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LVII.
«Non so se altri possa
comprendere qual fosse lo stato della mia anima in quel tempo; nè se gli uomini
possano giudicare con giustizia della natura dei miei sentimenti; so bene che i
facili motteggiatori ricercano avidamente il marito e lo espongono alle beffe
degli sfaccendati, e dimenticano l'uomo che s'agita e soffre, non pensando che
se quella gelosia è meschina e ridevole che nasce da orgoglio, la gelosia che
piange l'amore è cosa santa. E poi che gli uomini non conoscono il virtuoso
benefizio della compassione, o sdegnano porgere questa elemosina che si dà
senza impoverire e si riceve senza vergogna, dovrebbero almeno rintuzzare il
sogghigno che avvelena il loro labbro mordace.
In quel tempo ho provato
tutte le miserie della gelosia; piccole lame che mi passavano il petto e
giungevano al cuore.
Un giorno mi venne
sott'occhio un albo di ritratti che, siccome conteneva l'immagine di lui,
io aveva puerilmente sottratto tempo prima, e collocato più tardi sopra uno
scaffale in un angolo della camera. Era stato spesso a rivedere quell'albo,
attratto non so se più da istinto di curiosità o di sospetto - nissuno l'aveva
mai toccato, però conservava da qualche tempo la stessa posizione, e la polvere
vi si era addensata a strati; in quel giorno l'albo era capovolto; i fermagli
erano stati aperti, e non si aveva pensato a rinchiuderli; la polvere vi era
meno densa e serbava tuttora le traccie della mano che l'aveva afferrato. Mi
venne in mente Clelia, e ch'ella avesse voluto contemplare il ritratto di
Eugenio. Quel giorno piansi come un fanciullo.»
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