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XXXVI.
«Uscimmo per la porta
più vicina. Clelia era fuor di sè dell'allegria; si attaccava al mio braccio, e
mi lasciava improvvisamente per correre ad accarezzare la bambina, la quale
incominciava a muovere i primi passi da per sè.
La balia era una
buona donna, che amava molto la piccola Bianca. Non aveva voluto lasciarci, non
avevamo voluto che ci lasciasse e continuava a starsene con noi. Anch'essa era
giubilante, seguiva attenta i passi incerti della bambina, e quando minacciava
di cadere se la toglieva sulle braccia e correva inseguita dalla mamma.
Si andò a caso un gran
pezzo.
- Dove andiamo noi, in
fede mia?
Clelia non pose più
l'indice attraverso le labbra, ma si fece presso a me sorridendo, e mi disse di
non saperlo; e che la bambina aveva appetito, e da gran tempo rifiutava il
latte; però bisognava cavarsi da quest'impiccio.
Per buona ventura lì
presso, a un trar di sasso appena, era una bicocca mezzo sepellita dai gelsi;
però fattomi innanzi, vidi penzolare un'insegna irruginita che non era avara di
promesse a chi voleva tentare l'esperimento.
Proposi a Clelia di
entrare in quella locanda; battè palma a palma le mani, e si fe' innanzi per la
prima. Se un uragano avesse scoperchiata quella misera casetta, e una tempesta
di napoleoni d'oro l'avesse colmata lino al tetto, io penso che quel buon
diavolaccio d'oste non avrebbe avuto più piacevole sorpresa. E' ci venne
incontro confuso, colle gote arrossate dal piacere, girando e rigirando fra le
mani il suo berretto.
Quella fu una giornata
benedetta; io me ne ricordo sempre con tenerezza, con dolore.
Ho riveduto più tardi
quella casa, e il volto rubicondo di quell'oste. Egli mi riconobbe, e s'inchinò
allo stesso modo, e fece girare allo stesso modo il suo berretto, offerendomi i
suoi servigi.... Ma io vi era andato per ritrovare un frammento della mia
felicità seppellita, vi era andato per piangere.»
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