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Salvatore Farina
Due amori

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  • DUE AMORI
    • XXVII.
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XXVII.

 

- Ho aspettato fino ad oggi, prese egli a dire con voce commossa, e avrei forse aspettato ancora; sarei disceso nella mia tomba senza che l'amicizia avesse potuto guardare nel mio povero petto - ma oggimai è impossibile indugiare; io non trovo dentro di me tanta forza per determinarmi ad un partito; ho bisogno dei tuoi consigli: a tal patto ti svelerò l'animo mio,

«Non ti offenda questo sentimento d'egoismo; poichè gli è forse meno biasimevole che tu non pensi; fors'anco non è egoismo. So di non frodarti nulla tacendo; so pure che la confessione che io ti farò scemerà il mio affanno - se v'era dunque colpa in me, era quella di voler essere solo a soffrire; se v'era egoismo nel mio contegno, egli era certamente un egoismo assai strano - l'egoismo del dolore.

«Non è un segreto il mio, non è una colpa - è un dolore. Se ti dirò cosa che tu ignoravi, non credere che per contenderti questa scienza io abbia taciuto finora. Altri avrebbe potuto dirti la stessa cosa, io me ne sarei afflitto. Ma ciò che nissuno poteva dirti, è ciò che io solo conosco, ciò che io ho serbato per me solo fino ad oggi gelosamente, lo strazio del mio cuore.

«Io solleverò per te questa cortina che ho calato sul mio passato per isolarlo, ed isolarmi in esso - dividerò teco l'affanno patito e quello che mi rimane a patire - il mio strazio sarà il tuo.

«Ho lottato molto per arrestare questo giorno; oggi mi arrendo, ma fui già vincitore. Io era riuscito ad abituarmi a me medesimo, a questa solitudine che mi era odiosa, a questo martello inesorabile del pensiero che mi raffigurava il mio martìrio; era riuscito a creare una colpa per fare di me un colpevole, e aver diritto di riversare sopra di me l'opera fatale della sorte. Ho provato dei rimorsi, dei rimorsi incessanti, inauditi - e li aggiunsi all'anima mia con compiacenza.

«Di tal guisa ho perpetuato il mio dolore - e me ne tenni lieto. Il mio dolore! Avrei temuto di perderlo, perchè era l'unica cosa che mi rimaneva di Clelia.

«Oggi vi rinunzio. E che altro potrei far io, povera creta? So io che faccio? Posso io dire al mìo cuore: batti più forte, - poss'io dire alla mia mente: raccogliti, sii calma? Oimè! lo sento, qualche cosa si è spezzato nel mio organismo - un nonnulla forse, una mollecola spostata - ma è tutto; io non ritrovo più il filo che dirigeva questo fantoccio - me lo sono lasciato sfuggire di mano - in nome del cielo ditemi dunque se queste sono le mie gambe, se queste sono le mie braccia....»

Raimondo si tacque. Aveva pronunciato con tanta vivacità queste ultime parole, che io lo guardai per un istante atterrito. Non andò guari che egli mi sorrise e proseguì più calmo, ma con accento di mestizia profonda:

- L'ho pensato anch'io, l'ho desiderato, l'ho perfino sognato. Impazzire! rinunziare alle idee - non serbarne che una per tutta la vita, non volere e non potere averne mai, un solo istante, un' altra - essere sempre con Clelia, accanto al suo letto di morte, la sua testa incadaverita vicino alla mia, i suoi sguardi immobili fissi nei miei, le sue labbra gelide appoggiate alle mie labbra, e baciarla avidamente, d'un bacio lungo, profondo;... L'ho pensato, l'ho desiderato.

«Ma se la pazzia mi contendesse l'ultimo raggio di luce dell'intelletto, e che non vi rimanesse neppure la memoria! Questo pensiero mi ha atterrito.

«È forse meglio non essere pazzo: posso guardarmi in faccia e domandarmi conto - e penetrare nel mio seno per vedere se le ferite sono sempre profonde, e lacerarle perchè non guariscano. E quando la mia mente avrà cessato di vivere del pensiero di lei, io potrò pagare due scudi perchè s'inchiodi la mia bara; e dire all'anima mia: vattene in pace, non hai più nulla a fare quaggiù - credilo, non ci hai più nulla a fare.»

Ammuttolì d'improvviso e si cacciò il capo fra le mani con un moto disperato. Compresi come il risvegliarsi di quelle memorie così tristi lo avesse commosso. Però mi tacqui, pensando che forse ciò gli avrebbe guadagnato un intervallo più lungo di quiete.

Non andai errato nel mio pronostico; e siccome io aveva continuato a guardarlo sott'occhi, vidi ben tosto che egli risollevava il capo.

Aveva il ciglio asciutto, vi si scorgeva traccia di lagrime versate; pure egli aveva pianto. Alla guisa del leone ferito che cancella il sangue caduto sulla sabbia del deserto, egli aveva nascosto il suo dolore.

Raimondo aveva del leone e del fanciullo - ruggiva o piangeva. Arcano impasto di gagliardia e di debolezza, le sue guancie conoscevano il rossore della vergine, i suoi occhi avevano i lampi della collera. A quel subitaneo e risoluto drizzarsi della sua testa orgogliosa, a quel guardarmi in volto fisso, alla frequente ansia del suo petto, mi si rivelò tutta la selvaggia natura di quell'anima di fuoco. E pensai quanto dovesse essere grande il suo dolore, perch'ei ne fosse così vinto, quanto grande l'amore che egli aveva educato nel suo cuore per Clelia, e quanto atroce la sciagura che gliela aveva ritolta per sempre.

E tuttavia io non fui pago; e dissi a me stesso che ciò non era tutto, che la battaglia di cui io vedeva le rovine aveva dovuto essere non solo tremenda, ma lunga - che la potenza dell' urto improvviso era grande, ma che il petto di Raimondo vi avrebbe resistito, se una lotta continuata non ne avesse prima travagliato e paralizzato le forze.

Per qualche tempo Raimondo non disse motto; io dal mio canto taceva. Le fiammelle del candelabro guizzavano dinanzi ai nostri occhi, mescendo il loro debole crepito al nostro respiro.

Mi trassi più presso al mìo amico, ed appoggiai le mani sulle sue ginocchia. Egli mi guardò, lasciò cadere il capo un istante, poi lo rialzò d'un tratto, e prese a narrarmi la storia del suo dolore.

 

 




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