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LXV.
«Da quel punto Clelia
parve rinvigorirsi; uscita dal letargo in cui era caduta, volle ch'io le
sedessi accanto - La contessa dall'opposta parte del letto levava le mani al
cielo, come a ringraziarlo.
La fiducia rinacque nel
mio cuore.
- Che cosa avevi
pocanzi? mi domandò Clelia.
- Dolevami che tu
soffrissi, risposi titubante.
Fece atto di non dar
fede alle mie parole, e tacque. Poco dopo guardò me e la contessa, e domandò se
credevamo che ella dovesse morire.
Oramai io aveva ragioni per
sperare che avrebbe vissuto, ma se anche non ne avessi avuto alcuna, io non
avrei mai potuto avere la convinzione della sua morte. Mi sarebbe parso di
arrendermi, di accettare il mio destino, di recidere io stesso l'ultimo filo
che teneva in vita il mio amore; al contrario io voleva lottare fino alla fine,
contendere fin l'ultimo alito di quel corpo adorato.
Non so più che
rispondessi a Clelia; so che la contessa mi prevenne.
- Levatevi di capo
queste melanconie, disse ella; voi siete giovane, bella, amata - voi
dovete vivere, vivrete, sarete felice.
- Lo credete? riprese a
dire Clelia - gli è bene perchè io sono giovane e amata che ho paura di morire.
E siccome io mi faceva
triste in volto, soggiunse sorridendo:
- Ho speranza anch'io di
vivere.
Una parte della notte
passò quasi lieta. Clelia rianimata sempre più era diventata scherzosa, e
s'abbandonava a fantasticherie pell'avvenire.
Quel sognare ad occhi
aperti così proprio dell'infanzia non è forse altro che una malattia dello spirito.
E gli infermi assomigliano in questo appunto ai fanciulli - essi hanno vissuto
in certo modo lontani dal mondo, hanno sentito la vita fuggire dal corpo, e
pare loro che il mondo li attenda a braccia aperte, e la vita non prometta che
rose. Hanno dimenticato gli affanni che turbarono un tempo le loro notti, le
lagrime versate, le amarezze d'ogni giorno, le perfidie, gli inganni, le
mentite lusinghe - e sorridono al mondo ed alla vita. Benefica illusione, ma
breve, come ogni bene che è frutto di dolore.
- Verrò alle vostre
serate, disse Clelia alla contessa - L'inverno prossimo voi ne darete, non è
vero?
- Senza dubbio, mia
cara, rispose la contessa.
- E tu mi ci condurrai
volentieri, aggiunse Clelia volgendosi a me - è là che ci siamo conosciuti, che
abbiamo incominciato ad amarci. E dite dunque - e si volgeva ancora alla
contessa - non mi avete parlato della moda.
- Il bollettino è
alquanto capriccioso, v'ha una sola notizia positiva: abolito il nastro, le
frangie in grande onore....
- È strano, interruppe
Clelia perdendo d'un tratto la lieve tinta rosea che aveva avvivato le sue
guancie.
- Infatti - rispondeva
la contessa errando sul senso di quella espressione.
Ma io che non avevo
abbandonato dell'occhio un solo istante la fisonomia di Clelia, conobbi che il
suo respiro si faceva più debole. D'uno sguardo ne feci accorta la contessa;
entrambi stemmo silenziosi e commossi ad osservare.
- Mi sento stanca; ho
abusato delle mie forze, soggiunse Clelia - Vorrei dormire un poco.
S'addormentò in breve.
Consigliai la contessa a
ritirarsi e prendere anch'essa un po' di riposo - s'ostinò un poco nel rifiuto,
ma poi che il sonno di Clelia era tranquillo e il mio spirito più calmo, aderì,
pregandomi la facessi chiamare alle due.
Suonava allora la
mezzanotte.
Mi raccolsi dentro di me
medesimo, e pensai.
Mi tornò in mente
Eugenio, e sentii nel core come un pallidissimo riflesso della gelosia che egli
aveva suscitato un tempo nel mio seno. Volli rivolgere ad altro il mio
pensiero, ma, come fossi incatenato a quell'idea, me ne allontanavo un istante
e le giravo all'intorno senza potermene liberare.
«Lo aveva Clelia
dimenticato, o l'amava tuttavia in segreto?»
Dubbio che durava da
gran tempo nel mio cuore - reso meno straziante in quell'ora dalla minaccia di
un dolore più grande, ma tuttavia dubbio dolorosissimo.
Clelia ruppe d'un tratto
la calma regolare del suo respiro; tutti i miei pensieri fuggirono come per
incanto.
La poveretta si destò,
mi vide al suo capezzale, cercò colla mano scarna la mia, e la strinse come a
ringraziarmi delle mie cure.
- È tardi? domandò con
voce fioca - Ho sempre dormito?
- Sempre. Come ti senti?
- Bene. Vorrei dormire
ancora, ho le palpebre pesanti.
- E tu dormi.
- Non posso... ho un
affanno...
- Un affanno!
Parve lottare un istante;
poi con un debole sforzo si trasse più presso a me, e balbettò al mio orecchio:
«mi perdoni?»
- Che cosa? domandai, ma
il mio cuore l'aveva indovinato.
«E potevi tu comandare
al tuo cuore, povero angiolo?» pensai dentro di me - «Ti amo!» le dissi
forte.
- Mi perdoni? insistè.
- Ti perdono.
Le sue labbra gelide si
posarono sopra la mia faccia, e la sua mano trovò ancora la mia; ricadde sul
guanciale e chiuse gli occhi per dormire.
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