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XI.
Vi andammo assai di
buon'ora; io con animo lieto ed aperto alla speranza; Raimondo trepidante e
dubbioso, ma tuttavia più calmo.
Avendo in mente che
essendo primo ad arrivare si sarebbe trovato in minori imbarazzi, era stato lui
a farmi premura; pure quando fummo giunti, sebbene fosse assai lieve la
speranza che la signorina Clelia si recasse dalla contessa, e l'ora fosse tale
da toglierne ogni lusinga d'incontrarvela, poco mancò che Raimondo non se ne
dolesse. E poi che egli era stato travagliato da una cotal paura d'incontrarsi
con Clelia, avvenne, come è facile immaginare, che in quel punto dimenticasse
il suo primo timore, e l'ansia dell'aspettazione si convertisse per lui in
nuovo supplizio. Se non che, fosse caso o provvidenza, Clelia un'ora dopo entrò
nelle sale accompagnata dal vecchio generale, e allora Raimondo fu da capo alla
prima trepidanza.
Se io non andai errato
nel giudicare, parvemi che come Clelia vide Raimondo, si turbasse nel viso,
quasi non s'attendesse d'incontrarlo; e partendo da questa prima osservazione,
immaginai di vedere per tutta quella sera le traccie del turbamento sul suo
volto, e ch'ella facesse del suo meglio per dissimulare.
Comunicai il mio
pensiero a Raimondo; e non è a dire se egli n'andò lieto. Da quel punto fermò
in mente di volerle palesare l'animo suo, e raccolte le sue forze se le fece
innanzi, la salutò e si assise al suo fianco.
- Questa volta il
selvaggio s'è fatto uomo, pensai dentro di me; e giuro che giammai mortale che
avrà vissuto fino a domani potrà dirsi più felice di Raimondo.
Non rimanendomi di
meglio a fare, gironzai alcun poco per le sale. Un'ora dopo essendomi nato
desiderio di vedere a qual punto si trovasse nel suo labirinto, cercai cogli
occhi Raimondo. Egli era sempre vicino a Clelia e le parlava con calore....
«Benissimo!» Però non avendo di meglio a fare, io continuai a gironzare per le
sale.
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