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LVIII.
«Più volte, entrando
all'improvviso nelle camere di lei, erami parso che mi nascondesse qualche oggetto.
Un giorno non mi rimase più dubbio; l'imbarazzo pinto sul suo volto dava
impronta di verità al mio sospetto. Io sapeva che ella non mi avrebbe nascosto
alcuna cosa che non avesse potuto parlarmi di lui, del suo amore...
«Forse il ritratto! E l'aveva forse tolto all'albo!»
Non ebbi concepito
questo pensiero che corsi ad assicurarmene.
Incontrai la piccola
Bianca intenta a sfogliazzare un libro, l'albo; volsi lo sguardo allo scaffale;
una seggiola appoggiata al muro aveva servito a quella scalata innocente.
Il cuore mi batteva
violento per emozione; e interrogai arrossendo la piccola Bianca; e seppi da
essa come già altra volta avesse collo stesso mezzo tolto quell'albo e
rimessolo per timore di rimprovero.
Mi guardava timidamente;
quella creatura benedetta ignorava il bene che ella faceva al mio cuore.
Aprii l'albo, e ricercai
il ritratto d'Eugenio. Era lì, nella sua piccola cornice.
Se la gioia avesse
manifestazioni che non fossero puerili, io mi vi sarei abbandonato follemente.
Ma pare che la virilità segni il confine della gioja, però che i soli fanciulli
possono palesare apertamente il loro animo lieto. Il dolore solo è d'ogni
tempo, e chi arrossisce delle lagrime e le chiama indizio di debolezza, non sa
che sia il dolore, nè come egli faccia gigante e nobiliti tutto ciò che lo
circonda, e il tetto sotto cui si posa, e il cuore che strazia, e le bestemmie
che fa prorompere fra i singhiozzi.
Abbracciai la testolina
ricciuta della piccola Bianca, e la colmai di carezze.»
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