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XLII.
«Il domani un cavalletto
da pittore collocato dinanzi ad una finestra, un'ampia tela fermata sovr'esso,
la tavolozza appesa ad un chiodo, e uno sgabello a tre piedi, attendevano la
prima seduta.
Eugenio non solo fu
puntuale all'ora segnata, ma anticipò di una buona mezz'ora per preparare le
sue matite e i suoi pennelli. Clelia si acconciava a malincuore all'idea di
doversene stare immobile per un pezzo - il suo corpicino era tutto foco.
- Lo vedi, mi disse ella
- oggi non posso star ferma, sono una pazzerella - il signor Eugenio dirà assai
male in cuor suo di me, e sciuperà il suo tempo inutilmente - se incominciasse
da te - la tua gravità, ne son certa, convertirebbe meglio la mia leggierezza.
Non le posi mente, e
nulla fu mutato al programma. Clelia nel sedersi mi guardò fisso, e volle che
io mi ponessi di rimpetto ad essa perchè potesse vedermi senza volgere il capo.
Accondiscesi.
Eugenio non diceva mai
parola; in quel momento egli non era più uomo, veleggiava pei campi ideali
dell'arte - era assai lungi da noi. Guardava Clelia come non l'aveva guardata
mai; con uno sguardo ardente, penetrante, come chi voglia ritenere a lungo
l'impressione della forma, e indovinare e tradurre in una forma il sentimento.
Clelia sotto l'impressione di quello sguardo pareva imbarazzata; guardava me e
sorrideva senza muovere le labbra; io solo leggeva quel sorriso - Eugenio non
l'avrebbe penetrato mai; non era il sorriso dell'arte, il sorriso della natura
fredda, ma il sorriso dell'amore - io mi sentiva più grande d'Eugenio; la sua
arte non poteva dargli ciò che poteva darmi il mio amore; le frenesie
dell'artista sfiorano appena il cuore; quelle dell'amante lo passano.»
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