|
IV.
Il giorno successivo,
appena fu l'alba, mi recai all'abitazione di Raimondo.
Era la prima volta che
io vi andava; nè sapevo dire perchè vi andassi, e quale fosse l'animo mio. Ma
so che così facendo io rispondeva ad una imperiosa esigenza del mio cuore.
Ho veduto degli uomini
arrestarsi impensieriti dinanzi alle rovine di Pompei, e trepidare per un
frammento di capitello novellamente scavato, come se egli ridestasse in loro i
teneri ricordi d'un'età passata.
Quanto più a ragione non
dovremmo noi commuoverci d'un sentimento severo di mestizia, accostandoci alle
rovine di un cuore che ha sofferto ed amato, se quelle doglie e quell'amore ci
hanno appartenuto in qualche guisa?
Era forse questo
sentimento dissimulato che mi guidava in quell'ora mattutina al fianco di
Raimondo.
Come io fui giunto al
quartiere remoto che egli abitava, mi arrestai dubitoso; e parvemi imprudente
il visitarlo a quell'ora. Ma poi che io mi ostinava a voler cancellato col
pensiero il tempo che ci aveva tenuto divisi, conchiusi che il mio Raimondo di
collegio non si sarebbe offeso di questa licenza, e in due salti fui ai terzo
piano.
Fu ad accogliermi una
specie di negro, di cui non era facile a primo aspetto indicare la razza.
Vestiva all'europea, ma i suoi capelli abbandonati sulle spalle ondeggiavano in
nerissimi anella. Di corpo era snello e di statura men che mezzano; ma a
traverso la sua giubba di lana, e i suoi larghi calzoni di tela, si poteva
indovinare la meravigliosa proporzione delle sue membra.
Mi salutò con un cenno
del capo, come uomo che non è troppo avvezzo agli omaggi; e come ebbi posto
piede nell'anticamera, mi rivolse la parola con accento gutturale in un linguaggio
tra lo spagnuolo e l'italiano.
- Sia il benvenuto nella
casa del mio signore il visitatore del mattino.
Poi senza dir altro mi
accennò una sedia e si allontanò.
Sorpreso di questo
strano servitore, io non aveva avuto tempo di dirgli il mio nome perchè
Raimondo fosse prevenuto. Se non che il negro fu di ritorno in un baleno, ed
accostatosi a me mi disse a voce bassissima:
- Il signore mio padrone
dorme - il signore che ha visitato la casa del mio padrone può aspettare ch'ei
si svegli.
Compresi ben tosto come
con costui mi sarebbe tornata inutile ogni insistenza; d'altra parte il timore
di riuscire importuno, e una certa curiosità d'esaminare alcun tempo quel
personaggio misterioso mi consigliarono d'aspettare.
- Attenderò, dissi al
negro.
- Il mio signore vuole
che gli amici suoi sieno ricevuti come il signore medesimo. Il visitatore è
egli l'amico del mio signore?
- Lo sono.
- La parola dell'amico
del mio signore è buona; l'amico del mio signore comandi, e sarà obbedito.
- Il vostro nome?
- Charruà, della
tribù dei Charruà, nato sulle rive dell'Uruguay.
- Voi siete dunque
indiano? Ed abbandonaste il vostro paese?
- Lo Charruà ama il suo
benefattore, e lo segue. Le sue braccia e la sua vita gli sono dovute.
Così dicendo egli levava
in alto le braccia nude, facendone spiccare i muscoli poderosi.
- Ma non lasciaste voi
parenti colaggiù e come abbandonaste la tenda del padre vostro in riva
all'Uruguay?
- La tenda del padre
mio, le sue armi, e il suo poncho1 sono state seppellite con lui
nel monte - lo Charruà che mi ha svegliato nel mondo si è addormentato per
sempre, Io mi sono nascosto per due giorni nella capanna; poi venne a me un
compagno, mi pizzicò le carni delle braccia e vi confisse le scheggie della
canna. Poi andai nel bosco; l'yaguarstè e le altre bestie feroci ebbero
paura del buon figlio e fuggirono. Allora io ritornai nella capanna, levai le
scheggie dalle braccia, e non mi cibai per due giorni. Così il buon Charruà
saluta l'ultimo sonno del padre.
Così dicendo s'accendeva
in volto, e muoveva gli occhi nerissimi con vivacità. Poi mi mostrava le
braccia con fare orgoglioso, perché osservassi le larghe cicatrici che il suo
lutto vi aveva lasciato.
Incominciavo a prendere interessamento
per quest'uomo, che al selvaggio e virile ardimento della sua razza univa una
tinta vaga di dolcezza e di bontà, dote assai rara fra le tribù indiane.
Ma in questa si udì un
tintinnio di campanello.
- Quando il suo signore
lo chiama, lo Charruà si fa più leggiero del serpente boi-hoby.
Che cosa deve dire il vostro servitore al suo signore?
- Mi chiamo Giorgio.
- Dirò dunque al mio
signore che il suo amico Giorgio gli fa la visita del mattino.
|