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| Giovanni Rajberti Sul gatto IntraText CT - Lettura del testo |
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Amori del gatto
Ma che strepito è questo? Udite. Siamo nel cuor della notte; tutta la contrada giace sepolta nel sonno; quand'ecco dal buio d'un fenile scendono a rompere villanamente la quiete generale
Diverse
lingue, orribili favelle,
e tutto ciò con un crescendo diabolico, dal gemito soffocato e viscerale del ventriloquio fino all'urlo furibondo della disperazione. È come quando fa temporale: che dal lontano e sordo brontolar del tuono si arriva allo strepito della gragnuola e allo scoppiar delle saette. Non vi è più nessuno che dorma: i vecchi maledicono tossendo; le donnicciole placano i morti con un requiem, e pensano a cavare i numeri del lotto; i ragazzi nascondon la testa sotto le coperte, e tremano del folletto. Che sarà dunque mai? Non temete, miei cari, che non è nulla di serio: è il re dei tetti che fa un pochettino all'amore. E qui viene in acconcio di ripetere col più celebrato seicentista vivente: Le roi s'amuse. Ma come, dirà taluno, tanto fracasso per simili inezie? Il gatto, abitualmente tranquillo, discreto, prudente, taciturno, che evita ogni occasione di dar nell'occhio, diventerà per siffatte debolezze smanioso della pubblicità come un poetino imberbe che invoca l'oblio della tomba? La cosa è in questi precisi termini: e se alcuno bramasse conoscerne la causa, i naturalisti, che purtroppo piegano al materialismo (eh, dico bene?), sono capaci di rintracciarla nelle leggi di speciale struttura organica, nelle regioni dell'anatomia. Ma io che ragiono sempre collo spirito, voglio trovare una spiegazione tutta morale di questo fenomeno, e propongo una fina ipotesi al vostro discernimento. Il gatto, sempre originale, che in tutte le sue passioni merita d'essere preso a modello dagli uomini, non potrebbe alla sua volta, in una passione sola, essersi fatto imitatore dell'uomo? Vorreste proprio negargli ogni facoltà di guastarsi ai nostri costumi? Quell'ingegno suo fino, versatile, squisitamente epicureo, perché non dovrà pungerlo di emulazione alla vista dei nostri amori avvalorati dagli elementi della intelligenza e del cuore? Ma appunto per non esser egli destinato all'imitazione, imita male, appigliandosi agli estremi viziosi, e prendendo a tipo gli uomini molto acerbi, e le donne molto mature; dal che nascono la clamorosità e lo scandalo degli amori suoi. L'uomo acerbo, cioè il giovanetto, pone di solito nelle sue primizie galanti tanta foga, tanta sventatezza, tanta millanteria da atterrire la più intrepida spezzatrice delle pubbliche dicerie. Se una signora, per uso cortese, gli porge a baciar la mano, o gli indirizza una parola gentile per non lasciarlo muto e inosservato nel circolo, egli intravede un incendio di cuore, sogna sacrifizi e trionfi, e propala intorno cose grandi a chiunque le creda o non le creda. La donna matura poi che, felicemente superata l'età climaterica, teme di non esser più creduta tanto adorabile come venti anni addietro, sente il dovere di dare a se stessa e al mondo una solenne mentita di sì odioso errore. Perciò, se le riesce d'impigliare nell'amorosa pania qualche ingenuo zittello, lasciate fare a lei a comprometterlo ben bene, a presentarlo agli amici, e specialmente alle amiche, a farsi accompagnare da lui al teatro, alle conversazioni, al più frequentato passeggio, in carrozza, insieme al cagnolino, simbolo eloquente della più immacolata fede. Insomma, il più vivo e grande interesse di quel suo amore è che tutti sappiano e vedano e tocchino con mano che ha un amore, e dico un amore fresco, cieco, quindi pieno di abbandono e di adorabili imprudenze. Di siffatti esempi riboccano le città più colte e avanzate in ogni via di progresso: degna antitesi a que' barbari tempi, quando i brutali mariti per lieve sospetto di secretissimo fallo mettevano le dame al tremendo dilemma del veleno o del pugnale. Ma per qualche cosa ci ha pur da essere l'incivilimento, e questo consiste in gran parte nell'ingentilirsi dei costumi: cioè nel sostituirsi alle energiche passioni le fiacche passioncelle: non odi aperti, ma ben dissimulate antipatie; non vendette sanguinose, ma epigrammi e maldicenze; non ambizioni ardenti, ma risibili vanità. Ora, la vanità entra come elemento primitivo a determinare un numero infinito d'amori e d'amoretti; e fa prediligere agli uomini il possesso della beltà da scena, e fa che le donne si contendano accanitamente i più famigerati lioncini da mansuefare. E siccome la vanità può definirsi «ambizione nelle cose piccole», ed è la sola ambizione delle piccole teste; così va sempre più estendendo il suo tirannico impero in quest'epoca arida di grandi avvenimenti, fra questo vivere tanto socievole, accomunato, ozioso, sitibondo del romanzo intimo e dei pettegolezzi scandalosi, con una smania così diffusa di dar nell'occhio e far dire di sé. Ora, domando io, come mai gli uomini acerbi, le donne mature e i gatti potrebbero fissare l'attenzione e la maraviglia del mondo frivolo più efficacemente che cogli amori rumorosi? Ma questa è una mera ipotesi, almeno rapporto al gatto: anzi confesso che inoltrandomi nel paragone, dovetti convincermi della sua insussistenza: perché la gravità filosofica e l'assoluta indifferenza del gatto per tutto ciò che non è positivo e materiale interesse non mi lasciano supporre che il suo cuore sia accessibile alle velleità d'un mal collocato amor proprio. Concludiamo dunque, che se egli mena tutto quel chiasso notturno, è perché gli pare e piace di far così. E ciò finisca di persuaderci, ch'egli ha tutto il mondo in non cale, che la solita sua quiete e taciturnità non muove da discretezza o riguardi per noi, ma da carattere: tant'è ciò vero, che occorrendogli in occasione de' suoi trasporti erotici di diventar molesto, fa il diavolo, spezza i vetri per evadere, graffia gli usci, miagola come un ossesso, vi obbliga di gennaio a saltar in camicia dal letto per lasciarlo andare; batte, si fa battere; e fa perdere il sonno a tutta la contrada. Ma ogni incomodo ha i suoi compensi, ed è abbastanza curioso e piacevole il sentire un po' da vicino quel notturno parapiglia. Per me, vi confesso che mi diverto assai, e sto attentissimo, e mi lascio andare a tutti i voli dell'immaginazione. Talora mi sembra d'essere all'opera in musica, rappresentata da quel genere di esecutori che volgarmente si chiamano cani, ma che sarebbero qualificati meglio per gatti. Distinguo i gemiti supplichevoli di Desdemona, le selvagge grida di Otello, la voce rauca del Doge. Oh che pezzi sconcertati, che cori disarmonici, che laceranti stonature da disgradarne tutti i teatri di provincia! Ma il più delle volte parmi di assistere a una piccola guerra di Troia, combattuta per una bellissima Elena da quattro zampe, la quale smarrita e palpitante s'aspetta a diventar preda del più gagliardo. Né questa è aberrazione fantastica di classica pedanteria. È proprio che intendo le loro parole. Udite. Sono due Troiani che sfidano e chiamano per nome i principali guerrieri nemici. L'uno con voce lenta, soffocata, tremante di sdegno, grida: Agamennòne! L'altro urla disperatamente: Menelào! Sono persuaso che i dotti filologi capirebbero con ugual facilità e sicurezza tutto il resto di quelle rabbiose parole. È rimarchevole che il gatto non si abbandona mai ad amori indegni del proprio sangue. Oh, in questo è aristocratico all'ultimo grado, e rigidissimo della legittimità dei connubi, a differenza del cavallo, del cane, dell'uomo, e d'altri animali. Quel bestione di cavallo! a vederlo così grande e grosso e serio si crederebbe che dovesse avere un tantino di giudizio: ebbene, ha egli pure i suoi capriccetti, i suoi matrimoni della mano sinistra: e va a perdere la sua dignità personale niente meno che cogli asini, dando origine all'ostinatissima genia dei muli. E quell'animalaccio di cane! a furia di amori plateali, bastardi, improvvisati in mezzo alle strade, è degenerato in tante varietà, una peggiore dell'altra, che non si potrebbe più argomentare qual fosse il suo tipo primitivo. Ma il gatto fu sempre gatto, invariabile dal principio de' secoli, e lo sarà fino alla loro consumazione. Nell'incorrotta e antichissima nobiltà del suo sangue, egli vanta per primi cugini il leopardo, la pantera, il leone re delle foreste, e la terribile tigre reale: anzi non è egli stesso che un piccolo tigre ingentilito dalla convivenza e dimestichezza coll'uomo. Insomma, se volete sapere la sua geneaologia, egli costituisce precisamente un ramo cadetto della grande e illustre famiglia Felis, lieve alterazione eufonica dell'antico cognome Felix, saviamente impostole dai naturalisti per esprimere d'un tratto la tranquilla e beata esistenza destinata a questa nobile e temuta prosapia di buontemponi oziosi e sonnolenti. |
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