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XLVII.
«Non dissi lo strazio
del mio cuore; lo serbai come un segreto; e con quell'avidità fatale che spinge
l'uomo alla scienza della propria sciagura, spiai ogni gesto di Clelia per
avvalorare di certezza il mio sospetto.
In quel giorno Clelia fu
calma, amorevole, quasi lusinghiera.
Ignoro se ella mi
leggesse in viso le traccie dell'affanno, o se io riuscissi a dissimulare tanto
da ingannare l'occhio suo indagatore - so bene che ella mi guardava fiso
e lungamente, e che il sangue mi correva più celere a quello sguardo, e che mi
sentiva riconfortato, e quasi vergognoso d'aver dubitato del suo amore.
Venne Eugenio. Malgrado
i miei ragionamenti fui freddo con lui - egli con me fu come per lo passato.
Clelia mi stette vicino
- non si allontanò come io temeva. Ella dunque poteva guardare in faccia
Eugenio senza arrossire, ed egli del paro. Buon pensiero che durò poco.
Non poteva forse per
parte di Clelia essere questo un riguardo ai miei desiderii, così stoltamente
manifestati? e forse che Eugenio avrebbe potuto interrompere le sue visite,
senza palesarsi?...
Eugenio partì - il mio saluto
non fu meno freddo. La giornata passò tristamente. Clelia non mi domandava
conto del mio malumore; non se ne avvedeva ella? Non era possibile; ne
conosceva dunque la causa, e lo sapeva ragionevole. Ahimè! non vi era più
dubbio. Come fu presso all'imbrunire la pregai che andasse a letto; il riposo
le avrebbe fatto bene. In vero ella era molto abbattuta; passeggiava per le
camere, ma ad ogni tratto era costretta a sedersi.
Alla mia preghiera
rispose con mestizia non averne voglia, la lasciassi ancora qualche ora. Non
risposi.
Eravamo seduti a qualche
distanza l'un dall'altro - ella sul divano, io sopra una seggiola a bracciuoli
- tristi entrambi e muti.
Fece più volte atto di
rivolgermi la parola, ma si pentì e si rattenne a mezzo ogni volta; ruminava in
mente qualche cosa, levava il capo per guardarmi, e come io mi accorgeva dei
suoi sguardi, li rivolgeva ancora al suolo e ve li teneva fissi gran tempo.
A poco a poco succedette
al tramonto la notte; le ombre circondarono tutti gli oggetti che ci stavano
intorno, i nostri volti sfuggivano alle ricerche dei nostri sguardi, fatti più
audaci dalle tenebre.
- Raimondo - chiamò
Clelia dolcemente.
- Che vuoi? risposi e mi
feci presso a lei intenerito.
- Che tu segga daccanto
a me.
Vi era in queste parole
un accento così carezzevole e così afflitto, che mi ritornarono in folla alla
mente le dolci memorie dei nostri giorni d'amore. Il mio cuore, rimasto così a
lungo solo, versò all'improvviso la sua tenerezza. Le cinsi il collo d'un
braccio, e coll'altra mano cercai la sua mano.
Clelia mi amava ancora.
Lieto di questa certezza io dimenticai quasi ogni primitivo timore. Era stato
un delirio il suo; ma più folle delirio il mio di alimentare d'un sospetto lo
spasimo del mio cuore.
Per pagarla della mia
freddezza fui tenero oltre l'usato. Ad ogni parola affettuosa che io le
dirigeva sentiva la mia mano stretta più forte nella sua e il battito del suo
petto accelerarsi. E allora avrei voluto scorgere nel suo viso l'espressione
del suo animo; ma benchè me le accostassi tanto che le nostre labbra
s'incontrassero, e aguzzassi del mio meglio lo sguardo, quella notte senza luna
era inesorabile, nè mai un filo di luce che penetrasse nelle nostre stanze.
Charruà non portava i
lumi; volli chiamarlo; afferrai il cordone del campanello; Clelia trattenne il
mio braccio senza dir motto.
Gran parte della notte
si passò di tal guisa; mai coppia2 d'amanti fu più ardente e commossa.
Parlammo di cento cose
con abbandono; ma tuttavia era chiaro che ciascuno di noi nascondeva qualche
cosa all'altro, e che struggendosi di parlare adoperava i più strani giri per
arrivarvi senza lasciarne parere il desiderio.
- Domani sarà una bella
giornata, mi disse Clelia.
Conobbi che questa era da
parte sua l'ultima via per giungere alle spiegazioni, e che il suo partito
oramai era preso. Che mi avrebbe detto ella mai?
Anch'io convenni che il
domani sarebbe stata una bella giornata.
- E la campagna sarà
sorridente di fiori e di profumi....
Io non ne dubitavo - e
tuttavia non sapevo ancora a che volesse arrivare.
Non disse altro.
«Si è pentita,» pensai.
Ma mi era ingannato;
sentii la sua bocca accostarsi al mio orecchio e dirmi sommesso:
«Mi ci condurrai, non è
vero?»
«Dove?» mi domandai, e
prima che avessi tempo di rispondere, la mia mente aveva corso gran tratto il
campo delle fantasticherie.
E mi parve d'udire il
respiro affrettato di Clelia, e di sentire fremere il suo corpo vicino al mio.
Allora il capo mi si confuse affatto; nuovi sospetti scesero nel cuore a
straziarlo, e non osando più profferire parola, perchè pauroso di provocare una
novella che non avrei saputo sopportare, tacqui.
- Raimondo, proseguì
Clelia con voce più calma, la primavera è così bella! non vorrai tu che noi
andiamo per qualche tempo sul lago?
- Vi andremo, risposi
sbadato.
Ma pensando dopo breve
tratto alla mia risposta, e per essa alla domanda di Clelia, mi riconfortai. -
Vi andremo - soggiunsi con voce più ferma - è vero, la primavera è così bella!
Ma perchè mai non attendere l'estate?
- La primavera è così
bella!
- Hai ragione.
- Soli, non è vero?
- Soli! - Ahimè, che il
terribile segreto mi si svelava tutto e le mie paure risorgevano più gagliarde.
- Eugenio vorrà forse venire
con noi, balbettai coll'istinto di accertare la mia sciagura.
Attesi invano una
risposta. Cercai la mano di Clelia che mi era sfuggita, cercai il suo corpo
tentoni con ansietà inesprimibile. Sfiorai il morbido velluto dei suoi capelli,
sentii il freddo marmoreo della sua fronte appoggiata al cuscino del divano, e
alcune lagrime scorrermi fra le dita.
La gelosia vinse in me
ogni altro sentimento; mi drizzai furibondo, col cuore che ruggiva una
bestemmia. Il tremito del mio corpo, l'ansia del mio povero petto dovevano pur
giungere fino a lei e farsi palesi anche nell'oscurità. La poveretta non faceva
motto, e piangeva.
Ripiombai abbattuto sul
seggiolone, cacciandomi le mani nei capelli.
- Raimondo, amico mio,
salvami; pietà di me, in nome del nostro amore....
Può il cielo serbare
alle sue creature uno strazio più crudele! Io non risposi, non piansi, non
imprecai.
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