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IL SIGNOR ANTONIO
Da oltre un'ora io non
aveva sollevato il capo; andavo tracciando sul terriccio con un ramicello di
quercia alcuni circoli bizzarri, nè mi accorgeva chi altri fosse spettatore
dell'opera mia. Senonchè mi volsi, e vidi all'altra estremità della panca un ometto
assai vecchio, ma robusto ancora per quanto consentivano i quattordici lustri
che mi parve potergli attribuire, il quale con due occhietti scintillanti mi
guardava in volto con tale espressione di malizia da impermalosire tutt'altri
al mio posto. Ma così come l'antipatia ha le sue esigenze, la simpatia s'induce
facile a largheggiare - e so che si perdonano talora gravi colpe a chi non ha
altro titolo alla nostra benignità che quello d'un volto piacevole. Onde io non
così lo vidi, che fui favorevolmente disposto verso il vecchierello, sebbene
per un istante l'amor proprio si affannasse a farmi scorgere nel suo contegno
qualche cosa che arieggiasse il dileggio. Ma ciò che pareva dileggio doveva
essere ingenuità - almeno così credetti - se pure non era interessamento. Anzi,
pensandoci, mi pare ora di potermi attenere a questo, e di giurarci senza
titubanza, quando non si voglia asserire che le creature umane nulla hanno di
comune che la specie - e affeddiddio, che io mi dannerei per provare il
contrario!...
Come mi vidi oggetto
d'osservazione pel vecchio, io dal mio canto non seppi ristarmi; e abbandonate
le fantasticherie - chè da quel punto n'ebbi perduto il filo - mi diedi ad
osservarlo. Incominciò allora una vicenda di sguardi reciproci ed interrotti. Curiosi
certamente entrambi, nessuno di noi voleva parere, e s'adoperava a celare ciò
che gli passava dentro. Senonchè, malgrado gli sforzi, sentivamo ad ogni
istante - argomento da me di lui - che il terreno delle ostilità si andava
perdendo per entrambi a vista d'occhio.
Ho scritto ostilità
- ma ostilità, a dir giusto, non erano. E pure in quell'istante io ero preso da
un dispetto insolito - certo contro me stesso - sì che per ingannare la
coscienza, fui ad un pelo di credere a qualche vecchio rancore mio con
quell'uomo che vedeva per la prima volta. Avrei dato dieci luigi - e non so
bene s'io ne avessi uno in scarsella - per chi mi avesse fatto leggere a
puntino nel mio cuore; ma non osavo chiarirmene gettandovi l'occhio da me
stesso. E tuttavia con una risoluzione animosa lo feci; e quel che aveva temuto
avvenne, poichè arrossii della piccolezza dell'umana natura, e mi corrucciai
più forte, e mi rimbrottai più acerbo.
«Che cosa adunque ti
trattiene figlia del cielo dal seguire gl'impulsi tuoi?»
(Notate che nelle grandi
circostanze questo richiamo adulatorio, misto di querela, mi torna assai
acconcio coll'anima mia. La quale - convien dirlo - ha pur essa i suoi capricci
- e non ne farei niente senza questo stratagemma).
«Che è questo
raggomitolarsi quotidiano come il serpe, questo starsene pauroso come un tapino
che mendica per isfamarsi, ed è chiamato importuno? Oh che! le anime anch'esse
dovranno piegare a queste stupide norme sociali? - e il violarle una volta sarà
poi delitto così grave?...»
In così dire, tutto
mutato nel viso e nei modi, mi volsi con proposito fermo - e Dio mi è
testimonio che io lo aveva lì, sulla punta delle labbra, un discorsetto
caldo... Ma il guaio volle - e a questo non aveva pensato - che il mio
vecchietto anch'esso si voltasse in quel mentre, e con aria appunto da farmi
credere che volesse essere il primo a parlare - nè io domandava di meglio, e
tacqui in attesa. Ci guardammo buon tratto, ma nissuno di noi disse verbo. Io
mi trovava evidentemente impacciato; e più ancora parendomi che il vecchio non
si sgominasse punto punto. Egli guardava me, la punta delle sue scarpe
impolverate, e poi ancora me - e sorrideva; ed il mio occhio correva per
attrazione da lui alle sue scarpe, e dalle sue scarpe a me...
Ripigliai la mia
bacchetta di quercia, e per darmi aria disinvolta mi rifeci da capo ai miei
circoli - meschina occupazione certamente per uno che si trovava faccia a
faccia colla parte più recondita della sua natura.
Ridotti a questo termine
non si poteva andar oltre, pena il ridicolo. Conveniva venire a una: o
allontanarmi, e sarebbe stata sconvenienza e debolezza di cui non avrei saputo
darmi pace - ovvero fare quel che si doveva da principio: riaccostarsi
mansuefatti, e ridere candidamente di queste ritrosie poco degne di uomini - e,
quel che più monta, di uomini di spirito, come tutti, arguti o scemi, ci
vantiamo d'essere. Io sentiva che ogni minuto che passava aumentava il mio
imbarazzo; onde la scelta fra i due partiti - e non poteva essere luogo a
dubbio - fu tanto repentina, che quasi non corse tratto fra il concetto e
l'esecuzione. E pare che le stesse cose si fossero passate in mente al mio
vicino; poichè nell'atto che io mi volgeva a lui, lo vidi aprir bocca - e
questa volta non fui in tempo ad arrestarmi a mezzo, così che le nostre parole
si confusero. E da capo a sorridere.
«Ormai il nodo è reciso,
pensai fra me e me; quando due persone che siedono alla stessa panca e che non
hanno aspetto da galuppi - e sbirciava di nascosto il vecchio per accertarmi
proprio che non lo adulassi - si hanno ricambiato due volte il sorriso, non è
mezzo a stare in forse - la natura ha guadagnato la partita. Se pure non
vogliono parere uomini eccezionali - la più grama genìa che io mi conosca fra
quanti vestono panni - conviene assolutamente che esse si riaccostino.»
In questa mi volsi, e
con mia sorpresa le distanze erano sparite. Senza volerlo io mi era avvicinato
un par di braccia - il mio vecchietto poco meno - così che i nostri sguardi
s'incontrarono per la prima volta tanto da vicino, che la corrispondenza non
poteva da quel punto essere meglio stabilita...
*
* *
Quella notte dormii
agitato. L'immagine del vecchio, le sue parole dolci, quella tinta di dolore e
di rassegnazione che ne facevano un vero filosofo, mi ritornavano alla mente
coi vivi colori della realtà. Io sentiva una strana attrazione verso
quell'uomo, un desiderio intenso di rivederlo, di apprendere la narrazione dei
casi della sua vita.
E con una di quelle
improvvise determinazioni così frequenti nella mia natura, balzai di letto,
accesi la lampada, e trassi da un armadio alcuni abiti polverosi da caccia e un
fucile a due canne che mi aveva sempre risparmiato il rimorso della
carnificina. Indossai le vesti, e cinsi ad armacollo con certa grazia l'arma
formidabile, sì che io stesso poteva per un istante illudermi e credermi
divenuto da senno un Nembrot consumato.
- Così adunque si parte?
- prese a dire la Prudenza,
mentre io, dopo aver spento il lume, m'incamminava per uscire - e dove si
va?
- Oh! bella! rispose
piccata la Vanità
- È presto veduto. Si va a caccia.
- Ad ammazzare;
aggiunse contorcendomi le labbra in una smorfia il Coraggio. Già oramai
tutti i filosofi sono d'accordo; la vita è una strage armonica. Chi
ammazza di più serve meglio ai decreti misteriosi della natura.
Ma, ch'io mi sappia, la Prudenza non porta tanto
alto le sue mire; sibbene incurante di filosofi e di sistemi, anzi che cederla
in tirannia, tende a sopraffare le sue sorelle carnali, usurpando
l'amministrazione degli affari più intimi di famiglia. Onde una vecchia ruggine
e una dispettosa e sorda guerra che non è certo il minor danno che nella vita
ti tocchi sofferire. Ad ogni modo questo giova ritenere, che raramente
interviene che la Prudenza
ceda le armi, e che il papà - il nobile Egoismo - si addimostra
assai pago della sua figliuola primogenita.
Nè questa dovea essere
un'eccezione - però che alla povera Vanità toccassero invece parole
assai aspre, e dette con quell'accento di dileggio di chi si tenga sicuro del
fatto suo. Oltre a ciò, quasi non bastasse, si aggiunse la Poltroneria e
l'Avarizia a farle contro - onde un parapiglia, un dibattere arruffato,
da cui Domine Iddio scampi il più possibile ogni galantuomo.
Sola spettatrice stavasi
in un cantuccio la Pazienza.
«Guai se la mi scappa,»
pensai.
E per buona sorte la
tapina tenne duro. Quando ogni articolo fu discusso: «Dio sia benedetto, dissi,
ora posso partire.»
- Possiamo partire -
aggiunse timidamente la
Rassegnazione.
E poichè parevami che la Prudenza accennasse
a volersi rifare da capo a nuovi ammonimenti, afferrai la maniglia della porta,
tirai il catenaccio, e fui all'aria libera.
*
* *
Era un ampio carrozzone
antico, rifatto alla moderna; ma sebbene fosse fornito di ruote massiccie e
dondolasse graziosamente sulle molle ad ogni lieve spinta, avevano voluto, con
un nome che adesca il viaggiatore, battezzarlo: il Veloce.
«Non sarà la prima
menzogna di questa natura» pensai.
E pare che l'automedonte
mi leggesse in mente, poichè distraendosi un pochino dalle sue occupazioni: -
Gli è un po' vecchierello, un po' patito, ma in fondo è stoffa senza confronti;
e affè mia, che quando l'avrò finito di lavare, vedrete che farà anche la sua
brava figura, il nostro Veloce - e, così curvato com'era, tuffava e rituffava
la spugna nel secchiello, guardandomi nel viso per invitarmi ad assentire.
Mi costò poco il farlo,
ed egli ne fu oltremodo lieto.
- Gli abbiamo messo nome
noi - un bel nome, non è vero? Veloce! e gli adatta a meraviglia, perchè
è lesto come un daino.
E siccome io mi stava
zitto, egli insistè collo sguardo.
- Non vi pare che ciò
potrebbe dipendere anche un pochino da chi lo tira?
- Senza alcun dubbio. E
vi so dire che abbiamo due cavalli a dovere, e che galoppano come la
cavalcatura delle streghe. Osservateli là...
Io mi rivolsi per
compiacerlo - ma in questa due creature bellissime attrassero la mia
attenzione. Erano due bambini, e si tenevano per mano. Non aveva la maggiore
più di dodici anni, e il minore poteva contarne nove a dir molto. Biondi e ricciutelli
entrambi - ad entrambi errava sul viso una espressione fantastica di
sofferenza.
E non so come io mi
sentissi all'improvviso serrare il cuore a quella vista, e si suscitassero
nell'anima mia tristi e desolate le immagini della vita. Pensai ai miei primi
anni, così mesti anch'essi; risalii alle prime memorie, alle prime melanconie,
e mi sentii commosso da quell'evocazione. Allora carezzato da tutti, ignaro del
mondo, e pur spoglio della balda confidenza di quell'età - oggi
sperimentato degli affanni, deserto d'affetti, lacerato da dubbi, pressocchè
avvizzito d'anima e di cuore - allora ed oggi mestissimo.
... Il piccino mi andava
guardando stupito. Che concetto ei si facesse di me e quali impressioni io
suscitassi in quell'anima vergine, avrei avuto caro sapere. Me gli accostai
amorevole e lo carezzai curvandomi alquanto. Egli mi porse le mani. Non so
ch'io mi abbia provato altre volte dolcezza più ingenua e più santa - lo
sollevai fra le mie braccia e lisciandogli i capelli sulla fronte:
- Non hai tu paura di
me?
Rispose con un filo di
voce non averne - ma più col sorriso.
- Povera anima - dissi:
ed appiccai un bacio sulle sue labbra scolorate - Come ti chiami?
- Ercole - balbettò.
- Ercole! - e mi corse l'occhio
alle sue membra esili, alle sue guancie scarne e giallognole. Senonchè io aveva
dimenticato la piccina, la quale a pochi passi mi guardava sott'occhi col capo
chino. E parvemi che la timidezza vincesse in lei la meraviglia; e non osasse,
ma si struggesse dal desiderio di avvicinarsi. Ond'io me le accostai tenendo
Ercole per mano - e ciò valse a farle sollevare il capo sorridente. Quanta
espressione in quel sorriso, e quanta leggiadria in quel volto! - To' un bacio,
le dissi - e ritirando le sue lunghe anella appoggiai le labbra sulla sua
fronte.
La poveretta non
rispondeva, ma ne pareva lietissima: e mi restituì il bacio senza schifiltà e
senza ritrosia - e addirittura sulle labbra.
«Beata l'innocenza,
pensai. Che cosa è mai un bacio? Qual parte di noi si perde o si acquista in un
bacio? pure la malizia dell'uomo lo ha proscritto con arte raffinata, e ne ha
fatto l'interprete d'amori clandestini. Il bacio fraterno è diventato un
delitto. Ipocriti! Ipocriti! Un bacio di meno - strana avarizia... - dico io -
o che tesoreggiate forse di colpe? Ecco un furto fatto senza rimorso alla virtù
per largheggiare col vizio.»
Tant'è poichè mi veniva
da una bambina - poco più certamente - pensai di non arrossirne. Il cinismo ha
osato bruttare del suo fango le cose più sante, e si è spinto fino
all'innocenza - ma non così oltre, parmi, che io debba profanare, per
legittimarlo parlandone più a lungo, la memoria di quel bacio.
Abbracciai a un tempo
dell'occhio il gruppo di quelle due teste leggiadre, e mi arrestai ad osservarlo.
Quei due visi avevano la stessa impronta, le stesse linee, la stessa mobilità
di nervi - se non che la bambina pareva più estatica, ed Ercole più mesto.
- Siete fratelli?
domandai.
Ercole mi rispose di sì.
- E vi amate?
- Molto. - E fu ancora
Ercole che rispose; la sorella taceva e mi guardava, e pareva non avere inteso
la mia domanda. In questa una voce rauca chiamò dalle scuderie. Ercole prese
per mano la sorellina; e questa si lasciò condurre come cosa inanimata,
ma senza staccare tuttavia gli occhi da me, e salutandomi colla mano.
- Povere creature!
Il cocchiere mi udì.
- Povere creature
davvero, interruppe. Sono due buoni figliuoli, Minerva in ispecie.
- E chi è Minerva?
- La piccina. Non lo
sapete voi dunque? non glie l'avete domandato? Ma che dico! essa non avrebbe
potuto rispondervi - è sordo-muta.
- Sordo-muta!
- La è nata così.
E seguitava a contarmi
come quei bimbi fossero figliuoli dell'oste suo padrone, e come l'oste suo
padrone fosse un uomo che amasse molto i vini, e si chiamasse Narciso.
- Era meglio Bacco -
dissi io.
- È vero - rispose il
cocchiere con quell'aria d'uomo che non ha capito.
- O quanto meno
attenersi all'acqua per esser logici.
E qui parve
comprendermi; e fe' una smorfia che voleva dinotare assai chiaro la dispiacenza
di non essere del mio avviso.
- Bravo il mio Mercurio,
gli dissi, e battei confidenzialmente della mano sulle sue spalle.
Il buon uomo sorrise e
si compiacque; ma protestò di non chiamarsi Mercurio.
- Come ti chiami tu adunque,
e come hai tu potuto sfuggire alla tirannia dell'Olimpo?
- Giuseppe, risposemi; e
pareva titubante e vergognoso di nome tanto volgare.
Poco stante trovò mezzo
di riappiccare il filo e di parlarmi ancora dei cavalli e dell'oste suo padrone;
e com'ebbe finito di lavare il carrozzone, levandosi ritto: - Che ne dite di Veloce?
- mi chiese.
Nè11 io seppi
davvero dirne nulla: ma pensando ad Ercole, a Minerva, a Narciso,
non poteva certamente andare molto errato nel pronostico del mio viaggio.
*
* *
Io aveva aspettato senza
impazienza fino a quel punto; ma quando, come vollero i fati, il pesante
carrozzone fu sull'avviarsi, ed io mi trovai rannicchiato nel mio sedile
accanto ad un corpulento abate che pareva occupatissimo a distaccare con uno
stecchetto gli avanzi della colazione rimastagli fra i denti, soltanto allora,
volgendo l'occhio all'intorno, ripensai allo scopo del mio viaggio, e mi parve
di vederlo miseramente fallire. E in un baleno m'accorsi che tutte le potenze
dell'anima mia stavano per insorgere tumultuanti a farmi rimprovero della
determinazione presa; nè io sapeva più a qual santo votarmi per scansare la
taccia d'avventatezza che parevami incominciassi da senno a meritare.
Ma in buon punto a
sviare la direzione dei miei pensieri, il carrozzone si mosse. Eran trabalzi
d'ogni maniera; però vedendo dondolare al mio fianco l'enorme abate, e ad ora
ad ora sentendomi attratto da qualche improvvisa scossa verso di lui, non potei
frenarmi dal ridere. Tutti i viaggiatori, quale più quale meno, imitarono il
mio esempio; solo il ministro di pace rompeva la monotonia di quell'ilarità con
esclamazioni assai vivaci all'indirizzo dei santi del Paradiso. E i santi del
Paradiso gli usino venia, però che neppure in fede d'uomo di lettere io potrei
giurare che fossero rosari. Ma se non erano rosari quelli dell'abate, i
trabalzi non erano certo benedizioni del cielo - e se la rassegnazione è una
santa virtù, non bisogna poi porre un buon diavolo a cimento di perdere il suo
latino. Da che mondo è mondo alla integrità del proprio cranio ogni uomo che ci
abbia dentro del cervello ci tiene un pochino, e ad una buona digestione forse
altrettanto - non parlo del ridicolo, chè a nissun conto, ch'io mi sappia, v'ha
chi voglia torselo santamente sulle spalle. Ora il povero abate vedeva la sua
digestione e il suo cranio compromessi; e con quel suo viso da luna piena, e
con quella pancia che pareva il rifugio dei sette peccati, era proprio follia
pensare che il nostro riso non lo toccasse da vicino.
Giuseppe dall'alto dell'imperiale
sacramentava anch'esso contro la cattiva selciatura delle vie - ma io penso che
non fosse così rabbioso come voleva parere. Però forse non aveva torto, poichè
come si fu usciti fuori di città, il moto della nostra arca si fece più
regolare.
Nè io ebbi tempo di fare
quest'osservazione, che i cavalli si arrestarono.
- Essi vorranno pigliar
fiato, pensai.
Ma questa volta era una
calunnia che quei poveretti non meritavano - e come l'ingiustizia mi fa
ribollire le vene - e più se io ne sono colpevole - fermai da quel punto di
farne ammenda con tanta buona moneta di pazienza per lo avvenire. Proposito non
inutile, senza dubbio - e chi ha viaggiato in diligenza può asseverare.
Erano due nuovi
viaggiatori che venivano ad aggiungersi. E qui il cuore mi battè con violenza,
però che io riconoscessi subito in uno di essi il mio vecchio amico della sera
innanzi. Egli veniva a passi lenti, colla testa ricurva ed appoggiato ad un
grosso bastone di nocciuolo. Altri arnesi fra le mani non aveva. Non mi vide o
non mi conobbe sulle prime; ma quando gli porsi il braccio perchè vi si
appoggiasse a salire, ed egli levò gli occhi per ringraziarmi, sentii la sua
mano tremare nella mia, e giudicai che fosse commosso. Altro indizio non lasciò
parere. Poco stante la carrozza partiva al piccolo trotto infilando la via
postale di V.... con uno zelo che in due povere rozze poteva credersi miracolo.
Il signor Antonio - non
lo conobbi mai con altro nome - era seduto in faccia a me e mi guardava
sott'occhi con mestizia.
- Voi qui? mi disse dopo
breve tratto con accento tra domanda e meraviglia.
Gli risposi esponendogli
il fatto mio - e come io intendessi recarmi ad M.... dove mi chiamava un amico
da gran tempo.
- Ad M...! interruppe
egli; ma voi siete fuor di strada; noi andiamo a V...
- Non monta. Farò il
giro. Le colline di V... sono amenissime e vi si trovano spesso le pedate della
lepre. Aggiungete che io avrò la fortuna di fare il viaggio con voi.
Siccome questa era la
vera ragione, io l'aveva posta ultima e come per incidenza; ma il vecchio
comprese assai bene, e mi parve intenerito. Mise la testa fuori dello
sportello, poi voltossi e presemi la mano. E me la strinse con tale una
espressione di dolcezza riconoscente negli occhi, che il suo volto pallido ne
fu ravvivato. Non disse motto, e parve ricadere nelle sue meditazioni. Io mi
rannicchiai nel mio cantuccio, e così raccolto seguitai ad indagare su quella
fronte severa, su quel volto nobile e dignitoso, le traccie d'un passato
sconosciuto. In quel fantasticare senza legge io provava come un sussulto, come
qualche cosa che mi parlasse d'un mondo lontano - riannodavo a quell'esistenza
immaginaria mille fila diverse, mille memorie che io indovinavo in quel punto.
E mancò poco che io non mi credessi un altro uomo, con altre passioni, con
altro corpo, con altre idee - ma non con altro cuore; avvegnacchè io lo
sentissi palpitare colla stessa misura, e comprendessi istintivamente che io
serbava la stessa essenza perchè serbava lo stesso cuore. Lo stesso cuore! Buon
Dio, e chi è mai che vorrebbe mutarlo? sapremmo noi rinunziare alla sola parte
di noi che veramente ci appartenga - alla sola parte che noi abbiamo fatto
uscire vincitrice dalla battaglia delle passioni - alla sola parte che,
soccombente, serba alla memoria le traccie funeste della disfatta? Ho sentito
spesso esclamare: «quante ricchezze! che nome illustre! quale avvenenza di
forme! che bello spirito! oh! perchè la natura non mi ha dato altrettanto!» E
m'avvenne pure di udire: «il tale ha un gran cuore, un cuore generoso;» ma
null'altro - l'invidia s'era arrestata; non aveva osato varcare la barriera
dell'anima, concepire col desiderio la distruzione della propria natura, la
rinunzia del proprio cuore.
Un raggio di sole
penetrando attraverso i vetri venne a battermi sugli occhi. E mi ridestai
allora dalla mia estasi; e compresi come un lungo viaggio della fantasia sia il
miglior farmaco per lenire le noie d'una corsa dispettosa in diligenza.
Ma nel caso mio mi rammaricai d'essermi in siffatta guisa distratto, da
dimenticare quasi il mio vecchio compagno. Egli era tuttavia pensieroso;
appoggiava il mento sulle mani, e chinava gli occhi al suolo. Senonchè tratto
tratto risollevava il capo con un moto risoluto; ed allora io vedeva, o mi
pareva vedere nel suo ciglio un lampo di luce che, alla guisa di scintilla fra
mezzo a ceneri spente, mi rivelava tutto il fuoco giovanile del suo passato. Ma
ben tosto la scintilla moriva, e un pallore subitaneo copriva quel volto che un
tempo aveva tradito tante interne battaglie, e su cui non doveva più mai
specchiarsi altro che la calma e la rassegnazione - queste melanconiche e
povere rovine della vita.
Come fummo giunti alla
salita di V..., le due povere rozze s'arrestarono di botto. Il corpulento abate
ne fu mezzo subissato e ringhiò fra i denti un cotal suo Cristo
abituale, che provava chiaro come la tonaca e il seminario non gli avessero
istillato la santa virtù della pazienza. E siccome egli cominciava a farci una
trista figura - e se n'accorgeva - fu il primo a porre il piede sul predellino
e lasciarsi scivolare, meglio che discendere, sulla via. Secondo il costume
tutti i viaggiatori ne imitarono l'esempio; così che a capo di pochi minuti io
mi trovai solo col signor Antonio - però che l'età senile lui, la promessa d'una
mancia me avessero dispensato da quel faticoso inerpicarsi a piedi, di che una
caritatevole gentilezza avea introdotto l'usanza, e l'usanza la legge.
Io aveva contato con
fiducia su quel momento per appiccare il discorso col mio misterioso compagno;
ma mi tocca confessare che, nonostante l'esperienza del giorno precedente, io
mi sentiva così come allora impacciato e dubbioso, se pure quanto io aveva già
potuto apprendere sull'indole del mio personaggio, crescendomi
l'interessamento, non avevami ad un tempo cresciuto l'imbarazzo. E so che
ruminai un pezzo nella mente, e ci perdetti il mio frasario senza appigliarmi
ad una. Ma in buon punto levando gli occhi m'incontrai in quelli del vecchio -
mi sorridevano. Riconfortato da quell'espressione affettuosa che li animava,
sorrisi anch'io; e siccome in quella il sole usciva ancora da una nuvola,
frangendo i suoi raggi sui nostri sedili, io misi il capo fuori dello
sportello, e guardai un istante all'intorno coll'anima commossa da quello
spettacolo incantevole.
- Come è bella la
natura!
Mi rivolsi. Il mio
vecchio amico era intenerito; mi prese le mani, e le serrò fra le sue; poi con
voce alquanto agitata per l'emozione, ma solenne ad un punto: «Dite piuttosto: come
è bella la vita! - alla vostra età ne avete diritto. Non frodate a voi
stesso il vanto della bellezza per farne dono alla natura. La gioventù è una
gran luce - non frodate alla luce il vanto dei colori per consentirlo ai
fiorelli del prato.»
Tacque un istante; indi
come se mi leggesse nell'anima e volesse rispondere al tumulto d'affetti e
d'idee che v'aveva ridestato, proseguì più pacato e più mesto.
- Ho visto molte cose
nel mondo - dall'assidua cura del ragno che tesse la sua tela, al cozzo
rovinoso dei popoli; ho assistito come spettatore a molte battaglie d'uomini e
d'idee: una ne combattei pur io - la lotta della vita. Lotta terribile,
disuguale - e si finisce sempre col restar vinti.
- Sempre? interruppi
scorato.
- Sempre; ripetè con
amarezza - sempre. Non mi parlate della volontà, della coscienza. La volontà si
fiacca al primo urto, si distrugge al secondo - la coscienza è una vigliacca
che si appiatta nell'ora del periglio, ed infierisce spietatamente dopo la
sconfitta.
- Credete dunque l'uomo
una creatura così debole?
- Una creatura che ha passioni
- troppo debole per resistervi - troppo forte quando ne è dominata. Nè io stimo
migliore colui che ha minor numero di passioni a combattere - soggiunse come se
parlasse a sè stesso - però che parmi si debba tener conto quando che sia delle
forze di cui ogni uomo poteva disporre per mantenersi virtuoso, e misurarne la
virtù dalla resistenza opposta, non dal numero degli assalitori o dalla
frequenza degli assalti.
Per un istante parve
pentito d'essersi abbandonato a questa espansione; per fermo le sue parole
erano dettate da un'esperienza dolorosa; nè io poteva dubitare che gli si
parasse in quel punto dinnanzi l'immagine degli affanni sofferti. Non tardò
molto che n'ebbi la certezza; egli sollevò il capo e mi guardò fiso come se
volesse scrutarmi il seno e leggervi per entro l'effetto delle sue parole. Il
suo occhio velato s'accese, i nervi del suo volto si contrassero, e per un
istinto portò le mani sul petto come a difesa. Parvemi in quel punto la statua
della diffidenza. Ma non fu che un momento, il tempo di quattro pulsazioni -
io le aveva contate sul cuore che mi batteva celerissimo.
- Sapete voi che cosa
sia un vecchio? mi domandò all'improvviso.
- Un uomo che ha
imparato molto.
- Errore; m'interuppe con
violenza - errore. Dite un uomo che ha molto sofferto, e direte giusto. Dite un
uomo che ha veduto morire le sue illusioni, spegnersi sul suo labbro i sorrisi,
avvizzirsi al suo fianco gli affetti; dite un uomo che ha seppellito ad uno ad
uno i fantasmi che danzarono alla sua culla festosi, e che guardandosi
all'intorno si vede solo.
- E le memorie adunque?
Sorrise tristamente al
mio richiamo.
- Le memorie! Credete
voi che si possa vivere di memorie senza imprecare a sè stessi? Credete voi che
si possa sempre, come a vent'anni, volgersi indietro e sorridere? È una dura
scuola la vita. Vi si impara a conoscersi, a disprezzarsi. Un vecchio - ed
abbassava la voce come impaurito - ha sempre qualche cosa di terribile a
rimproverarsi nel suo passato. - E d'altra parte - aggiunse poco dopo - che
valgono le memorie senza le speranze? Se pure esse possono darci qualche
conforto, gli è quando abbiamo innanzi agli occhi un orizzonte di luce che
possiamo popolare dei fantasmi più leggiadri. Spezzate l'avvenire, e il passato
diventa un abisso che impaura. Or bene la vecchiaia non ha avvenire, non ha
speranze.... fuorchè una.
Compresi e non osai dir
motto, nè levar lo sguardo sul vecchio. Senonchè io ne udiva il respiro
affrettato, e indovinava l'ansia di quel povero petto. Per gran tratto di tempo
nissuno di noi parlò. Quando il mio compagno sollevò il capo, mi parve di
scorgere sul suo viso più penosamente impressi i solchi degli anni.
- Hanno fatto della
vecchiaia - riprese egli con voce cui un tremito leggiero cresceva l'autorità -
hanno fatto della vecchiaia l'età più venerata, e l'hanno circondata di
rispetto. Se le sventure danno qualche diritto agli sventurati, questa pietà
degli uomini è santissima. Ma non perciò crediate i vecchi più illuminati o più
buoni. Hanno il cuore arido, l'intelletto malsano, il corpo vacillante. Avevano
espansioni, confidenze, ebbrezze - non hanno più che egoismo. Non vincitori, ma
vinti dalle passioni, mostrano talora essersene spogliati, mentre furono invece
abbandonati con disprezzo. E se rimane in quei carcami qualche lurido avanzo
delle passioni più meschine, vi rimane non più come un inquilino
insofferente, ma come un padrone di casa bisbetico.
Sorrisi alla stranezza
di queste parole.
- Oimè - interruppe
sospirando - per quanto vi paia esagerato il mio dire, non è che troppo vero -
e il cielo tolga che voi stesso ne facciate esperienza, poichè ripensando forse
a questo vecchio che vi parla, vi farete persuaso come nella vita non vi abbia
altro di generoso e di nobile, che la fede balda ed ingenua dei primi anni.
E siccome io non
rispondeva.
- M'inganno, aggiunse.
V'ha un'altra ora nella vita, sublime per magnanimi pensamenti, per generoso
affrettarsi del cuore - l'ora che precede la morte.
Io non sorrisi più.
V'era nelle sue parole tale un'impronta di solennità; spirava dal suo volto
tanta fermezza di convinzione, che rimasi come sbigottito, e per un istante
vidi crollare nel mio seno l'altare che vi aveva eretto alla vecchiaia. Ma più
che l'argomento del suo dire, aveami cercato il cuore l'amarezza mista di
rassegnazione che lo componeva a mestizia così profonda. Con quell'istinto che
fa vaghi dell'ignoto, io cercava di risalire alla causa misteriosa. Mi pareva
che se io avessi conosciute gli episodii, le traversie, fors'anco le colpe
di quell'uomo, avrei aperto uno spiraglio di luce nella tenebra immensa del
cuore umano.
Da quel punto fin presso
a V.... grave silenzio. Io sentiva che l'ora della separazione si avvicinava,
nè sapeva rassegnarmi a questo pensiero. Un presentimento dicevami che non
avrei più riveduto quell'uomo, che il nostro addio sarebbe stato
l'ultimo.
- Abitate voi a V...?
chiesi trepidante.
- Poco lungi. Dietro
quel castello in rovina, che vedete laggiù, v'ha una casa oscura e modesta. Ivi
una famiglia di alani, accosciata a piè d'un antico focolare, attende
impensierita il ritorno del vecchio amico.
Disse queste parole con
dolcezza - poi si fe' taciturno.
- Siete voi dunque solo?
- Solo! ripetè egli
guardandomi in volto - no.
L'indecisione di questa
vaga risposta non poteva oggimai appagarmi. Parevami che io avessi diritto ad
una confidenza più ampia, ed insistei.
- Parenti?
- No.
- Amici?
- I miei alani sono
fedelissimi.
Non voleva rispondermi -
ammutolii. Era certo grave esigenza la mia di ostinarmi a conoscere i fatti
d'un altr'uomo - e la ragione s'adoperava a persuadermene - tuttavia io non
seppi dissimulare il mio dispetto, e il signor Antonio se ne accorse.
- Sia pure - pensai -
non m'importa ch'egli mi legga in volto - sarò più franco di lui.
E poichè parevami che
egli ne avrebbe pena, fermai per vendicarmi di non più parlargli. Ma come,
giunti ad un crocicchio, m'accorsi che egli faceva arrestare la carrozza per
discendere, l'interessamento fu più forte in me dell'amor proprio; così che
dopo pochi istanti di fiera battaglia io mi rivolsi ancora al signor Antonio, e
arrossendo di vergogna gli domandai se dalla parte del castello si trovasse
della selvaggina,
Rispose di sì; ma
pregavami non vi andassi.
- Volete voi dunque
negarmi il favore d'esservi compagno per via? domandai più sorpreso che
imbroncito.
- Non posso.
Disse - ma a temperare
la durezza del rifiuto, mi porse la destra; e in quell'istante era nel suo
volto tale un'espressione di nobiltà, che mi sentii inorgoglito d'essere così
innanzi con lui.
- Mi rivedrete fra un
anno - mi disse poi affettuosamente - non prima; non tentatelo neppure; ve ne
prego.
- E dove potrò io
vedervi?
- Là - e m'indicava col
dito le rovine del castello. Vi aspetterò. Quanti ne abbiamo del mese?
- Undici.
- Tenetelo bene in mente
- fra un anno.
E con una rapidità che
mi fe' meraviglia, depose un bacio sulla mia fronte. Io non aveva ancor cessato
di sentire l'impressione delle sue gelide labbra, che egli era già lontano.
Lo vidi avviarsi a lenti
passi lungo un sentieruzzo che disegnava, come un lungo serpente, le sue spire
sul verde tappeto dei prati. Lo accompagnai dello sguardo per lungo tratto,
finchè le forme del suo corpo si confusero come un punto nero.
- Fra un anno? ripetei
allora dentro di me con mestizia - fra un anno! - ed appoggiai sulle palme il
capo affaticato....
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