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LXIII.
«Ritornata a casa si sentì
debole e si rimise a letto. Respirava affannosamente, e non poteva quasi
parlare; e tuttavia mi disse che la passeggiata le aveva fatto bene, e che
aveva caro di aver veduto ancora una volta il verde della campagna.
«Ancora una volta»
pensai tristamente. Ma ella non aveva dato quel senso alle sue parole, e
parevami invece si fosse rinvigorita nella speranza. Mi parlava dei suoi
progetti per il prossimo inverno, si faceva promettere tante cose, e mi
assicurava che saremmo stati felici. Io stesso mi abbandonavo a crederlo.
Benedetto il sorriso del
dolore, benedette le povere lusinghe della sventura!
All'improvviso Clelia si
sentì venir meno.
- Tu soffri? le
domandai.
- T'inganni - mi rispose
con un filo di voce - l'emozione, la stanchezza forse - io non sono molto forte
- soggiunse sorridendo.
Una specie di rantolo
soffocò un'altra volta la sua voce; gli occhi suoi mi guardarono implorando il
mio ajuto; poi si chiusero lentamente,
Il grido della
disperazione partì spento dal mio petto, come un baleno stanco traverso il
fitto delle nuvole. Accostai il mio al suo pallido labbro - ella respirava
ancora; le sollevai il capo, e lo appoggiai sui cuscini; poi cercai il suo
cuore sotto le vesti discinte - batteva agitato.
Io era solo; volli
chiamare e corsi per la camera istupidito. Passando innanzi ad uno specchio
vidi la mia immagine e quella di Clelia - uno spettro che errava intorno ad un
cadavere.
Il nero volto di Charruà
comparve sull'uscio; nè io l'aveva chiamato. Mi guardò un'istante; io gli feci
un gesto e volli parlare; l'ansia me ne tolse la forza.
Charruà mi comprese, e
senza attendere più oltre s'allontanò.
Io mi gettai sul letto
di Clelia cogli occhi fissi sul suo volto.
Mi pareva che la morte
dovesse stendere ad ogni istante le sue scarne braccia per rapirmela7 -
e che fosse lì, immobile, ai piedi del letto, a rimirare il mio affanno e la
sua preda....
Un brivido mi corse per
le vene e mi guardai all'intorno impaurito.
Charruà ritornò in
compagnia del medico.
Io mi rivolsi a
quell'uomo come ad un benefattore; gli additai Clelia, ed invocai d'uno sguardo
supplichevole che la salvasse.
Il medico s'accostò al
suo capezzale, la guardò attento senza tradire alcuna emozione, poi guardò me,
vide la mia preghiera, e scosse il capo melanconicamente. «Coraggio» mi disse
facendomisi dappresso.
E poichè io non
rispondeva, egli mosse alcuni passi per uscire.
- In nome del cielo,
ogni speranza adunque è perduta? domandai arrestandolo..
- Coraggio, ripetè con
voce commossa.
«È finita» pensai, lasciando
cadere le braccia lungo i fianchi. - Oggi? domandai coll'insistenza della
disperazione.
- Forse.
Quest'ultima parola mi
passò il petto come una lama di coltello.»
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