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LXII.
«Passarono alcuni mesi -
passarono uniformi, desolati. La salute di Clelia non migliorò gran fatto; il medico
era venuto assiduamente, ogni giorno, ma senza alimentare le mie povere
speranze.
Clelia pareva
rassegnata; non mi parlava di morire perchè ne avrei avuto pena; quando mi
vedeva triste, mi diceva di sorridere. Mi assicurava che sarebbe guarita. Innocente
inganno! Altre volte parlava del nostro avvenire seriamente, - si intratteneva
in progetti ridenti. Allora sperava; si rinvigoriva delle sue illusioni, e mi
diceva.
- È egli possibile che
io muoja? Perchè dovremmo noi crederlo? Io sono qui, fra le tue braccia - sono
giovine, e t'amo - e tu m'ami. La morte ha pietà di coloro che s'amano...
Verso la metà del mese
d'ottobre, la malattia parve volgere alla guarigione.
- Vorrei veder la
campagna, disse un giorno al medico. Deve essere bella, non è vero? Voi la
vedete spesso la campagna. Come siete felice voi!
- Vi andrete, rispose il
medico intenerito.
- Oggi stesso?
- Se lo volete.
Triste indizio la
condiscendenza d'un medico. Ma nè Clelia vi aveva posto mente, beata del
pensiero di poter uscire, nè io, parendomi proprio ch'ella stesse meglio.
Uscimmo in carrozza.
La giornata era serena;
una brezza melanconica d'autunno incurvava i rami dei platani e gemeva
fra le foglie degli ippocastani5.
Bella giornata, ma mesta
- ad ogni istante il soffio del vento distaccava dai rami d'una pianta
ingiallita le foglie disseccate che scendevano lente sopra i viali, dove un
altro soffio le spingeva ad inseguirsi l'una l'altra roteando.
Clelia guardava la
natura con occhio smarrito.
- Come è bello, come è
bello! andava ripetendo con ingenua meraviglia; mi par di rinascere, di venire
per la prima volta nel mondo; certamente io non ho mai visto come li vedo ora
questi incanti... E gli uomini si lamentano!...
Ammutolì un istante.
- Sono pazza, aggiunse
poco dopo; mi pare che tutti coloro che passano debbano essere felici come io
lo sono, lieti di questo cielo senza nubi, di questa campagna piena d'armonie -
e che debbano leggermi sul volto che io fui malata, e rallegrarsene in cuore. E
perchè no? Io non ho fatto alcun male agli uomini, vorrei dir loro che li amo -
non vorrebbero essi amarmi se io li amo?
Passavamo rasentando un
giovane tiglio che aveva attecchito male, e che i rigori autunnali6
avevano sfrondato precocemente.
- Così giovane! disse
ella mestamente; e parve che un triste pensiero l'assalisse e che lottasse a
liberarsene.
- Come è bella la vita!
aggiunse poco dopo parlando a sè stessa.
Non osando trarla dalle
sue fantasticherie, non osando quasi rispondere al mio stesso affanno per
timore di palesarlo, io continuavo a tenere le mie mani nelle sue senza dir
motto, e a contemplare melanconicamente le sembianze disfatte del suo volto.»
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