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XL.
«Da quel giorno non ebbi
più a lamentarmi di Clelia.
La mia vita si completò
come per incanto; v'era stata fino a quel punto nel mio cuore come un'amarezza
dissimulata; la mia anima s'era tenuta vacillante fra il contraddire
palesemente a Clelia e il fare offesa all'amicizia; oggi il nodo era stato
sciolto; i miei affetti che s'erano guardati gelosi, si stringevano la mano; le
due fiamme si riaccostavano, si confondevano in una sola.
Io pensai più volte con
animo pacato a quell'antipatia che una comunione d'affetti fa spesso nascere
fra due cuori egualmente buoni, egualmente dolci e sereni; a quella gelosia che
la generosità di due anime grandi non sa vincere, e non seppi mai penetrare gli
arcani divisamenti della Natura. I buoni ne piangono come di una calamità; gli
scettici ne accusano la provvidenza - nessuno può scoprirne le fila misteriose.
Però io che ne aveva
sofferto così a lungo, mi sentii rinascere l'ardore dei miei vent'anni
inesorabilmente perduti, e mi abbandonai con trasporto al mio amore che era il
mio culto. Oramai io poteva palesare apertamente l'animo mio, poteva schiudere
i battiti del mio petto tanto tempo repressi; io era libero d'amare.
Clelia non s'imbronciava
più se desideravo Eugenio, se m'accompagnavo spesso con lui. A poco a poco
divise in qualche parte la mia gioia, se ne compiacque.
Quando egli veniva
presso di noi, ella non lo vedeva più di mal occhio; non lo accusava più di
volermi sottrarre all'amor suo. Non andò molto che si abituò tanto alla vista
di lui, che se avveniva ch'egli mancasse al solito convegno, ne era dolente per
me poco meno di me medesimo. In breve famigliarizzò con esso come con un amico
d'infanzia.
Eugenio pareva felice di
vedersi così bene accolto; ma tuttavia non diede mai segno d'essersi accorto
che fosse avvenuto qualche mutamento nel nostro contegno verso di lui. Forse
per delicatezza finissima non voleva lasciar parere, forse egli avea
dimenticato il passato, o avea voluto dimenticarlo per smarrire un termine di
confronto. Giammai però che io potessi andare più in là di queste vaghe
supposizioni; giammai sguardo, gesto o parola che desse vita ad un sospetto o avvalorasse
l'uno meglio dell'altro.
Passarono alcuni mesi in
questa guisa. Una sera noi ci eravamo raccolti in questa camera senza sapere
perchè; ragionammo d'arte un gran pezzo; a poco a poco fummo tratti a
risollevare i veli delle nostre memorie.
Eugenio aveva una vita
avventurosa a narrarci.
Nato di famiglia
ricchissima, alcuni rovesci di fortuna lo avevano tratto in rovina; però egli
aveva abbandonato il collegio con animo di dedicarsi alla pittura per la quale
aveva sentito fin dall'infanzia una potente attrazione. Gli rimanevano cento
franchi, non un soldo di meno. Non era troppo, per intraprendere il gigantesco
disegno che gli era balenalo in mente: recarsi a Roma ad apprendervi il
disegno. Vi andò. Consumò i pochi quattrini che gli rimanevano, ma divenne
allievo dell'Accademia Romana di belle Arti. Patì di fame, ma visse, e crebbe
artista.
Questo racconto
s'intesseva con cento episodii burleschi, ch'egli narrò sorridendo. Io ne
ricordo pochissimi; quest'uno non mi è mai passato di mente.
Nei primi mesi che si
trovava a Roma fu aperto il concorso per gli allievi di disegno di una classe
superiore a quella in cui si trovava Eugenio. Il suo maestro lo consigliò di
concorrere; si propose e fu accettato. Era un ardimento senza pari; lo avrebbe
portato innanzi una classe, e gli avrebbe guadagnato un sussidio mensile di un
prossimo comune.
Il concorso versava
sopra una copia dal gesso, ed era stato concesso agli allievi un mese di tempo
per compiere il lavoro. Eugenio si accinse con ardore, il suo lavoro avanzava
ogni giorno, egli si compiaceva già dell'opera sua, si sentiva fremere nella
mano una matita d'artista, e lavorava senza posa. Quindici giorni trascorsero
in febbre; il suo disegno era quasi al termine; se non che all'improvviso egli
scoprì d'aver errato; avea tracciato alcune linee inutili che la sua
inesperienza e il suo entusiasmo gli avevano impedito per tanto tempo di
scorgere. Si provò a cancellare quelle linee, e rovinò la carta su cui
disegnava. Quella fu la più gran disgrazia che lo potesse colpire; aveva
perduto quindici giorni, e gli mancava una lira per acquistare nuova carta.
Giovinetto provò tutte le fitte della disperazione. Erano quindici giorni che
egli viveva di pane nero e di speranze, oramai tutto gli falliva; egli
disperava di raggiungere i suoi compagni, e condurre a termine nel breve tempo
che gli rimaneva il suo lavoro; e quando pure lo avesse potuto, non avrebbe
ritrovato in tutta la sua guardaroba di che provvedere quella lira che gli
mancava. Non conosceva nessuno, tranne che un artista scultore; ma lo scalpello
dell'uno non portava certamente invidia alla matita dell'altro: erano due
povere creature entrambi; quale più non era facile determinare.
Trascorse il primo
giorno in vane fantasticherie; alla notte egli aveva passato in rassegna tutte
le cose riducibili ad una lira. Una lira! era un poema, e tuttavia Nababbo e
Creso ne avevano avuto assai più; e se n'erano vissuti senza comprenderne
l'importanza; e certamente nessuno mai poteva vantarsi d'averne analizzato così
a fondo le virtù. Pure non una di queste monete così famigliari oramai
all'intelletto di Eugenio era uscita dalle saccoccie di Nababbo o di Creso a
confortare colla riconoscenza la paziente meditazione del povero artista.
Alla notte ebbe la
febbre, la febbre terribile che assale una volta sola nella vita dei
disgraziati sognatori d'arte e di poesia, la febbre dell'avvenire che accelera
il corso del sangue impoverito dagli stenti, quando recisi i fili inargentati
delle illusioni si volge la prima volta l'occhio all'intorno e si scorge la
terribile solitudine che accompagna i passi della miseria.
Eugenio ebbe paura del
suo avvenire, e pianse come un fanciullo. Tutta la notte pensò al suo passato,
alle cure affettuose che avevano rallegrato i primi battiti del suo cuore, alla
nonna incurvata, alla madre buona ed amorevole anche nei rimproveri; pensò
quelle colpe ingenue e puerili che facevano sorridere la povera donna, quelle
sale arredate con gusto, quei maestri così arcigni e tutte quelle cento inezie
che popolano la vita inesperta e facile della fanciullezza.
Ma le grandi idee sono
figlie della miseria, e non a torto fu detto che le lezioni del cencio e della
fame siano le più eloquenti e le più feconde.
In quella notte Eugenio
ebbe una idea....
E non fu appena sorto il
mattino, che egli si vestì, mangiò un tozzo di pane che era avanzato dal suo
pranzo ed uscì all'aria aperta, coll'aspetto d'uomo che ha assolutamente preso
il suo partito, ma che prima di intraprenderne l'esecuzione, vuole
riconfortarsi e quasi ribadire il suo proposito. La brezza mattutina doveva far
quest'uffizio.
A capo d'un'ora passata
a camminare su e giù innanzi alla chiesa d'un convento, affrettando il passo
quando era lontano dalla soglia, e rallentandolo mano mano che vi si accostava,
prese una risoluzione suprema ed entrò.
Non era stato da gran
tempo in una chiesa, e coi sacramenti non si trovava certamente in buona
armonia, tuttavia egli andò diffilato ad un confessionale, vi si inginocchiò,
ed attese. Non andò molto che un frate lo vide, e venne a sedersi nel
confessionale. Eugenio si sentiva battere il cuore; ma non vi badò gran fatto,
e sbirciò sott'occbi il reverendo come cercando di leggergli sul volto il
proprio destino. Il volto di quel frate era muto come una tomba. Eugenio allora
pensò che egli era li per confessarsi, e fu per smarrirsi d'animo. Il frate lo
prevenne, gli domandò se voleva confessarsi, e il povero pittore balbettò
qualche cosa che rassomigliava ad un sì.
Allora incominciò il martirio;
il frate volle sapere da quanto tempo il suo penitente si fosse accostato al
sacramento, e il penitente non sapeva troppo bene se fosse da quattro o da
cinque anni. Lo disse - e il frate ad esclamare scandalizzato, e a minacciare
le pene dell'inferno; e il tapino a pentirsi - e poi una sfuriata
d'interrogazioni e un rispondere affannoso di sì e di no - poi il
frate volle recitasse il confiteor, e il penitente, a cui era passato di
mente insieme al latino del collegio, a bestemmiare senza alcun riguardo le
parole sacre - e il frate a scandalizzarsi da capo.
In fine dopo un'ora di
tortura Eugenio era riuscito a convertirsi; dopo un'altra mezz'ora aveva
mansuefatto totalmente il frate, il quale avendo appreso i casi del suo
penitente, e premendogli di salvare la sua anima, lo assolvette con una mano, e
gli diede coll'altra la lira sospirata.
Eugenio che finalmente
respirava, ricevette con compunzione le due benedizioni, storpiò un'altra volta
il confiteor, e se ne uscì col suo tesoro nel pugno, più ricco di Creso
e di Nababbo.
Egli ci raccontò
quest'avventura scherzando, e noi stessi ne ridemmo di cuore; anche ora
pensandoci io ne sorrido.
Aggiunse poi che
rimessosi al lavoro, nel termine fissato ebbe preparato il disegno pel
concorso, e che ne riportò il premio stabilito. Ma per giungere a quel giorno
egli aveva vissuto alcune settimane nella miseria; aveva sofferto il freddo, la
fame; aveva lottato con una malattia di petto cagionatagli dal lavoro
frenetico, e la scarsità di cibo consumandolo ogni giorno, lo aveva condotto
agli estremi.
A questo racconto
straziante che egli aveva cercato di fare colla stessa bizzarra noncuranza, ma
che involontariamente aveva strappato dal suo petto un singulto e fatto
brillare sul suo ciglio una lagrima, io me gli accostai più da presso, e come a
pagarlo di ciò che aveva sofferto, serrai le sue mani nelle mie. Clelia lottò
un istante dentro di sè, poi nascondendo il capo fra le mani scoppiò in
singhiozzi.
Eugenio rialzò il capo,
guardò Clelia, e poi me; passò ruvidamente la mano sugli occhi a detergervi le
lagrime, e arrossì in volto come se vergognasse della sua debolezza.
Da quel punto la
conversazione languì. Clelia si provò a sorridere, cercando i miei occhi che
gli risposero tutto l'affetto del mio cuore. Ma Eugenio non levò lo sguardo dal
suolo ove l'aveva fisso nuovamente.»
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