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XLIV.
«Passarono alcuni
giorni. Eugenio era venuto regolarmente alle sue sedute; Clelia anch'essa non
aveva mancato; pareva svogliata, stanca, ma sapeva di farmi piacere e non si
lamentava.
La tela era oramai al
suo termine, il volto e le mani erano finite con cura, ci si vedeva entro la
vita; si poteva girare attorno alla sua persona, e l'aria dietro il capo
scherzava coi suoi capelli. Se fossero stati sprigionati, avrei creduto di
agitarli col mio respiro.
Era una bella tela, da
inorgoglire qualunque gran maestro ne fosse stato l'autore. Eugenio pareva
compiacersene; durante le sue sedute egli rimaneva talora alcuni istanti
immobile a guardare Clelia, poi volgeva l'occhio sul lavoro, e il suo volto non
accennava lo sconforto. Ma non accennava tuttavia l'orgoglio, e sebbene quel
silenzio parlasse assai chiaro, la soddisfazione dell'artista che sorride alla
sua creazione non si palesava in altro modo.
Talvolta Clelia pareva
imbarazzata di quegli sguardi lunghi, penetranti, e si volgeva a me come se io potessi
temperarle quella noia. Talvolta io stesso non poteva risparmiarmi un pensiero
di gelosia, e avrei voluto dire ad Eugenio che non guardasse Clelia in quel
modo, ma per vergogna invece lo avrei nascosto a me medesimo.
Un giorno Clelia
impallidì d'improvviso sotto l'impressione d'uno di quegli sguardi, mi guardò,
vide che io l'osservava e mi rivolse un gesto come a dirmi che ella si sentiva
venir meno. Balzai in piedi e le fui dappresso. La stanchezza, l'immobilità le
avevano fatto male. Era così fragile il suo corpicciuolo di libellula!»
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