|
V.
Poco dopo ritornò a me e
mi pregò che lo seguissi.
Attraversai una lunga
fila di camere. Da per tutto io vedeva con sorpresa l'impronta della ricchezza;
poiché sebbene sapessi Raimondo unico rampollo d'una casa distinta, egli non mi
aveva fatto alcun cenno della sua fortuna.
La camera in cui si
trovava Raimondo era addobbata con squisita eleganza. Il suolo interamente
coperto di tappeti e di pelli di tigre; le pareti tappezzate a drappi azzurri.
Raimondo mi aspettava
con desiderio; e s'era rizzato per metà sui guanciali. Mi porse la mano
affettuoso, e mi fe' sedere accanto a lui con compiacenza.
- Ti avrei fatto
avvisare; mi disse quando ebbe congedato d'un cenno l'indiano; avevo tanto
bisogno di vederti, di abbracciarti.
V'era tanta mestizia, e
così dolce, nelle sue parole, che ne fui sorpreso, e non seppi rispondere
nulla. Ma all'improvviso m'accorsi che il suo volto era pallido più del
consueto, che il suo respiro era affrettato, e che grosse gocce di sudore gli
bagnavano la fronte.
- Che hai tu dunque? gli
domandai spaventato.
Sorrise.
- Nulla. Un po' di
febbre. Me l'aspettavo; colaggiù era malato di nostalgia, ed ora... Gli è il
mutamento di clima; io mi era abituato a quel cielo di fuoco.
Poi proseguì lentamente.
- V'hanno ben altre doglie che serrano ben altrimenti il cuore e intisichiscono
l'anima. Che avrai tu pensato di me dopo il mio linguaggio di jeri.
- Pensai che la tua
anima è malata; che tu hai d'uopo d'un buon medico.
Raimondo mi porse
un'altra volta la destra.
- Ahimè! dissemi; io
dispero d'incontrarne uno. Vi sono veleni che non hanno antidoto - gl'Indiani
lo sanno assai bene - vi sono piaghe che consumano ed uccidono, e contro le
quali nulla potrebbero il ferro ed il fuoco. Hai tu mai dubitato?
- Di che?
- Di tutto: di Dio,
dell'uomo, della donna, dell'amore di noi stessi...
- E dell'amicizia,
aggiunsi con amarezza.
- Sì; anche
dell'amicizia. Or bene se tu l'hai provato cotesto supplizio, sai tu che vi
esista un rimedio?
- Ve n'ha uno.
- Quale?
- Amare; gettarsi nel
mondo, respirarne le colpe, e raccoglierne con ogni cura le poche virtù, udire
la bestemmia dei mille e l'umile preghiera dell'innocente; soffrire
l'indifferenza e l'odio fin che non s'incontri un uomo che ci faccia credere
all'amicizia, una donna che ci faccia credere all'amore, e qualche raro esempio
che ci faccia credere alla virtù. Amicizia, amore, virtù - questa triade
benefica sarà la nostra rivelazione; allora leveremo gli occhi al cielo e
troveremo il nostro Dio.
Per alcun tempo Raimondo
non rispose, e parve meditare sulle mie parole.
- Sarà forse come tu
pensi; prese a dire poi con abbandono; la mia anima lotta ancora per crederlo.
Ma credi tu che io non abbia pensato a codesto, che io non abbia sospirato di
desiderio, che io non abbia pianto di sconforto? Amare, aspettare; ma per tutto
ciò conviene vivere, soffrire. Incontrerai una donna che ti amerà, un esempio
dì virtù che mitigherà lo spasimo del tuo cuore - ma quale cammino per arrivare
a questa meta? Noi siamo viaggiatori che ci avventuriamo nel deserto senza
averne misurato l'estensione. E chi ne assicura che l'oasi che vagheggiamo
lontana non sia l'effetto del miraggio - che le sabbie ardenti non si
perpetuino senza fine, finché ci toccherà cadere sfiniti al suolo ad aspettarvi
la morte? Ricercare smaniando! Ma a che giova? ed è egli possibile rassegnarsi
a questo strazio, quando si è incerti dell'esito, quando s'ignora perfino
l'esistenza dì ciò che si vagheggia? Che diresti d'un pazzo che corresse dietro
alla sua ombra? E che altro sono essi gli uomini colle loro eterne chimere dì
virtù e d'amore! Dove son esse cotali fantasime se non nella loro mente? E
quale mai può vantarsi d'averle vedute?
- Ed ecco il tuo errore,
ripresi con dolcezza. Ti sei fitto in mente che tutti gli uomini vedano
attraverso la nebbia che oscura il tuo orizzonte. Ma oramai conviene che tu non
dissimuli nulla a te stesso. Io non ti domando una confessione, perchè forse tu
stesso non sapresti farmela; ma esigo dalla tua amicizia che tu getti uno
sguardo scrutatore nell'anima tua. Molto spesso conoscere il male è guarirlo.
Ora io ti domando: che hai tu fatto della tua vita? A diciotto anni ti colse
desiderio dì viaggiare. Avresti potuto recarti nelle città popolose; la società
ti sarebbe apparsa gigante in mezzo alle sue turpitudini; avresti contato le
lagrime della miseria e le carrozze stemmate dell'ozio, e ti saresti sentito
serrare il petto dallo sconforto. Ma dal turbine delle oscenità da trivio e
degli amorazzi di gran dama, avresti forse sceverato una fanciulla modesta e
povera, e l'affannoso lavoro di un operajo indigente. Increscioso del mondo in
cui non avevi ancora vissuto, misantropo senza aver conosciuto gli uomini,
senza ancora essere uomo tu stesso, hai visitato invece l'America meridionale e
gli sbandati avanzi delle sue tribù di selvaggi. Così hai passato i più begli
anni della tua vita respirando un'aria che non era la tua, ascoltando un
linguaggio che tu comprendevi a stento, avvicinando uomini i quali per diversa
cultura di spirito, per diversa eredità di genio, per costumi e bisogni
diversi, non potevano migliorare od accrescere in alcun modo il patrimonio
delle tue idee, dei tuoi sentimenti. Ritornasti al tuo paese stanco della vita,
odiando vieppiù gli uomini, mentre degli uomini e della vita non hai formato un
giusto concetto. La più gran parte di coloro che non devono pagare col lavoro
il loro pane sono ammalati del tuo male, la noja. Se non che, mentre altri
ricerca nell'ebbrezza e nel delirio dei sensi la dimenticanza, tu con più falsa
logica domandi la pace alla solitudine, e frugando nel tuo cuore malato
vorresti rinvenire in esso il farmaco del tuo male. Quando si è giovani, come
tu sei, credilo, mio caro Raimondo, la solitudine è una compagna assai triste.
Convien dare allo spirito le sue battaglie, i suoi battiti al cuore.
La franchezza del mio
linguaggio sorprese Raimondo. Parvemi allora d'essermi spinto troppo oltre nel
mio dire, e temetti che egli se ne fosse offeso. Lo osservai con inquietudine;
era calmo. Poco dopo si scosse, e in un balzo discese dal suo letto.
- Che fai? gli domandai
meravigliato.
- Voglio esser teco:
pranzeremo insieme, andremo ai teatri, ai caffè....
- Ma tu sei malato.
Poc'anzi avevi la febbre.
- È un nonnulla. Quel
che più importa è di uscire da questa inerzia, quel che più importa è di vivere.
Così dicendo, Raimondo
si vestiva; compresi come il tentare di distoglierlo dal suo proposito sarebbe
stato in quel momento opera vana; e però mi tacqui.
In pochi istanti egli
ebbe posto termine al suo abbigliamento; mi porse il braccio ed uscimmo dalla
sua camera. Giammai erami sembrato così allegro come in quel punto;
nell'attraversare il suo appartamento si arrestò innanzi ad un cassetto come
colto da un'improvvisa idea; e trattine due pezzi d'osso che si configgevano
l'uno nell'altro, mo li porse sorridendo perchè io li esaminassi.
- A che serve questo
arnese?
- Domandalo a Charrnà; e
ti saprà dire con quanto sagrifìzio egli si sia deciso a privarsi per amor mio
dell'ornamento del suo labbro. Gli indiani lo chiamano il barbotto;
appena nati lo fanno passare attraverso il labbro superiore e non lo depongono
più nella vita. È il distintivo del loro sesso, perocchè essi non hanno barba
nè diversità di vestimenta. Comprenderai come sia facile contrarre l'abitudine
di tenere il broncio, quando si porta questo giocattolo sul labbro; aggiunse
scherzosamente; e come il riso diventi una cosa difficile. Ho conosciuto fra le
altre la razza dei Minuani, gente severa, e melanconica come i deserti
che la chiudono nel suo territorio - un buon minuano non ride mai nella
sua vita; ecco gli uomini coi quali ho creduto di vivere fin ora.
|