza fedelmente al programma, che
qua e là vi sono ancora pensieri che puzzano maledettamente della mia prima
maniera. Tra questi, due sgraziatissimi pensierini lo hanno specialmente
commosso e riscaldato: fu come a dare due colpi di sprone a un puledro
bisbetico, o due ramoscelli di maro a un gatto da refettorio.
Uno dei due si riferisce alla zoologia che
glorifica chiunque vada a caccia di farfalle e infilzi un moscherino sullo
spillo, ecc. L'interpretazione più sottile e forzatamente seria di quelle
parole potrà trovarsi satirizzata, non già la debita estimazione che
naturalmente segue il valente entomologo, ma quella importanza che con troppa
facilità si usurpa il gregge dei pedissequi che, senza attitudine scientifica,
sono capaci solo della material noia di disordinate e inconcludenti raccolte, e
che perciò non giovano alla scienza, ma ne rappresentano la caricatura. Di
quest'ultima specie protesto di non conoscerne alcuno, nemmeno di vista o di
nome, e che quindi non intesi alludere a nessun individuo; ci devono essere, e
devono essere appunto quelli che appetiscono più appassionatamente le lodi dei
giornali e le inserzioni accademiche, tanto scadute di valore per lo scialacquo
che se ne fa. E dico ciò non per cognizione positiva di fatti riguardanti
questo argomento, ma per logica induzione; poiché questa è la storia eterna
d'ogni arte e d'ogni scienza, è l'eterna storia del cuore umano e delle sue
debolezze. Di siffatti scherzi non si offende il dotto, perché sente che non
sono a lui diretti; non se ne offende lo sciocco, perché si crede dotto: e da
queste felici combinazioni nasce la dovuta libertà della satira generica, che
dà la storia minuta delle tendenze contemporanee, e marchia le esagerazioni e
gli abusi delle cose anche le più rispettabili.
Del resto ogni discreto lettore capisce bene
che chi intendesse di seriamente satirizzare un qualche ramo di scienza,
farebbe un'amara satira a se stesso, mostrandosi privo di senso comune; perché
chi ha dramma di cervello stima e venera lo studio di tutta quanta la natura,
che è ugualmente maravigliosa nell'organizzazione degl'insetti come
nell'armonia delle sfere: e l'entomologia vanta cultori di grande e meritata
fama. La satira giocosa si prefigge di cogliere il lato apparentemente
ridicolo, il lato comico nella formola delle cose, e presentarlo con un'immagine
buffonesca, con un frizzo matto e piccante. Così, in qualche altro opuscolo,
scrissi, a proposito degli astronomi e dei botanici, che i primi «vegliano di
notte come gatti sulle specole e sugli abbaini, tentando coi cannocchiali tutti
gli angoli del cielo, per veder se mai caschi loro nei vetri qualche stella
nuova che non servirà al benessere di nessuno; che i secondi s'arrampicano come
daini sulle più ripide montagne in cerca di erbe, e per frutto di loro fatiche
appena arrivano in dieci anni a sparger per le pagine di mille libroni il fieno
che basti per la cena di un asino».
Questi tratti puramente scherzosi, o
umoristici che dir si vogliano, per quanto io sappia, non irritarono nessun
botanico, né i miei sonni furono turbati dalle ombre sdegnose del Piazzi o
dell'Oriani: né credo sia adesso accaduto diversamente coi cultori della
zoologia; perché le scienze non decadono di prezzo per un epigramma, e gli
uomini della scienza non sono così piccoli da allarmarsene. Anzi, di solito,
sono i primi a ridere e applaudire, perché sentono meglio degli altri quella
parte di vero che la caricatura racchiude.
Ma non la pensa così lo zelante Corriere
delle Dame, che trova aver io con quelle parole oltraggiato i migliori
naturalisti viventi, dei quali mi dà un breve elenco, e poi Buffon, e poi
Linneo, e poi Plinio, e poi... peccato! in uno sfogo così bello di erudizione
dimenticò l'imperatore Domiziano, il più celebre cacciatore di mosche che mai
vantasse la storia. Avrebbe egli mai taciuto quel nome per non denunciarmi reo
di lesa maestà? No; perché quel delitto vien subito dopo, e mi piomba addosso
l'accusa di avervi dichiarati inutili al mondo i re Sesostri, Ciro, Alessandro!
E si aggiunge, colla più opportuna e spiritosa ironia, che l'ingegno di chi ha
fatto l'apologia del gatto e tradotto Orazio in dialetto può bastar solo per
tutti questi vanissimi doni della provvidenza, quali furono Sesostri, Ciro,
Alessandro, e Plinio, e Linneo, e Buffon, e tutti i viventi naturalisti.
Il secondo pensierino che accese di sdegno
il Corriere fu l'aver io detto che, lodando il gatto, sarei stato
«impudentemente bugiardo come un articolo bibliografico o una necrologia,
inventando virtù che non esistettero mai, e voltando in virtù perfino i vizi».
Se con quelle parole io abbia colpito giusto, lo lascio giudicare alla pubblica
opinione, e meglio ancora al convincimento intimo del critico mio, che avrà
tante volte encomiato libri pessimi e non letti nemmeno da lui, e ora s'infuria
a trovar pessimo un libro che raggiunse lo scopo di divertire, e circola
rapidamente per tutte le mani.
Sì, lo giudichi egli stesso; il quale, non
sapendo cosa oppormi, per tutta confutazione mi fa una brillante cavatina
rettorica, deducendo che a lodare l'opera delle Origini Italiche
si è bugiardi e impudenti, e begli ingegni a lodare il mio Gatto:
impudenti e bugiardi ad annunziare il trapasso d'un benefattore del genere
umano... col resto che si leggerà nell'articolo. Oh il bel modo di provare
l'erroneità d'una proposizione! Certamente che io avrei potuto fare una
parentesi alle molte e onorevoli eccezioni di articoli bibliografici e
necrologici coscienziosi e veritieri; ma, una volta per sempre, le eccezioni si
sottintendono e si rimettono al facile criterio del lettore; ma le parentesi e
le restrizioni cachetiche e timide guastano la vivezza d'uno scritto satirico e
immiseriscono il pensiero.
Fra i proverbi, che si dicono a buon diritto
la sapienza del popolo, molti del genere satirico, risguardanti i ceti e le professioni,
sono abbastanza ingiusti da ferire l'eccezione in cambio della regola. Ma
appunto salgono all'onor di proverbi e si ripetono per secoli, in quanto che
sono formulati in un aforismo breve, assoluto, trinciante, inesorabile.
Dilungateli, se vi dà l'animo, con parole blande, circospette e temperanti:
diventano una freddura che nessuno ripete. Dunque la mia similitudine sugli
articoli impudenti e bugiardi, per quanto meritevole d'esser modificata a rigor
di giustizia, la lascio correre come sta anche nella seconda edizione: tanto
più a riguardo dell'avvertimento datomi dal Corriere, che certi
pentimenti sono indizi d'animo basso e servile.
Per altro, fra le più segnalate eccezioni a
quella mia sentenza, devo annoverare la presente dello stesso Corriere;
che messo egli pure in avvertenza dalle mie parole (gran virtù della satira!),
mi dedica un articolo non già bugiardo e impudente, ma anzi sincero e modesto
in grado superlativo. Sincero, perché mi strapazza con un abbandono che se fa
poco onore all'arte, ne fa molto alla natura; modesto, perché chiuso nel più
geloso mistero dell'anonimo. La quale ultima precauzione, nel caso presente, io
sarei capace di chiamarla vigliaccheria se scrivessi ancora nella mia prima
detestabile maniera; ma nella seconda, oibò! la chiamo modestia rara e
raffinata prudenza. Dunque, mio caro anonimo, vieni qua che voglio darti una mezz'oncia4
per le tue virtù, e specialmente per il bel passo rettorico sul Mazzoldi, sul
magistrato integerrimo e illustre, sul giornalista che un giorno annunzierà
alla terra desolata e piangente la morte del lodatore dei gatti... Ah bravo,
bravino davvero! E con tanto ingegno tu vuoi celare il tuo nome? È un
defraudare la tua patria dell'onore che le tocca.
Ora, per la stima che mi inspiri, voglio
farti una confidenza a te solo: mi guarderei dal farla nemmeno a un amico; ma
un anonimo non tradisce mai il segreto. Sappi dunque, giacché non hai voluto
saperlo prima d'ora, che quella mia determinazione d'adottare una seconda
maniera di scrivere, fu uno scherzo; che quel voler lodar tutto fu un'ironia.
Sappi, ma discrezione per carità! che il mio Gatto è ancora una
satira dalla punta delle orecchie fino a quella delle unghie; e ti dico tutto
ciò perché, dietro queste preziose rivelazioni, tu possa scoprire da te stesso
che quelle mie parole sugli articoli impudentemente bugiardi non sono per
niente affatto una contraddizione, come tu fai mostra di pensare.
Ma tu nel mio Gatto hai
scoperto un'altra contraddizione. Oimè! appena due? Dietro la mia teoria sulle
contraddizioni, comincerei proprio a sospettare d'aver composto un opuscolo ben
debole e fiacco. Io dunque, a proposito di coloro che non possono soffrire nel
prossimo i mustacchi, scrissi la seguente sentenza, che tu dici essere d'una
buona fede affatto patriarcale: «Chi si mostra duro e intollerante per le più
compatibili debolezze umane diventa odioso, e la sua parola perde ogni
efficacia anche quando s'indirizza a combattere le vere magagne sociali». Ti
confesso che per quanto io mi sforzi, nelle viste dell'onor mio, di trovar vera
questa contraddizione, non ho bastante ingegno per riuscirci.
Dunque insegnami tu con qual altra mia
proposizione urti questa sentenza. Io non ne riscontro alcuna in tutto il
libro. Sarebbe mai perché il mio scrivere è duro e intollerante? Allora tu
confonderesti insieme due cose che devono andar distintissime. Io non ho
parlato d'intolleranza manifestata cogli scritti stampati, ma d'intolleranza
relativa alle abitudini della vita privata, e il perseguitare i baffi è fatto
di privatissima e domestica vita. L'autore satirico, che nelle sue relazioni
individuali potrebbe anche essere il più buon diavolo del mondo, si finge
intollerante per progetto quando scrive, per la semplicissima ragione che si
prefigge di censurare tutto quanto è censurabile; e secondo che incontra nei
campi delle sue escursioni o piccole debolezze o gravi vizi, adopra ora le
tinte leggiere dello scherzo, ora l'ombre risentite del sarcasmo e dell'amara
ironia. Perciò io, che non voglio lodi immeritate, rinuncio per debito di pura
giustizia al vanto di quella contraddizione, perché non sussiste in nessun
modo: né capirò mai come quella mia proposizione meriti d'esser giudicata
seriamente dal lato filosofico e morale. Circa al lato filosofico, ne lascio a
te l'incarico, perché io non ci pretendo. Sgraziatamente sono già tanti anni
dacchè ho studiato la filosofia, che ho ben diritto d'averla dimenticata tutta
quanta; e non m'è restato in mente che la sua definizione in quella cosa
che si studia dopo la rettorica.
Circa poi al lato morale, l'affare è
differente. Per giudicarne bisogna intendersene; e un anonimo della tua specie
e delle tue intenzioni s'è posto da se stesso fuor dell'arringo, e il tuo
parere non conta. Perdona questa mia scappatina della prima maniera; e
consolati, perché l'esser debole in una sola cosa, qual è il giudicar di
morale, non impedisce che tu possa esser forte in mille altre; per esempio nel
comporre articoli bibliografici sinceri e modesti.
Io però ti devo un ricambio di gentilezze.
Avendo tu imparato da' miei precetti che le contraddizioni abbelliscono un
libro, ti sei sforzato a pescarne nel mio, e dalli e dalli, ne hai cavato due
che credevi di peso, e che poi ti sono svanite nelle mani come bolle di sapone.
Ma io ti sono ugualmente grato del buon volere; e per mostrartelo, ti rendo la
pariglia, e ti presento un paio di vere e piccanti contraddizioni tolte dal tuo
breve articolo: due sole, per non soverchiarti, ma spero d'esser più felice di
te nella scelta e nel risultato.
Le mie parole sugli articoli impudenti e
bugiardi ti mossero a sdegno, non già per conto tuo, che sei troppo generoso,
ma per l'onore de' tuoi confratelli giornalisti: infatti mi rinfacciasti anche
che giornali e giornalisti m'hanno lodato, incensato, indorato. E
non ti ricordasti più di aver premesso, poche righe addietro, che gli scritti
miei non possono essere applauditi che dagli sfaccendati e
dagli sciocchi, ma da questi soltanto e non da altri. Ti pare che sia
una delle buone e legittime? Dimanda un poco in mio nome a tutti i giornalisti
se sia meglio aver me per accusatore o te per avvocato?
La seconda contraddizione è in fine
dell'articolo, proprio nell'ultimo periodo; e non sarà soverchio il riprodurlo,
perché è d'una bellezza meravigliosa. «Per beffare poetastri e scrittorelli
secondo il nostro buon piacere, per deridere in massa i cultori d'una scienza
qualunque, per dire impudenti e bugiardi a quanti scrivono bibliografie e
necrologie, per sogghignar con disprezzo al mostaccio di questa o di quella classe,
per staffilare a dritto e a rovescio le umane debolezze (sentiamo!), bisogna
essere per lo meno Enceladi letterari, avere la coscienza di Aristide, la virtù
di Socrate, e per soprammercato il coraggio, l'ingegno e la fronte di
Scannabue».
Dietro l'enumerazione delle mie tante
bricconerie, io m'attendeva di sentirmi dire che, per esserne capace, ci
volessero qualità di mente e di cuore ben detestabili; ma tu riesci a una
conclusione affatto nuova, all'exitus inopinatus dei trattatisti
d'eloquenza, che elettrizza e sbalordisce. Dunque, per avere il coraggio che ho
avuto io, bisogna avere il coraggio che ebbe un altro. Dunque è lecito
berteggiare, insultare, staffilare chi si vuole, quando si abbia molto ingegno
e si sia giganti in letteratura. Dunque va bene lo scrivere tante cose, che tu
giudichi inique in se stesse, purché si abbia la coscienza di Aristide e la
virtù di Socrate. Dunque per essere impunemente birichini sfrontati bisogna
essere galantuomini sublimi. Dunque Socrate e Aristide, facendo meglio di me
ciò che ho fatto io, avran fatto ridere meglio di me gli sfaccendati e gli
sciocchi.
Oh graziose antitesi, oh controsensi da
bombe! Di che slancio incredibile non è capace l'umano ingegno nella beata
libertà e sicurezza dell'anonimo! Io ti prego per la gloria delle lettere
italiane a non mettere mai più il tuo nome sotto alle tue bibliografie; e in
cambio d'uno scrittorello impotente, avremo uno scrittore inarrivabile in un
genere tutto nuovo. E spero averne anch'io qualche gratitudine dal mondo letterario,
perché fu in causa del mio Gatto che apparve questo articolo
portentoso, e che tu approfittasti così bene de' miei insegnamenti sulle
contraddizioni produttrici di pagine stupende. Delle due che scelsi a
indicarti, l'ultima è così luminosa e forte e complessa, che in margine a quel
periodo finale si potrebbe scrivere: non plus ultra.
Siccome però, non v'ha cosa, per quanto
bella, che non possa andar soggetta a critica, io ti voglio confessare che in
quel periodo v'è un nome il quale mi sonò strano. Che io non abbia né l'ingegno
di Scannabue, né la virtù di Socrate, né la coscienza di Aristide, siamo
perfettamente d'accordo; e mi accontento della lode che risulta dall'aver
tentato d'imitarli tutti e tre in una volta: lode tanto più bella e sincera,
perché implicita e data senza volerlo. Ma Encelado come ci può entrare? Credi
tu che io sia da meno di lui? Non mi farai simil torto, né io soffrirò il
paragone. Difatti, Encelado, così grande e grosso com'era, fu tanto sciocco da
lasciarsi miseramente seppellir vivo sotto all'Etna per non so quale delitto o
prepotenza. Ma io che, pel delitto d'aver lodato i gatti, mi sentii piombare
sulle spalle tutto il vulcano dell'ira tua, vedi! Sono qui sano e salvo e
grasso, e contento di ribadire le mie colpe con una seconda edizione del Gatto.
Capirai che le favole mitologiche sono sempre cose meschine in confronto alle
storiche verità. Ma per compensazione quel nome tutto poetico di Encelado, e
quell'altro tutto matto di Scannabue, messi in compagnia di Aristide e di
Socrate, rendono uno screzio così grazioso, rivelano tanta finezza di gusto, e
un senso così squisito di eclettismo letterario, che bisogna proprio inferirne
l'acume della tua mente e l'originalità della tua penna.
Io però ti confesso di lodarti per sola
prepotenza di giustizia e a malincuore; perché riesce tanto più acerbo e
umiliante il pensiero d'averti dispiaciuto a ogni passo del mio libro. Le cose
da te rimproverate sono tante che è dura impresa a registrarle tutte. Fra le
ragioni che io diedi dell'aver scelto il gatto a celebrare pel primo, questa
addussi, che è una bestia eminentemente cattiva; e ciò ha cominciato a metterti
di malumore. Dovevo io dunque preferirne una buona? Ma allora sarebbe stato un
elogio da senno, ossia una puerile e noiosissima tiritera da accademico
infarinato o incipriato: e io m'immaginava che per oggetto di satira si dovesse
prendere il vizio e non la virtù. Il gatto, specialmente pel suo modo tutto
eccezionale di convivere coll'uomo, offre un sì bel campo alle scorrerie della
letteratura bizzarra e giocosa, che migliore o uguale non ispero trovarlo in
tutto il regno animale: in quel modo stesso che in tutto il Parnaso latino
sarebbe vano cercare un capo d'arte più adatto della Poetica d'Orazio a un
travestimento in dialetto.
Perciò (tu sei un rubacuori, e mi strappi a
forza tutti i miei segreti), desiderando io di non restare al di sotto della
mia stessa pochezza, probabilmente non mi occuperò più di nessuna bestia (dopo
il presente lavoro); ma, a imitazione ancora del gran Raffaello, tenterò nelle
opere future una terza maniera; tanto più che il saggio della seconda non
riuscì di tuo genio.
Ma nemmeno la dedicatoria del mio libro non
t'è andata a genio per nulla, e t'ha fatto scoprire «quale diversità passi talvolta
tra le parole e i fatti degli Orazi contemporanei». Se con ciò volesti dire (e
non saprei come spiegare diversamente il tuo concetto) che le mie parole e i
miei scritti mostrarono sempre aborrimento all'adulazione e alla bassezza, mi
hai reso la dovuta giustizia. Ma ti stimerò valente se mi proverai che in
questo caso io mi sia smentito. Ho chiamato il conte Litta splendido cultore e
protettore delle belle arti, perché lo è in tutta la forza e in tutti i
significati dell'epiteto, e tutta Milano lo sa e lo vede. Chi ha avuto il
pericoloso coraggio di aggredire i vizi individuali ha anche il diritto di
render giustizia alle individuali virtù: e ciò a mio debole avviso non è un
contraddirsi per nulla.
Ti fo poi riflettere che le privatissime
relazioni di amicizia o deferenza sono cose troppo estranee all'onesta critica,
perché sia permesso d'impacciarsene neppure all'anonimo meglio travisato. Del
resto, se quell'attributo di splendido ti spiace, mandami la lista dei signori
sordidi e rozzi (che sarà un po' lunghetta), e vedrò se ve n'abbia alcuno
abbastanza simpatico da potergli fare una dedicatoria di tua sodisfazione. Le
parole poi Orazi contemporanei implicherebbero un confronto
coll'Orazio antico. Sappi dunque che, almeno da questo lato, io mi avvicinerei
sempre più a lui mano mano che le mie dedicatorie potessero salire in alto:
perché il Venosino intitolava i suoi carmi nientemeno che a Mecenate e perfino
a Cesare Augusto. Apri il canzoniere di messer Quinto Orazio Flacco, e vedrai
che comincia non già colle svenevoli parole: voi che ascoltate in rime
sparse il suono di quei sospiri, ecc.; ma con queste altre: Moecenas,
atavis edite regibus, o et proesidium et dulce decus meum! Queste cose
le sai tu che mi desti sì bel saggio d'avere studiato i classici, e che sei
tanto erudito e bravo. Perché dunque vuoi farmi ad arte l'ignorantello?
Ma a te non garba neppure che mi siano
«piovute addosso le congratulazioni di mezza Milano pel pochetto che ho fatto,
quasi fosse molto, anzi moltissimo». Anche qui ti lagni d'una cosa che tu
stesso troverai naturalissima dietro la spiegazione seguente. La metà di Milano
che mi applaudiva dev'esser quella composta di sfaccendati e di sciocchi
(compresi i giornalisti, non è vero?); difatti l'altra metà, che per esser piena
di faccende non legge nulla, è innocente di quella colpa.
Circa poi all'aver io fatto pochetto, chi ti
disse mai che io abbia fatto molto? saresti stato più vero dicendo pochissimo.
Io, vedi, non sono altro che il celeberrimo autore delle mie opere
future: le passate sono un nulla e non lo metto nel conto. Lasciami
dunque respirare, e aspetta a giudicarmi in quel terribil giorno quando
annunzierai alla terra desolata e piangente il mio trapasso; allora solo, se ti
basterà l'animo, dirai tra un singhiozzo e l'altro se io abbia fatto pochetto o
pochino.
Ma, tornando al Gatto, tu
trovi che io non ho detto nulla di nuovo sugl'istinti e le abitudini di questa
bestia. Qui hai ragione: io scrissi ciò che tutti sanno e vedono, perché ho
servilmente copiato la natura, né mi giovò alcuna risorsa di fantasia
creatrice. Capisco, che se avessi dato al gatto i talenti del pappagallo o le
tendenze della scimmia, sarei riuscito nuovo e originale, ma non ci ho pensato
prima. La novità però che tu mi concedi (uomo generoso!) è di aver esposto in
moltissime pagine ciò che Buffon con tanto senno e tanta evidenza seppe dire in
pochissime. Oimè! tu confondi il severo naturalista che si attiene strettamente
alla descrizione anatomica e fisiologica d'una specie; che per quanto cerchi
d'esser breve, avendo a percorrere l'immenso campo di tutta la natura, fa
un'opera immensa: tu, dico, lo confondi collo scrittore di opuscoli letterari,
che piglia il gatto a pretesto di satira sociale, e di cento svariate
digressioncelle. E l'hai proprio detto di buona fede, eh? È già la seconda
volta che mi citi Buffon, e ancora molto a proposito. Vieni qua, mio caro, che
anch'io voglio darti una seconda mezz'oncia, più tenera della
prima; tu meriti le carezze, non solo per esser bravo, ma anche per esser buono
e pieno di candore e d'innocenza.
Giunto che tu fosti all'ultima pagina del Gatto,
hai dovuto esclamare cordialmente: «Sì, v'è del buono, ma ne avevamo proprio
abbastanza». Quanto al buono, mille grazie: la lode è grande in bocca tua, e
non è piccola anche per se stessa, perché tre quarti almeno dei libri non hanno
niente di buono. Anche prima avevi detto che nel mio libro c'era dello spirito,
poco, ma via! alquanto. E anche questa lode sorpassa le tue intenzioni, perché
l'acqua si tracanna a gotti, il vino si beve a bicchieri, ma lo spirito è come
il rum che si sorbisce a centellini, e non è mai troppa la parsimonia nel
versarlo.
Quanto poi al caso che, giunto all'ultima
pagina tu ne avevi proprio abbastanza, vedi come i geni s'incontrano! Fu proprio
allora che io ho finito il mio libro, precisamente a quell'ultima pagina. Par
fatto per la tua misura; e fu un gran bell'indovinare il giusto grado della tua
saturabilità. Del resto, se quella lettura ti ha veramente stancato, recipe
un preservativo infallibile per l'avvenire. Leggi i miei opuscoli in tre o
quattro riprese; così ti sembreranno anche più lunghi, e non dirai più che io
ho fatto pochetto.
Ma non andarono a tuo genio neppure i fogli
d'annunzio del mio libro incollati agli angoli delle vie, e li trovasti di
grandezza enorme per un gatto (fosse stato un asino, pazienza!) e scritti in
caratteri eccessivamente maiuscoli, e, quel ch'è peggio, sparsi perfino nelle
contrade dove non passa nessuno. Mi consolo perché questi tre delitti non sono
miei, ma tutti dello stampatore. E appena lette le tue rimostranze, corsi
sdegnato da lui, e gridai: - Veda che amara pillola mi tocca d'ingoiare per
lei! - Ma il tipografo, incorreggibile come un autore, mi rispose: - Di chi è
quell'articolo? - e io: D'un anonimo - e lui: Non può essere che uno
sfaccendato e uno sciocco - e io: No, perché allora mi avrebbe lodato e
incensato - e lui: Oh insomma, quei fogli sono della grandezza solita, e coi
soliti caratteri, e affissi ai soliti luoghi, e il mio mestiere devo saperlo
fare io, e se mi secca farò tutto grande il doppio nel caso d'una seconda
edizione. - Allora finii col pregarlo umilmente di evitare almeno negli avvisi
futuri la carta rossa e la gialla, perché sono colori che offendono la vista e
il gusto dei letterati di prima riga.
Ma a te non piacque nemmeno il prezzo del
mio libro come troppo caro. Su questa opinione, d'indole affatto mercantile,
volli consultarmi con un negoziante qui di Monza, e gli dimandai se io possa in
coscienza far pagare due franchi il mio libro. Egli mi rispose: «Il suo libro
ha spaccio? - Sì, e grande. - Dunque lei sarebbe matto da legare se lo vendesse
anche solo a un franco e novantanove centesimi. L'onore d'una fabbrica sta
appunto nel sostenere le proprie stoffe a un prezzo molto elevato; e la
mercanzia ha sempre e legittimamente tutto quel massimo valore che la piazza è
disposta di attribuirle. - Ma si lamentano. - Ma pagano! E qui sta il punto. Le
lagnanze, le proteste, le recriminazioni sono inseparabili dal commercio: basta
che ne venga fuori la morale di vendere molto e bene».
Queste parole, quantunque racchiudano più
sugo e buon senso che tre secoli di filosofia peripatetica, non le calcolai,
perché aspre e rozze nella loro applicazione alle umane lettere; le quali non
devono essere un mercimonio, anzi stanno in cima alle arti liberali, e tendono
a ingentilire i costumi, ed hanno una missione illuminatrice e
rigeneratrice..., con altre simili smancerie. Dunque ti dirò che la vera
cagione dell'aver io messo il mio libretto a franchi due sta in ciò: che il
libretto stesso ha la virtù di farsi leggere due volte, grazie alle tante
malizie e iniquità che lo rendono interessante, e che ritraggono (debolmente)
lo stile e il fare di Encelado, di Aristide, di Socrate e di Scannabue.
Ma a te non piacque nemmeno l'epigrafe: Non
impresterai né il tuo nome, né il tuo cavallo, né il tuo libro. È un
gran dire che, né con te né colla filosofia io non possa aver fortuna. Una
misera volta che adottai una sentenza filosofica perché, non essendo metafisica
o cabalistica, l'ho capita e gustata, ho fatto male. Quello scherzo, che
appunto può correre almeno sulla coperta d'un libro scherzoso, allude
all'abitudine tanto radicata e generale tra noi di farsi imprestare i libri
invece di farne acquisto; il che, quanto è comodo a chi li legge, altrettanto è
molesto a chi li compone. La letteratura umanitaria, tutta piena di palpiti
generosi, può ben dissimulare questo doloruccio molto positivo e prosaico; ma
si dà la zappa sui piedi se non vuol permettere in proposito una parola di
scherzo a chi ha il coraggio di dirla, e crede d'essere autorizzato a dirla
dall'indole festiva del proprio ingegno.
D'altronde quella sentenza non invade i
diritti di nessuno; perché non impedisce a chi che sia di far circolare il libro
per cento mani, anzi non è intesa neppure a sconsigliare i benevoli dal
prestarlo a tutti coloro che ragionevolmente sono dispensati dallo sprecar
danaro in oggetti inutili; perché anche i precetti dei filosofi devono
interpretarsi con un grano di sale, e sta nell'amor proprio d'un autore che i
libri si diffondano molto. Ma si vorrebbe pur ricordare a tante persone agiate
e prodighe in mille altre cose, che i libri si fanno principalmente e affatto
casualmente anche perché siano venduti. Permetti dunque, anonimo caro, che
quella sentenza diventi l'epigrafe perpetua de' miei opuscoli bizzarri; l'amo
tanto più per averla scoperta io ne' manoscritti d'un filosofo arabo del secolo
di Albufeda.
Finalmente veniamo al paragrafo della fame.
Tu hai rivolto contro di me il mio dilemma sui libri inutili, che si scrivono o
per la fama o per la fame, e dal dilemma non si scappa: primo, perché libro più
inutile del mio Gatto non può darsi; secondo, perché il dilemma
devo passarlo buono, avendolo composto io. Crudele! Dopo avermi processato,
volesti appendermi collo stesso capestro che io aveva preparato per gli altri.
Pure, a forza di pensarci, avrei scoperto una via di mezzo, e potrei rispondere
che io scrivo e per l'una e per l'altra. Io là alludeva agli sciocchi che d'ordinario
agiscono per uno scopo solo: la brava gente può ben prefiggersene due per
volta.
Ma tu m'incalzi con una logica tremenda, e
m'interdici il tempio della fama, per giungere al quale ci vuol altro che partorire
i topi della montagna... Ehi, ehi, caro anonimo, queste sono
calunnie, e io monterò sulle furie davvero. Io non partorisco topi né di
montagna né di pianura, anzi tendo efficacemente alla loro distruzione col
partorire i gatti, e mi pare che la cosa sia ben differente. Dunque, perché non
potrò io diventar famoso? Intanto mi fo applaudire dagli sfaccendati e dagli
sciocchi, e ciò basta già a costituire una celebrità immensa; anzi prego la Fama stessa a non trombettare
di soverchio in mio favore, perché se arrivo ad essere conosciuto da tutti costoro,
dovrò consumare un cappello per settimana a furia di corrispondere per le
strade agli ossequiosi saluti di tanta buona gente: e credo che tu pure non
sarai così incivile da negarmi i tuoi rispetti!
Escluso dal tempio della Fama, tu, in forza del
dilemma, mi conduci dritto dritto all'ospizio della Fame, alla Casa
d'Industria; e siccome l'avvertirmi della mia sciagura è cosa un po' brusca, lo
fai nella lingua della pulitezza e della galanteria, chiamandomi in francese un
malheureux qui travaille pour vivre. Oimè, che vuoi tu dire? Mi
rinfacci forse la colpa d'esser nato in una modesta casa d'affitto anziché in
un superbo palazzo? Questo delitto, mio caro, io lo rimprovero a me stesso
tutti i giorni dell'anno, quantunque sia comune alla maggior parte degli
uomini. Ma ora la cosa è fatta, e non c'è più rimedio: l'errore dipende da ciò
che, quando si nasce si è troppo piccoli e senza pratica di mondo.
Per altro siccome non vorrei che dietro la
lettura del tuo articolo qualche anima caritatevole mi mandasse a casa una
libbra di pane, intendo provarti che dalle tue stesse parole risulterebbe non
essere la mia fame tanto urgente e rabbiosa come quella dei poveri d'Irlanda ai
quali si ammalano le patate. Tu hai detto che io sono grasso e contento; tu hai
ammesso che io ho fatto quest'autunno una passeggiata a Napoli, il che (oltre
al grande impulso da me dato alle scienze) significa andar via a spenderne; tu
notasti che le mie edizioni si spacciano a furia, e che nulla ostante mi tenni
silenzioso lungamente: difatti erano quattro anni e più dacchè la mia penna
giaceva affatto oziosa. Dunque si potrà concludere che se la mia è fame, è però
una fame a respiro, una fame che ha dei lucidi intervalli, una fame non degna
dell'onor della stampa come quella di Ugolino; insomma non sembra probabile
ch'io debba morire come quell'infelice di una fame trascurata.
Ma, dimmi un poco: il giornaletto nel quale
tu deplorasti la mia fame, per qual fine vive e lavora? Forse per la sola
missione di spargere il figurino della moda fra le dame e le sartine? Di te non
parlo: si capisce bene da' tuoi sentimenti elevati che tu scrivi per la fama: è
la gloria che tu appetisci, nobile intelletto; e, dico, non la gloria
egoistica, individuale, poiché celi il tuo nome: tu vuoi la gloria letteraria
della nazione, e specialmente del giornalismo; e dimostri coll'esempio che di
articoli impudentemente bugiardi non se ne scriverebbero più, se tutti
imitassero il tuo stile. Ma poiché io sono condannato a non pensar che alla
fame, desidero che almeno su questo punto importante tu non abbia a
compassionarmi più del bisogno e a tremare per la mia nutrizione. Permetti
quindi che io divida la mia fame in passata e futura. Quanto alla fame passata,
puoi vivere tranquillo, poiché, come tu vedi dal mio aspetto, l'ho sopportata
con sufficiente disinvoltura, e non si direbbe nemmeno che io l'abbia patita.
Quanto alla fame futura, mi aiuterai tu stesso a soddisfarla, e senti in che
modo.
La maggior parte de' miei opuscoli ebbe la
seconda edizione, e alcuni anche la terza. Ma per non essere obbligato ai
miglioramenti di consuetudine, quelle edizioni posteriori subentrarono
inavvertite perché non si annunziavano, e io ripeteva la stessa carta, lo
stesso formato, e perfino gli stessi errori: e credo ben raro il caso che
alcuno comprasse due volte un mio libro. Ma ora, grazie al tuo articolo e alla
coda che l'accompagna, bisogna proprio che la seconda edizione si chiami tale,
e si annunzi coi soliti enormi avvisi sparsi da per tutto. E tanti che tre mesi
addietro cercavano invano la tua curiosissima critica dalle modiste e dai
parrucchieri, ora l'avranno per due franchi unita alla risposta, e colla giunta
del libro: giacché il libro essendo pessimo, come tu hai dimostrato, lo do gratis,
proprio come giunta alla derrata, e sarà un nuovo correre di sfaccendati e di
sciocchi; e moltissimi possessori della prima edizione le metteranno vicino
anche la seconda: il tutto per opera tua.
E così, venendo alla morale della fame, io
dopo aver pranzato qualche migliaio di volte per conto d'un gatto che miagola
(perdona una freddura della prima maniera), pranzerò qualche altro centinaio di
volte per conto d'un cane che abbaia. La cosa, che è sicurissima come fosse già
avvenuta, mi pare abbastanza nuova e piacevole per essere registrata nei
piccoli fasti della nostra piccola letteratura.
La tua critica, oltre ai lievissimi
difettucci da me notati, e inseparabili da qualunque opera dell'umano ingegno,
avrebbe anche questo del titolo sbagliato. Sarebbe stato bene produrla col
semplice nome di articolo, e come tale era dei migliori, perché
rende tutta la misura del tuo gusto, della tua erudizione, della tua buona
fede; ma non dovevi intitolarla bibliografia, giacché tal parola
significa descrizione o esame d'un libro, e tu del libro non hai esaminato
nulla. Le tre o quattro righe che ti fecero dare in due sfoghi d'eloquenza sono
nella prefazione, che, precisamente, fu trovata dal pubblico la parte meno
infelice del mio scritto. Del resto ti sei diffuso a scommettere che io era
nato colla più buona volontà di lodare il genere umano, ma che la puzza
esalante dai bipedi spennacchiati (volevi dir senza penne) m'ha
fatto cambiar tendenze. Ti lagnasti della dedicatoria, ti lagnasti
dell'epigrafe, ti lagnasti del prezzo, e poi degli avvisi enormi, e poi delle
confessioni basse e servili, e poi dei proponimenti da marinaio. Sei andato in
collera colle mie edizioni che si spacciano a furia, con mezza Milano che mi
applaude, con tutto il giornalismo che mi incensa. Hai scoperto che il mio
esilio è Monza, che la mia tisi è florida; hai detto in prosa italiana che io
sono felice e ben pasciuto; hai soggiunto in poesia francese che io sono
infelice e affamato. Hai concluso che sono molto più lungo di Buffon, molto più
corto di Encelado; che insomma ho partorito un topo, e ho fatto un libro buono
sì, ma cattivo. Ma, domando io, dove sta il buono, dove il cattivo? Del libro
propriamente detto, del discorso sul gatto, che cosa hai saputo dire? Per
quanto inconcludente e frivolo come una raccolta d'egloghe o un romanzetto
erotico, è pur un opuscolo d'amena letteratura, e appunto perché inutile indica
almeno pretensione a lavoro d'arte; bisognava quindi abbassarsi a esaminar
l'arte per l'arte, a giudicarla nei rapporti esclusivamente estetici e
letterari.
Che pensi della lingua e dello stile? Come
tratto il genere descrittivo? Come ho sviluppato il mio scherzevole assunto? I
più strani paradossi come ho saputo sostenerli? Qual è l'ordine o il disordine
del mio discorso, e quanto bene o male se ne legano le parti? Qual è l'indole
speciale di quel po' di spirito che mi concedi, e qual sarebbe l'autore che io
debolmente potrei ricordare? Qual è la pagina più meschina da indicare a mio
scorno e a disinganno dei facili lodatori? Insomma in tutto l'elogio del Gatto
che cosa hai saputo rimarcare? Null'altro che una contraddizione sui mustacchi,
la quale non vi si trova nemmeno a cercarla col microscopio. Da sì minuta
disamina può ben dispensarsi chi loda; ma chi biasima con tanta rabbia e in
tanta opposizione al giudizio pubblico, costui, mio caro anonimo, non avrà mai
speso troppi argomenti a provar quanto ha detto.
Ora: se, scrivendo di un opuscolo che non
chiedeva nessun corredo di scienza a giudicarlo, mancasti a ogni esigenza
bibliografica, dimmi tu che cosa avverrà nelle occasioni, che certo non
rifiuterai, di giudicare opere di medicina, di filosofia, di fisica, di storia,
di geografia, d'arte militare, di musica, ecc., ecc., ecc., trovandoti di
quelle materie digiuno come un eremita in quaresima? Allora (avvicinati, che
per non essere inteso da nessuno ti parlerò nell'orecchio), allora i tuoi
articoli bibliografici, oltre ai due epiteti che ti spiacquero tanto, ne
meriteranno altri tre o quattro più espressivi e calzanti. Credilo a me, il tuo
forte sta nel fare articoli, ma gli articoli bibliografici sono il tuo debole:
coi medesimi non ti farai applaudire nemmeno dagli sfaccendati, ma solamente
dagli sciocchi; e così ti roderai di livore restando sempre a mezza strada
della mia celebrità. Ma, in compenso, con quegli articoli tu mangi, non è vero?
L'infelice sono io, condannato a patire la fame.
Qui avrei finito; ma queste quattro
chiacchiere con te m'han dato piacere, e mi rincresce di lasciarti. Ascoltami
dunque un breve istante ancora. L'ultima parola, proprio l'ultima del tuo
articolo, è Scannabue. Tu eri ben lontano dall'immaginare quale pericolo per te
si chiudesse in quella citazione. Aristarco Scannabue, ossia Giuseppe Baretti,
scrittore critico e satirico, ebbe, com'era di dovere, uno sciame di nemici
veramente anonimi perché senza nome. Uno di costoro credette di annichilarlo
con un libello furioso (e anonimo, già s'intende) intitolato il Bue
pedagogo. Aristarco confutò quel bue con una serie d'articoli nella Frusta
letteraria, che sono tuttora una piacevolissima lettura. Ma, non
contento d'aver processato e confitto sulla croce del ridicolo quel suo
avversario, gli strappò la maschera e pubblicò il nome di lui a suono di
tromba... Non impallidire, mio caro, poiché il tuo peccato non è così grave da
meritar quella pena. Trattasi d'un po' d'invidia e gelosia per un Gatto,
e stando in proposito non volli darti che una lieve graffiatina da gatto.
Sarebbe stato troppo il farti sentire la zampa di suo cugino il leone. Anzi,
nol farò mai, per non diventar traditore del mio ventre affamato. Dunque io
taccio, e se non hai ciarlato tu, di me sei sicuro come d'un confessore; a
patto però che pubblicando io nuovi opuscoli, tu mi scriva contro nuovi
articoli ugualmente sinceri e modesti: e ti prometto che avranno sempre la
seconda edizione, con grande sollievo della mia fame e non poco incremento
della tua fama.
(Dal Corriere delle
Dame, 18 Gennaio 1846)
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