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XXXV.
«Eugenio veniva sovente
di buon mattino per andarne insieme a passeggiare lungo i bastioni dei platani.
Egli amava la natura, e diceva sempre di volerla sorprendere appena desta;
quelle passeggiale all'alba fecero assai bene alla mia mente, e rinnovarono le
mie forze. Ma per Clelia erano un martirio; s'era fatta una legge di non
farmene più rimprovero, ma io mi accorgeva ch'ella ne soffriva.
- Tu finirai per
dimenticarmi, mi disse dopo alcuni giorni, piangendo.
Le risposi con mille
carezze, con mille giuramenti; io mi sentiva così innocente dei suoi rimproveri,
che doveva far forza a me stesso per non lasciarmi vincere dal dispetto. Il mio
spirito voleva ribellarsi a quel giogo, e diventava più insofferente ogni
giorno; avessi io avuto una colpa, il rimorso non mi avrebbe fatto tanto male
quanto il sapermi accusato senza ragione. Tuttavia ella era così buona, così
dolce, così debole, che io ne sentiva quasi compassione, e trovava forza ogni
volta di rispondere ai suoi rimproveri colle mie carezze. Se ne accorgeva e me
n'era grata, e mi sorrideva talvolta fra le lagrime, e nascondeva il suo volto
nel mio petto, dicendomi che la perdonassi. Allora il mio cuore si allargava;
mi felicitavo d'essere stato paziente; ma non andava molto che queste scene si
rinnovavano.
Com'era naturale, Clelia
aveva concepito una strana ripugnanza per Eugenio. In cuor suo lo accusava di
rapirmi a lei, d'aver posto fra le nostre anime un intervallo che prima non
esisteva, e d'essercisi cacciato in mezzo lui colla sua amicizia, coi suoi
sogni pazzi d'artista, colle sue fantasie.
Io comprendevo tutto
ciò, e pure mi ostinavo a parlarle d'Eugenio; parevami che perchè io l'amavo
anch'essa dovesse sentirne a parlare volentieri. Essa mi ascoltava talvolta in
silenzio, ed io interpretando in buon senso quell'attenzione, coglievo l'opportunità
di dirle ciò che io soffrissi vedendo l'ingiustizia con cui essa giudicava del
mio amico. Quando io tacevo, lusingandomi di aver toccato il suo cuore, ella sì
volgeva a me colla stessa aria distratta di prima, e come vedeva salirmi al
volto qualche segno di collera, mi si buttava fra le braccia, ripetendomi cento
volte che mi amava.
Ignoro se Eugenio si
accorgesse allora di questa antipatia bizzarra, irragionevole, che avea destato
in Clelia. Egli era così poco vanitoso ed avea così povero concetto di sè
medesimo, che forse non si meravigliava punto che altri gli addimostrasse
freddezza. Fors'anco si era accorto di tutto; ma, o ne avesse compreso le
ragioni, o avesse temuto di recarmi dolore facendomi intravvedere il suo
sospetto, non ne lasciò apparire alcun segno.
Una mattina Clelia si
attaccò al mio braccio scherzosa, e volle che la conducessi per le camere come
una volta. Mi diceva un mondo di cose; s'era svegliata di buon umore, mi amava
più del solito, voleva che io l'amassi altrettanto. Le passavano in mente mille
capricci, ma ne sorrideva subito ella stessa, e mi avvertiva di non darle retta
perchè quel giorno amava d'essere pazzarella.
All'improvviso si
arrestò, e guardandomi in volto, e circondandomi delle sue braccia, volle che
io le accordassi un favore. Io era felice di poterla contentare, e glielo
dissi.
- Bianca, disse a voce
bassa, la piccola Bianca, la nostra creatura che è laggiù, e mi additava la
camera della balia, impallidisce, vien magra....
- Che dici mai!
t'inganni; ieri appena era rosea come un amorino.
- Ed oggi non lo è più,
ribattè con un sorriso furbo che parea domandare dì non esser colto in fallo.
- Ebbene?
- Ebbene, la poveretta
ha bisogno di muoversi, di veder la campagna, di sedersi sull'erba, di
raccogliere le piccole margherite, di salutare la primavera che è così
bella....
- La nostra creatura
sedersi sull'erba, raccogliere le piccole margherite!.... ma ti pare?... e
avrei continuato nella mia meraviglia, se non avessi visto Clelia sorridermi
collo stesso sorriso di prima.
- Ho inteso, dissi, ho
inteso tutto, pazzarella; ma perchè ricorrere a questo sotterfugio?...
- Ti ho prevenuto;
questa mattina ho voglia di scherzare. Acconsenti?
- Acconsento.
- E lascerai a me la
scelta del luogo?
- Al tuo capriccio.
Fece un piccolo salto di
contentezza, e mi baciò nel volto.
- Ma non è tutto,
soggiunse poco dopo. Io voglio che noi siamo soli....
- Soli! e la piccola
Bianca che è pallida e che immagrisce?... bisognerà condurre anche la balia....
- Senza dubbio - non è
questo - non farmelo dire: io so che tu ci soffri...
- Eugenio....
Clelia chinò gli occhi
senza dir motto.
- Noi saremo soli, le
dissi imbronciato.
- Ma tu diventerai più
lieto, non è vero? Non vorrai già tenermi il broncio per questo? E perchè non
saremo noi soli una volta, a nostro agio? e perchè non potremo noi carezzarci e
sorridere senza essere visti da un'estraneo?
- Eugenio non è un
estraneo; un amico non è un estraneo, interruppi. Gli uomini onesti apprezzano
troppo i loro sentimenti per umiliarli e tradirli in questo modo. Voi donne non
conoscete amicizia - chi nol sa? - però io ho sempre dubitato se voi
donne abbiate il cuore fatto come il nostro.
Clelia non rispose -
piangeva.
Allora la tenerezza,
vincendomi il cuore, mi fè correre in mente il dubbio sulle mie stesse parole,
il dubbio sopra di me, sopra i miei sentimenti. Mi rimproverai di disconoscere
l'amore di Clelia, di non apprezzare come meritava quello stesso ingiusto
contegno con cui essa trattava Eugenio. Era gelosia, era egoismo d'amore, ma
era amore. Dovevo io farle una colpa d'amarmi di tal guisa? E il volere il suo
amore, tutto il suo amore, ma rifiutare ad un tempo ciò che in esso vi era di
affannoso, non era egli egoismo più grande? e non avrei io
distratto di tal guisa
quell'affetto che mi era così caro?
Tutti questi pensieri
turbinarono un brevissimo istante nel mio capo - mi accostai a Clelia, e le
dissi che avrei fatto il suo volere, che non era desiderio di contraddirmi, ma
dolore di vederla così ingiusta verso un amico sincero che mi avea suggerito
parole così aspre; mi perdonasse. Mi perdonò.
Si fecero i preparativi
per la gita in campagna - furono presto fatti - non recavamo nulla con noi,
saremmo andati alla ventura - era il volere di Clelia.
- E da qual parte ci
volgeremo?
Clelia pose l'indice
attraverso la bocca, con aria di mistero. Era un segreto.
Noi stavamo per uscire
di casa, quando Charruà venne ad avvisarmi che Eugenio mi aspettava.
Guardai Clelia in volto;
si trastullava col suo ombrellino con aria apparentemente distratta.
Uscii dalla camera e
andai incontro ad Eugenio; lo accolsi freddamente, egli non se ne accorse o
attribuì ad altro il mio contegno. Gli dissi che io uscivo; che sarei andato in
campagna con mia moglie.
- Per molto tempo?
domandò meravigliato.
- Ritorneremo questa
sera. E ad evitare che egli si proponesse per compagno, gli domandai come
avrebbe passato la giornata.
- Contava passarla teco,
mi rispose indifferente; ma poichè tu vai in campagna....
Come potevo io non
dirgli che venisse con noi? In un baleno pensai ogni mezzo per evitarlo - non
ve n'era alcuno. S'egli avesse proseguito a parlare, se avesse detto due sole
parole di più... ma egli taceva. Lo invitai. Era impossibile che egli non
indovinasse lo sforzo con cui io gli faceva questo invito - ma s'egli non
dubitava di nulla, a che mai attribuirlo? Mi domandò se non sarebbe riuscito
importuno - gli risposi diamine, ma freddo. Eugenio comprese che la sua
compagnia in quel giorno non era desiderata. Mi strinse le mani, e sorridendo
ingenuamente: «io sono un pazzo, mi disse; volermi cacciare framezzo a due
sposi che vanno a scampagnare; non accetto l'invito; per quanto tu faccia, io
comprendo che vuoi esser solo.»
Lo avrei abbracciato;
invece, poichè mi vedevo oramai al sicuro, gli ripetei l'invito con qualche
insistenza.
- Saluterò tua moglie,
soggiunse Eugenio, ostinandosi nel rifiuto.
- È di là, e corsi ad
avvisarla.
La trovai intenta a
spogliarsi di una veste di mussola a scacchi che aveva indossato per la
campagna.
- Che fai? le domandai
un po' stizzito.
- Lo vedi, e a temperare
il mio dispetto mi venne incontro carezzevole chiamandomi: amico mio.
Le dissi che saremmo
stati soli, che Eugenio non veniva, che si affrettasse che egli voleva
salutarla.
- Davvero! esclamò battendo
le mani; andremo dunque ancora in campagna, e saremo soli, e correremo nei
prati!... che piacere!
La interruppi e le
ripetei che Eugenio aspettava per salutarla.
- Ben volentieri, disse
con malizia; gli sono riconoscente a quel povero signor Eugenio.
Nell'uscire salutò
cortese più del solito il mio amico; e ci avviammo per la campagna.
- Dove andiamo noi,
domandai un'altra volta.
Ella pose ancora
l'indice attraverso le labbra. Era un segreto.»
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